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Rio+20, l'inutilità della “Cupula dos Ricos”

foto: classmeteo.wheter.com
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Rio de Janeiro (Brasile), 23 giugno 2012 – A volerlo raccontare con un'immagine, il vertice ufficiale su ambiente e sviluppo che si sta tenendo in Brasile e che si sta concludendo in queste ore è tutto nella dicotomia racchiusa nelle parole di padre Alex Zanotelli, che in questi giorni ha partecipato anche al contro-vertice tenutosi all'Alterro do Flamengo: «Due vertici» - ha scritto il missionario comboniano in una lettera inviata a PeaceLink martedì[1] - «La Cupola dos Povos[2] fatta di indigeni, di poveri, di cittadini, di associazioni. Mentre la “Cupola dos Ricos” è collocata nel cuore della ricchezza di Rio. Una vera e propria apartheid».

Se i significanti sono importanti tanto quanto i significati, dunque, le aspettative dei movimenti sociali si sono rivelate corrette. Ci si aspettava un completo fallimento e questo è arrivato, sotto le spoglie del documento – quarantanove pagine in tutto – di buone intenzioni e nulla più intitolate “Il futuro che vogliamo”.
Molto, comunque, è dipeso dalle assenze – ed anche dalle presenza – al vertice. Mancano infatti sia i presidenti di Stati Uniti e Germania, impegnati nel vertice messicano del G20, sia proposte legalmente vincolanti come convenzioni o trattati. Non c'era, contrariamente a quanto era stato annunciato alla vigilia, Stephan Schmidheney, “benefattore dell'umanità” condannato a sedici anni di carcere per essere stato a conoscenza dei danni dell'amianto e non averli divulgati per non perdere profitto. Al suo posto, comunque, c'erano altre grandi imprese dal profilo notoriamente “verde” quali la Bp, la Shell, la Coca Cola o la Monsanto. Un profilo “verde” come il greenwashing – come evidenzia il Corporate Europe Observatory, presente al vertice proprio per monitorare l'operato delle multinazionali - che ha caratterizzato queste giornate, nelle quali l'unica decisione che sembra realmente importante è quella relativa alla green economy, che in questo vertice è assurta a nuovo giocattolo degli inquinatori mondiali, tanto da essere definita nel documento ufficiale «uno degli strumenti disponibili per raggiungere lo sviluppo sostenibile e per l'adozione di politiche, ma che non deve essere sottoposta a regole rigide». A riprova di questo il diniego alla proposta del G77 – che in realtà racchiude i 130 paesi meno industrializzati – di creare un fondo di 30 miliardi di dollari per finanziare la sostenibilità, così come non una parola è stata inserita in merito al modo con cui si intende eliminare la povertà.

Cupula dos povos, le quattro vie d'uscita dalla crisi

foto: globalproject.info
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Rio de Janeiro (Brasile), 21 giugno 2012 – Ambientale, sociale, di genere, democratica. Sono queste le quattro declinazioni uscite fuori dalla quinta giornata della Cupula dos povos, il contro-vertice dei movimenti sociali che si è tenuta nell'Alterro do Flamengo, in contemporanea con i lavori preparativi del vertice ufficiale di Rio+20, che qualcuno giudica fallimentare solo perché mancano i “grandi” leader come Obama o Angela Merkel, impegnati nel G20 che si sta tenendo in queste ore in Messico pur sapendo che la loro presenza non avrebbe spostato di un millimetro le decisioni del vertice. Tanto è vero che proprio il vertice allargato dei potenti che si sta tenendo a Los Cabos ha stanziato ben 100 miliardi di dollari per i combustibili fossili. Così, tanto per dare fin da subito l'idea di come si muoveranno le discussioni in questi giorni[1].

Per ognuna delle quattro formulazioni della crisi, naturalmente, esiste una questione di giustizia che dovrà ispirare il lavoro dei movimenti sociali di tutto il mondo. Partendo però da due assunti imprescindibili: quello della impossibilità di continuare a muoversi in «un sistema sostenibile con dei politici insostenibili» e quello – che del primo è conseguenza – che la gestione dei beni comuni possa essere fatta solo dalle comunità locali «scardinando il fallimentare meccanismo della rappresentanza impregnata di una corruzione endemica, dentro un sistema culturale fortemente antropocentrico, anche nelle pratiche spesso retoriche, che non tiene in considerazione i diritti naturali», come scrivono Clarissa Sant'ana e Franco Carrassi dell'Art Lab Occupato e Francesca Stanca dell'associazione Ya Basta! per Globlaproject[2].

Per questo i movimenti si sono dati come base da cui ripartire i quattro principi e le quattro virtù teorizzate da Leonardo Boff, cioè il rispetto nei confronti di tutti gli esseri, la cura – intesa come reciprocità in contrasto con il principio di dominazione – la responsabilità universale come processo di consapevolizzazione delle conseguenze degli atti individuali quotidiani nonché la cooperazione e la solidarietà come assunti quotidiani e non solo come comportamenti da tenersi durante periodi di emergenza.
Ospitalità, convivenza e convivialità, tolleranza e commensalismo (il quale intende, tra gli altri, anche il diritto all'accesso al cibo per tutte e tutti) sono le virtù nelle quali poi i principi trovano attuazione.

«Perché non siamo né ospiti, né amministratori del pianeta, noi siamo il pianeta».


Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/06/cupula-dos-povos-vida-nao-se-vende-vida.html;
[2] Cupula dos Povos, quinta giornata: pensare differente per agire differente, di Clarissa Sant'Ana e Franco Carrassi (Art Lab Occupato - Globalproject Parma), Francesca Stanca (Ass. Ya Basta - Globalproject), globalproject.info, 19 giugno 2012

Cupula dos povos: a vida nao se vende, a vida se defende!

foto: asud.net
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Rio de Janeiro (Brasile), 20 giugno 2012 – Ci sarebbe una interferenza con i sistemi elettronici e le frequenze dell'aeroporto Santos Dummond, situato a due chilometri dall'Alterro do Flamengo dove si sta svolgendo il contro-vertice alla base del tentativo – fallito – dell'Anatel (l'Agenzia nazionale delle telecomunicazioni brasiliana) di chiudere Radio Cupula, la radio comunitaria che fa parte degli organi di informazione ufficiali della Cupula dos Povos, l'incontro dei movimenti sociali che si sta tenendo in questi giorni a Rio de Janeiro in contemporanea con “Rio+20”, il vertice delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo che, come raccontano molti commentatori, si rivelerà come il solito bluff di governi e grandi imprese[1].

Per rendere reale questa interferenza c'è però un problema tecnico: Radio Cupula, infatti, trasmette in bassa frequenza, e dunque le motivazioni vanno cercate da altre parti. Forse – come si lascia sfuggire un poliziotto – nel fastidio che la radio darebbe alla rete televisiva Globo, che si sarebbe voluta accaparrare i “diritti esclusivi” dell'evento.
Dare fastidio, comunque, è esattamente l'idea che i movimenti riuniti in questo tipo di eventi – ormai una tradizione dell'antagonismo mondiale, da Seattle in poi – si sono prefissati.


