Visualizzazione post con etichetta iran. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta iran. Mostra tutti i post

Karzai ammette: presi soldi dagli Stati Uniti (e dall'Iran)

foto: decryptedmatrix.com

Kabul (Afghanistan) – Si è sempre detto che Hamid Karzai fosse un presidente più amato dagli Stati Uniti che dal popolo afghano. Ora, grazie alle rivelazioni di Matthew Rosenberg del New York Times, quelle voci trovano ulteriore conferma. Negli ultimi dieci anni, infatti, la Cia ha depositato mensilmente valigette piene di denaro negli uffici del presidente e che finivano nelle mani di membri del Consiglio Nazionale Afghano, tra i quali Mohammed Zia Salehi, arrestato nel 2010 per traffico di denaro, finanziamento ai Taleban e commercio di oppio, al culmine di un'operazione di contrasto alla corruzione che aveva il suo fulcro nella Kabul Bank. 

Quei soldi, secondo Karzai, sono serviti per curare i feriti, per l'istruzione dei giovani o per altre operazioni comunque legali. Secondo le fonti del quotidiano newyorkese – funzionari statunitensi rimasti anonimi – sono stati invece utilizzati per corrompere politici e signori della guerra, tra i quali alcuni al governo, come i vicepresidenti Muhammad Qasim Fahim e Karim Khalili.

La notizia di per sé non stupisce e, anzi, più che di scoop sarebbe forse più giusto parlare di ammissione. Non essendo riusciti a batterli sul campo, attraverso Karzai gli Stati Uniti hanno lavorato ad un piano alternativo: comprarsi i signori della guerra afghani a suon di milioni di dollari, forse l'unico modo per realizzare una exit-strategy davvero sicura. L'unico risultato realmente ottenuto è stato infatti quello di dare protezione, soldi e legittimità alle stesse reti – il traffico di droga, i Taleban – che ufficialmente si combattevano.

«Noi li chiamavamo “soldi fantasma”. Arrivavano in segreto, ripartivano in segreto» ha raccontato al New York Times Khalil Roman, dal 2002 al 2005 vice capo di gabinetto di Karzai, che fino al 2010 riceveva con lo stesso sistema soldi anche dall'Iran, il cui scopo dichiarato era quello di spaccare l'asse Kabul-Washington, con gli americani che avevano tutto l'interesse a tenersi buono il potente gruppo di potere che ruota intorno al presidente.
Non è chiaro se gli americani abbiano ricevuto ciò che volevano, anche alla luce del fatto che – scrive Rosenberg - «invece che ingraziarselo, i pagamenti sembrano ben illustrare l'opposto: Karzai sembra non essere comprabile».

Oltre a Fahim si sa che parte del denaro è finito nelle tasche del fratello del presidente, Ahmed Walid Karzai, a capo del Kandahar Strike Force fino al suo omicidio, avvenuto nel 2011.

Caso Christopher Tappin: trafficante d'armi a sua insaputa?

Chritopher Tappin, al centro di un triangolo diplomatico Usa-Gb-Iran
foto: guardian.co.uk

Houston (Texas, Stati Uniti) - «Non sono un terrorista. Non ho mai avuto connessioni con il terrorismo e sono solo sgomento per il fatto che questa vicenda si sia spinta fino a questo punto, specialmente ora, che ho 65 anni e da quattro mi sono ritirato per godermi la pensione». A dirlo è Christopher Tappin, 65enne cittadino britannico – di Orpington, sud-est di Londra – da qualche mese al centro di un triangolo diplomatico tra il suo paese d'origine, gli Stati Uniti, dove è attualmente costretto agli arresti domiciliari e l'Iran.

Bandiera rossa. Tappin è infatti accusato di complotto per l'esportazione illegale di articoli da difesa, favoreggiamento all'esportazione e conduzione di transazioni finanziarie illegali dopo aver tentato di acquistare nel 2005 50 batterie per sistemi missilistici terra-aria “Hawk” da rivendere attraverso un passaggio in Olanda ad aziende di Teheran, nonostante l'embargo in vigore dal 2007 – o dal 1979, volendo seguire la timeline presentata da Al Jazeera[1] – frutto delle sanzioni unilaterali che gli Stati Uniti hanno ritenuto necessario applicare per contrastare il programma nucleare iraniano e che, come riportava “Il Post” ad agosto[2], sarebbero state violate anche da Unicredit. In più, a Tappin è stata comminata una multa di 11.357 dollari, che equivale a quanto avrebbe guadagnato se l'affare fosse andato in porto.
Dietro alla Mercury Global Enterprises, la società dalla quale Tappin si sarebbe rifornito, c'erano in realtà alcune agenzie governative americane alla ricerca di società “sotto bandiera rossa”, che stessero cioè violando i divieti di vendita di tecnologia militare all'Iran come di fatto stava facendo Tappin attraverso la falsa documentazione presentata per aggirare l'obbligo di autorizzazione governativa necessaria all'esportazione delle batterie che, secondo l'ex presidente del golf club di Kent ed ex direttore della compagnia di spedizioni Brooklands International Freigh Services con base a Redhill, nel Surrey, Inghilterra sud-orientale, servivano per l'azienda automobilistica.

