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Rio+20, l'inutilità della “Cupula dos Ricos”

foto: classmeteo.wheter.com
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Rio de Janeiro (Brasile), 23 giugno 2012 – A volerlo raccontare con un'immagine, il vertice ufficiale su ambiente e sviluppo che si sta tenendo in Brasile e che si sta concludendo in queste ore è tutto nella dicotomia racchiusa nelle parole di padre Alex Zanotelli, che in questi giorni ha partecipato anche al contro-vertice tenutosi all'Alterro do Flamengo: «Due vertici» - ha scritto il missionario comboniano in una lettera inviata a PeaceLink martedì[1] - «La Cupola dos Povos[2] fatta di indigeni, di poveri, di cittadini, di associazioni. Mentre la “Cupola dos Ricos” è collocata nel cuore della ricchezza di Rio. Una vera e propria apartheid».

Se i significanti sono importanti tanto quanto i significati, dunque, le aspettative dei movimenti sociali si sono rivelate corrette. Ci si aspettava un completo fallimento e questo è arrivato, sotto le spoglie del documento – quarantanove pagine in tutto – di buone intenzioni e nulla più intitolate “Il futuro che vogliamo”.
Molto, comunque, è dipeso dalle assenze – ed anche dalle presenza – al vertice. Mancano infatti sia i presidenti di Stati Uniti e Germania, impegnati nel vertice messicano del G20, sia proposte legalmente vincolanti come convenzioni o trattati. Non c'era, contrariamente a quanto era stato annunciato alla vigilia, Stephan Schmidheney, “benefattore dell'umanità” condannato a sedici anni di carcere per essere stato a conoscenza dei danni dell'amianto e non averli divulgati per non perdere profitto. Al suo posto, comunque, c'erano altre grandi imprese dal profilo notoriamente “verde” quali la Bp, la Shell, la Coca Cola o la Monsanto. Un profilo “verde” come il greenwashing – come evidenzia il Corporate Europe Observatory, presente al vertice proprio per monitorare l'operato delle multinazionali - che ha caratterizzato queste giornate, nelle quali l'unica decisione che sembra realmente importante è quella relativa alla green economy, che in questo vertice è assurta a nuovo giocattolo degli inquinatori mondiali, tanto da essere definita nel documento ufficiale «uno degli strumenti disponibili per raggiungere lo sviluppo sostenibile e per l'adozione di politiche, ma che non deve essere sottoposta a regole rigide». A riprova di questo il diniego alla proposta del G77 – che in realtà racchiude i 130 paesi meno industrializzati – di creare un fondo di 30 miliardi di dollari per finanziare la sostenibilità, così come non una parola è stata inserita in merito al modo con cui si intende eliminare la povertà.

Cupula dos povos, le quattro vie d'uscita dalla crisi

foto: globalproject.info
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Rio de Janeiro (Brasile), 21 giugno 2012 – Ambientale, sociale, di genere, democratica. Sono queste le quattro declinazioni uscite fuori dalla quinta giornata della Cupula dos povos, il contro-vertice dei movimenti sociali che si è tenuta nell'Alterro do Flamengo, in contemporanea con i lavori preparativi del vertice ufficiale di Rio+20, che qualcuno giudica fallimentare solo perché mancano i “grandi” leader come Obama o Angela Merkel, impegnati nel G20 che si sta tenendo in queste ore in Messico pur sapendo che la loro presenza non avrebbe spostato di un millimetro le decisioni del vertice. Tanto è vero che proprio il vertice allargato dei potenti che si sta tenendo a Los Cabos ha stanziato ben 100 miliardi di dollari per i combustibili fossili. Così, tanto per dare fin da subito l'idea di come si muoveranno le discussioni in questi giorni[1].

