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Shutdown America: una perturbazione che potrebbe colpire 48 milioni di americani

foto: darkroom.baltimoresun.com

Washington (Stati Uniti) - Secondo il Segretario di Stato John Kerry sarebbe solo una "perturbazione momentanea" lo Shutdown, il provvedimento di tagli ai servizi non necessari imposto dal governo statunitense. Per quanto momentaneo il provvedimento avrà comunque un «fortissimo impatto reale sulla vita quotidiana di tanti americani», come dichiarava un esasperato Barack Obama nei giorni scorsi.

Al centro della guerra tra il Senato a maggioranza democratica e la Camera, guidata dai repubblicani, c'è l'Obamacare, che questi ultimi vorrebbero sostanzialmente eliminare. La condizione lanciata al governo è, d'altronde, chiara: rinviare di un anno questa riforma – che i democratici danno ormai come legge intoccabile – è la condizione imprescindibile per l'approvazione del budget del nuovo anno fiscale, iniziato il primo ottobre.

Stando alle stime, tagliare i “servizi non essenziali” significa la sospensione dal lavoro per almeno 700.000 dipendenti pubblici, tra cui dipendenti del Pentagono o rangers che operano nei parchi nazionali. A rischio anche le pensioni ed i sussidi di disabilità per i veterani, che dopo aver servito la Patria potrebbero vedersi non ricambiato il favore.
Inoltre, tra le attività che il governo federale non sarebbe più in grado di assicurare, il pagamento agli appaltatori del governo, che potrebbero far “pesare” la cosa al momento di rifinanziare la prossima campagna elettorale. È comunque difficile che uno stallo di qualche giorno possa creare danni rilevanti a società come la Lockheed Martin (principale contractor nel 2012 con circa 40.000.000 di dollari) o la Boing (seconda classificata con poco meno di 30.000.000) o la Raytheon Company, che con poco meno di 15.000.000 di dollari è la terza società che verrebbe danneggiata dal prolungarsi dello Shutdown (la lista completa è stata pubblicata da OpenSecret.org)

A pagare il prezzo più alto, ça va sans dire, saranno i cittadini comuni. A rischio infatti ci sarebbero anche i “Food stamps”, i buoni alimentari che rappresentano l'unica forma di salvataggio per circa 48 milioni di americani, soprattutto bambini e disabili. Taglio che – come scriveva ieri Monica Di Sisto su Comune-Info «obbligherà gli adulti tra 18 e 50 anni senza figli minori a trovarsi un lavoro o ad inserirsi in un programma di formazione per mantenere il beneficio, di cui potranno godere, ad ogni modo, solo per tre mesi e solo sottoponendosi a test antidroga e alcol». Test che invece non sfioreranno le società destinatarie di una parte del Supplemental Nutritional Assistance Program (SNAP) nel quale sono inseriti i buoni alimentari e che rispondono a nomi come quello della Coca-Cola, della Kraft, della JP Morgan a cui il “Farm Bill Budget” destinava – nel 2008 – il 68% dei fondi.

Due muri destinati a collidere? Da un lato la principale – per alcuni l'unica – medaglia attualmente appuntabile al petto di Obama, dall'altra la spinta delle forze più estreme dei repubblicani, soprattutto dei Tea Party.
Il rischio che gli Stati Uniti d'America espongano fuori dalla Casa Bianca il cartello “Default” - che porterebbe al declassamento delle agenzie di rating, al crollo del valore del dollaro ed all'esplosione dei tassi di interesse – è più che concreto.

Q&A: US shutdown: a new guide for non-Americans (in inglese): http://www.theguardian.com/world/2013/sep/30/us-shutdown-explainer-non-americans

Questo articolo lo trovate anche qui:
http://www.infooggi.it/articolo/shutdown-america-una-perturbazione-che-potrebbe-colpire-48-milioni-di-americani/50571/

Lobby, Regione, dibattito. Intervista a Maria Cristina Antonucci (4/4)

Continua da qui:
[Parte 1: Democrazia, partiti e utilità del lobbismo. Intervista a Maria Cristina Antonucci (1/4)]
[parte 2: Lobby, Europa e società civile organizzata. Intervista a Maria Cristina Antonucci. (2/4)]
[Parte 3: Lobbisti, faccendieri e stereotipi. Intervista a Maria Cristina Antonucci. (3/4)]

foto: http://euact.eu/
Roma - Quarta ed ultima parte dell'intervista alla dottoressa Maria Cristina Antonucci  - ricercatrice in Scienze sociali presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) grazie alla quale abbiamo cercato di capire chi siano davvero i lobbisti al di là degli stereotipi e come questi si muovano nelle istituzioni europee e verso il decisore pubblico italiano. Non resta che andare a guardare l'ultimo dei tre livelli nei quali questi si muovono, quello più vicino alla quotidianità della gente: il piano regionale.

Toscana, Molise, Abruzzo, Veneto, Emilia-Romagna sono alcune delle regioni che hanno – o stanno tentando – un regolamento del settore lobbistico. Può essere quello regionale un piano con il quale, sostanzialmente, bypassare l'incapacità di normare il piano nazionale?

Purtroppo, in carenza di una legge nazionale le discipline regionali emerse, pur se apprezzabili, non risultano sufficienti per trainare il modello di regolazione italiano del lobbying. La difficoltà principale si pone con riferimento ai tentativi di legislazione regionale non ancora andati a buon fine, come nel caso del Veneto. La proposta di legge regionale veneta presentata di recente prevedeva un obbligo di iscrizione dei lobbisti al Registro della trasparenza della Regione, venendo così a fornire una disciplina di dettaglio regionale per una professione non regolamentata a livello nazionale. Il potenziale conflitto di competenze legislative tra livello nazionale e livello regionale, con la conseguenza di un possibile annullamento ex post della legge regionale, si pone in maniera seria.
Nei tre casi di leggi regionali approvate (L. R. 5/2002 della Regione Toscana, della Regione Molise, e L. R. 61/2010 della Regione Abruzzo) , si è invece prevista la facoltatività dell’iscrizione ai registri regionali – in cambio di incentivi selettivi - per i lobbisti che intendevano esercitare la propria attività nei confronti di Consiglio (Toscana e Molise) e Giunta (Abruzzo). Il modello di riferimento evidente è la regolazione della Commissione europea, ben nota per trascorse vicende politiche dei proponenti delle leggi regionali toscana e abruzzese, Nencini e Chiavaroli.
E tuttavia vorrei sottolineare come se anche le leggi e i progetti di legge regionali non possono da soli supplire ad una organica disciplina legislativa nazionale in materia, essi dimostrano come la questione del rapporto tra gruppi di pressione e istituzioni politiche sia stata correttamente intesa, nella sua importanza e nelle sue conseguenze, dai sistemi politici regionali, il cui personale politico abbia avuto esperienze all’interno delle istituzioni europee.

Lobbisti, faccendieri e stereotipi. Intervista a Maria Cristina Antonucci. (3/4)

Continua da qui:
[Parte 1: Democrazia, partiti e utilità del lobbismo. Intervista a Maria Cristina Antonucci (1/4)]
[Parte 2: Lobby, Europa e società civile organizzata. Intervista a Maria Cristina Antonucci. (2/4) ]

foto: toolfools.wordpress.com
Roma - Europa, Italia, Regioni. Sono questi i tre piani – come abbiamo fin qui visto, grazie all'aiuto della dottoressa Maria Cristina Antonucci  - ricercatore in Scienze sociali presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) – nei quali si muovono i lobbisti. Dopo aver cercato di approfondirne i rapporti con le istituzioni europee, in questa terza parte dell'intervista cercheremo di “smontare” uno stereotipo tanto utilizzato quanto errato: che i lobbisti siano nient'altro che faccendieri ed intrallazzatori.

Partiti, elezioni e gruppi di pressione. Può l'attività di questi ultimi essere considerata come una forma di democrazia (più) diretta? Forme di organizzazione come i comitati per l'acqua pubblica possono essere considerati già come gruppi di pressione e, in tal senso, lo spostamento degli elettori a forme partecipative di questo tipo può portare – in aggiunta al forte astensionismo elettorale – ad una sorta di “democrazia dei gruppi di pressione”?  

Uno dei paradossi delle democrazie mature contemporanee sembra risiedere proprio nella distonia  tra aumentata richiesta di ulteriori strumenti e percorsi di partecipazione politica (le elezioni primarie  anche in sistemi politici in cui non siano espressamente previste, la partecipazione politica sul web, le consultazioni on-line su temi oggetto di prossime politiche pubbliche) e la crescente defezione rispetto ai tradizionali canali della partecipazione (astensionismo alle elezioni politiche, mancanza di quorum ai referendum, distacco e condanna rispetto all’esperienza dei partiti, quando non delle istituzioni politiche). In questo contesto ogni altra forma di partecipazione associata, come i movimenti collettivi per i beni pubblici (alla cui categoria, piuttosto che a quella delle lobby, ricondurrei i soggetti organizzati per l’acqua pubblica e altri public goods) e come i gruppi di pressione raccolti attorno ad uno specifico interesse, possono rappresentare canali alternativi della partecipazione politica associata, in grado di riattivare la scarsa e poco vivace fiducia collettiva nel sistema politico. Tuttavia, più che riferirmi ad una democrazia dei gruppi di pressione, penso sia preferibile parlare di una democrazia che si apre a nuovi soggetti: nuovi modelli di partiti, come il MoVimento cinque stelle (che si definisce movimento, ma agisce secondo la razionalità propria del partito politico), nuovi movimenti collettivi - differenti rispetto ai movimenti degli anni ‘60-‘80, grazie all’uso professionale delle tecnologie di comunicazione di massa – e molteplici  gruppi di pressione.