Ad incolpare Tappin c'è anche l'ex socio Robert Gibson, che ha fornito alle autorità più di 16.000 file (tra cui anche una lista di e-mail) che comproverebbero come i due avessero instaurato già da tempo un proficuo rapporto commerciale con gli iraniani. Gibson, ha patteggiato già nel 2007 ed ha dunque già scontato la sua condanna a 24 mesi di carcere. Per Robert Caldwell, cittadino americano che fungeva da contatto negli Stati Uniti, sono 20 i mesi di prigione decretati dalla corte lo scorso luglio.

Giochi nel Mediterraneo

Sottotitolo: Guerra fredda in scala nei mari di Sicilia.

Questa potrebbe essere una spy-story perfetta: c'è la Central Intelligence Agency e ci sono i russi, ci sono traffichini collusi con la politica e con la mafia siciliana, ci sono i servizi segreti ed imprese troppo piccole per il lavoro che vogliono fare.
Sarebbe una spy-story perfetta, ma è solo capitalismo.
Da qualche giorno, grazie alle rivolte in Libia, l'opinione pubblica ha potuto riascoltare nomi probabilmente dimenticati come quelli dell'Eni (Ente Nazionale Idrocarburi) e di Gazprom, il colosso russo utilizzato in chiave (geo)politica da Putin e soci come ago della bilancia negli equilibri mondiali e dei quali nulla si dice quando – sovente – si parla dei rapporti del nostro paese con la “compagna” Russia, presi come siamo a guardare il dito (i rapporti personali Berlusconi-Putin) piuttosto che la luna (gli accordi economici e politici tra noi e loro).

Ci sono altri due nomi importanti in questa storia. Tanto importanti quanto sconosciuti.
Il 10 agosto del 2010 arriva sul tavolo dell'ex assessore all'Energia della Regione Sicilia Pier Carmelo Russo una lettera nella quale si chiede l'autorizzazione per poter raffinare in Sicilia qualcosa come cinque milioni di tonnellate di petrolio l'anno per almeno cinque anni. E questo solo come quantitativo minimo.
Nonostante ne vengano subito messe al corrente la questura di Palermo, la Guardia di Finanza ed il Copasir (Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica), la richiesta è di quelle importanti e, per questo, da tenere in forte considerazione. Quei cinque milioni di tonnellate annue, infatti, rappresentano circa un quinto del consumo totale annuo dell'intero paese.
Con tali volumi di raffinazione, pertanto, ci si aspetterebbe che fossero grandi multinazionali del settore come le già citate Eni e Gazprom a firmare la richiesta.
Sono invece due società praticamente sconosciute a dirsi pronte a stoccare il “petrolio degli ayatollah”: la Ibercom, una srl spagnola con sede ad Albacete, e la Corum Anlage, svizzera di proprietà di tal Antonino Giuseppe De Salvo, nato a Monza e noto come “procacciatore d'affari” ed esperto di assegni a vuoto (ne ha infatti emessi ben sette in due anni, secondo la Camera di Commercio).
C'è un'altra stranezza in questa storia: gli investigatori, infatti, si chiedono come possa una società con capitale sociale di appena 100 mila euro gestire un affare da 15 milioni. È dunque quasi logico pensare che dietro alle due società ci sia qualcun altro.

Da Sakineh ad Omar Khadr: c'è un uso (geo)politico dietro le campagne per i diritti umani?

Nelle scorse settimane il mondo occidentale era pronto a mobilitarsi per Sakineh, la donna iraniana che – accusata di omicidio – sarebbe stata lapidata se non fosse intervenuta la c.d. “opinione pubblica internazionale”. Poi, come succede solitamente quando anche l'agenda setting dei diritti umani viene decisa in base a ragioni geopolitiche, la sua storia è caduta nel dimenticatoio...

Quella specifica situazione – che ha avuto un nuovo passaggio infinitamente meno “strillato” sui nostri media nei giorni scorsi – può avere due chiavi di lettura: quella di una donna che, accusata di omicidio, viene messa a morte secondo le leggi in vigore in Iran, oppure la si può leggere come l'ennesima vetrina utile per descrivere la teocrazia iraniana nella sua forma mefistofelica, operazione che si rende necessaria a livello geopolitico per creare nell'opinione pubblica occidentale (non ho modo di verificare se la stessa cosa avvenga anche nel resto del mondo...) le basi per un futuro attacco – più o meno celato – al regime degli ayatollah.
Da qui la domanda: non è questo, forse, un uso politico – e geo-politico – dei diritti umani? Quanti “casi-Sakineh” (o forse sarebbe meglio dire quanti “casi-Teresa Lewis”) ci sono quotidianamente? E di quanti di essi veniamo realmente informati?

Non ho intenzione di aprire il casellario di “nera” e citarvi quello che credo sarebbe un lungo elenco (anche perché quando nasci nel paese in cui la cronaca nera è usata come peep show con cui intrattenere il pubblico ne sviluppi una certa idiosincrasia...) . Per rispondere a queste domande, però, dobbiamo fare un salto all'indietro:

Afghanistan, 27 luglio 2002. Durante uno degli innumerevoli scontro tra le forze della Coalizione ed i taleban, avvenuto a seguito dell'omicidio di un soldato americano di nome Speers viene arrestato Omar Khadr, di anni 15. Omicidio, tentato omicidio, cospirazione, affiliazione terroristica e spionaggio sono i cinque capi di accusa che costano al giovane (sangue pakistano e cittadinanza canadese) il soggiorno presso il carcere di Guantánamo Bay, Cuba, dove ha trascorso gli ultimi sette anni della sua vita.