Per ognuna delle quattro formulazioni della crisi, naturalmente, esiste una questione di giustizia che dovrà ispirare il lavoro dei movimenti sociali di tutto il mondo. Partendo però da due assunti imprescindibili: quello della impossibilità di continuare a muoversi in «un sistema sostenibile con dei politici insostenibili» e quello – che del primo è conseguenza – che la gestione dei beni comuni possa essere fatta solo dalle comunità locali «scardinando il fallimentare meccanismo della rappresentanza impregnata di una corruzione endemica, dentro un sistema culturale fortemente antropocentrico, anche nelle pratiche spesso retoriche, che non tiene in considerazione i diritti naturali», come scrivono Clarissa Sant'ana e Franco Carrassi dell'Art Lab Occupato e Francesca Stanca dell'associazione Ya Basta! per Globlaproject[2].

Per questo i movimenti si sono dati come base da cui ripartire i quattro principi e le quattro virtù teorizzate da Leonardo Boff, cioè il rispetto nei confronti di tutti gli esseri, la cura – intesa come reciprocità in contrasto con il principio di dominazione – la responsabilità universale come processo di consapevolizzazione delle conseguenze degli atti individuali quotidiani nonché la cooperazione e la solidarietà come assunti quotidiani e non solo come comportamenti da tenersi durante periodi di emergenza.
Ospitalità, convivenza e convivialità, tolleranza e commensalismo (il quale intende, tra gli altri, anche il diritto all'accesso al cibo per tutte e tutti) sono le virtù nelle quali poi i principi trovano attuazione.

«Perché non siamo né ospiti, né amministratori del pianeta, noi siamo il pianeta».


Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/06/cupula-dos-povos-vida-nao-se-vende-vida.html;
[2] Cupula dos Povos, quinta giornata: pensare differente per agire differente, di Clarissa Sant'Ana e Franco Carrassi (Art Lab Occupato - Globalproject Parma), Francesca Stanca (Ass. Ya Basta - Globalproject), globalproject.info, 19 giugno 2012

Cupula dos povos: a vida nao se vende, a vida se defende!

foto: asud.net
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Rio de Janeiro (Brasile), 20 giugno 2012 – Ci sarebbe una interferenza con i sistemi elettronici e le frequenze dell'aeroporto Santos Dummond, situato a due chilometri dall'Alterro do Flamengo dove si sta svolgendo il contro-vertice alla base del tentativo – fallito – dell'Anatel (l'Agenzia nazionale delle telecomunicazioni brasiliana) di chiudere Radio Cupula, la radio comunitaria che fa parte degli organi di informazione ufficiali della Cupula dos Povos, l'incontro dei movimenti sociali che si sta tenendo in questi giorni a Rio de Janeiro in contemporanea con “Rio+20”, il vertice delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo che, come raccontano molti commentatori, si rivelerà come il solito bluff di governi e grandi imprese[1].

Per rendere reale questa interferenza c'è però un problema tecnico: Radio Cupula, infatti, trasmette in bassa frequenza, e dunque le motivazioni vanno cercate da altre parti. Forse – come si lascia sfuggire un poliziotto – nel fastidio che la radio darebbe alla rete televisiva Globo, che si sarebbe voluta accaparrare i “diritti esclusivi” dell'evento.
Dare fastidio, comunque, è esattamente l'idea che i movimenti riuniti in questo tipo di eventi – ormai una tradizione dell'antagonismo mondiale, da Seattle in poi – si sono prefissati.


Gli “indigeribili” beni comuni. L'idea dei movimenti presenti in queste giornate è quella di arrivare a produrre un documento comune – che verrà discusso nell'assemblea plenaria di oggi - da presentare poi al vertice ufficiale delle Nazioni Unite di Riocentro, contenente la ricetta per uscire “dal basso” da questa crisi globale plurima (sociale ed ambientale prima ancora che economico-finanziaria).

Documento comune come i beni, per i quali non è più importante definire gli aspetti più prettamente teorici – cosa significa “bene comune” è entrato ormai da anni nel vocabolario di tutti i movimenti – quanto quelli pratici, relativi alla loro gestione quotidiana e nel lungo periodo.