Gli “indigeribili” beni comuni. L'idea dei movimenti presenti in queste giornate è quella di arrivare a produrre un documento comune – che verrà discusso nell'assemblea plenaria di oggi - da presentare poi al vertice ufficiale delle Nazioni Unite di Riocentro, contenente la ricetta per uscire “dal basso” da questa crisi globale plurima (sociale ed ambientale prima ancora che economico-finanziaria).

Documento comune come i beni, per i quali non è più importante definire gli aspetti più prettamente teorici – cosa significa “bene comune” è entrato ormai da anni nel vocabolario di tutti i movimenti – quanto quelli pratici, relativi alla loro gestione quotidiana e nel lungo periodo.

La prima assemblea, tra le oltre mille iniziative che si sono tenute in questi giorni all'”atterraggio dei fenicotteri” (come è stato chiamato il parco affacciato sulla baia di Guanabara e sul Pan di Zucchero), ha visto l'articolaçao dos povoso indigenos do Brasil (detto anche spazio APIB), al centro del quale ci sono stati gli indigeni, che hanno denunciato sia la loro impossibilità di partecipare al vertice di Riocentro che la necessità di creare un fronte comune tra le varie tribù

Rio+20 e Cupula dos povos, in Brasile si discuteranno i nuovi modelli di sviluppo mondiale

info.abril.com.br
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Rio de Janeiro (Brasile), 17 giugno 2012 – Sono iniziati nei giorni scorsi i lavori del PrepCom, il Preparatory Committee al quale è stato affidato il compito di trovare un documento finale da presentare alle delegazioni governative statali che arriveranno a Rio de Janeiro mercoledì, per il vertice delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo presentato con la formula “Rio+20”, per ricordare che proprio questa città ospitò il più che fallimentare vertice del 1992, quando si decise che la Terra sarebbe diventata un posto migliore attraverso politiche più verdi e sostenibili.
A vent'anni di distanza, però, si può sostenere senza tema di smentita che quelle promesse non furono fatte dinanzi ai popoli ma dinanzi a grandi imprese ed istituzioni capitalistiche sovranazionali (così come in quegli anni, ancora oggi i paesi devono sottostare ai dettami del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e del WTO, l'Organizzazione Mondiale del Commercio) che, dietro contenitori apparentemente accettabili quali sviluppo ed economia sostenibili nascondevano la privatizzazione dei servizi essenziali – basti considerare in tal senso la lotta globale per l'acqua, che in Italia vede un referendum in attesa di applicazione – la finanziarizzazione economica e, per riflesso, sociale.

In questi venti anni, infatti, né il clima né i popoli hanno goduto di quelle promesse. Nonostante il Progetto del Millennio dell'Onu in un documento divulgato a dicembre evidenzi come negli ultimi dieci anni la mortalità infantile sia stata ridotta del 30%, con l'aumento della scolarizzazione e la diminuzione dei conflitti armati, «ancora oggi quasi 900 milioni di persone non hanno accesso all'acqua potabile e 2.600 milioni non vivono in condizioni igieniche di base accettabili» così come «più di 900 milioni di persone (il 13% della popolazione globale) vivono in condizioni d'indigenza estrema e appena 17 milioni avranno superato la soglia della povertà nel 2015», come scriveva Frei Betto, tra i principali esponenti della Teologia della Liberazione ed ex assessore del primo governo brasiliano di Luiz Inácio “Lula” da Silva per il programma Fome Zero (Fame Zero).

Fino ad ora, però, i documenti fin qui redatti non sono stati considerati all'altezza delle aspettative, ed è alto il pericolo che quelli che verranno realizzati nei giorni prossimi seguano la stessa via, anche perché nei vari forum ufficiali che si sono tenuti in questi anni la soluzione dei problemi mondiali è stata affidata proprio a chi quei problemi ha concorso ad aumentarli.

Export di armi, i conti non tornano


Roma - Il Consiglio dell'Unione Europea ed il Parlamento europeo l'hanno inserito sulla Gazzetta Ufficiale all'ultimo momento utile e senza troppa pubblicità, come fosse un semplice atto burocratico come gli altri, eppure la “XIII Relazione annuale sul controllo delle esportazioni di tecnologia e attrezzature militari”[1] meriterebbe forse qualche attenzione in più, in particolare sulle cifre.

Armi e diritti umani. Nonostante una diminuzione del 21 per cento, le autorizzazioni (licenses) all'esportazione di materiali militari hanno raggiunto la cifra di 31,7 miliardi di euro. Sono stati principalmente i paesi dell'Unione Europea a permettere la diminuzione, passando dagli oltre 13 miliardi di euro del 2009 ai circa 9 del 2010 a seguito della crisi economica, che ha portato alcuni paesi europei a ridurre il budget nel campo militare. Di queste, poco meno della metà (48,8 per cento, pari a 15,5 miliardi di euro) sono state inviate verso i paesi del Sud del mondo.

È sulla questione “diritti umani”, comunque, che l'Unione Europea chiede di porre l'attenzione, chiedendo ai singoli stati di “valutare la posizione del paese destinatario in rapporto ai pertinenti principi stabiliti dagli strumenti internazionali in materia di diritti umani”, in particolare – continua il report – bisognerebbe porre l'accento sulle autorizzazioni verso quei paesi che, durante l'anno appena concluso, sono state teatro di sollevazioni popolari come l'Arabia Saudita (2,4 miliardi di euro), l'Oman (1,16 miliardi), l'Algeria (933 milioni), la Libia (293 milioni), l'Egitto (211 milioni) e il Bahrain (56 milioni).

Dati non dati. Il report si concentra anche su un altro – e forse ancor più interessante – aspetto. «I totali della “riga C” (le consegne)» - sostiene il report - «non riflettono le effettive esportazioni di armamenti dell'Unione». Paesi come Grecia, Danimarca, Germania e Regno Unito infatti da alcuni anni non forniscono più i dati. Una mancanza sospetta in particolare per questi ultimi due paesi, tra i maggiori esportatori europei e internazionali di sistemi militari.

Tra le “anomalie” non poteva mancare l'Italia. Mentre il paese si interroga sull'utilità – economica e sociale – dell'acquisto degli F-35[2] infatti, i dati ufficiali forniti dalla nostra Presidenza del Consiglio parlano di un valore di 2.754 milioni di euro – cifra in linea con quanto veniva dichiarato negli anni precedenti - ma ha segnalato all'Unione Europea esportazioni per soli 615 milioni di euro.