«Io ho l'obbligo di mostrare al mondo ciò che succede quaggiù. Sembra che quanto fatto finora non sia bastato, ma forse funzionerà se il mondo vedrà gli Usa condannare un bambino al carcere a vita. E se nessuno dovesse accorgersi di nulla, in quale mondo verrei rimesso in libertà? In un mondo fatto di odio e di discriminazione».

A carte scoperte…

C'era una volta...
ah no, ho sbagliato incipit. È che la storia di qualche settimana fa che ha tenuto in scacco tutto il continente – quella relativa alla nube islandese – sembra sempre più essere una di quelle storielline da “c'era una volta”: una favola (o una panzana, dipende dalla raffinatezza intellettuale che le si vuol dare...).
Per chi non lo ricordasse – considerando l'estrema velocità di spostamento di focus dell'informazione attuale – tra aprile e gli inizi di questo mese il vulcano Eyjafjallajökull aveva deciso di far sentire il proprio ruggito mettendosi ad eruttare, causando così il blocco totale dei voli in gran parte dell'Europa. O almeno questo è quello che i media maistream ci hanno raccontato.
Già, perché nonostante non se ne parli più – guarda caso – la BBC ha intervistato un responsabile di Eurocontrol (l'organizzazione internazionale il cui compito è quello di mantenere efficiente il sistema del controllo del traffico aereo sui cieli europei) il quale ha ammesso candidamente che il loro “supercervellone” aveva fatto dei calcoli errati, e che quindi – come la maggior parte delle pre-visioni meteo – anche questa era ricaduta sotto la specifica sezione del “terno al lotto”. Io non sono un esperto di questioni legate al meteo (ed in generale non sono né un grande esperto né un grande appassionato di scienza), e dunque – stando a quanto raccontavano quegli “esperti” che quotidianamente vedevo alternarsi in tv e sui giornali – mi aspettavo qualcosa di molto simile al filone apocalittico della filmografia hollywoodiana, con l’oscuramento dei cieli, piogge di cenere e frattaglie simili, visto che più o meno era questo lo scenario che andavano rappresentando questi “esperti”. Invece il cielo era particolarmente sereno, eccezion fatta – ovviamente – per quelle scie che lasciano spesso gli aerei lungo la propria strada.
No, ferma un attimo: c’è il blocco totale dei voli e io vedo comunque le scie degli aerei? Qui c’è qualcosa che non torna! Anche perché quei piloti dovevano essere alquanto alticci, viste le traiettorie a zig-zag (quando non direttamente circolari…) che facevano fare ai propri velivoli. Ma facciamo un passo indietro, torniamo al novembre dello scorso anno, quando – seppur come breve – campeggiava sui nostri giornali questa notizia:
«Pechino – I meteorologi dell’Ufficio Modificazione del Tempo della capitale cinese hanno “bombardato” le nuvole con 186 dosi di ioduro d’argento per approfittare del brusco calo della temperatura e alleviare la persistente siccità che ha colpito la zona».

Una volta ci raccontavano le favole…

Teheran (Iran) – Una volta ci raccontavano le favole. C’erano sempre il principe bello, buono e giusto
che abbatteva il mostro cattivo. Solo che ad un certo punto il mostro si è stancato di fare la parte del cattivo “sempre e comunque” e ha deciso di stravolgere i ruoli. Potrebbe riassumersi così quello che è successo nella giornata di ieri nell’ambito del summit dei 15 paesi in via di sviluppo (il G15), dove il presidente ospitante Mahmud Ahmadinejad ha spiazzato l’intera comunità internazionale firmando, con i suoi pari di Brasile e Turchia, un accordo con il quale – de facto – la patria degli Ayatollah e della seconda più famosa Rivoluzione toglie agli Stati Uniti il principale argomento con cui si era aperto il dibattito sulla possibilità di adottare sanzioni in sede Onu in merito al programma di arricchimento nucleare che l’Iran porta avanti da un po’ di anni e che, come abbiamo visto qui: http://senorbabylon.blogspot.com/2010/04/due-pesi-due-misure-atomiche.html è stato iniziato proprio da quegli americani che adesso utilizzano il problema-nucleare per disfarsi di un governo non conforme al volere dell’Impero.
Perché ieri Luis Ignacio Lula da Silva e Recep Tayyp Erdogan si sono fatti tutori del futuro iraniano, firmando un accordo che trasferisce l’arricchimento dell’uranio dal territorio iraniano alla Turchia (luoghi precisi ancora da specificare). L’accordo, che investe dalla metà ai due terzi delle quantità di uranio posseduto dall’Iran, prevede il trasferimento di 1.200 kg di uranio arricchito al 3,5% in cambio di combustibile nucleare per il reattore di Teheran utilizzato per la ricerca medica. Combustibile arricchito al 20%, dunque molto meno rispetto al necessario per trasformare l’uranio in bomba atomica (che è almeno all’85%).
Da questo momento, dunque, il continuare a parlare di “minaccia iraniana” è pura propaganda imperialista. Se n’è accorto persino il New York Times, che titola: «L’Iran acconsente a spedire l’uranio, complicando i colloqui per le sanzioni», aggiungendo che comunque i c.d. “esperti” stanno cercando un pretesto per dirsi insoddisfatti dell’accordo.
Ed il patetico teatrino di dichiarazioni propagandistiche non si è fatto attendere molto: partendo da una Germania che ha definito come «nulla può sostituire un accordo tra Teheran e l’Aiea» ed una Francia che, per bocca del Ministro degli Esteri Bernand Kouchner ha detto che «pur essendo lodevole il tentativo, la minaccia rimane», la parte del matto l’ha giocata Israele, la cui esternazione sarebbe da far studiare nelle migliori scuole di comicità.