La prima assemblea, tra le oltre mille iniziative che si sono tenute in questi giorni all'”atterraggio dei fenicotteri” (come è stato chiamato il parco affacciato sulla baia di Guanabara e sul Pan di Zucchero), ha visto l'articolaçao dos povoso indigenos do Brasil (detto anche spazio APIB), al centro del quale ci sono stati gli indigeni, che hanno denunciato sia la loro impossibilità di partecipare al vertice di Riocentro che la necessità di creare un fronte comune tra le varie tribù

Rio+20 e Cupula dos povos, in Brasile si discuteranno i nuovi modelli di sviluppo mondiale

info.abril.com.br
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Rio de Janeiro (Brasile), 17 giugno 2012 – Sono iniziati nei giorni scorsi i lavori del PrepCom, il Preparatory Committee al quale è stato affidato il compito di trovare un documento finale da presentare alle delegazioni governative statali che arriveranno a Rio de Janeiro mercoledì, per il vertice delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo presentato con la formula “Rio+20”, per ricordare che proprio questa città ospitò il più che fallimentare vertice del 1992, quando si decise che la Terra sarebbe diventata un posto migliore attraverso politiche più verdi e sostenibili.
A vent'anni di distanza, però, si può sostenere senza tema di smentita che quelle promesse non furono fatte dinanzi ai popoli ma dinanzi a grandi imprese ed istituzioni capitalistiche sovranazionali (così come in quegli anni, ancora oggi i paesi devono sottostare ai dettami del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e del WTO, l'Organizzazione Mondiale del Commercio) che, dietro contenitori apparentemente accettabili quali sviluppo ed economia sostenibili nascondevano la privatizzazione dei servizi essenziali – basti considerare in tal senso la lotta globale per l'acqua, che in Italia vede un referendum in attesa di applicazione – la finanziarizzazione economica e, per riflesso, sociale.

In questi venti anni, infatti, né il clima né i popoli hanno goduto di quelle promesse. Nonostante il Progetto del Millennio dell'Onu in un documento divulgato a dicembre evidenzi come negli ultimi dieci anni la mortalità infantile sia stata ridotta del 30%, con l'aumento della scolarizzazione e la diminuzione dei conflitti armati, «ancora oggi quasi 900 milioni di persone non hanno accesso all'acqua potabile e 2.600 milioni non vivono in condizioni igieniche di base accettabili» così come «più di 900 milioni di persone (il 13% della popolazione globale) vivono in condizioni d'indigenza estrema e appena 17 milioni avranno superato la soglia della povertà nel 2015», come scriveva Frei Betto, tra i principali esponenti della Teologia della Liberazione ed ex assessore del primo governo brasiliano di Luiz Inácio “Lula” da Silva per il programma Fome Zero (Fame Zero).

Fino ad ora, però, i documenti fin qui redatti non sono stati considerati all'altezza delle aspettative, ed è alto il pericolo che quelli che verranno realizzati nei giorni prossimi seguano la stessa via, anche perché nei vari forum ufficiali che si sono tenuti in questi anni la soluzione dei problemi mondiali è stata affidata proprio a chi quei problemi ha concorso ad aumentarli.

Oil for nothing (di Luca Tommasini)

Si chiama “Oil for Nothing” il video realizzato da Luca Tommasini e prodotto dalla Campagna per la riforma della Banca Mondiale sugli impatti delle attività estrattive delle multinazionali nel Delta del Niger. Nonostante le difficoltà legate alla diffusa militarizzazione del territorio, Tommasini è riuscito a raccogliere numerose testimonianze e immagini che evidenziano come il fenomeno del gas flaring (il gas bruciato in torcia collegato all’estrazione del petrolio) e gli sversamenti di greggio comportino degli effetti molto negativi sull’ambiente e sulle comunità locali. Il tutto senza che le oil corporation si curino troppo delle conseguenze nefaste delle loro operazioni.