«Considerate queste reiterate mancanze» - scrive Giorgio Beretta sul sito unimondo.org - «la Relazione dell'Unione Europea sulle esportazioni militari appare oggi, a tredici anni dall'entrata in vigore del Codice di Condotta, un documento pressoché inservibile per poter analizzare con precisione le effettive esportazioni di armamenti dei paesi dell'Unione. Occorre ormai chiedersi se queste più che carenze e anomalie non siano invece un subdolo e reiterato boicottaggio dell'unico documento ufficiale dell'Unione che dovrebbe essere in grado di esplicitare con precisione informazioni di ampio interesse che concernono la politica estera e di difesa dei paesi europei».SB

Note
[1] XIII Relazione annuale sul controllo delle esportazioni di tecnologia e attrezzature militari, Gazzetta ufficiale dell'Unione Europea. 30 dicembre 2011;
[2] Taglia le ali alle armi!, Rete Italiana per il Disarmo, 21 settembre 2011;

Gita "no Tav" con polemica

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foto: Stefano Trucco
Chiomonte (Torino) – Portare in gita due scolaresche e ritrovarsi denunciati. È quanto accaduto lo scorso 23 dicembre a due insegnanti di religione del liceo “Lorenzo Federici” di Trescore Balneario, nel bergamasco, che hanno scelto un luogo decisamente insolito per la gita: quella Val di Susa dove da tempo la cittadinanza resiste ad un progetto, quello della Tav, da più parti definito come inutile, eccessivamente costoso e, soprattutto, nocivo per la salute.

Ma il PD non ci sta. O, per meglio dire, è di un esponente del Partito Democratico – Stefano Esposito, convinto sostenitore della Tav così come gran parte del suo partito – la polemica più feroce. In una lettera al ministro dell'Istruzione, infatti, l'esponente democratico si è detto “sconcertato” dal fatto che sia stata autorizzata una gita didattica «in un luogo dove da mesi si commettono reati». Ad “aggravare” la situazione, probabilmente, anche il fatto che la guida scelta non fosse esattamente un esponente di quel “partito della par condicio” ormai da anni diventata riferimento di una parte della politica nazionale (e dunque locale) come Guido Fissore, attivista no-Tav e consigliere comunale a Villar Focchiardo. «Portare degli studenti, peraltro minorenni, a violare un'ordinanza prefettizia e ad ascoltare “sermoni” contro lo Stato non ha nulla a che vedere con l'approfondimento del fenomeno sociale e politico dell'opposizione alla Tav» - è il fulcro della tesi di Esposito, che ha anche accusato i due docenti di aver “strumentalizzato” le scolaresche.

Dall'istituto, invece, difendono l'operato dei due docenti. «È giusto far capire ai ragazzi quello che succede. La scuola non può essere slegata dalle notizie». I due insegnanti hanno, semplicemente, fatto quello che l'insegnamento imporrebbe: non solo tenere i ragazzi sui libri riempiendogli la testa con nozioni teoriche, ma anche – e soprattutto – insegnare ai ragazzi ad essere cittadini. E dunque portarli in uno dei luoghi che da mesi, e per mesi, ha trovato spazio nelle cronache deve essere stata una conseguenza logica. Interessante, peraltro, sarebbe capire se la meta sia effettivamente stata decisa dagli insegnanti o se – come spesso capita – i ragazzi abbiano chiesto una “deviazione” dal percorso originario.

Un'altra cosa interessante – che si trova facilmente navigando in rete – è che nei giorni scorsi proprio Esposito (di cui Dario Ferri su “Giornalettismo.com” tratteggia una brevissima biografia politica[1]) abbia partecipato ad un dibattito con gli studenti di Pinerolo per spiegare e confrontarsi sulle ragioni di chi è a favore o contrario alla Tav, non facendoci esattamente una gran figura.

La domanda, a questo punto, è spontanea: se invece che portati in gita nella parte “no Tav” della Valle di Susa la scolaresca fosse stata portata ad ascoltare un “sermone” di qualche amministratore delegato o di qualche dirigente delle aziende “sì Tav”, la reazione politica sarebbe stata la stessa?SB


Note
[1] Quel bulletto del deputato Pd, Dario Ferri, Giornalettismo.com, dicembre

Chiude il "giardino di casa" degli Stati Uniti. Nasce la Celac



Caracas (Venezuela) – 33 i paesi che ne fanno parte, per un “bacino di utenza” di circa 550 milioni di abitanti ed un prodotto interno di 6,3 bilioni di dollari. È questo il “biglietto da visita” della Celac, la Comunità dei paesi dell'America Latina e dei Caraibi formatasi ufficialmente nella capitale venezuelana nell'ambito del progetto di totale emancipazione dei paesi dell'America Latina dal controllo – più o meno esplicito e legale – degli Stati Uniti. Il “giardino di casa degli Stati Uniti” è stato ufficialmente chiuso. Per sempre?

L'obiettivo – dichiarato – del nuovo organismo è quello di dar vita ad un'organizzazione regionale alternativa all'Organizzazione degli Stati Americani (l'Osa), considerata da molti nient'altro che il prolungamento delle politiche di Washington.

L'idea parte da lontano, precisamente dagli anni '80, quando i ministri degli esteri di Venezuela, Panama, Messico e Colombia crearono il Gruppo di Contadora con lo scopo di porre fine ai conflitti armati (in particolare a quello dei “contras” in Nicaragua) che infuocavano l'area. Da lì, nel corso degli anni, il gruppo si è via via allargato ai paesi che uscivano dalle dittature militari (in molti casi appoggiate in maniera più o meno diretta dagli Stati Uniti) fino ad arrivare – l'anno è il 1986 – al cosiddetto “Gruppo di Rio”. «Con l'integrazione dei paesi anglo-carabibici» - ha sottolineato Álvaro Colom Caballeros, presidente social-democratico del Guatemala - «si creerà uno spazio di dialogo politico più ampio». Tra i sicuri leader del nuovo organismo il presidente venezuelano Hugo Rafael Chávez Frías, sempre più avviato a raccogliere (o quanto meno a tentare di raccogliere) l'eredità di Simón Bolívar, “padre ideologico” degli ultimi movimenti politici nell'area. «Questo è il risultato dopo duecento anni di battaglia. Qui era stata imposta la dottrina Monroe: l'America agli americani, ossia agli Yankee. Hanno imposto il loro volere per duecento anni, ma ora è abbastanza».
È chiaro, dunque, che Stati Uniti e Canada non saranno né i benvenuti né invitati. «È tempo di avere un forum che sia più nostro, più vicino alla nostra realtà, senza un'influenza a favore del Nordamerica», ha dichiarato il presidente ecuadoriano Rafael Correa Delgado, a cui ha fatto eco il messicano Felipe Calderón Hinojosa, che nel discorso con cui si sono aperti i lavori per la costituzione della Celac ha sottolineato come questo «sarà un gruppo per lavorare a favore dell'unità e della prosperità».

Interessante, peraltro, notare come l'organizzazione non faccia caso agli schieramenti politici dei governi che ne fanno parte, dai già citati Chavez e Correa – esponenti di quel “socialismo in salsa latinoamericana” che sta ormai da anni tentando di fare dell'area un polo geopolitico indipendente ed alternativo agli Stati Uniti – a Felipe Calderón Hinojosa e Sebastian Piñera (quest'ultimo eletto presidente pro-tempore) rappresentanti invece dei movimenti di destra, non esattamente antagonisti agli statunitensi.
Un ruolo importante sarà destinato – quanto meno questa è l'intenzione – alla Cuba dei fratelli Castro. A Miraflores – sede del governo venezuelano dove la Celac è stata costituita – Raúl Castro Ruz ha “vestito i panni” del fratello Fidel, attaccando gli Stati Uniti sul “bloqueo”, il blocco economico, commerciale e finanziario che attanaglia da decenni l'isola, sottolineando come agli Stati Uniti non sarà più permesso di trattare l'America Latina come in passato.