Ho acclarato che...

  •  ...ci stanno prendendo per il culo.
«Se dovessi acclarare che la mia abitazione fosse stata pagata da altri senza saperne io il motivo e il tornaconto, i miei legali eserciteranno le azioni necessarie per l'annullamento del contratto».

L'unica cosa chiara nella vicenda che coinvolge Claudio Scajola è il fatto che è un ministro abituato alle dimissioni. Per chi non lo ricordasse, infatti, il nostro era ministro dell'Interno durante il G8 di Genova (quando ammise di aver dato l'ordine di sparare ai poliziotti...) e, un anno dopo, definì Marco Biagi «un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza» davanti a degli increduli giornalisti. Frase che, naturalmente, gli costa la prima dipartita dicasteriale.

Non contento, oggi il nostro ci riprova. “Forse altri hanno pagato la mia casa”, titola a pagina 2 il quotidiano La Stampa di oggi. Non so voi, ma io una delle poche cose che ho capito di questa vicenda – che in realtà seguo abbastanza distrattamente, come molte delle vicende che riguardano il nostro paese – è che l'ormai ex Ministro dello Sviluppo Economico abbia quantomeno tentato di prenderci tutti per il deretano: chi è che crede alla storiella del “ah, non mi sono accorto che una parte di casa mia non l'ho pagata io”? Naturalmente Maurizio Lupi (il difensore dell'indifendibile) non fa testo.

Questa volta credo che neanche il più accanito dei difensori del Premier (scelta ardua: Minzolini o Fede?) abbia abboccato a cotanta castroneria...

Negare qualunque cosa. Ormai è questa l'unica politica dei governanti. Negare anche a costo di perdere la faccia. Dicono faccia molto Prima Repubblica, anche se a me più che dall'epoca di Mani Pulite sembra abbiano preso spunto dagli anni '70: quando qualche brigatista veniva arrestato, infatti, una delle prime cose che faceva era quella di dichiararsi prigioniero politico. Oggi invece la prima cosa che certa gente – banchieri corrotti e corruttori, politici dalla dubbia moralità – fa è quella di dichiarare che sono stati vittima, nell'ordine: a) di un complotto ordito nei loro confronti, b) di un processo mediatico indegno come non si era mai visto prima.

Insomma: sparano dabbenaggini – abituati come sono dalle campagne elettorali – e pretendono che la gente ci abbocchi. Ma prima o poi ci stancheremo di fare la parte dei pesci pronti per la frittura...
  • ...quasi quasi ha ragione a Calderoli.
«Il nazionalismo con le sue degenerazioni è alle nostre spalle, orgoglio nazionale significa anche orgoglio di quello che produciamo, orgoglio per i nostri tecnici, per i nostri operai».

Do svidaniya America?


La prima cosa che ho pensato quando ho visto questo video [per i lettori di Facebook: http://www.youtube.com/watch?v=hlKzeBGUBuk] è stato che i nostri parlamentari, al confronto, sono ancora dei neonati: fanno parte della quotidianità i calci, i pugni e gli insulti che si alzano dai nostri scranni parlamentari, ma ai fumogeni ancora non ci siamo arrivati. Incuriosito – anche perché il commento è, come sentite, in russo (lingua che non parlo e non capisco) ho fatto una piccola ricerca sulla rete per saperne di più.
Quella che potremmo definire una “dialettica accesa” altro non era che il risultato della ratifica, da parte del Parlamento ucraino, dell'accordo tra il presidente russo Dmitrij Anatol'evič Medvedev ed il suo corrispettivo ucraino Viktor Fedorovych Yanukovych riguardante la proroga dell'affitto della base di Sebastopoli (nella Repubblica autonoma di Crimea) per altri 25 anni – a partire dal 2017, data di scadenza del precedente accordo – alla flotta di Mosca. L'Ucraina, in compenso, riceverà 100 milioni di dollari di affitto ed uno sconto del 30% sul gas russo, necessario per mantenere in vita l'industria della parte est del Paese.
L'opposizione ucraina, capeggiata dai filo-americani Julija Volodymyrivna Tymošenko (leader dell'Unione di Tutti gli Ucraini "Patria" e del Blocco Elettorale Julija Tymošenko) e Viktor Andrijovyč Juščenko, che nel 2005 salirono agli onori della cronaca mondiale per essere i due volti della c.d. “rivoluzione arancione” e che oggi hanno decisamente mutato la natura dei loro rapporti, ha tentato più volte – come è evidente dal filmato – di bloccare la ratifica che, secondo loro, altro non sarebbe che il ritorno dell'egemonia del Cremlino su Kiev e dintorni.