Lobby, Europa e società civile organizzata. Intervista a Maria Cristina Antonucci. (2/4)

Continua da qui:
[Parte 1: Democrazia, partiti e utilità del lobbismo. Intervista a Maria Cristina Antonucci (1/4)

foto: paginatre.it
Roma - Seconda parte dell'intervista realizzata con la dottoressa Maria Cristina Antonucci  - ricercatore in Scienze sociali presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), sul fenomeno – tanto chiacchierato quanto sconosciuto – delle lobby. Dopo aver fatto un quadro genderale, cerchiamo di capire come si muovano i gruppi di pressione, analizzando in questa parte dell'intervista il piano europeo.

Parlando di lobbying” abbiamo detto che i lobbisti si muovono sui tre piani: sovranazionale, nazionale e regionale. Partendo dal primo, nello specifico il piano europeo, quali sono state le tappe più importanti del rapporto tra lobbisti e decisori europei?

L’Unione Europea è un sistema politico derivato di secondo livello, che, nel corso degli anni, è arrivato ad assumere un livello di decisioni politiche in grado di generare il contenuto, come è stato stimato, di circa il 70% delle legislazioni nazionali. Tra gli anni 80 e gli anni 90, dentro al sistema europeo è esplosa la Comitatologia, ovvero la possibilità che la Commissione assumesse le proprie decisioni sulla base di una assistenza fornita da Comitati composti da rappresentanti degli Stati membri espressione delle amministrazioni nazionali in grado di rappresentare le posizioni, per distinte materie di competenza, dei governi nazionali in materia di implementazione delle politiche europee. L’assenza di una regolamentazione di ruolo e funzione dei Comitati, almeno fino alla formulazione della decisione Comitatologia 468/1999 (che ha posto dei requisiti di trasparenza e che ha individuato margini di verifica per il Parlamento europeo), ha aperto ampi spazi di manovra per i rappresentanti degli interessi presso la Commissione.

Democrazia, partiti e utilità del lobbismo. Intervista a Maria Cristina Antonucci (1/4)

foto: festivaldellegenerazioni.it
Roma - Questa intervista nasce quasi per caso, quando la dottoressa Maria Cristina Antonucci (nella foto) - ricercatrice in Scienze sociali presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e docente di Sociologia dei fenomeni politici all'Università di Roma Tre - mi ha fatto notare un errore nell'articolo "#Celochiedeleuropa/1. Lobby e Commissione Europea: chi controlla i controllori?". Ne ho dunque approfittato per chiederle di rispondere ad alcune delle mie curiosità, aumentate con la lettura del suo libro “Rappresentanza degli interessi oggi. Il lobbying nelle istituzioni europee e italiane” edito da Carocci Editore nel 2012 su che cosa siano le lobby. Una parola che, come vedremo in questa intervista, viene usata nei media in un modo spesso inesatto.

Perché un libro sul lobbying?

Rappresentanza degli interessi oggi, uscito nel 2012 è frutto di un lavoro di ricerca iniziato nel corso del mio dottorato, alcuni anni prima, e risponde ad alcune esigenze di identificazione e contestualizzazione di un fenomeno sempre meno marginale nel sistema politico italiano. In quest’ultimo contesto, vale la pena ricordare che la scienza politica italiana ha appuntato maggiormente la propria attenzione sul ruolo delle istituzioni politiche e dei partiti politici, marginalizzando - con le eccezioni di autori quali Gianfranco Pasquino, Domenico Fisichella, Luigi Graziano e Liborio Mattina - l’analisi dei gruppi di pressione in Italia e delle relative tecniche di pressione, comunicazione e influenza che costituiscono il lobbying. Inoltre, il fenomeno dei gruppi di pressione e della rappresentanza presso il sistema politico ha assunto una maggiore rilevanza in un contesto in cui i partiti politici, nelle forme assunte nella seconda repubblica declinavano, mentre le istituzioni politiche molto spesso avevano una bassa resa in quanto ad effettività dei processi decisionali.

Perché è importante parlare di lobby?

Molto più mirato ed efficace appare il metodo del lobbying adottato dai gruppi di pressione per favorire esiti decisionali specifici e rapidi, anche quando lo scopo finale è quello di esercitare poteri di veto e bloccare un processo decisionale. La crescente importanza dei gruppi di pressione nei sistemi politici non è un tratto solo italiano. Il lobbying veniva ad essere designato dall’OCSE in un Rapporto del 2007, come una delle modalità emergenti per i gruppi di pressione di intersecare il sistema politico nel contesto dei processi di globalizzazione.

Kidogò - Un bambino soldato

How could you just occupy another child's tear?
["Occupied tears" - Serj Tankian]

clicca sull'immagine per aprire il video

Prodotto nel 2008 dalla Seven Hills Production, “Kidogò – Un bambino soldato” - che vede tra gli sceneggiatori il giornalista Giuseppe Carrisi, giornalista Rai, scrittore e documentarista che da anni si occupa delle problematiche dei Paesi in via di sviluppo, in particolare del continente africano – racconta due storie.

La prima, come evidenziato dalla sinossi, è quella di John Baptist Onama, Presidente onorario dell'associazione Pizzicarms che negli anni '80 è stato un bambino soldato in Uganda, intrecciata con la storia dei circa 300.000 bambini soldato (di cui un terzo nel solo continente africano) che ancora oggi sono costretti a combattere negli oltre 30 conflitti attualmente in corso nel mondo, in una guerra globale contro l'infanzia che nell'ultimo decennio ha ucciso 2.000.000 di bambini, ferendone o invalidandone almeno il triplo.

Una guerra globale necessaria a mantenere la discrepanza tra il Nord sfruttatore (anche di risorse naturali quali petrolio, diamanti e coltan, ottime “conseguenze umanitarie” per muovere guerra) ed il Sud sfruttato, evidenziata dai 750 miliardi di dollari destinati alla lotta alla povertà contro i 1.200 miliardi di dollari che – come racconta Riccardo Troisi – ogni anno vanno a rimpinguare i conti dei signori della guerra, che siano essi sconosciuti trafficanti o conosciutissime industrie come Finmeccanica o Beretta, potenze del business bellico dell'Italia, secondo paese al mondo per la produzione di armi leggere e quarta alla voce “esportazione” ed i cui prodotti finiscono spesso proprio nelle mani di quei bambini soldato.

Il “made in Italy” è anche questo. Una storia – la seconda di questo documentario – da non raccontare, parafrasando Fabrizio De André.

Rio+20, l'inutilità della “Cupula dos Ricos”

foto: classmeteo.wheter.com
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/rio20-linutilita-della-cupula-dos-ricos/28835/

Rio de Janeiro (Brasile), 23 giugno 2012 – A volerlo raccontare con un'immagine, il vertice ufficiale su ambiente e sviluppo che si sta tenendo in Brasile e che si sta concludendo in queste ore è tutto nella dicotomia racchiusa nelle parole di padre Alex Zanotelli, che in questi giorni ha partecipato anche al contro-vertice tenutosi all'Alterro do Flamengo: «Due vertici» - ha scritto il missionario comboniano in una lettera inviata a PeaceLink martedì[1] - «La Cupola dos Povos[2] fatta di indigeni, di poveri, di cittadini, di associazioni. Mentre la “Cupola dos Ricos” è collocata nel cuore della ricchezza di Rio. Una vera e propria apartheid».

Se i significanti sono importanti tanto quanto i significati, dunque, le aspettative dei movimenti sociali si sono rivelate corrette. Ci si aspettava un completo fallimento e questo è arrivato, sotto le spoglie del documento – quarantanove pagine in tutto – di buone intenzioni e nulla più intitolate “Il futuro che vogliamo”.
Molto, comunque, è dipeso dalle assenze – ed anche dalle presenza – al vertice. Mancano infatti sia i presidenti di Stati Uniti e Germania, impegnati nel vertice messicano del G20, sia proposte legalmente vincolanti come convenzioni o trattati. Non c'era, contrariamente a quanto era stato annunciato alla vigilia, Stephan Schmidheney, “benefattore dell'umanità” condannato a sedici anni di carcere per essere stato a conoscenza dei danni dell'amianto e non averli divulgati per non perdere profitto. Al suo posto, comunque, c'erano altre grandi imprese dal profilo notoriamente “verde” quali la Bp, la Shell, la Coca Cola o la Monsanto. Un profilo “verde” come il greenwashing – come evidenzia il Corporate Europe Observatory, presente al vertice proprio per monitorare l'operato delle multinazionali - che ha caratterizzato queste giornate, nelle quali l'unica decisione che sembra realmente importante è quella relativa alla green economy, che in questo vertice è assurta a nuovo giocattolo degli inquinatori mondiali, tanto da essere definita nel documento ufficiale «uno degli strumenti disponibili per raggiungere lo sviluppo sostenibile e per l'adozione di politiche, ma che non deve essere sottoposta a regole rigide». A riprova di questo il diniego alla proposta del G77 – che in realtà racchiude i 130 paesi meno industrializzati – di creare un fondo di 30 miliardi di dollari per finanziare la sostenibilità, così come non una parola è stata inserita in merito al modo con cui si intende eliminare la povertà.