Mercosur, Unasur, Alba e, ora, Celac. L'introduzione di meccanismi che eliminino il dollaro e – appena il parlamento urugayano ne avrà ratificato il documento costitutivo – la Banca del Sur. Il processo di emancipazione dei paesi dell'America Latina prevede le stesse tappe previste da quello che, stando a quanto sosteneva in un'intervistaJean Paul Pougala[1], sarebbe il processo di emancipazione del continente africano. La prossima “primavera araba” si svolgerà nell'ormai ex giardino di casa degli Stati Uniti?SB

«L’estrema gravità della crisi che colpisce attualmente l’Europa, in particolare la zona euro davanti all’esplosione dei debiti cosiddetti “sovrani” di Grecia e Italia, tra le altre cose ci porta a farci una domanda: non è che i popoli europei hanno una lezione da imparare dalle esperienze vissute da certi paesi del Sud, lezioni che vengono dalle strategie anticrisi che sono state adottate là? E finora sono state le ricette del Nord, con pretesa di validità universale, quelle che sono state rifilate abitualmente alle economie del Sud – anche in quei, molto rari, casi in cui convenivano anche ad esso. Ma quei tempi sono cambiati»

[Remy Herrera]


Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2011/11/our-democratic-boys-piccola-storia.html, 28 novembre 2011

Perù, sciopero a oltranza per l'ecosistema


Lima (Perù) - Si chiama “progetto Conga” il motivo per il quale gli abitanti della parte nord del Perù sono scesi in piazza, ormai da giorni, in segno di protesta. Qualora andasse in porto, il progetto – la creazione di una miniera d'oro a cielo aperto – provocherebbe la distruzione dell'ecosistema di tutta la regione e gravissime conseguenze sociali ed economiche per le famiglie coinvolte.

Il progetto – considerato l'investimento minerario più importante della storia del Paese - dovrebbe costare 4,8 miliardi di dollari alla Newmont Mining Corporation di Denver, in Colorado, che ha stabilito nel 2015 la fine dei lavori e l'inizio della produzione aurifera. Troppi soldi in ballo perché Ollanta Humala, dal luglio scorso presidente del Perù, potesse schierarsi dalla parte della popolazione, che infatti si è vista schierare contro l'esercito. La risposta della popolazione è stata chiara: mobilitazione pacifica permanente e sciopero indefinito nella zona di Cajamarca, una delle quattro zone colpite dal progetto insieme alle province di Celendin, Hualgayoc e Contumaza, i cui corsi d'acqua saranno invece convogliati in un grande bacino costruito appositamente dalla compagnia statunitense, che ha dato mandato alla peruviana Yanacocha di lavorare sul territorio

Si scrive Humala, si legge Fujimori? Questo – come ricorda il sito PeaceReporter – è il primo banco di prova del presidente, «e il fatto che abbia indetto lo stato di emergenza nazionale, inviando militari a placare la manifestazione», come scriveva ieri Alessia Marucci, è già un segnale abbastanza chiaro di quale sarà la sua politica, nonostante la legge di consulta previa varata lo scorso 7 settembre parlava apertamente dell'obbligo per lo Stato di raggiungere per determinati interventi il consenso delle popolazioni indigene. La mente torna così ai tempi della dittatura di Alberto Fujimori, che ha percorso la storia del paese negli anni Novanta, contraddistinguendo il proprio mandato con la svendita delle ricchezze naturali peruviane.
La miniera – scrive Isabel Guerra sul blog “Palabras van y Vienen”[1] - dovrebbe produrre tra le 580 e le 680 mila once d'oro all'anno, creando cinquemila nuovi posti di lavoro per una guadagno compreso tra gli 800 ed i mille milioni di dollari dalle sole concessioni e tasse minerarie per i governi locali.

Vista la forte opposizione sociale, al terzo giorno di protesta la Buenaventura-Newmont si era vista costretta a dichiarare la sospensione del progetto. Questo però non è bastato per concludere la protesta della popolazione, che vede invece come unico obiettivo raggiungibile la cancellazione totale dello stesso. Il blog “El Maletero – Red Verde Cajamarca”[2] dà le cifre della protesta: «Si tratta di 68.39 ettari di lagune piene d'acqua. Vi potete immaginare quanti metri cubici sono contenuti da una simile estensione di acqua? E quanti ettari di patate, mais, grano, orzo, piselli ed erba non verrebbero più coltivati?»

L'eco della protesta è arrivato fin nella capitale, dove sono stati indetti presidi e manifestazione in solidarietà con la popolazione di Cajamarca. Anche questa protesta, come quelle che hanno coinvolto – e stanno ancora coinvolgendo – il Nord Africa, vede un forte uso di internet, dove fioriscono pagine web e blog che ospitano la campagna per la cancellazione del progetto Conga.

Insomma, chi sostiene che la prossima guerra sarà per l'acqua, forse, non ha tutti i torti.SB

Note
[1] Minas Conga: oro, agua, inversiones… y diálogos de sordos. di Isabel Guerra, "Palabras Van y Vienen", 8 novembre 2011;
[2] ¿“Prótesis" hídricas por lagunas y manatiales naturales? di Andres A. Caballero H., "El Maletero" "Red Verde Cajamarca", 7 novembre 2011

Sri Lanka's killing fields


Qui per chi avesse problemi di visualizzazione: http://www.channel4.com/programmes/sri-lankas-killing-fields/4od#3200170

Stando a quanto scrive il quotidiano britannico "The Independent" e a quanto più volte ribadito anche all'interno del servizio andato in onda ieri sera sul canale britannico Channel 4, bisogna informare che le immagini presenti sono immagini da non far vedere ai deboli di stomaco. Sono "semplicemente" immagini di guerra. Anzi: immagini di crimini di guerra, quella guerra che si è combattuta - nel disinteresse generale - in Sri Lanka tra il 1983 ed il 2009 tra il Fronte di Liberazione Tamil (le "Tigri") e l'esercito regolare. Dicono che le Tigri siano state la scintilla che ha dato il via al terrorismo moderno nonché esempio per quei terroristi di ci ci raccontano le cronache quotidiane occidentali. Quel che si vede, però, è qualcosa di ben diverso. Perché al di là della costruzione mediatico-hollywoodiana che se ne può dare ai telespettatori, in una guerra è difficile capire chi è il bene e chi il male, e quel che noi definiamo "terrorista" può per qualcun altro essere solo colui (o colei) che difende la propria terra da una illegittima invasione straniera. Meen erhabi? "Chi è il terrorista?" Si chiede il gruppo rap palestinese dei DAM. Già, chi è il terrorista?

