![]() |
| foto: classmeteo.wheter.com |
Rio de Janeiro (Brasile), 23 giugno 2012 – A volerlo raccontare con un'immagine, il vertice ufficiale su ambiente e sviluppo che si sta tenendo in Brasile e che si sta concludendo in queste ore è tutto nella dicotomia racchiusa nelle parole di padre Alex Zanotelli, che in questi giorni ha partecipato anche al contro-vertice tenutosi all'Alterro do Flamengo: «Due vertici» - ha scritto il missionario comboniano in una lettera inviata a PeaceLink martedì[1] - «La Cupola dos Povos[2] fatta di indigeni, di poveri, di cittadini, di associazioni. Mentre la “Cupola dos Ricos” è collocata nel cuore della ricchezza di Rio. Una vera e propria apartheid».
Se i significanti sono importanti tanto quanto i significati, dunque, le aspettative dei movimenti sociali si sono rivelate corrette. Ci si aspettava un completo fallimento e questo è arrivato, sotto le spoglie del documento – quarantanove pagine in tutto – di buone intenzioni e nulla più intitolate “Il futuro che vogliamo”.
Molto, comunque, è dipeso dalle assenze – ed anche dalle presenza – al vertice. Mancano infatti sia i presidenti di Stati Uniti e Germania, impegnati nel vertice messicano del G20, sia proposte legalmente vincolanti come convenzioni o trattati. Non c'era, contrariamente a quanto era stato annunciato alla vigilia, Stephan Schmidheney, “benefattore dell'umanità” condannato a sedici anni di carcere per essere stato a conoscenza dei danni dell'amianto e non averli divulgati per non perdere profitto. Al suo posto, comunque, c'erano altre grandi imprese dal profilo notoriamente “verde” quali la Bp, la Shell, la Coca Cola o la Monsanto. Un profilo “verde” come il greenwashing – come evidenzia il Corporate Europe Observatory, presente al vertice proprio per monitorare l'operato delle multinazionali - che ha caratterizzato queste giornate, nelle quali l'unica decisione che sembra realmente importante è quella relativa alla green economy, che in questo vertice è assurta a nuovo giocattolo degli inquinatori mondiali, tanto da essere definita nel documento ufficiale «uno degli strumenti disponibili per raggiungere lo sviluppo sostenibile e per l'adozione di politiche, ma che non deve essere sottoposta a regole rigide». A riprova di questo il diniego alla proposta del G77 – che in realtà racchiude i 130 paesi meno industrializzati – di creare un fondo di 30 miliardi di dollari per finanziare la sostenibilità, così come non una parola è stata inserita in merito al modo con cui si intende eliminare la povertà.
Se i significanti sono importanti tanto quanto i significati, dunque, le aspettative dei movimenti sociali si sono rivelate corrette. Ci si aspettava un completo fallimento e questo è arrivato, sotto le spoglie del documento – quarantanove pagine in tutto – di buone intenzioni e nulla più intitolate “Il futuro che vogliamo”.
Molto, comunque, è dipeso dalle assenze – ed anche dalle presenza – al vertice. Mancano infatti sia i presidenti di Stati Uniti e Germania, impegnati nel vertice messicano del G20, sia proposte legalmente vincolanti come convenzioni o trattati. Non c'era, contrariamente a quanto era stato annunciato alla vigilia, Stephan Schmidheney, “benefattore dell'umanità” condannato a sedici anni di carcere per essere stato a conoscenza dei danni dell'amianto e non averli divulgati per non perdere profitto. Al suo posto, comunque, c'erano altre grandi imprese dal profilo notoriamente “verde” quali la Bp, la Shell, la Coca Cola o la Monsanto. Un profilo “verde” come il greenwashing – come evidenzia il Corporate Europe Observatory, presente al vertice proprio per monitorare l'operato delle multinazionali - che ha caratterizzato queste giornate, nelle quali l'unica decisione che sembra realmente importante è quella relativa alla green economy, che in questo vertice è assurta a nuovo giocattolo degli inquinatori mondiali, tanto da essere definita nel documento ufficiale «uno degli strumenti disponibili per raggiungere lo sviluppo sostenibile e per l'adozione di politiche, ma che non deve essere sottoposta a regole rigide». A riprova di questo il diniego alla proposta del G77 – che in realtà racchiude i 130 paesi meno industrializzati – di creare un fondo di 30 miliardi di dollari per finanziare la sostenibilità, così come non una parola è stata inserita in merito al modo con cui si intende eliminare la povertà.