Cupula dos povos, le quattro vie d'uscita dalla crisi

foto: globalproject.info
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/cupula-dos-povos-le-quattro-vie-duscita-dalla-crisi/28800/

Rio de Janeiro (Brasile), 21 giugno 2012 – Ambientale, sociale, di genere, democratica. Sono queste le quattro declinazioni uscite fuori dalla quinta giornata della Cupula dos povos, il contro-vertice dei movimenti sociali che si è tenuta nell'Alterro do Flamengo, in contemporanea con i lavori preparativi del vertice ufficiale di Rio+20, che qualcuno giudica fallimentare solo perché mancano i “grandi” leader come Obama o Angela Merkel, impegnati nel G20 che si sta tenendo in queste ore in Messico pur sapendo che la loro presenza non avrebbe spostato di un millimetro le decisioni del vertice. Tanto è vero che proprio il vertice allargato dei potenti che si sta tenendo a Los Cabos ha stanziato ben 100 miliardi di dollari per i combustibili fossili. Così, tanto per dare fin da subito l'idea di come si muoveranno le discussioni in questi giorni[1].

Per ognuna delle quattro formulazioni della crisi, naturalmente, esiste una questione di giustizia che dovrà ispirare il lavoro dei movimenti sociali di tutto il mondo. Partendo però da due assunti imprescindibili: quello della impossibilità di continuare a muoversi in «un sistema sostenibile con dei politici insostenibili» e quello – che del primo è conseguenza – che la gestione dei beni comuni possa essere fatta solo dalle comunità locali «scardinando il fallimentare meccanismo della rappresentanza impregnata di una corruzione endemica, dentro un sistema culturale fortemente antropocentrico, anche nelle pratiche spesso retoriche, che non tiene in considerazione i diritti naturali», come scrivono Clarissa Sant'ana e Franco Carrassi dell'Art Lab Occupato e Francesca Stanca dell'associazione Ya Basta! per Globlaproject[2].

Per questo i movimenti si sono dati come base da cui ripartire i quattro principi e le quattro virtù teorizzate da Leonardo Boff, cioè il rispetto nei confronti di tutti gli esseri, la cura – intesa come reciprocità in contrasto con il principio di dominazione – la responsabilità universale come processo di consapevolizzazione delle conseguenze degli atti individuali quotidiani nonché la cooperazione e la solidarietà come assunti quotidiani e non solo come comportamenti da tenersi durante periodi di emergenza.
Ospitalità, convivenza e convivialità, tolleranza e commensalismo (il quale intende, tra gli altri, anche il diritto all'accesso al cibo per tutte e tutti) sono le virtù nelle quali poi i principi trovano attuazione.

«Perché non siamo né ospiti, né amministratori del pianeta, noi siamo il pianeta».


Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/06/cupula-dos-povos-vida-nao-se-vende-vida.html;
[2] Cupula dos Povos, quinta giornata: pensare differente per agire differente, di Clarissa Sant'Ana e Franco Carrassi (Art Lab Occupato - Globalproject Parma), Francesca Stanca (Ass. Ya Basta - Globalproject), globalproject.info, 19 giugno 2012

Cupula dos povos: a vida nao se vende, a vida se defende!

foto: asud.net
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/cupula-dos-povos-la-vita-non-si-vende-la-vita-si-difende/28761/

Rio de Janeiro (Brasile), 20 giugno 2012 – Ci sarebbe una interferenza con i sistemi elettronici e le frequenze dell'aeroporto Santos Dummond, situato a due chilometri dall'Alterro do Flamengo dove si sta svolgendo il contro-vertice alla base del tentativo – fallito – dell'Anatel (l'Agenzia nazionale delle telecomunicazioni brasiliana) di chiudere Radio Cupula, la radio comunitaria che fa parte degli organi di informazione ufficiali della Cupula dos Povos, l'incontro dei movimenti sociali che si sta tenendo in questi giorni a Rio de Janeiro in contemporanea con “Rio+20”, il vertice delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo che, come raccontano molti commentatori, si rivelerà come il solito bluff di governi e grandi imprese[1].

Per rendere reale questa interferenza c'è però un problema tecnico: Radio Cupula, infatti, trasmette in bassa frequenza, e dunque le motivazioni vanno cercate da altre parti. Forse – come si lascia sfuggire un poliziotto – nel fastidio che la radio darebbe alla rete televisiva Globo, che si sarebbe voluta accaparrare i “diritti esclusivi” dell'evento.
Dare fastidio, comunque, è esattamente l'idea che i movimenti riuniti in questo tipo di eventi – ormai una tradizione dell'antagonismo mondiale, da Seattle in poi – si sono prefissati.


Gli “indigeribili” beni comuni. L'idea dei movimenti presenti in queste giornate è quella di arrivare a produrre un documento comune – che verrà discusso nell'assemblea plenaria di oggi - da presentare poi al vertice ufficiale delle Nazioni Unite di Riocentro, contenente la ricetta per uscire “dal basso” da questa crisi globale plurima (sociale ed ambientale prima ancora che economico-finanziaria).

Documento comune come i beni, per i quali non è più importante definire gli aspetti più prettamente teorici – cosa significa “bene comune” è entrato ormai da anni nel vocabolario di tutti i movimenti – quanto quelli pratici, relativi alla loro gestione quotidiana e nel lungo periodo.

La prima assemblea, tra le oltre mille iniziative che si sono tenute in questi giorni all'”atterraggio dei fenicotteri” (come è stato chiamato il parco affacciato sulla baia di Guanabara e sul Pan di Zucchero), ha visto l'articolaçao dos povoso indigenos do Brasil (detto anche spazio APIB), al centro del quale ci sono stati gli indigeni, che hanno denunciato sia la loro impossibilità di partecipare al vertice di Riocentro che la necessità di creare un fronte comune tra le varie tribù

Rio+20 e Cupula dos povos, in Brasile si discuteranno i nuovi modelli di sviluppo mondiale

info.abril.com.br
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/rio20-e-cupula-dos-povos-in-brasile-si-discuteranno-i-nuovi-modelli-di-sviluppo-mondiale/28698/

Rio de Janeiro (Brasile), 17 giugno 2012 – Sono iniziati nei giorni scorsi i lavori del PrepCom, il Preparatory Committee al quale è stato affidato il compito di trovare un documento finale da presentare alle delegazioni governative statali che arriveranno a Rio de Janeiro mercoledì, per il vertice delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo presentato con la formula “Rio+20”, per ricordare che proprio questa città ospitò il più che fallimentare vertice del 1992, quando si decise che la Terra sarebbe diventata un posto migliore attraverso politiche più verdi e sostenibili.
A vent'anni di distanza, però, si può sostenere senza tema di smentita che quelle promesse non furono fatte dinanzi ai popoli ma dinanzi a grandi imprese ed istituzioni capitalistiche sovranazionali (così come in quegli anni, ancora oggi i paesi devono sottostare ai dettami del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e del WTO, l'Organizzazione Mondiale del Commercio) che, dietro contenitori apparentemente accettabili quali sviluppo ed economia sostenibili nascondevano la privatizzazione dei servizi essenziali – basti considerare in tal senso la lotta globale per l'acqua, che in Italia vede un referendum in attesa di applicazione – la finanziarizzazione economica e, per riflesso, sociale.

In questi venti anni, infatti, né il clima né i popoli hanno goduto di quelle promesse. Nonostante il Progetto del Millennio dell'Onu in un documento divulgato a dicembre evidenzi come negli ultimi dieci anni la mortalità infantile sia stata ridotta del 30%, con l'aumento della scolarizzazione e la diminuzione dei conflitti armati, «ancora oggi quasi 900 milioni di persone non hanno accesso all'acqua potabile e 2.600 milioni non vivono in condizioni igieniche di base accettabili» così come «più di 900 milioni di persone (il 13% della popolazione globale) vivono in condizioni d'indigenza estrema e appena 17 milioni avranno superato la soglia della povertà nel 2015», come scriveva Frei Betto, tra i principali esponenti della Teologia della Liberazione ed ex assessore del primo governo brasiliano di Luiz Inácio “Lula” da Silva per il programma Fome Zero (Fame Zero).

Fino ad ora, però, i documenti fin qui redatti non sono stati considerati all'altezza delle aspettative, ed è alto il pericolo che quelli che verranno realizzati nei giorni prossimi seguano la stessa via, anche perché nei vari forum ufficiali che si sono tenuti in questi anni la soluzione dei problemi mondiali è stata affidata proprio a chi quei problemi ha concorso ad aumentarli.

Oil for nothing (di Luca Tommasini)

Si chiama “Oil for Nothing” il video realizzato da Luca Tommasini e prodotto dalla Campagna per la riforma della Banca Mondiale sugli impatti delle attività estrattive delle multinazionali nel Delta del Niger. Nonostante le difficoltà legate alla diffusa militarizzazione del territorio, Tommasini è riuscito a raccogliere numerose testimonianze e immagini che evidenziano come il fenomeno del gas flaring (il gas bruciato in torcia collegato all’estrazione del petrolio) e gli sversamenti di greggio comportino degli effetti molto negativi sull’ambiente e sulle comunità locali. Il tutto senza che le oil corporation si curino troppo delle conseguenze nefaste delle loro operazioni.