Secondo alcuni questo video non doveva essere mandato in onda, tante e tali sono le crudeltà e la violenza che per suo tramite vengono mostrate. Ma - ripeto - sono immagini di una guerra, che la si voglia declinare come "guerra civile" fa poca differenza e, come direbbe Robert Fisk, dato che i governi possono vederle anche la gente comune deve poter vedere il vero volto della guerra...

Sconfiggere il terrorismo. (da Current Tv)


Tra il 1983 ed il 2009 nello Sri Lanka si è combattuta una tra le guerre più ignorate dall'intero circuito mediatico mondiale tra la maggioranza etnica cingalese (di religione buddhista) e quella tamil (di religione induista) il cui Fronte di Liberazione - le c.d. Tigri Tamil - è considerato il gruppo terroristico che ha dato origine al terrorismo moderno e fonte di ispirazione per i gruppi terroristici moderni. Allo stesso tempo, però, migliaia di morti e desaparecidos (tra combattenti, popolazione civile e giornalisti) si sono registrati tra le fila tamil. Sono stati davvero loro i terroristi?

Pinochet è vivo e lotta insieme a noi. Firmato: il governo cileno.

460_0___30_0_0_0_0_0_marcha_mapuche «Noi prigionieri politici mapuche, attualmente reclusi nel Penal el Manzano di Concepción, informiamo il Popolo Mapuche e l'opinione pubblica Nazionale ed Internazionale quanto segue:
Che a partire da oggi, lunedì 12 luglio 2010, diamo inizio ad uno sciopero della fame fino alle ultime conseguenze.
Le ragioni di questa drastica ed estrema determinazione obbediscono ad una serie di situazioni che stiamo denunciando di fronte agli ingiusti processi politico-giudiziari dei quali siamo oggetto e che contravvengono a tutti i diritti che ci appartengono come Mapuches e come prigionieri politici.
Solo a mo' di sintesi abbiamo denunciato di esser oggetto di montature mediatiche condotte dal Ministerio Publico che attraverso dei procuratori anti-mapuche e gruppi corrotti di poliziotti hanno la pretesa di imporre. E' così che lo Stato del Cile, a difesa del padronato impegnato nel conflitto con il nostro Popolo e con l'ansia di perseguitare ed annientare il Movimento Mapuche, ha criminalizzato la giusta lotta delle comunità, arrestando e accanendosi contro di noi, imponendo severe leggi dittatoriali e fasciste contro onesti lottatori sociali.
Inoltre, denunciamo che esiste una forte e grottesca campagna anti-Mapuche orchestrata dalla destra economica e politica di questo Paese, che utilizza i suoi mezzi di comunicazione, i procuratori ed i politici affini con l'obiettivo di cercare delle condanne anticipate nell'opinione pubblica.
Pertanto, dichiariamo che sospenderemo lo sciopero solo se verranno esaudite le giuste richieste che sono:
1.- La Non applicazione della legge antiterrorista in cause Mapuche; che significa la Fine della legge antiterrorista della legislazione Pinochetista.
2.- No al processo davanti alla Giustizia Militare in cause Mapuche; Che significa la Fine della Giustizia Militare in Cile.
3.-Libertà per tutti i prigionieri politici Mapuche detenuti nelle diverse carceri dello Stato del Cile. Che significa:
- Esigere il diritto ad un processo dovuto o processo giusto.
- Fine alle montature politico-giudiziarie che implicano la fine dei processi esterni e viziati, la non utilizzazione dei testimoni a volto coperto e la fine delle pratiche che violano i diritti umani di base come l'estorsione, le minacce, le torture sia fisiche che psicologiche e le degradanti condizioni nei centri di reclusione.

4.- Demilitarizzazione delle zone Mapuche in cui le comunità rivendicano diritti politici e territoriali.
Infine, rivolgiamo un appello al Nostro Popolo a mobilitarsi, a protestare ed a lottare per quella che consideriamo una causa giusta. Ed alle altre organizzazioni sociali e politiche a stare all'erta.
Per Territorio e Autonomia per il Popolo Nazione Mapuche.
“Weuwain”
Presos Políticos Mapuche – Concepción
»

Perché tutti abbiamo lo stesso sangue e sotto il sole la stessa ombra.

Da qualche parte nel deserto vicino a Tindouf (Algeria, Sahara Occidentale) – Secondo gli storici sahara greci la storia è ciclica. Non succede mai niente di nuovo, assistiamo sempre alla riproposizione di qualcosa che è già avvenuto. Magari secoli addietro piuttosto che decenni, ma niente di nuovo. Se in questo momento mi trovassi davanti uno di questi storici greci gli chiederei se è vero che la storia è ciclica, come si definisce quella storia che si ripete nello stesso identico momento, con l’unica differenza nella dislocazione geografica? Prendiamo per esempio la storia del popolo palestinese, che più o meno conosciamo tutti: da oltre un secolo le loro terre vengono quotidianamente stuprate dagli anfibi dei militari e dei cittadini degli insediamenti israeliani senza che nessuna di quelle “istituzioni democratiche” – tantomeno gli stati che ne fanno parte -muova un dito per porre fine allo stupro.

Ma questo non succede solo in Palestina. La stessa cosa accade al confine tra il Cile e l’Argentina, dove da ormai quattro secoli il popolo Mapuche lotta – ignorato dalla maggior parte della comunità internazionale e dai suoi media – per riottenere quelle terre che i Conquistadores, quei criminali in Europa descritti come “eroi” in quel sovvertimento semantico delle parole che tanto ci piace per cui chiamiamo “terrorista” un popolo che lotta per la sua terra o “esportazione della pace” una guerra, gli hanno ingiustamente sottratto. E come i Mapuche si comportano i Sahrawi, l’unico popolo ad avere ricreato uno “stato in esilio” nella storia umana. Ma procediamo per gradi.

  • Un po’ di storia…

Con la conferenza di Berlino del 1884/85 gli europei si spartirono – con l’ausilio di righello e squadra – il continente africano. Questa non fu solo una spartizione di terre, ma fu anche e soprattutto la distruzione di società secolari, di tessuti sociali perfettamente equilibrati e, spesso, distruzione di intere famiglie, con fratelli che si trovavano dall’una e dall’altra parte di quelle strane e non certo naturali (ancor più se decise a tavolino…) invenzioni denominate “confini” che, fin dai tempi dell’Impero romano, altro non sono che il tentativo di definire su cosa – e soprattutto su chi – un’entità statale ha proprietà. Se poi consideriamo che, in particolare nella zona desertica, il continente africano era attraversato spesso da comunità nomadi (come i Kel Tamahaq – che in Occidente sono insultati col nome di “tuareg”- o gli stessi Sahrawi) possiamo immaginare che razza di shock sociale possa essere stato quello di ritrovarsi, ad un certo punto del cammino, dinanzi a barriere doganali, muri e protezioni varie presidiate giorno e notte da persone in divisa.