Chiusa infatti l'epopea delle grandi ideologie con il crollo del Muro nel 1989, l'allora Unione Sovietica si ritrovò da potenza egemonica nell'area a doversi reinventare completamente: la crisi socio-economica interna e la dissoluzione territoriale ne avevano infatti minato la caratura internazionale, aprendo – de facto – lo scenario geopolitico all'egemonia statunitense che abbiamo vissuto fino ad oggi, resa possibile anche dall'assenza di un'ideologia che ne controbilanciasse il potere di soft power derivante dalla fine dell'ideologia comunista.

È ancora così, oggi? Siamo ancora in una situazione geopolitica in cui esiste una grandissima potenza – gli Stati Uniti – alla quale non corrisponde niente?

Stando a quel che avviene sembrerebbe proprio di no.

Due pesi due misure (atomiche)

A me piace molto Maurizio Crozza. Lo trovo uno dei pochi professionisti (definirlo comico mi sembra decisamente riduttivo) che, con la satira – che sto iniziando a considerare come la miglior arma per smuovere le coscienze sociali di un popolo – prova a darci degli stimoli per tenere allenate le sinapsi.
Da un paio d'anni – o almeno dalla scorsa stagione – al termine di ogni puntata del suo programma, insieme agli ospiti, prova a tirare le somme di quel che è stato detto e della più stretta attualità. Ma non trova mai le connessioni.

Ieri più o meno ho avuto una sensazione simile durante il pranzo, mentre al tg mandavano il servizio sugli accordi tra Italia e Russia in merito all'energia nucleare.
Ma per capire questa storia dobbiamo partire da due date: l'8 e il 9 novembre del 1987 ed il 14 agosto 2002. Date che, apparentemente, non hanno alcuna connessione – come probabilmente non l'hanno nei fatti – ma che almeno a me danno più di uno spunto per parlare della questione del nucleare: quello iraniano, quello italiano e tutti gli altri.

Innanzitutto ancora un passo indietro.

26 aprile 1986: a Černobyl, a 100 km a nord di Kiev (Ucraina) esplode, per errore o dolo umano non è fondamentale saperlo, un reattore della locale centrale nucleare. È probabilmente il più grave incidente di questo tipo nella storia europea e del mondo.
Sull'onda di quell'”incidente”, il popolo italiano è chiamato – l'8 ed il 9 novembre dell'anno successivo – ad esprimersi sulla produzione nucleare italiana e, naturalmente, il popolo dice che no, una Černobyl italiana non la vuole vedere. Per cui il governo è costretto ad abbandonare la ricerca sull'atomo, ripresa in seguito all'estero affidando gli studi al settore privato (leggasi Enel).
Tutto questo fino a qualche mese fa, quando il nostro Governo annuncia che i tempi sono maturi per far rientrare il nucleare tra le fonti energetiche italiane.
Ieri l'annuncio: «Entro tre anni partiranno i lavori per la prima centrale nucleare» a patto, però, di convincere prima l'opinione pubblica su quanto è bello, buono e giusto l'atomo. Per questo – nel solco dei migliori regimi di stampo sovietico – è stato già dato mandato ai pubblicitari di creare uno spot da mandare sulle reti Rai.

A sentire queste parole mi è venuta, d'istinto, una domanda: perché l'Italia vuole il nucleare e nessuno dice niente e per l'Iran l'Occidente sta facendo tutto questo casino?
D'accordo: l'Italia sullo scacchiere geopolitico mondiale vale più o meno quanto una banconota da un euro e cinquanta, ma sempre di nucleare si tratta, no?

Qualcuno era terrorista

Teheran (Repubblica Islamica dell'Iran) - In questi giorni, tra le (tante) altre cose, ho ripreso in mano un po' di materiale di e su Tiziano Terzani, la cui rilettura non fa mai male. C'è un passaggio di “Lettera da Firenze”, l'articolo che scrisse l'8 ottobre del 2001 per il Corriere della Sera come lettera ad Oriana Fallaci al fine di rispondere alla di lei invettiva anti-islamica post-11/09:

«I gerarchi nazisti furono portati dinanzi al Tribunale di Norimberga; quelli giapponesi responsabili di tutte le atrocità commesse in Asia, furono portati dinanzi al Tribunale i Tokyo prima di essere, gli uni e gli altri, dovutamente impiccati. Le prove contro ognuno di loro erano schiaccianti. Ma quelle contro Osama Bin Laden?»

«Noi abbiamo tutte le prove contro Warren Anderson, presidente della Union Carbide, aspettiamo che ce lo estradiate» [per chi non ricorda cos'è la U.C. ne ho parlato qui: http://senorbabylon.blogspot.com/2010/01/terroristi-sulla-rotta-bhopal-porto.html].

Quest'ultima frase è della giornalista ed attivista anti-globalizzazione Arundhati Roy. Ma la questione non cambia di molto. Anzi.