Sporchi di cioccolato

Arrivano spesso dal Mali, dove vengono acquistati da intermediari che poi – una volta oltrepassato il confine con la Costa d'Avorio – li rivendono per l'equivalente di poche centinaia di euro ai proprietari delle piantagioni di cacao, dove i bambini vengono schiavizzati finché non ripagano un debito che non hanno chiesto di contrarre. Sono loro, bambini di età compresa tra i cinque ed i quindici anni, il gradino inferiore nella scala dello sfruttamento mondiale del mercato del cacao, un mercato dove neanche l'”equo-solidale” sembra essere davvero equo.

Nell'aprile dello scorso anno l'ong canadese Greenpeace fece partire una campagna-shock (denominata “Kit Kat Killer”) contro la multinazionale svizzera Nestlé – la più grande azienda alimentare del mondo – accusata di utilizzare olio di palma proveniente dalla distruzione delle foreste torbiere indonesiane da parte del gruppo Sinar Mas. Questo il video che accompagnava la campagna:

La stessa dinamica di questo video – così come lo stesso obiettivo, la Nestlé – potrebbe essere utilizzata per un'altra, fondamentale, campagna. Quella contro lo sfruttamento del lavoro minorile nelle piantagioni di cacao in Africa, in particolare in Costa d'Avorio, che ne è il principale produttore mondiale (insieme al Ghana copre circa il 60% della richiesta mondiale). «Non sono come i meninos de rua dell'America Latina, che non hanno legami» - dice Alfonso Gonzales, ex direttore di “Terre des Hommes” - «qui dietro un bambino c'è sempre un adulto che li manda per strada a mendicare o a vendere».

Snodo del traffico di esseri umani che interessa il continente africano è il Sahara, dove si incrociano strade e destini dei piccoli maliani venduti in Benin, in Costa d'Avorio o in Ghana e quelle di nigeriani e camerunensi che vanno a lavorare in Libia o in Tunisia prima di tentare il viaggio della speranza nel Mediterraneo.
Sono circa 1,2 milioni i minori che – stando ai dati dell'organizzazione “Save The Children” - ogni anno vengono comprati per essere sfruttati nel mercato della prostituzione (le ragazze) o destinati a lavori più fisici – in particolare nel settore agricolo – i maschi. 5,7 invece, sono i milioni di bambini costretti al lavoro forzato.
A paesi come India, Cina – che guidano la speciale classifica – o Stati Uniti, lo scorso dicembre il Dipartimento del Lavoro americano ne ha dovuti aggiungere ben dodici alla lunga lista dei settanta che ad oggi sfruttano il lavoro minorile: Angola, Repubblica Centroafricana, El Salvador, Etiopia, Lesotho, Madagascar, Mozambico, Namibia, Rwanda, Zambia e Zimbabwe, per un totale di 215 milioni di minori. In alcuni paesi, come la stessa India o il Pakistan, il compito di chi combatte lo sfruttamento minorile è ancora più arduo, dato che questi paesi – non disponendo di una legislazione che fissi l'età minima per andare a lavorare – di fatto non considerano il lavoro minorile come “sfruttamento”.

Particolarmente importante è il lavoro che il Dipartimento e molte organizzazioni umanitarie stanno facendo nell'ambito dello sfruttamento minorile nelle piantagioni di cacao.

Quando la matematica è un'opinione: i casi Bolivia e Venezuela.

Qualche tempo fa il “leader del partito d'opposizione” (e non so quale dei termini mi dia più da riflettere tra “leader” e “opposizione”) Pierluigi Bersani, commentando non so bene quale cosa – ma tanto è indifferente, visto che da circa un ventennio ci sentiamo ripetere sempre le stesse frasi – se ne uscì evidenziando la sua paura che questo paese possa passare dall'incontrastato dominio di Berlusconi (naturalmente reso possibile proprio da quella “opposizione” che Bersani dovrebbe dirigere) a quello di un “Chávez de noantri”, cioè che questo paese passi da un populismo di destra ad uno di sinistra. Certo, se poi si pensa che il nostro ha chiesto ad uno come Nichi Vendola (cioè il “Berlusconi di sinistra”, come egli stesso si è definito in alcune interviste...) di far parte della riesumazione della salma ulivista, ahinoi, c'è poco da stare allegri.

L'ignoranza di Bersani – perché è di questo che si tratta – deriva da due cause fondamentali e concatenate tra loro: l'incapacità dei principali attori del proscenio politico – dell'uno e dell'altro schieramento – di non saper guardare al di là del proprio naso, considerando dunque l'Italia come il fulcro della geopolitica internazionale (scenario decaduto più o meno con la fine del colonialismo...), incapacità che deriva anche dalla malafede – aspetto numero due – dei nostri media, che più di una volta hanno inventato di sana pianta o rivisto in maniera alquanto originale notizie provenienti dall'America Latina. Basti leggere qui: http://www.gennarocarotenuto.it/2719-un-mitomane-a-la-repubblica/ o qui (dove peraltro si smonta il nuovo mito della sinistra radical-chic, cioè Yoani Sánchez): http://www.facebook.com/note.php?note_id=383405658230&id=1005860387&ref=mf, per non parlare della campagna ormai decennale contro Cuba, dove casualmente ci si dimentica sempre che il problema principale per l'isola – indipendentemente da Fidel Castro o dalla Sanchez – è il blocco economico (“El bloqueo”, come viene definito) che le “civili democrazie” di Stati Uniti ed Europa continuano ad osservare. Sapete no? Quella decisione tanto “democratica” grazie alla quale con 12 ore di blocco si cancella la fornitura annua di insulina necessaria a 60.000 persone; 5 ore equivalgono ai dializzatori necessari per un anno; tre giorni equivalgono a togliere la possibilità di stampare i libri di testo o di acquistare il materiale scolastico necessario per tutto l'anno scolastico; e l'elenco potrebbe andare avanti più o meno all'infinito. Ma non è di questo che voglio parlarvi.

Saluteremo il Signor Padrone (che vuole andare in Serbia…)

37497_1446894186163_1647444681_31075044_3970152_n Ma quanto mi piace Marchionne. Quel suo stile “tu vuò fa l’americano”, quel look che lo distingue dagli altri “top-manager” italiani. Sì, Marchionne mi piace davvero. Peccato che sia arrivato tardi: un gran barzellettiere, noi, ce l’abbiamo già e a tempo perso fa anche il Presidente del Consiglio. Perché anche Sergio “l’americano” è un gran barzellettiere, e magari tra qualche anno – una volta scomparso dalle scene il Silvio nazionale – potrebbe anche aspirare a prenderne il testimone in politica, visto che nell’avanspettacolo sono quasi alla pari.

La più bella barzelletta che gli ho sentito raccontare, per adesso – ma aspetto miglioramenti in merito – è stata la famosa “lettera aperta agli operai”: «Scrivere una lettera è una di quelle cose che si fa raramente e solo con le persone alle quali si tiene veramente». Inizia così il suo “appello” all’unità della ditta. Certo, considerando tutti i licenziamenti politici di questi giorni e le migliaia di operai messi in cassaintegrazione e che con la dipartita della FIAT in direzione Kragujevac (Serbia) quel “persone a cui si tiene veramente” mi suona un po’ strano. Ma Marchionne è americano, forse ha problemi con la lingua italiana. Dunque andiamo avanti…Tralasciando quel «vi scrivo da uomo» che mi ricorda tanto un certo calciatore che qualche anno fa si definì «più uomo di tutti voi messi insieme» di fronte ad un’incredula folla di giornalisti per poi fare una figura miserrima nei campionati successivi, mi viene da ridere quando – memore del concetto di “fabbrica come grande famiglia” che andava di moda in Italia qualche decennio fa – fa sapere agli operai che di lì a breve licenzierà che proprio quella lettera è il modo più «diretto ed umano che conosca per dire le cose come stanno». Si vede che io i Padroni non li ho mai capiti, visto che credevo che il metodo più diretto e umano che avessero per dire le cose come stavano fossero sì le lettere, ma quelle di licenziamento! Sul finire della lettera poi, come nelle migliori delle rappresentazioni, arrivano i fuochi d’artificio: «Non abbiamo intenzione di toccare nessuno dei vostri diritti, non stiamo violando alcuna legge o tantomeno, come ho sentito dire, addirittura la Costituzione Italiana». Lo ammetto: questa è davvero buona, quasi quasi è meglio di «stiamo sconfiggendo la criminalità organizzata» che ogni tanto ci sentiamo ripetere dalla Premiata Ditta di Governo…L’invito all’ “onor di bottega”, poi, è squisito: «Questa è una sfida tra noi e il resto del mondo.