Documento di Marcia dei Popoli Originari

Buenos Aires (Argentina) - L'Argentina è plurinazionale e pluri-culturale. pre-esistono più di 30 nazioni originarie. questa enorme ricchezza culturale rappresenta: più di 20 idiomi pre-esistenti al castellano; visioni del mondo millenarie che nonostante più di cinque secoli di repressione religiosa mantengono il vincolo e l'interdipendenza con i nostri mondi naturali; norme di giustizia e convivenza che ci permettono di mantenere un Sistema Comunitario in vita in molti territori dove non arriva lo Stato; conoscenze, saperi e pratiche che sostengono i nostri sistemi di salute, di produzione ed educativi, che sostengono le identità basate su principi etici e morali, che possono essere alternativa per una società al giorno d'oggi abituata ad un sistema basato sulla violenza, il consumismo e lo sfruttamento di Madre Natura.
Tuttavia, questa diversità culturale durante 200 anni di vita repubblicana è stata respinta, resa invisibile, clandestina, occultata come un elemento di vergogna.. Nonostante ciò, Popoli Indigeni in Argentina, abbiamo mantenuto la forza della nostra memoria storica e della nostra visione del mondo.



Questa esclusione si riflette con l'apparizione pubblica della nostra immagine in epoca pre-elettorale o nei festival folkloristici, o in caso di notizie tragiche, nelle quali siamo vittime di malattie e parassiti di altre epoche.
Però siamo Popoli Indigeni Originari, sovrani sui nostri territori, terre e risorse naturali. Territorio che l'Esercito Nazionale Argentino, finanziato da capitale britannico e dalla oligarchia dei proprietari terrieri è venuto col suo carico di morte, usurpazione e distruzione, completando quel che è stato fatto dalla corona spagnola. Julio A. Roca creò il primo caso di terrorismo di stato, coercizione illegale, esuli,banditi, traffico e rapimento di minori e scomparsa forzata di famiglie, comunità ed interi popoli che ancora aspettano la riparazione storica che a molte generazioni è stata negata.


Riparazione che non potremmo aspettarci dagli eroi patrizi, né da governi discriminatori e razzisti che si sono succeduti fino ad oggi. Peggiore fu la sorte che la nostra gente caduta nelle mani dei governi feudali nelle provincie dove l'impunità e l'abuso di potere sono cose che ancora non si fermano.


Il riconoscimento giuridico e costituzionale che esige tanta mobilitazione e forza indigena, oggi ce l'abbiamo scritto approvato ed è la base per un nuovo rapporto istituzionale tra Popolazioni Indigene e Stati.

Camminando per la Verità, verso uno Stato Plurinazionale. Marcia dei Popoli Originari, giorno 1.


La Quiaca (provincia di Jujuy, Argentina) - Oggi, 12 di maggio, dal portico nord della città de La Quiaca, le comunità del nord, ovest, est e sud della regione del Kollasuyo hanno dato inizio alla Grande Marcia Qapac Ñanta Purispa, camminando per la verità, per uno Stato Plurinazionale e di Riparazione Nazionale.


Nostri fratelli sono venuti dai villaggi di Nazareno, Santa Catalina, Barrios, Lulluchayoc, Yavi, Fraile Pintado, Chalican, General San Martín, San Juan (Ramal). Così coyas, guaranies e wichis, tutti uniti, gemellati in questa causa insieme nella rete organizzativa che fornisce il suo appoggio, la sua lotta per i diritti legittimi dei Popoli Originari.


In questo trascendente atto si è avuta l'importante presenza di esponenti delle autorità sindacali: Fernando Acosta, segretario generale di ATE (Asociación de Trabajadores del Estado, ndt); Hugo Yaski, segretario generale di CTA Nazionale (la Central de Trabajadores Argentinos); lo scrittore Pipón e la lider dell'organizzazione Barrial Tupac Amaru, la compagna Milagro Sala, che hanno partecipato alla cerimonia della Pachamama – prima della quale sono state effettuate danze tipiche - che ha avuto luogo in Avenida Sarmiento nel pomeriggio. Durante la cerimonia è stata invocata la protezione della Madre Terra, ed è anche stato espresso il desiderio che si concretizzino le petizioni che saranno presentate davanti alle autorità nazionali.


Successivamente è stato presentato il bastone, simbolo dell'unità dei Popoli Originari, e si è fumata la pipa, segno di fratellanza. Dopo sono stati condivisi pasti e bevande tipiche della zona. A questo atto storico ha partecipato oltre un migliaio di persone.


Finalmente la carovana ha potuto iniziare il suo viaggio diretta verso San Salvador de Jujuy.
Simultaneamente con le attività in corso nella città del nord, la capitale jujeña convocava tutta la rete organizzativa a condividere questo giorno, ad essere parte di questa nuova storia. Tutti  attendevano con allegria ed entusiasmo l'arrivo dei fratelli nel Parco Generale San Martín, ricevuti da una moltitudine che intonava canzoni, mentre l'aroma d'incenso e i petardi creavano un clima festivo, che ha sorpreso la comunità jujueña mentre si trovavano per le strade, culminando in piazza Belgrano. Lì, la leader dell'Organizzazione Tupac Amaru, la sorella Milagro Sala, ha chiesto scusa a tutti i compagni per l'attesa e ha espresso l'importanza di preservare e curare l'ambiente e le risorse naturali, come anche il senso di unità che deve esistere. Ha detto poi che i popoli originari sono parte di noi.

l'articolo originale lo trovate qui: http://marchanacionalindigena.blogspot.com/2010/05/inicio-de-la-marcha-de-los-pueblos.html

Patria (Grande) o Muerte!


San Salvador de Jujuy (Provincia del Jujuy, Repubblica Argentina) -  C’è un concetto caro a molte delle popolazioni dell’America Latina, in ogni latitudine del continente ed in ogni tempo che da Simón Bolívar, José Martí e Camillo Torres, passando per il Che ed arrivando a Fidel Castro e Hugo Rafael Chávez Frías è probabilmente l’obiettivo politico di ogni latinoamerican*. Questo concetto – che prende il nome di “Patria Grande” – è quella considerazione, di natura geopolitica se vogliamo, con la quale si dice che solo con una grande nazione latinoamericana (la Patria Grande, appunto) potrà finire l’opera di usurpazione imperialista, potendo così restituire le terre a chi ne ha davvero la “proprietà”,per quanto erroneo sia definire proprietà terriere per chi professa il culto della Pachamama: i Popoli Indigeni (o Popoli Originari, che dir si voglia).
Un paio di settimane fa questi popoli si erano ritrovati a Cochabamba, nello Stato Plurinazionale della Bolivia per urlare non solo il proprio disprezzo verso il mondo capitalista che sta uccidendo il nostro pianeta, ma anche – e soprattutto – per metterlo alla sbarra, con tanto di iniziativa per la costituzione di un Tribunale Penale per i diritti della Pachamama - sulla falsariga del Tribunale de L’Aja – dove vengano di volta in volta processati tutti quelli (personalità politiche, industrie, multinazionali) che tramite il mezzo capitalista non solo inquinano la terra deviando il corso dei fiumi – come la costruzione della gigantesca diga di Belo Monte - o devastando vaste aree boschive per le loro imprese – si pensi alla recente campagna di GreenPeace contro l’acquisto di olio di palma da parte della multinazionale Nestlé che distrugge le foreste – ma anche distruggendo rapporti sociali ed economici tra le comunità locali, forse la cosa più semplice da capire per chi – come noi europei – non è nato con la concezione della Pachamama.