C'è chi i governi li abbatte a colpi di elezioni e chi a Colpi di...Stato

Niamey (Niger) - C'è chi i governi li abbatte a colpi di elezioni e chi a Colpi di...Stato.
1974, 1996, 1999, 2010. Sono queste le date “storiche”, le date in cui il governo del Niger è passato di mano:
Il 13 aprile 1974 il governo di Hamani Diori – leader del Partito Progressista in carica dal 1960 – viene rovesciato dal “Comitato militare supremo”. Il nuovo Presidente è il tenente colonnello Seyni Kuntche. Sotto la sua presidenza il paese vive il periodo probabilmente più prolifico della sua storia post-coloniale (la liberazione è avvenuta nel 1960), in particolare in termini economici (grazie allo sfruttamento dell'uranio, che costituiva – 1980 – circa il 90% delle esportazioni).
Se, però, sul fronte interno si poteva parlare di “miracolo”, la stessa cosa non si poteva dire sul fronte internazionale, dove il debito estero passò dai 207 milioni del 1977 agli oltre 1000 degli inizi degli anni '80. Il Niger fu costretto a ricorrere alle "cure" del Fondo Monetario Internazionale. Nel 1986 Kuntche fu colpito da emorragia cerebrale, sostituito dal colonnello Alì Seibou, che verrà eletto Presidente della Repubblica tre anni più tardi.
La cura del duo Banca Mondiale-FMI intanto otteneva i suoi frutti: negli anni '90 il Paese è a rischio bancarotta.
Gennaio 1996: viene destituito Mahamane Ousmane (passato alla storia come il primo presidente democraticamente eletto della storia nigerina, anno 1992). Al suo posto il colonnello Ibrahim Baré Maïnassara. Tre anni più tardi, con l'opposizione che chiedeva le dimissioni di Maïnassara, la guardia presidenziale uccise il presidente. Al suo posto Daodua Malam Wankefu, che divenne anche capo del Consiglio Nazionale per la Riconciliazione. Dopo le forti pressioni della comunità internazionale, le elezioni svoltesi nell'ottobre dello stesso anno portarono alla vittoria – tramite elezioni giudicate libere e corrette dagli osservatori internazionali - del militare in pensione Mamadou Tandja, deposto giovedì.

Il mandato di Tandja sarebbe dovuto scadere lo scorso dicembre, ma una riforma costituzionale da lui stesso voluta, lo aveva “legittimato” per un terzo mandato. L'unico paese che ancora appoggiava il Niger era la Francia, paese passato dalla colonizzazione militare del XIX secolo a quella economica del Terzo Millennio. Sì, perché – tramite Areva, leader mondiale nel settore del nucleare – si assicura lo sfruttamento dell'unica ricchezza che il Niger può offrire: l'uranio. L'ultimo accordo commerciale, stipulato nel gennaio dello scorso anno, concede ad Areva lo sfruttamento della miniera di Imouraren, la più grande di tutto il continente africano.

Un passato in mano ad organizzazioni criminali come Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, condizioni geo-climatiche non certo favorevoli (come d'altronde gran parte dei paesi del continente africano), corruzione diffusa ed una forte dipendenza economica dai paesi stranieri (metà del budget governativo deriva infatti da risorse esterne), pongono il Niger tra i paesi più poveri del mondo, al secondo posto nella graduatoria mondiale sulla mortalità infantile ed al penultimo in quella dello sviluppo umano.
Il colpo di stato di giovedì, dunque, è in qualche modo la normale conclusione di una situazione che – iniziata con l'aumento dei generi alimentari a seguito della siccità e dell'invasione di cavallette nel 2005 – aveva visto aumentare le tensioni e gli scontri nell'agosto scorso, quando Tandja aveva modificato a suo favore la carta costituzionale nigerina.
Laddove la c.d. comunità internazionale non può – o non vuole – far nulla (l'essere seduti sul più grande giacimento di uranio del mondo ti dà un certo potere politico, nonostante ormai l'uranio sia stato declassato a risorsa di serie B), e dove le organizzazioni sovranazionali pronte a mandar militari in ogni dove – a patto che questo vada a favore dei paesi più importanti al suo interno – il colpo di stato rimane l'unica soluzione attuabile.