Popolo in liquidazione

C’era una volta il popolo viola…
Potremmo iniziarla così, quasi come una favoletta da raccontare ai posteri, la storia di un movimento (?) che faceva della liquidità caratteristica preponderante. No, non quella della società liquida di Zygmunt Baumann, ma quella – più economica – della liquidazione per chiusura locali. Perché alla fine è esattamente questo quello che è successo, no? Il popolo di viola vestito è sceso in piazza per quanto, qualche settimana? Poi basta, auto-accantonatisi non si sa bene per quale motivo. Credo comunque che quello che faccio non poca fatica a chiamare “movimento” – avendo nella memoria ben più noti e forti movimenti degli anni della contestazione – abbia stabilito un nuovo record: quello di organizzazione politica (definizione da prendere con le molle) durata di meno. Neanche le migliaia di tentativi dei partiti della sinistra extraparlamentare di creare un’”area” sono durati così poco!
Eppure siamo di fronte a qualcosa di epocale. Ad una di quelle situazioni che segnerà un “prima” ed un “dopo”: se passerà la nuova filosoFIAT, infatti, lo Statuto dei Lavoratori (che l’Esecutivo, non per caso, vuole rinominare “Statuto dei Lavori”) potrà essere usato a guisa di carta igienica, più o meno come la Costituzione. Perché se passa l’ideologia di Marchionne – che è poi l’essenza stessa del capitalismo più sfrenato – cioè quella per la quale tutto ciò che non riguarda lo stare davanti ad una catena di montaggio diventa un costo insopportabile per l’azienda, quelli che oggi conosciamo come “diritti indisponibili” – cioè quel tipo di diritti che non possono essere né ceduti da chi ne ha la titolarità né possono decadere per non-esercizio – diventeranno diritti “disponibilissimi”. Per il padrone, ovviamente.
Insomma: se non ci fosse la FIOM, saremmo davanti ad una nuova fase taylorista, nella quale oltre a considerare l’operaio come ingranaggio – neanche tanto fondamentale – della macchina produttiva, si cooptano i sottoposti per manifestazioni a favore del padrone.
Fa bene Claudio Fava a chiedersi, dalle pagine de L’Unità di ieri, chi mai potrà ergersi a difensore delle lotte operaie. Perché chi dovrebbe farlo o si gira dall’altra parte appoggiando l’azienda oppure glissa spudoratamente, relegando la questione ad una bagarre da quattro soldi tutta interna alla CGIL ed alla sua “ala estremista” FIOM. Non lo fa il PD, che addirittura invita gli operai ad accettare “il male minore”. Per citare Simone Cristicchi e la sua canzone sanremese ci siamo rotti il pacco di questa storia del “male minore”:

L’editto polacco

Sergio Marchionne è deluso: se Cristo si fermò ad Eboli, l’”american dream” dell’ad Fiat si è fermato davanti ai cancelli di Pomigliano d’Arco. Perché l’Italia non è l’America. Quell’America dove, come dice il partigiano Alfredo Reichlin a Luca Telese che lo ha intervistato per “Il Fatto Quotidiano” (qui l’intervista completa): «Lì [in America] un contratto nazionale non esiste più da anni. E infatti gli accordi portano i nomi delle imprese dove vengono stipulati».

E già, non dev’essere stato certo un bel risveglio per Marchionne la colazione servita dalla Fiom, il sindacato dei metalmeccanici, che si è messa di traverso al tentativo, ormai reiterato, di trasformare gli operai italiani in operai polacchi o cinesi o vietnamiti. Insomma: dei robot. E già, questa non è l’America. Non è l’America dei grandi Padroni aiutati dal potere politico (non quello partitico, che è tutta un’altra cosa…); non è l’America del “lavora, produci, crepa”. Questa è l’Italia, baby! Questo è il paese dei Di Vittorio, dei Trentin e dei tanti sindacalisti che hanno speso una vita per arrivare a far considerare i lavoratori degli esseri umani, e non sarà certo il primo “americanista” d’accatto a distruggere questo sistema.
  • Straordinario obbligatorio da 40 a 120 ore annue con possibilità per l’azienda di comandarlo come 18° turno, nella mezz’ora di pausa mensa, nei giorni di riposo, per recuperi produttivi anche dovuti a non consegna delle forniture;
  • Pause sui montaggi ridotte da 40 a 30 minuti giornalieri;
  • Possibilità di derogare al riposo di almeno 11 ore previste dalla legge da un turno all’altro per il singolo lavoratore;
  • Pagamento del trattamento di malattia contrattualmente previsto a discrezione dell’azienda (per la parte a suo carico);
  • Possibilità di modificare le mansioni del lavoratore senza rispettare il principio dell’equipollenza delle mansioni;
  • Ricorso per due anni alla Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria per ristrutturazione senza rotazione, con obbligo per il lavoratore alla formazione senza integrazione al reddito;
  • Possibilità di licenziamento degli operai che faranno sciopero se il “tasso di assenteismo” dovesse superare la media.
È questa la base dell’ultimatum che l’apparato padronale della casa automobilistica vuole imporre agli operai di Pomigliano e, da lì, estendere a tutti gli operai che lavorano per il Lingotto. Se è vero che i “collaborazionisti” Angeletti e Bonanni hanno ormai preso le parti dei Padroni

A carte scoperte…

C'era una volta...
ah no, ho sbagliato incipit. È che la storia di qualche settimana fa che ha tenuto in scacco tutto il continente – quella relativa alla nube islandese – sembra sempre più essere una di quelle storielline da “c'era una volta”: una favola (o una panzana, dipende dalla raffinatezza intellettuale che le si vuol dare...).
Per chi non lo ricordasse – considerando l'estrema velocità di spostamento di focus dell'informazione attuale – tra aprile e gli inizi di questo mese il vulcano Eyjafjallajökull aveva deciso di far sentire il proprio ruggito mettendosi ad eruttare, causando così il blocco totale dei voli in gran parte dell'Europa. O almeno questo è quello che i media maistream ci hanno raccontato.
Già, perché nonostante non se ne parli più – guarda caso – la BBC ha intervistato un responsabile di Eurocontrol (l'organizzazione internazionale il cui compito è quello di mantenere efficiente il sistema del controllo del traffico aereo sui cieli europei) il quale ha ammesso candidamente che il loro “supercervellone” aveva fatto dei calcoli errati, e che quindi – come la maggior parte delle pre-visioni meteo – anche questa era ricaduta sotto la specifica sezione del “terno al lotto”. Io non sono un esperto di questioni legate al meteo (ed in generale non sono né un grande esperto né un grande appassionato di scienza), e dunque – stando a quanto raccontavano quegli “esperti” che quotidianamente vedevo alternarsi in tv e sui giornali – mi aspettavo qualcosa di molto simile al filone apocalittico della filmografia hollywoodiana, con l’oscuramento dei cieli, piogge di cenere e frattaglie simili, visto che più o meno era questo lo scenario che andavano rappresentando questi “esperti”. Invece il cielo era particolarmente sereno, eccezion fatta – ovviamente – per quelle scie che lasciano spesso gli aerei lungo la propria strada.
No, ferma un attimo: c’è il blocco totale dei voli e io vedo comunque le scie degli aerei? Qui c’è qualcosa che non torna! Anche perché quei piloti dovevano essere alquanto alticci, viste le traiettorie a zig-zag (quando non direttamente circolari…) che facevano fare ai propri velivoli. Ma facciamo un passo indietro, torniamo al novembre dello scorso anno, quando – seppur come breve – campeggiava sui nostri giornali questa notizia:
«Pechino – I meteorologi dell’Ufficio Modificazione del Tempo della capitale cinese hanno “bombardato” le nuvole con 186 dosi di ioduro d’argento per approfittare del brusco calo della temperatura e alleviare la persistente siccità che ha colpito la zona».

Quando il gioco si fa menzogna i giornalisti-giornalisti scendono in campo

«Quando il gioco si fa duro i duri iniziano a giocare», o – nel nostro caso – sarebbe meglio dire: «quando il gioco si fa menzogna i giornalisti-giornalisti scendono in campo». È quello che, si spera, dovrebbe avvenire in una delle tante questioni importanti di questo Paese, e proprio per questo messa a tacere dalla classe politica e da quella giornalistica sua serva. Parliamo delle c.d. “navi dei veleni”, cioè di quell'alternativo modo di smaltire rifiuti tossici portandoli con carrette del mare verso le coste africane (per poi costruirci sopra autostrade, come la Garowe-Bosaso in Somalia) o che vengono fatte appositamente affondare in mare. È una questione aperta più o meno tra la fine di settembre e gli inizi di ottobre, (me ne sono occupato anch'io: http://senorbabylon.blogspot.com/2009/10/scorie-perdere.html), quando a Cetraro (Cosenza) una nave dalla quale spuntavano 120 fusti di materiale non identificato, e quelli che sembravano essere due teschi, venne fatta passare per un relitto dell'epoca della II Guerra Mondiale. Peccato che, stando ai documenti, quel relitto si trovi da tutt'altra parte. La ministra per l'ambiente Stefania Prestigiacomo ed il Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso (che fino a quel momento aveva avuto tutta la mia stima) si affrettarono a dire che quella nave stava lì da ormai molti anni.