Come più o meno dovreste sapere tutti – per lo meno tutti quelli che non si sono appassionati ai funerali di Vianello o all'ennesima lite Berlusconi-Fini – nei giorni scorsi sono stati firmati gli accordi Start2, nei quali Usa e Russia promettono di ridurre le testate nucleari. Per adesso però, visto che gli accordi sembrano essere stati firmati a decorrere dal 2018, anche gli Start2 vanno ad aggiungersi alle cartacce presenti nell'ormai affollatissimo cassetto delle “promesse propagandistiche”. Quel che però mi ha colpito di più in questa faccenda sono state le dichiarazioni del Presidente Usa Barack Obama, che ci ha tenuto a ribadire per l'ennesima volta che «gruppi terroristici come Al Qaeda hanno tentato di acquistare materiali nucleari per adoperarli in maniera devastante, questa minaccia è una delle più gravi per la nostra sicurezza collettiva».
La prima domanda che mi è venuta in mente riguarda proprio il c.d. “network terroristico” di Osama Bin Laden, il cui fantasma – vero o presunto – è buono per tutte le stagioni, in particolare quelle nelle quali bisogna trovare un “nemico pubblico numero uno” per coprire le proprie nefandezze: perché bisognerebbe aver paura delle eventuali testate atomiche in mano a Bin Laden e soci? Voglio dire: le testate nucleari ci sono a tutt'oggi in giro, perché quelle (eventuali) di Al Qaeda dovrebbero fare più paura di quelle

the Iranian way of life

Il 2009 è stato, tra le tante cose, l'anno del decennale delle proteste di Seattle contro il WTO, momento nel quale il mondo ha iniziato a conoscere il movimento anti-globalizzazione (nelle varie sfaccettature e con i vari nomi che ad esso si sono via via dati).

«The whole world is watching». Il mondo vi sta guardando, urlavano i manifestanti in quei giorni. Oggi degli altri manifestanti, a migliaia e migliaia di chilometri dagli Stati Uniti, dal centro dell'Impero, stanno manifestando. Per le strade di Teheran e delle altre città della Repubblica Islamica dell'Iran si continua a scendere in piazza per chiedere cose come «libertà» e «democrazia», espressioni poetiche e suggestive, parafrasando Gaber. Già, ma quale «libertà» e quale «democrazia»? Questo dobbiamo ancora capirlo.
La storia degli scontri in Iran – stando ai media del circuito mainstream – si può banalmente riassumere in questi termini: c'è un signore brutto, sporco e cattivo, salito al potere con la menzogna, che vuole la bomba nucleare per distruggere il mondo. È quindi normale che “le forze del Bene Supremo” entrino in azione per impedire ciò e portare quelle libertà e – soprattutto – la democrazia che il popolo oppresso chiede. Semplice, no?

Lettera di Moussavi al popolo iraniano


Un punto cruciale della storia si svolge in questi giorni e in queste notti. La gente si chiede cosa debba fare o dove debba andare. Ritengo che sia mio dovere dirvi ciò in cui credo- dirvelo, ascoltandolo da voi e imparandolo. Ci ricordiamo tutti il nostro dovere storico, e non fuggiamo dai compiti sui quali dipende il destino dei nostri figli e il futuro.

Trenta anni fa, una rivoluzione fu vittoriosa nel nostro paese, una rivoluzione in nome dell'Islam. E 'stata una rivoluzione per la libertà, per l'umanità, per l'onestà e la dignità. Nel corso di questi anni, specialmente quando l'imam [Khomeini], era vivo-abbiamo speso tante risorse umane, finanze e il duro lavoro per creare questa santa struttura. E abbiamo avuto così tanto -una vita spirituale che non avevano mai avuto prima. E la gente ha assaggiato un nuovo modo di vita che, indipendentemente da tutte le avversità, era dolce per loro. Ciò che la gente ha guadagnato è la grazia di Dio, la libertà, e le indicazioni di una vita santa. Sono certo che coloro che hanno visto questi giorni non saranno mai soddisfatti di niente di meno.

Che cosa ci è successo in questi giorni? Perché non percepiamo più la felicità spirituale? Ci manca qualcosa, cosa ci tiene lontano da questo spazio spirituale? Sono venuto a dire che non è troppo tardi, e che non siamo lontani da quel luogo brillante. Sono venuto a dimostrare che siamo ancora in grado di avere una vita spirituale nel mondo di oggi. Sono venuto a parlare delle convinzioni circa il radicalismo dell'Imam [Khomeini's]. Sono venuto a dire quanto sia pericoloso correre dalla legittimità alla dittatura. Sono venuto a ricordare alla gente che il rispetto dei diritti umani non indebolisce il nostro regime, ma piuttosto rafforza le sue fondamenta. Sono venuto a dire che le persone cercano la verità e la dignità nel loro leader, e che molti dei nostri problemi sono il frutto di menzogne. Sono venuto a dire che non meritano la povertà, la corruzione e la cattiva gestione. Sono venuto a invitare altre persone a partecipare alla rivoluzione islamica nel suo onore, nella forma originale, e di ri-forma a ciò che in essa deve essere.