Oggi le comunità indigene tornano a riunirsi.
Questa volta lo fanno in Argentina, per la quale quest’anno ricade il Bicentenario. Quest’anno, peraltro, in America Latina si festeggia anche un’altra – ben più importante in termini politici – ricorrenza: il Centenario del primo levantamiento zapatista, la rivolta che, nel 1910, portò la ribellione delle popolazioni messicane contro il regime clerical-latifondista del Generale Porfirio Diaz.
Dai tempi di Emiliano Zapata e della rivolta che ne porta il nome in realtà non è cambiato molto. Anzi.

Le lacrime e il sangue teneteveli per voi...

Atene (Grecia) - Atene brucia. Tutta la Grecia brucia.
E non è un modo di dire.
Bruciano le strade come bruciano le divise della polizia e le banche, simbolo di quel Potere che continua a pranzare con i resti di una nazione sempre più «sull'orlo del baratro», per usare le parole del presidente Papoulias.

Ieri sono rimasti carbonizzati anche i corpi di tre dipendenti della Marfin Egnatia Bank, di proprietà di Andreas Vgenopoulos (uno dei principali esponenti del capitalismo ellenico) che, da bravo capitalista quale ogni Padrone è ha minacciato i suoi dipendenti di licenziamento se non si fossero presentati a lavoro anche ieri, nel giorno dello sciopero generale. Si tratta di Angeliki Papathanasopoulou, di 32 anni, che era al quarto mese di gravidanza, Paraskevi Zoulia, 35 anni, e Epaminondas Tsakalis, di 36. La stampa mainstream, quella asservita ai poteri forti, ha definito queste morti derivanti da una molotov lanciata durante gli scontri di un corteo che si stava recando in piazza Syntagma, ad Atene (sede del Parlamento) che ha colpito i locali della banca perché l'unica trovata aperta (ma, come possiamo vedere in questo video, la polizia dava una mano...a devastare).

Ma come ci dice un impiegato greco, che ha avuto il coraggio di mandare agli organi di stampa una dichiarazione che vi ripropongo in versione integrale alla fine del post (e che, come i compagni di occupiedlondon, prego di diffondere il più possibile), i locali della banca hanno preso fuoco semplicemente perché non era stata prevista alcuna manovra di prevenzione da questo tipo di rischi: tutto lì dentro era altamente infiammabile, tant'è vero che i pompieri non hanno mai rilasciato licenza; gli estintori erano insufficienti e, anche se fossero bastati, nessuno sapeva come usarli, perché nessuno aveva mai fatto un qualche tipo di esercitazione antincendio.
I motivi sono facilmente intuibili. Sono gli stessi in ogni luogo: il capitalismo è contrario alla sicurezza (noi italiani dovremmo ricordare ancora la tragedia della ThyssenKrupp del 2007).

Dicono, come al solito, che siano stati gli anarchici.
Ma gli anarchici non adoperano la violenza, o per lo meno non la adoperano contro gli oppressi. Ma sappiamo che addossare la colpa a chi professa la fede nelle idee di Bakunin, di Errico Malatesta e tanti altri è congeniale al Potere, a quel potere il cui unico scopo è la difesa (questa sì, violenta) degli interessi dei signor Padroni. Molto più probabilmente – considerando che tutti, manifestanti e forze dell'ordine, erano a volto coperto, per cui non identificabili – a lanciare le molotov sono stati appartenenti al gruppo neonazista “Chrisi Avgi” (Alba Radiosa).

Arrestata Mireya Figueroa, leader del popolo mapuche.

Comune di “Pedro Aguirre Cerda”, Santiago del Chile (Cile) – dopo oltre 5 anni in cui viveva in clandestinità, nei giorni scorsi è stata arrestata la lamien (sorella) Mireya Figueroa Araneda, leader della comunità mapuche Tricauco, la cui colpa – secondo la non certo equa giustizia cilena - è quella di aver presumibilmente partecipato all'”incendio terroristico” del dicembre 2001 del fondo Poluco Pidenco di Ercilla, regione della Araucanía (Cile). La detenzione di lamien Mireya è profondamente ingiusta, non solo perché con i suoi fratelli lotta per riprendersi qualcosa che le appartiene di diritto, ma anche per le precarie condizioni di salute in cui grava (soffre di diabete ed ha un tumore al seno in fase terminale) e che solo negli ultimi giorni sono state prese in considerazione dal giudice che le ha finalmente concesso la possibilità di un ricovero ospedaliero.

Come tutti i processi politici – e chi di voi conosce la storia del nostro paese degli anni '70 dovrebbe saperlo – anche la carcerazione dei leader del popolo mapuche è ingiusta, fatta tramite processi sommari (vengono addirittura utilizzati testimoni a volto coperto, e quindi probabilmente prezzolati dallo stato cileno) al fine di fiaccare la resistenza di questo popolo, che da 500 e più anni, dai tempi dei conquistadores, lotta per la propria terra e per il proprio diritto alla vita. (qui trovate una “biografia” del popolo mapuche).

Loro sono dei weichafe nell'anima, sono dei guerrieri. Come d'altronde lo sono molti dei popoli indigeni del Sudamerica. Lottano con ogni mezzo per riprendersi la terra strappata dal colonialismo borghese e regalata ai "signor padroni", che negli ultimi anni altro non sono che le infami multinazionali, fautrici di un nuovo imperialismo coloniale del III millennio. Chiedono solo che la comunità internazionale si schieri con loro, in una lotta impari di cui spesso neanche si parla.

Noi “occidentali” forse non potremo fare molto per aiutarli, non potremo effettivamente combattere al loro fianco. Ma credo che già iniziare ad interessarsi – in maniera più o meno attiva – alla loro storia, innanzitutto raccontandola, possa essere un primo passo per forgiare dei nuovi weichafe. Dei nuovi guerrieri. In modo da sentirli urlare ancora marrichiweo!!! (dieci volte vinceremo!!!)

Approfondimenti:




qui il video per gli amici di Facebook: http://www.youtube.com/watch?v=4RlEmdxWCcQ

Perché nessuno si occupa dei Mapuche?