Dicevo che quando il gioco diventa menzogna, qualcuno deve andare a caccia della verità. Quel qualcuno si chiama Gianni Lannes, è un “signor” giornalista, uno davvero capace in quel che fa. E per questo nessuno gli dà retta. Ma d'altronde siamo in Italia, paese in cui più sei incapace e più in alto stai nella scala gerarchica. Comunque: tra un'intimidazione e l'altra, Lannes ha fatto quel che ogni bravo giornalista farebbe: mettere la menzogna – rappresentata dalla ministra – di fronte alla verità con un confronto pubblico. Non potendo riportare il testo della notizia, vi ci rimando direttamente.


http://www.italiaterranostra.it/?p=4045

credo, anzi, sono convinto che la ministra non accetterà. Ma visto che c'è ancora tempo vediamo cosa succede...

Terroristi sulla rotta Bhopal - Porto Marghera?


Strana parola terrorista. Strana parola perché ognuno ne fa un po' quel che vuole. Hai un'idea che sia contraria al sentire comune? Sei un terrorista! Ti poni il problema di mettere in dubbio le verità ufficiali? Sei un terrorista, e non sia mai che quelle false verità che metti in dubbio vadano a toccare i sancta sanctorum del Sistema, perché in quel caso non solo sei un terrorista, ma anche della specie peggiore!

Ma cosa vuol dire – letteralmente – il termine "terrorista"? Dallo Zingarelli 2007 leggo:

«[f. terroriste, dal lat. tĕrror col suff. -iste '- ista';1975] A s.m. e f. (pl. m. -i) 1 Chi appartiene a gruppi od organizzazioni terroristiche. 2 Durante la Rivoluzione francese, membro del governo del Terrore. B anche agg.: gruppo t.; base, azione t.»

Secondo il dizionario, dunque, è terrorista – prima accezione - chi appartiene a gruppi od organizzazioni terroristiche. Bene, ora quindi dobbiamo definire cosa sono questi “gruppi od organizzazioni terroristiche”. Per farlo, però, dobbiamo spostarci nel tempo e nello spazio. Andiamo in India, 1984.

Bhopal, capitale del Madhya Pradesh. È una splendida città, Bhopal, ha un milione di abitanti, per lo più indù, ma con minoranze musulmane e cristiane.
Mai verificatosi un problema di intolleranza religiosa, a Bhopal, governata nei secoli scorsi da una famiglia dove il potere – di generazione in generazione – passava di madre in figlia.
Forse è per questo che è una città così ospitale. Ha ospitato poeti, semplici viaggiatori, un po' di tutto, insomma.
Ha ospitato anche gli inglesi, e poi i russi. Poi hanno scoperto che i rubli non davano la felicità, e questo è assodato, sul fatto che la diano i dollari c'è ancora da discutere, come dice Marco Paolini nello spettacolo omonimo.

Perché anche a Bhopal, prima o poi, arrivano i dollari. Quelli arrivano ovunque. Ma a sbarcare per primi, a Bhopal, non sono funzionari della Casa Bianca o uomini di qualche istituzione. A sbarcare per prima a Bhopal è la Union Carbide. Ha sede in Virginia, ed è diventata, dopo la seconda guerra mondiale – dove ha partecipato ai lavori per la creazione della bomba atomica – uno dei colossi del settore chimico a livello mondiale, con le sue produzioni di bottiglie di plastica, pvc, pile elettriche e spray, in particolare quelli contro ogni tipo di zanzara. Il ddt, insomma. Ma il ddt fa male, non solo alle zanzare ma anche a chi lo utilizza. Per cui c'è bisogno di creare un ddt human-friendly, un antiparassitario che non uccida anche l'uomo. La Union Carbide inventa il “Sevin”. È grandioso, il “Sevin”, si potrebbe anche mangiare, dicono gli scienziati che l'hanno prodotto. Non fa male, il “Sevin”. Ma quel che serve per produrlo non è così buono, uno in particolare è micidiale: CH3N=C=0 si scrive. Si legge MIC, metilisocianato (o isocianato di metile in italiano). Deriva dalla reazione tra fosgene e monometilammina. Basta entrarne in contatto senza precauzioni adeguate perché questo blocchi i polmoni, bruci i pigmenti e renda ciechi all'istante. Per questo i risultati dei test la Union Carbide non li pubblicherà mai. Non sia mai che qualcuno, in India, dovesse leggerli. Il MIC è un tipo particolarmente sensibile: reagisce con l'acqua e con qualsiasi tipo di sporco, e per questo deve essere tenuto in grandi serbatoi che lo isolino dall'ambiente e a zero gradi. Per evitare rischi, il miglior modo di produrre il MIC è di non avere scorte di magazzino. Stiamo pur sempre parlando di gas, d'altronde.

«La fabbrica sarà sicura come una fabbrica di cioccolato!» dicono dall'ufficio studio della Union Carbide. Talmente sicura che nessuno, dalla Virginia, si preoccupa di avvisare gli indiani di quel che stavano per mettersi in casa. Piccoli dettagli, d'altronde...

I cittadini di Bhopal adorano la Union Carbide. Chi non adorerebbe una società che ti crea in casa nuovi posti di lavoro, che permette ai tuoi diplomati ed ai tuoi laureati di non dover emigrare per lavorare? E poi sono gentili, alla Union Carbide. Regalano addirittura i dolci durante le feste comandate!

La fabbrica è pronta nel 1980, ma i progetti sono pronti da molto tempo prima. Nel 1972, infatti, dopo tre anni di gestazione il progetto di trasformare l'India nel granaio dell'Asia è pronto. Certo, per problemi di budget dalla Virginia hanno provveduto a fare qualche taglio, qua e là. Come i tagli agli standard di sicurezza. Piccoli dettagli anche quelli, d'altronde, per la fabbrica sicura come una fabbrica di cioccolato.
Il progetto della Union Carbide prevedeva che i contadini iniziassero ad occuparsi dei loro campi i maniera completamente diversa da quel che avevano fatto fino ad allora. Bisognava convincerli, soprattutto, dell'utilità degli anti-parassitari chimici. Diciamo che 5000 tonnellate di Sevin all'anno possono essere un buon motivo per giustificare l'esistenza della fabbrica, per cui basta convincere il 10% dei contadini ad acquistare un litro di Sevin ciascuno il gioco è fatto!

Il primo incidente nella fabbrica sicura come una fabbrica di cioccolato avviene nel 1981: Mohammed Asharaf, uno dei migliori tecnici dell'impresa, deve aggiustare una tubatura rotta. Ordinaria amministrazione dunque. In quelle tubature scorre il fosgene, uno dei due componenti che servono per produrre il MIC. Due gocce gli cadono sulla maglietta e, per toglierle, la lava togliendosi la maschera. Non c'è alcun contatto tra le gocce ed il corpo di Mohammed. Sta di fatto che dopo un po' di tempo crolla a terra, inizia a vomitare e non smette più. Muore soffocato dai suoi stessi succhi polmonari. Perché il fosgene è un po' come l'amianto – o forse l'amianto è un po' come il fosgene – killer silenzioso in una guerra chiamata lavoro.

Nel 1982 le vendite di Sevin scendono, delle 5000 tonnellate che era il target annuo necessario a giustificare l'apertura della fabbrica se ne vendono solo 2300 tonnellate. La sede centrale, quella in Virginia, allora decide di fare una cosa che a questo tipo di imprese, a questo tipo di “imprenditori” piace tanto: tagliare. D'altronde, alla Union Carbide, avevano già iniziato a tagliare ai tempi del progetto, perché non continuare in questa meravigliosa prassi? Prima 300 manovali, poi il centro di formazione, poi altri 200 operai, di quelli specializzati. Delle 1000 persone che ci lavoravano all'inizio, dopo tre anni ne era già andata a casa la metà. La chiamano politica per il raggiungimento del profitto. Lo chiamano capitalismo.
Nell'autunno del 1983 vengono disattivati gli impianti di sicurezza. Siccome la produzione è sospesa, che senso ha buttar via soldi per tenere in sicurezza tonnellate e tonnellate di gas tossico? Dopo pochissimo tempo viene spenta anche l'alimentazione al raffreddamento dei tre serbatoi sotterranei in cui sono contenuti i gas nocivi e poi la fiamma pilota del bruciatore che serve a bruciare il gas eventualmente in fuga dagli impianti. Il gas è lasciato in balia dell'arbitrio di Madre Natura, mentre dovrebbe stare, controllato, a zero gradi.