Anche se io non sono riuscito a trasmettere questo messaggio in modo eloquente, il nobile messaggio della Rivoluzione è stato a sua volta trasmesso alla giovane generazione -che è ben lontana da quei giorni rivoluzionari, e non si è sentita scollegata dal suo patrimonio- ha creato delle scene che ricordano i primi giorni della rivoluzione e la Santa Difesa [contro l'invasione di Saddam Iran]

Questa generazione di giovani ha scelto come simbolo il verde. E confesso che li ho seguiti solo in questa scelta. Una generazione accusata di nichilismo ha scelto di "Allah Akbar o" e "ya Hussein", come i loro slogan. Essi sono tornati al nome di Khomeini per dimostrare che questo santo albero di frutta è lo stesso in qualsiasi momento esso fiorisce. Nessuno che non fosse la Natura ha insegnato loro questi slogan. Come sono ingiuste le credenze di quei piccoli uomini che dicono che questi sono il lavoro degli stranieri, dei nemici, e la chiamano una "rivoluzione di velluto".

Come sapete, abbiamo sempre dovuto far fronte al tradimento e alle bugie in questo senso. Quello che avevo previsto essere il risultato di by-passare la legge è venuto a noi, prima di quanto mi aspettassi, e in una forma più evidente di quello che pensavo. La stragrande partecipazione delle persone alle elezioni sono state a causa di tutti gli sforzi che ho fatto per dare loro una speranza per il futuro, nonostante tutta la cattiva gestione che hanno visto e tutta la miseria che hanno provato. Abbiamo cercato di rispondere a quelle esigenze che, se rimaste insoddisfatte, può portare instabilità per l'intero regime. Se il popolo ha fiducia in noi e il loro voto non può essere difeso, o non possono difendere i loro diritti civili in un modo non-violento, essi sceglieranno pericolosi modi per farlo. E tutta la responsabilità resterà sulle spalle di coloro che non consentono un comportamento civile.

Se l'immensità del tradimento e della frode viene utilizzato come prova per dimostrare che non avrebbe potuto effettivamente aver luogo, la repubblica del nostro regime sarà corrotta per sempre, e proverà l'argomento secondo cui l'Islam e il governo repubblicano sino incompatibili. Questa sorte soddisferà solo due gruppi: 1) coloro che erano fin dall'inizio di fronte all'imam [Khomeini] e gli dissero che il regime islamico è una dittatura e che la gente deve essere trascinata in paradiso; e 2) quelli che credono che l'Islam non può essere miscelato con la libertà repubblicana e governance. La grande arte dell'Imam è stata di sconfiggere entrambi questi gruppi, e neutralizzare le loro convinzioni errate. Sono venuto a immobilizzare questi gruppi, una volta di più.

Ora, i leader del paese detengono l'autorità per approvare i risultati delle elezioni, e limitare tutte le future indagini, e hanno vietato l'annullamento della elezione o anche di cambiare il risultato finale. Questo anche dopo aver visto che, in più di 170 caselle sondaggio, il numero di voti ha superato il numero di residenti. Essi ci hanno chiesto di portare le nostre denunce al Consiglio dei Guardiani. Ma possiamo vedere che questo Consiglio ha dimostrato la propria distorta posizione prima, durante e dopo le elezioni. Sappiamo che il primo requisito per una buona sentenza sta nell'avere un giudice neutrale.

Insisto sul fatto che annullare l'elezione -e ricontare i voti-è un diritto non negoziabile, e deve essere controllata da un soggetto neutro, da affidabile comitato nazionale. Questo diritto non deve essere dichiarato fuori discussione, come il diritto alla protesta non deve essere vietato a causa del rischio di violenza e di eventi sanguinosi.

Inoltre, invece di minacciare noi e mettere la colpa sulle nostre spalle, il Consiglio di sicurezza nazionale devono darci risposte ragionevoli per quanto riguarda le forze in borghese che hanno attaccato le persone e dei beni pubblici, e creata la violenza.

[...]

Per quanto guardi la scena, la vedo costruita per promuovere una nuova agenda politica che si estende oltre l'obiettivo di installare un governo indesiderato. Come un compagno che ha visto le bellezze della vostra onda verde, io non permetterò mai che la vita di qualcuno si estingua a causa delle mie azioni. Allo stesso tempo, rimango imperterrito sulla mia domanda di annullamento delle elezioni e impegnato a favore dei diritti delle persone. Nonostante la mia limitata capacità, credo che la vostra motivazione e la vostra creatività possano proseguire le loro legittime richieste in modi civili. State sicuri che sarò sempre con voi. Quello che questo vostro fratello raccomanda, in particolare ai cari giovani, nei termini di trovare nuove soluzioni è quella di non consentire a bugiardi e a imbroglioni di rubare la bandiera della difesa della Stato islamico, a stranieri di strappare i tesori della Repubblica islamica, che sono la vostra eredità del sangue dei vostri padri dignitosi. Con la fiducia in Dio, e di speranza per il futuro, e pendendo sulla forza dei movimenti sociali, far valere i propri diritti nel quadro della vigente Costituzione, basata sul principio della non-violenza.

In questo, non siamo in lotta contro le Basij. Basiji è nostro fratello. In questo non siamo in lotta contro le guardie rivoluzionarie. La guardia è la custode della nostra rivoluzione. Noi non siamo per affrontare l'esercito, l'esercito è il custode dei nostri confini. Questi organi sono i custodi della nostra indipendenza, della libertà e della nostra repubblica islamica. Stiamo affrontando l'inganno e la menzogna, vogliamo riformarle, una riforma del ritorno al puro principio della rivoluzione.

