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Perù, sciopero a oltranza per l'ecosistema


Lima (Perù) - Si chiama “progetto Conga” il motivo per il quale gli abitanti della parte nord del Perù sono scesi in piazza, ormai da giorni, in segno di protesta. Qualora andasse in porto, il progetto – la creazione di una miniera d'oro a cielo aperto – provocherebbe la distruzione dell'ecosistema di tutta la regione e gravissime conseguenze sociali ed economiche per le famiglie coinvolte.

Il progetto – considerato l'investimento minerario più importante della storia del Paese - dovrebbe costare 4,8 miliardi di dollari alla Newmont Mining Corporation di Denver, in Colorado, che ha stabilito nel 2015 la fine dei lavori e l'inizio della produzione aurifera. Troppi soldi in ballo perché Ollanta Humala, dal luglio scorso presidente del Perù, potesse schierarsi dalla parte della popolazione, che infatti si è vista schierare contro l'esercito. La risposta della popolazione è stata chiara: mobilitazione pacifica permanente e sciopero indefinito nella zona di Cajamarca, una delle quattro zone colpite dal progetto insieme alle province di Celendin, Hualgayoc e Contumaza, i cui corsi d'acqua saranno invece convogliati in un grande bacino costruito appositamente dalla compagnia statunitense, che ha dato mandato alla peruviana Yanacocha di lavorare sul territorio

Si scrive Humala, si legge Fujimori? Questo – come ricorda il sito PeaceReporter – è il primo banco di prova del presidente, «e il fatto che abbia indetto lo stato di emergenza nazionale, inviando militari a placare la manifestazione», come scriveva ieri Alessia Marucci, è già un segnale abbastanza chiaro di quale sarà la sua politica, nonostante la legge di consulta previa varata lo scorso 7 settembre parlava apertamente dell'obbligo per lo Stato di raggiungere per determinati interventi il consenso delle popolazioni indigene. La mente torna così ai tempi della dittatura di Alberto Fujimori, che ha percorso la storia del paese negli anni Novanta, contraddistinguendo il proprio mandato con la svendita delle ricchezze naturali peruviane.
La miniera – scrive Isabel Guerra sul blog “Palabras van y Vienen”[1] - dovrebbe produrre tra le 580 e le 680 mila once d'oro all'anno, creando cinquemila nuovi posti di lavoro per una guadagno compreso tra gli 800 ed i mille milioni di dollari dalle sole concessioni e tasse minerarie per i governi locali.

Vista la forte opposizione sociale, al terzo giorno di protesta la Buenaventura-Newmont si era vista costretta a dichiarare la sospensione del progetto. Questo però non è bastato per concludere la protesta della popolazione, che vede invece come unico obiettivo raggiungibile la cancellazione totale dello stesso. Il blog “El Maletero – Red Verde Cajamarca”[2] dà le cifre della protesta: «Si tratta di 68.39 ettari di lagune piene d'acqua. Vi potete immaginare quanti metri cubici sono contenuti da una simile estensione di acqua? E quanti ettari di patate, mais, grano, orzo, piselli ed erba non verrebbero più coltivati?»

L'eco della protesta è arrivato fin nella capitale, dove sono stati indetti presidi e manifestazione in solidarietà con la popolazione di Cajamarca. Anche questa protesta, come quelle che hanno coinvolto – e stanno ancora coinvolgendo – il Nord Africa, vede un forte uso di internet, dove fioriscono pagine web e blog che ospitano la campagna per la cancellazione del progetto Conga.

Insomma, chi sostiene che la prossima guerra sarà per l'acqua, forse, non ha tutti i torti.SB

Note
[1] Minas Conga: oro, agua, inversiones… y diálogos de sordos. di Isabel Guerra, "Palabras Van y Vienen", 8 novembre 2011;
[2] ¿“Prótesis" hídricas por lagunas y manatiales naturales? di Andres A. Caballero H., "El Maletero" "Red Verde Cajamarca", 7 novembre 2011

Repubblica Democratica del Congo, le elezioni all'ombra di una nuova guerra civile?



Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo)– Associare in questi giorni le parole “Africa” ed “elezioni” significa, principalmente, parlare del voto egiziano, il primo voto libero dalla caduta di Hosni Mubarak, dove – sostiene il quotidiano indipendente Al-Shorouk - «i primi risultati vedono il Partito di Libertà e Giustizia (meglio noto come “Fratellanza Musulmana”) al 47% dei voti e il Blocco Egiziano (una coalizione di partiti laici, ndr) al 22%». Ma il paese dei faraoni non è l'unico paese, nel continente, ad andare al voto.

Dal 2002, da quando cioè il paese non è più ufficialmente nella guerra civile, questa è la seconda volta che i suoi cittadini sono chiamati alle urne. Si mobiliteranno trentuno milioni di cittadini, chiamati ad eleggere il nuovo presidente della Repubblica – undici i candidati – ed i cinquecento parlamentari (con ben 19mila candidati).

A contendersi lo scranno più importante, quello della presidenza, ci saranno Etienne Tshisekedi, leader dell'opposizione, e Joseph Kabila, che governa ininterrottamente dal 2001, da quando ha preso il potere a seguito dell'omicidio del padre Laurent Desirè Kabila da un membro del suo staff ucciso subito dopo.

Più che il risultato del voto, dove sembra scontato si arrivi al terzo mandato di Kabila dopo quelli del 2001 e del 2006 anche per le forti divisioni interne all'opposizione, quello che interessa capire è che tipo di paese uscirà fuori dalla tornata elettorale alla luce dei tanti scontri che si sono registrati nei giorni immediatamente precedenti alle elezioni tenutesi lunedì 28.
Tre morti sabato a Kinshasa, la capitale del paese, dodici seggi dati alle fiamme nella roccaforte dell'opposizione, Kananga (capitale della provincia del West Kasai), dove sarebbero anche stati rinvenuti sacchi di schede precompilate a favore di Kabila.

L'opposizione è inesistente, e quella che c'è rischia di fare danni, come nel caso del già citato Tshisekedi, 78 anni, esponente dell'Union pour la démocratie e le progrès social che, in barba al nome del partito di cui fa parte, si è proclamato presidente chiedendo ai suoi sostenitori di «correggere i sostenitori della maggioranza» e «aprire le porte delle prigioni per liberare i detenuti dell'opposizione».

«Nelle ore del voto» – scrive Alberto Tundo su PeaceReporter - «la tensione è salita per i prevedibili problemi legati alla scarsa consuetudine con le procedure elettorali, in un Paese in cui ci sono due fusi orari, con una popolazione scarsamente alfabetizzata che tuttavia si è dovuta confrontare con liste elettorali lunghe anche quaranta o sessanta pagine. Alcuni seggi hanno aperto con notevole ritardo, in altri non erano presenti schede né urne. Il timore è quindi che, come più volte annunciato, Tshisekedi possa non riconoscere la sconfitta».
Elettori del partito di Kabila hanno più volte denunciato intimidazioni da parte dei sostenitori dell'auto-proclamatosi presidente della repubblica. Dice Vital Kamerhe, un altro dei candidati, ai microfoni di Radio France International: «La Guardia Repubblicana nelle strade di Kinshasa. È così che sono cominciate le cose in Costa d'Avorio, con le forze speciali». Ed anche allora, come sottolina Tundo, la data delle elezioni fu il 28 novembre.