Il 26 ottobre 1984 la fabbrica chiude definitivamente, gli americani si dimenticano di Bhopal. E del gas nei serbatoi. Nelle tre cisterne – numero 611, 612 e 619 – rimangono una sessantina di tonnellate di isocianato: 1 tonnellata nella cisterna 619, 20 nella 612 e 40 tonnellate, la capienza massima, nella cisterna 611. Ogni tanto, però, le tubature devono essere pulite. C'è sempre gas nocivo lì sotto. Gas a cui non piacciono i contatti con l'acqua e lo sporco. Ma non c'è nessun operaio interno che possa farlo. Perché gli operai interni non ci sono più. Tutti licenziati (ovviamente: la produzione è sospesa!).
La Union Carbide decide dunque di mandare due operai di una fabbrica di pile elettriche di sua proprietà, sempre di Bhopal. I due operai non hanno la minima idea di come ci si debba muovere in quella situazione. Loro fabbricano pile! Ricevono però istruzioni: andare lì, pulire bene, togliere tutto lo sporco e il gioco è fatto. Semplice come bere un bicchier d'acqua! E proprio l'acqua sarà nemica dei due operai: una delle saracinesce delle vasche è talmente incrostata di sporco che niente, non ne vuole sapere di aprirsi, e l'acqua necessaria a pulirla non arriva come dovrebbe. Aumenta un po' la pressione dell'acqua, poi un altro po', un altro po' ancora. E l'acqua, che non riesce ad uscire da dove dovrebbe, decide di fare una bella cosa: uscire da un'altra parte. E precisamente dove ci sono i serbatoi. Se al fosgene non piace l'acqua, al contrario, all'acqua deve piacere molto il fosgene, perché il serbatoio che sceglie è il n°611, proprio lui: quello completamente pieno. L'isocianato, reagendo con l'acqua, esplode, raggiungendo una pressione incontenibile. Ci sono le vie di fuga, quelle che dovrebbero servire proprio in questi casi, perché il gas “imbizzarrito” dovrebbe entrare nelle tubazioni che dovrebbero portare alla torre che dovrebbe bruciare il gas fuoriuscito. Appunto: dovrebbe. Dovrebbe essere così se il sistema di sicurezza non fosse stato disattivato. La nuvola prodotta dall'esplosione pesa due volte e mezza l'aria. È composta da MIC, cianuro e monometilammina.
Al pronto soccorso nessuno sa come muoversi, perché le persone che arrivano hanno sintomi diversi. Allora provano a chiamare i loro colleghi di Bombai e qualcuno riesce addirittura a contattare i tecnici americani della Union Carbide. Ma «Spiacenti. Non possiamo rivelare la composizione della nuvola tossica. Non siamo autorizzati a farlo» è quel che si sentono rispondere in India.

I morti, a Bhopal, sono morti perché qualcuno non era autorizzato a salvargli la vita. Magari sapere quelle informazioni, per i medici, sarebbe stato ugualmente inutile, ma forse qualche vita in più sarebbe stato possibile salvarla. Già, le vittime. Quante sono le vittime dell'incidente del 2 dicembre 1984 a Bhopal, in quello che è considerato il peggior disastro industriale della storia? Si dice che nei soli due giorni successivi siano state circa 8.000, ma è difficile trovare cifre certe in un paese dove non c'è anagrafe. Le autorità parlano di “al massimo” 1000 vittime, numero che, confrontato con la popolazione indiana, non può far certo parlare di catastrofe. A più di 20 anni dalla tragedia le vittime sono state più di 22.000 (che era il numero ufficiale agli inizi del nuovo millennio). Perché la tragedia di Bhopal è come il Vietnam, dove l'esfoliante utilizzato dagli americani per trovare i vietcong fa danni ancora oggi, a quasi mezzo secolo di distanza.

La Union Carbide – come ogni buona multinazionale che si rispetti - non ha mai fornito indicazioni tossicologiche utili a trovare la terapia migliore per chi venne colpito da quella nube tossica.
Warren Anderson, presidente della Union Carbide, dopo la tragedia andò in India, dove venne subito arrestato con l'accusa di omicidio. Dopo tre ore era un uomo libero, avendo pagato i 500 dollari di cauzione richiesti.
3.300 milioni di dollari è la richiesta di risarcimento danni, 470 milioni la cifra patteggiata. Cifra che, a Bhopal, stanno ancora aspettando. Alla notizia dell'avvenuto accordo, il titolo della Union Carbide sale in borsa di due punti. Insomma: un modo come un altro per guadagnare sulla vita di altre persone. Ma d'altronde le multinazionali funzionano così, no?

Dal 1984 nessuno ha più toccato la fabbrica “sicura come una fabbrica di cioccolato” - o quel che ne resta – il terreno continua ad essere avvelenato, così come l'acqua. Nel 1999 Greenpeace ha condotto un'analisi del suolo, delle falde idriche e dei pozzi all'interno ed all'esterno dell'impianto: sono state trovate 12 sostanze tossiche e mercurio.
Nel 1999 la Union Carbide diventa proprietà della Dow Chemical, che si è sempre rifiutata di farsi carico delle spese legali, finanziarie e morali dell'avvenuto. La Dow Chemical, tra le altre, è anche la proprietaria degli stabilimenti del petrolchimico di Porto Marghera, anch'esso ereditato dalla Union Carbide. Ma anche questi sono piccoli dettagli...

Warren anderson lasciò la sua carica nel 1986. Dal 1992 sulla sua testa pende un mandato di catura internazionale, e le donne di Bhopal, da quel giorno, ne bruciano le immagini. Lo chiamano terrorista.

Perché chi deliberatamente lascia un gas nocivo alla mercé dell'ambiente, chi – perseguendo la politica del profitto – taglia la sicurezza sui posti di lavoro, a Bhopal come in ogni altra parte del mondo, chi lascia una bomba chimica pronta ad esplodere in mano a povera gente che non sa come trattarla (l'operaio che era andato a pulire le tubazioni verrà dichiarato innocente proprio perché quello non era il suo mestiere), come si chiama se non terrorista?
Approfondimenti:
Cosa possiamo fare:

Shopocalisse e società McDonaldizzata


«Credi di avere tanti giocattoli?» chiede un padre alla propria bambina. «Sì», risponde lei, come se ciò fosse la cosa più naturale del mondo. «E perché hai tanti giocattoli?» continua il padre. «Perché tu e la mamma me li comprate...e perché è Natale!»

Questa è una delle scene in qualche modo più emblematiche di “What would Jesus buy?” (“Cosa comprerebbe Gesù?”), il docu-film proposto da CurrentTv per la sua programmazione natalizia.
Sicuramente un documento che non passa certo inosservato, ma da Morgan Spurlock – che oltre ad esserne il produttore, è anche l'uomo che ha attentato alla propria vita con una dieta a base di McDonald's in “Super size me” - c'era da aspettarselo.

Il documentario (o docu-film, come appunto lo etichettano quelli della rete di Al Gore) segue per un mese il tentativo di redenzione delle masse del Reverendo Billy, al secolo Bill Talen, 58enne attore teatrale che da anni combatte contro le grandi corporation Usa ed il consumismo, vero fattore di identità sociale per l'umanità odierna.
Il Reverendo, come ogni buon reverendo americano che si rispetti, ha anche una Chiesa: la Church of Stop Shopping grazie alla quale, con l'aiuto di sua moglie, alcuni attori ed alcuni religiosi veri (che compongono il coro gospel con il quale si accompagna) combatte dal pulpito – spesso centri commerciali, negozi delle grandi catene americane (Starbucks, Disney, Wal-Mart) – la sua dissacrante guerra per esorcizzare il mito dello shopping sfrenato. Al grido di «Topolino è l'Anti-Cristo» - tanto da averlo anche crocefisso – non è difficile incontrare la sua platinata chioma, o il suo “$aving Bus” lungo la retta via. Quando non è in viaggio, lo si può trovare nella chiesa newyorkese di Saint Marks in the Bowery nell'Est Village, dove le sue prediche – basate principalmente su comandamenti come “il prodotto ha più bisogno di te di quanto tu non abbia bisogno di lui” o “comprare non è poi così interessante come non farlo” - diventano dei veri e propri show (con tanto di esorcismi ai poveri fedeli-spettatori). Il modo di porsi è quello dei veri predicatori americani – o di Beppe Grillo in Italia – pericoloso e al contempo stupefacente cancro americano.

Non è un reverendo vero, naturalmente, ma la maschera di Rev. Billy è utile a combattere le nuove cattedrali del consumo (centri commerciali, ipermercati, catene di negozi etc...), come le ha definite George Ritzer – uno dei massimi esperti di teoria sociale e critico della cultura contemporanea – le quali ci “costringono” a consumare beni e servizi.
Quella religiosa, se ci pensiamo, è un ottima metafora per definire la società moderna, tribalizzata in gruppi dove la differenza etnica non è più definita dal colore della pelle o dal luogo di nascita, ma dal centro commerciale dove si fa la spesa quotidianamente o dalla banca con la quale si ha la carta di credito.
Luci, colori, personaggi sorridenti creano quel mondo – quello da “principessa delle favole Disney” - in cui le grandi corporation ci spingono ogni giorno. E proprio la tanto decantata Disney, gioia delle madri (che possono tenere i propri figli occupati tra Bambi, Alladin e Pocahontas mentre fanno le faccende di casa) e disperazione dei padri (o per meglio dire dei loro portafogli) rappresenta il principale nemico da abbattere in questa crociata del XXI secolo portata avanti – con l'ironia – da personaggi come Rev.Bill e con serietà – sia nei contenuti che nei modi – da persone come Naomi Klein e tutto il movimento anti-globalizzazione.
Perché se la facciata della Disney è quella che tutti conosciamo, quel che c'è dietro è un po' diverso: se a Disneyland non mancano sorridenti riproduzioni plastificate di Topolino, Paperino, il Re Leone, dall'altra parte del globo, in zone come il Vietnam, la Birmania, Haiti, vengono prodotti abiti e gadget vari – questi ultimi spesso associati non per caso ai “gustosi” panini McDonald's – da giovani lavoratrici poco più che 15enni, per qualcosa come 20 centesimi l'ora. Per loro, quello stesso paese incantato nel quale si portano i pargoli rassomiglia più al castello della strega cattiva.