Si può essere arrestati per aver “rubato” dei fili d'erba? Si può essere, per questo, accusati di essere dei “pericolosi terroristi”?
Qui in Europa un'accusa del genere probabilmente farebbe ridere. Eppure succede, quasi quotidianamente, in Sudamerica, in un territorio tra il Cile e l'Argentina. Nella “nazione” dei Mapuche.
Il termine Mapuche deriva dalla lingua madre di questo popolo e significa “Popolo della Terra” (dal Mapudungun: Che: “Popolo” e Mapu:”della Terra”). E proprio dalla terra traggono la loro forza, il loro stesso modo di vivere. Ogni azione volta a danneggiare l'ambiente, infatti, viene vissuta come un'offesa mortale alla loro dignità. Si potrebbe dire che uccidendo l'ambiente si uccidono i Mapuche.
«Senza la terra, il mapuche non è niente, muore spiritualmente e culturalmente. Senza la terra, la machi (guaritrice) non può trovare le piante medicinali e cerimoniali, per curare la gente e per venerare le persone che sono tornate alla madre terra. Senza il lonko (campo della comunità) non può più esercitare il potere politico. Ricuperare le nostre terre vuol dire ricostruire il nostro popolo, il nostro territorio sacro, il nostro potere economico».
Dice Jorge Huenchllan, che è il werken (cioè il portavoce) di una delle tante comunità che compongono il popolo Mapuche.
Come si intuisce facilmente, questa popolazione vive di agricoltura, vide di e per la Terra.
Per questo, ogniqualvolta è arrivato qualche usurpatore, qualcuno intenzionato a togliergliela quella terra – e quindi a togliergli la loro stessa identità – hanno imbracciato le armi e si sono ribellati all'oppressore. È successo con la Corona Spagnola, che ha versato tanto sangue in Sudamerica ma mai quello Mapuche; succede oggi con le grandi multinazionali.
Immaginate una società millenaria che funziona perfettamente, sviluppata intorno al concetto di famiglia (seppur estesa, come i clan scozzesi resi famosi da film come Highlander) in cui le figure preminenti sono il “lonko” cioè il capo-famiglia e lo sciamano. In tempi di guerra i lonko delle varie famiglie lasciano il posto ad un “toqui” (portatore d'ascia). Immaginate che questa stessa società – che geograficamente si identifica tra il fiume Aconcagua (Cile) e la pampa argentina – si risvegli un bel giorno tra trivelle e macchinari pronti a stuprarne il territorio.
Perché è esattamente questo quello che succede ogni giorno. Negazione della propria identità e sottrazione delle proprie terre sono i problemi principali di quella che è considerata ormai una minoranza etnica, e nemmeno internazionalmente riconosciuta.
Oggi il fiero popolo Mapuche è circoscritto in riserve (la c.d. politica della “riduzione” ha fatto sì che gli stati nazionali pagassero cittadini europei per andare a coltivare le terre fino ad allora erano state dei Mapuche, i quali sono considerati dal Potere “gente pigra, ignorante e dedita all'alcol” e non so perché, ma questo trittico mi ricorda qualcosa al di qua dell'oceano. Ma questa è un'altra storia...). È un po' quel che è stato fatto con gli Indiani d'America all'arrivo dell'usurpatore europeo o quel che avviene con i palestinesi, ai quali ogni giorno viene rubata la loro terra.
«Noi crediamo fortemente che sia la gente ad appartenere alla terra e non la terra ad appartenere al popolo»
dice Juana Pailallef, e credo non ci sia miglior modo per spiegare la loro concezione dell'ancestrale rapporto tra l'uomo e la terra.
Per colpa delle multinazionali, e dell'asservimento ad esse di uno governo che sembra riadoperare le stesse metodologie dell'era Pinochet, oggi la terra a disposizione delle famiglie Mapuche si aggira intorno ai 3 ettari cadauno da coltivare, appena sufficienti per nutrire e sostenere l'educazione dei figli e che, a furia di essere coltivata sta diventando quasi sterile. Il risultato di queste politiche di “modernizzazione” portate avanti dal capitalismo fascista crea così il forte problema della malunitrizione, che li spinge – come nelle migliori campagne di emigrazione verso l'“era moderna”- ad abbandonare le loro terre e stabilizzarsi – da popolo nomade – nei grandi agglomerati cittadini, dove svolgono lavori poco retribuiti quali manovalanza di varia natura e/o collaborazione domestica in quanto non dispongono di un alto livello di istruzione (il tasso di analfabetismo nel popolo Mapuche si aggira intorno al 50%).
“Recupero di terre ancestrali”. E' questo il crimine – in violazione della Ley de Seguridad Interior del Estado e la Ley Antiterrorista – di cui vengono accusati i tantissimi prigionieri politici nelle carceri cilene. Sono chiamati “terroristi” solo perché difendono la loro terra. Mentre le multinazionali che distruggono la terra, i carabinieri che reprimono sparando ad alzo zero senza distinzione tra donne, uomini e bambini spesso uccidendoli (come nel 2002 con la morte del 17enne Alex Lemún Saavedra o di Juan Collihuín, rimasto ucciso nel 2006) o che rapiscono non vengono minimamente sfiorati da accuse, arresti e processi. Ma si sa: il Potere è al di sopra di qualsiasi legge.
Molti leaders Mapuche sono costretti ad emigrare all'estero per evitare l'arresto e la morte (quasi) certa per le torture che subiscono in carcere; ai bambini viene dedicato l'infame trattamento dell'isolamento dalle loro famiglie dopo l'arresto o torture quali pallini antisommossa sparati alla schiena o alle gambe, creando così shock e problemi psicologici di varia natura con i quali faranno i conti per il resto della loro vita.
Con tutto questo, qualcuno si chiederà, ci saranno grandi interventi della comunità internazionale. Ed invece no. Né le grandi organizzazioni internazionali come l'O.N.U. - sempre più schierata a favore dei Padroni – tantomeno la c.d. “comunità internazionale” ha fatto qualcosa di serio per far terminare la chiara violazione dei diritti umani perpetrata nei confronti del popolo Mapuche. Nell'ambito della riunione dell'Esame Periodico Universale (EPU), un nuovo meccanismo delle Nazioni Unite che ogni quattro anni esamina la situazione di un determinato paese, il Cile è stato solamente richiamato al rispetto dei diritti umani, senza però che a parlare in quella conferenza ci fossero esponenti Mapuche. E questo dovrebbe far capire molto della politica di asservimento delle organizzazioni internazionali.


Proprio per questo, da oggi questo blog diventa – anche – la voce dei Mapuche. Non sarà molto, ma almeno è più di quel che si sta facendo a livello internazionale. Perché credo che il terrorismo non sia là dove si difende la propria terra, ma sia nelle stanze dei bottoni dalle comode poltrone, dove si decide la vita o la morte del mondo guardando quante banconote vengono messe sul tavolo.


“Gli occhi neri di Lautaro
gettano migliaia di lampi.
Come soli fanno germogliare i solchi
come soli guidano l’avanzata di un popolo combattente
che non vuole essere schiavo
come un puma in gabbia”
(Rayen Kvyeh)


Approfondimenti:
  1. Mapuche International Link:http://www.mapuche-nation.org/
  2. Mapuche: gente della Terra (informazioni in italiano): http://it.mapuches.org/
  3. I Mapuche contro la Benetton: la terra non si tocca! http://www.ecoblog.it/post/8526/i-mapuche-contro-benetton-per-lesproprio-dei-terreni-in-patagonia
  4. Riscatto culturale: la storia del popolo Mapuche: http://www.eidetica.eu/riscatto/mapuche.htm
  5. La lettera di Reporter Senza Frontiere alla Presidente Bachelet: http://www.rsf.org/spip.php?page=article&id_article=27352