Consigliamo le autorità, per calmare le strade. In base all'articolo 27 della Costituzione, non solo di fornire lo spazio per la convivenza pacifica di protesta, ma anche incoraggiare simili riunioni. La TV di Stato dovrebbe smettere di parlare male prendendo le parti. Prima che le voci si trasformino in grida, lasciate che siano ascoltate in dibattiti ragionevoli. Lasciate la stampa criticare, e scrivere le notizie, come si verificano. In una parola, create uno spazio libero per esprimere i loro accordi e disaccordi. Permettete a coloro che vogliono di dire "takbeer" e non riteneteli di opposizione. E 'chiaro che in questo caso, non ci sarà bisogno di forze di sicurezza sulle strade, e non si devono affrontare le immagini e ascoltare le notizie che rompono il cuore di chi ama il Paese e la rivoluzione.

Il vostro fratello e compagno

Mir Hossein Mousavi



si ringrazia per la traduzione
Mirko Duradoni de La Foresta di Sherwood

Il cinguettio verde di Teheran


Vince Moussavi. Anzi no, vince Ahmadinejad.
Questo è quel che deve aver sentito ogni cittadino iraniano nei giorni scorsi, quando dopo le elezioni - la cui affluenza, secondo le tendenze iraniane, è stata altissima (85%) qualcuno ha deciso di riconfermare lo "spazzino del popolo".
Che ci siano stati brogli ed imbrogli è ormai chiaro ed internazionalmente riconosciuto.

Il malumore creato dalla politica portata avanti durante il suo primo mandato è indice dell'impossibilità di una nuova vittoria di Ahmadinejad, e la tiepida reazione dei governi occidentali è assolutamente vergognosa. O meglio: è vergognoso come i governi "democratici" occidentali, sempre pronti e prodighi di esportazioni del "loro" mondo non stiano muovendo un dito in questa occasione. Tanto meno lo sta facendo "sant'Obama", che probabilmente ancora non ha capito se comportarsi da falco come il suo predecessore Bush o colomba. L'unica cosa che ha capito, evidentemente, è che fare la voce grossa con chi in poco tempo può costruire la bomba atomica - o già ce l'ha come gli israeliani, non per nulla "amici per la pelle" degli yankee - non è poi così conveniente.

Laddove manca la "voce del Potere", però, arriva la voce del contro-potere. O meglio, il cinguettio. Eh sì, perché laddove è stata tappata la bocca - o rotta la penna, fate un pò voi - ai giornalisti, i giovani iraniani si sono attrezzati con quell'opera di citizen journalism che noi in occidente ancora stentiamo realmente a capire.
Twitter (che Google Translate mi traduce - quando si dice i casi della vita - sia con "cinguettio" che con "agitazione") infatti si sta rivelando la vera "arma" in mano all'opposizione. Un'arma talmente potente da sfuggire anche alla censura della rete. Come? Beh, semplicissimo: Twitter permette di pubblicare piccoli post tramite sms! Geniale vero? E' l'unico modo che i giovani iraniani - i cespugli come hanno voluto ribattezzarsi prendendo nome dall'epiteto con il quale Ahmadinejad li aveva apostrofati alcuni giorni fa - hanno per far capire al mondo intero che loro un secondo mandato dello "spazzino del popolo" non lo vogliono. A patto che di là - o meglio di qua, in occidente - ci sia qualcuno disposto ad ascoltarli e, perché no, ad aiutarli. La rete oggi può arrivare laddove i media classici non possono, ed è per questo che noi blogger occidentali "impegnati" dovremmo diventare cassa di risonanza delle manifestazioni. Io tenterò - quando possibile - di pubblicare aggiornamenti e notizie, ma se volete veramente un'esperienza live andate sul blog di Andrew Sullivan, il quale pubblica i post da Twitter.

Ma chi e perché ha iniziato la protesta? Chi c'è dietro? Dietro Moussavi non saprei, molti commentatori filogovernativi parlano di Rasfanjani - l'ex presidente sconfitto 4 anni fa proprio da Ahmadinejad. Dietro Ahmadinejad c'è l'ayatollah Khamenei, vero leader del paese da oltre 20 anni. Qualcuno potrebbe anche pensare che la questione sia esclusivamente iraniano. Invece - come giustamente fa notare Lucio Caracciolo su Repubblica di oggi - il vincitore di queste elezioni sarà colui che siederà allo stesso tavolo con Obama per spostare le pedine sul tavolo medio-orientale. Ed Ahmadinejad - o per meglio dire, il suo burattinaio Khamenei - non poteva lasciare questa ghiotta possibilità al suo arcinemico Mossavi (o Rafsanjani).


Speciale: i video sfuggiti alla censura.

La protesta silenziosa del popolo iranianoBilal.

Roxana Saberi è libera!


TEHERAN, 11 MAG - La giornalista irano-americana Roxana Saberi e' stata scarcerata. Lo si apprende da fonti giudiziarie a Teheran. La condanna a otto anni inflitta in primo grado a Roxana Saberi e' stata ridotta a due anni, con sospensione condizionale della pena, perche' gli Stati Uniti sono stati considerati un Paese non ostile. Lo ha detto oggi uno degli avvocati della giornalista irano-americana, Abdolsamad Khorramshahi.