«Sono aziende che sfruttano la manodopera. Non ha senso comprare un regalo di Natale che ha dietro la sofferenza di chi lo ha fabbricato. Quello che è un male per le persone laggiù diventa un male anche per noi. Là è il lavoro schiavistico, qui è il modo in cui decadiamo nel più stupido consumismo, nel rimbambimento da pubblicità e nella depoliticizzazione. Vaghiamo come turisti nella nostra stessa vita», dice Rev. Billy.

«Questo è un posto abusivo. È atterrato nel quartiere come un alieno venuto dallo spazio con la sua falsa aria bohemien e il latte fresco geneticamente modificato. Ma la buona novella è che non abbiamo bisogno di tutto ciò», osò dire una volta nel tentativo di esorcizzare la cassa di uno Starbucks, il gigante del caffellatte e derivati made in Usa che, per far fronte alle sue incursioni, ha creato – insieme alle altre sue vittime – un memorandum ufficiale, da distribuire ai suoi dipendenti, dal titolo “Che cosa fare se Reverendo Billy compare alle casse”, che Talen ha reputato così autopromozionale da appropriarsene per un suo libro (questa è forse la “pecca” principale del rev: quella di produrre libri e dvd delle sue imprese, ma è pur sempre un attore, non gli si può certo chiedere di campare con le offerte dei fedeli. D'altronde è la stessa tecnica del “nuovo santone dell'Antisistema” italiano, cioè Beppe Grillo...)

Se i modi sono pittoreschi – d'altronde stiamo sempre parlando di un attore – il suo messaggio è decisamente serio, ed è ormai sostenuto da un gran numero di persone. Una volta, nel periodo immediatamente successivo alla battaglia di Seattle del 1999 – data in cui ricade “ufficialmente” la nascita dei primi movimenti anti-globalizzazione – chi si prodigava in queste opere di redenzione veniva etichettato come un no-global (che, grazie al circuito mediatico mainstream – al cui vertice ci sono quegli stessi uomini e quelle stesse imprese multinazionali – sono entrati ormai nell'immaginario comune come meri terroristi spacca-vetrine). Oggi, invece, si può tranquillamente parlare di cittadinanza informata.

Come viene esplicitamente detto nel docu-film, nessuno vuole la morte del consumo, d'altronde non stiamo certo parlando di dinosauri, ma un consumo diverso, critico e ponderato, con un ritorno ad un consumo dal volto umano, per così dire. Cosa significa questo? Innanzitutto tentare di far girare l'economia intorno al luogo in cui si vive, ad esempio facendo sì che i profitti americani rimangano in America, che quegli italiani rimangano nel nostro paese e così via, permettendo così al paese di avere tutto ciò di cui ha bisogno, eliminando al contempo il concetto stesso di “azienda multinazionale".
Una sorta di autarchia, insomma. Quella stessa autarchia che permetterebbe così a me – consumatore italiano – sia di sapere, magari anche tramite la conoscenza diretta, chi produce ciò che mangio, di cui mi vesto o che adopero, e sia di evitare di far entrare nel mio paese produzioni pericolose (il caso del latte avvelenato prodotto in Cina, con tutto ciò che avrebbe potuto comportare una sua commercializzazione su scala mondiale credo sia ancora nell'immaginario dei più).

Disobbedienza commerciale. Potremmo definirla così l'opera messianica di Rev.Billy e dei tanti che – come il sottoscritto – credono che un altro consumo sia possibile, parafrasando lo slogan più famoso del movimento no-global.

Disobbedienza che, nel caso di Bill Talen, è resa possibile anche grazie a nuovi modi di comunicare, come il cultural jamming, il guerrilla marketing ed i flash mob, fenomeni spesso creati da quegli stessi Padroni della Società dell'Opulenza contro i quali tali metodi si abbattono.

Un flash mob è una aggregazione spontanea di persone, organizzata in rete, che si incontrano da qualche parte per inscenare qualcosa prima di dileguarsi rapidamente (come fanno Rev.Billy e i suoi aiutanti). Organizzandosi tramite i nuovi mezzi di comunicazione – sms, e-mail, social network – queste persone decidono un punto in cui ritrovarsi per fare qualcosa di cui, solitamente, conoscono i dettagli poco tempo prima di iniziare. Tra i più famosi flash mobs ci sono il pillow fight (la battaglia di cuscini) e lo zombie walk (dove le persone si comportano – anche usando abbigliamento e trucco – da zombie), ma chiunque abbia un'idea su cosa fare con un'imprecisata massa di persone può dare il via ad un flash mob. È stato inizialmente utilizzato come forma di promozione virale dalle grandi aziende (come il flash mob targato Nokia alla salaborsa di Bologna), ma si è presto sottratto al giogo del suo creatore per diventare – anche – fenomeno politico. Nel film “Battle to Seattle” - sulla nascita del movimento no-global – il flash mob viene contestualizzato in chiave politica, tramite il blocco del traffico creando dei cerchi di persone agli incroci delle strade per arrivare al luogo dove si riuniva il WTO.

Con il termine guerrilla marketing – introdotto da Jay Conrad Levinson nel 1982 - si intende quella tattica di comunicazione che punta tutto sull'impatto, giocando quindi sulle corde emotivo-cognitive dell'utenza finale. Lo scopo di un'operazione di guerriglia marketing è quella di inoculare nel sistema virus in grado di moltiplicarsi nella mente dei consumatori. Proprio per questo – appunto – ha bisogno di un forte impatto (e quindi di un modo di comunicare originale), perché la sorpresa e lo spiazzamento ingenerati nel consumatore generano passaparola, ed il passaparola è il mezzo di trasmissione del virus. Proprio per questo la guerriglia viene fatta in luoghi e posti dove l'advertising consciousness (cioè la consapevolezza di trovarsi di fronte ad un fenomeno pubblicitario) è più bassa. Essendo una tecnica di guerriglia – cioè di un tipo di lotta armata tra un esercito regolare e piccole formazioni irregolari – è a basso budget, proprio perché i guerriglieri, come d'altronde insegnano i libri di storia, dispongono di risorse (sia economiche che militari) inferiori rispetto all'esercito che fronteggiano. Per questo – così come la guerriglia militare – il guerrilla marketing si sviluppa con attacchi brevi ed improvvisi (i sabotaggi e le imboscate della guerriglia propriamente detta). In termini di contro-guerriglia, e quindi in funzione “anti-multinazionale” o comunque anti-consumistica, si basa sulla distruzione semantica dei brand values, cioè di quei valori (anche “etico-morali”) di cui il brand – la marca - si fa portatore sano.
Avendo come obiettivo specifico la sfera psicologica, la buona riuscita di un'operazione di guerrilla marketing dipenderà dall'efficacia della narrazione, cioè della “sceneggiatura” (con tanto di definizione dei personaggi e delle ambientazioni) dell'azione di guerriglia. Più essa sarà efficace, infatti, più riuscirà a coinvolgere l'utente finale (che si chiami poi consumatore, spettatore o altro è irrilevante), al quale rimarrà più facilmente in memoria ciò a cui ha assistito, che è lo scopo di questo tipo di marketing virale (perché se ti rimane in memoria vuol dire che sei in grado di raccontarlo ad altri, producendo così quel fenomeno di passaparola sul quale si basa questa azione).

Se il guerrilla marketing pone l'accento sulla forza della sua sceneggiatura, di contro il culture jamming – o cultural jamming (“sabotaggio culturale” in italiano) – si prefigge lo scopo di porre il consumatore di fronte alla pervasività dei messaggi pubblicitari veicolati dai mass media tramite la de-costruzione dei testi, la de-testualizzazione di parti di quei messaggi, per inserirli poi in contesti semantici completamente diversi, dove il risultato – cioè i valori del messaggio – risultino mutati o, come nella maggior parte dei casi, addirittura capovolti. Il termine culture jamming è stato ideato dalla band musicale plagiarista (non c'è bisogno di spiegare cosa significhi) Negativeland nel 1983. Attraverso il paradosso, l'alterazione semantica, l'ironia, il sabotatore culturale crea una discrasia tra i valori originari del brand e i valori percepiti dal consumatore. Ed è proprio in questo gap che si gioca la riuscita o meno del sabotaggio. «Lo scopo di tale azione» si legge su Adbusters.it, il sito del gruppo canadese di cultural jammers più importante «è quello di evidenziare le strutture del potere e valori socialmente, ecologicamente e culturalmente negativi che si annidano nel mondo della comunicazione e in particolare nei messaggi pubblicitari delle grandi corporations globali».
L'idea alla base del sabotaggio culturale è quella di far prendere coscienza al consumatore, svegliandolo – come fa Rev. Billy con i suoi sermoni ed i suoi esorcismi – dalla situazione di consumatore passivo, trasformandolo in un consumatore attento e critico, che si tratti di consumi commerciali (quelli combattuti dal reverendo) o mediatici (quelli a cui si rivolge più propriamente questo tipo di azione comunicativa).

Non è necessario possedere uno spirito guerrigliero per evitare un mondo a misura di McDonald's, basta capire che il consumo può essere inteso come un'azione di natura politica, e – come tale – deve essere fatto in maniera critica (così come, in maniera critica, ci si avvia alle urne). Altrimenti la Shopocalisse si abbatterà su di noi!