È stato, in qualche modo, un golpe “dolce”, un golpe dove il versamento di sangue per le strade è stato minimo (si parla di un numero di vittime tra le tre e le dieci unità, totalmente nelle fila dei militari): il presidente Tandja è stato sequestrato, verso le 13 di giovedì, durante un consiglio dei ministri e portato – dopo un breve scontro a fuoco - a ritmo di marcia militare.
«Il Consiglio supremo per la restaurazione della democrazia, di cui sono portavoce, ha deciso di sospendere la Costituzione della Sesta Repubblica e di dissolvere tutte le istituzioni che di essa sono emanazione». È questo lo scarno comunicato con cui i golpisti, per voce del colonnello Goukoye Abdoulakarim ha annunciato l'avvenuta deposizione del Presidente. Poi il silenzio.
Silenzio nelle comunicazioni e silenzio nelle reazioni della gente; molti nigerini, infatti, hanno visto il colpo di stato come il punto di inizio di una svolta democratica che da tempo invocano. Tandja non era un presidente-dittatore, non era odiato dai suoi cittadini, che anzi gli riconoscevano il merito di aver lavorato alacremente per il bene della popolazione, ma nessuno ha accettato il suo governo-regime fondato sull'illegittimità.

A guidare il golpe, tra i più importanti nelle gerarchie militari, sono il colonnello Djibrilla Hima Hamidou – detto Pelé – che nel 1999 parteciò al golpe del comandante Wanké ed oggi numero due del Csrd (Consiglio supremo per la restaurazione della democrazia); Harouna Adamou, maggiore, e Goukoye Abdoulakarim, colonnello, che ne è anche il portavoce.
Il loro scopo è quello di «trasformare il Niger in un esempio di democrazia e buon governo, salvando la popolazione da povertà e corruzione». Dopo un breve periodo di coprifuoco e chiusura delle frontiere aero-terrestri, con l'arresto del Presidente e dei ministri presenti al consiglio, la situazione sembra essersi stabilizzata, con la liberazione di questi ultimi ed il ritorno ad una normalità che, in realtà, sembra essere stata interrotta solo nella capitale Niamey, e neanche in tutta la città (a Zinder, una delle città principali e prima storica capitale del paese, il golpe non è stato neanche avvertito dalla popolazione, che ne ha evidentemente avuto notizia solo dalla radio). Per altro fonti giornalistiche dicono che il Csrd non fosse l'unico a caldeggiare il rovesciamento di Tandja: altri due gruppi di militari avevano avuto la stessa idea.
Adesso bisognerà vedere come la giunta militare intenderà muoversi, sia sul fronte interno – dove ha già fatto sapere di voler indire elezioni libere, ma solo dopo aver stabilizzato il paese – che sul fronte esterno. Per quanto riguarda il fronte interno, si è fatto avanti l'ex presidente della Nigeria Abdulsalami Abubakar in veste di mediatore: la sua road map propone, in particolare, il temporaneo reinsediamento di Tandja fino alle nuove elezioni per la costituzione di un governo di riconciliazione nazionale. Sul fronte esterno vive momenti di panico la Francia, che ancora non sa se i militari vorranno mantenere in piedi gli accordi internazionali firmati da Tandja (in particolare, ovviamente, quello con Areva), oppure vogliano guardare ad altri clienti, in primis quella Cina la cui opera di colonizzazione – con tanto di acquisto di terre coltivabili in Africa – assomiglia sempre di più alla colonizzazione dell'ormai decaduto Impero francese.

Non si sa, naturalmente, se questa giunta voglia davvero operare in funzione di una maggior democratizzazione del Niger, quello che si sa è che questo colpo di stato ha probabilmente evitato ben altri pericoli per un paese già in ginocchio. È questo è già un punto a suo favore.

Al grande negozio globale

Dicono che le ideologie siano morte. Può darsi. In un mondo in cui tutto, dalle produzioni industriali alle idee alle persone è stato trasformato in merce, probabilmente non si può più parlare di ideologie nel senso in cui si intendeva questo termine al tempo dei blocchi d'influenza. E forse a quel tempo aveva anche un senso la libera espressione del voto alle urne, perché si credeva che con quel gesto, per quanto piccolo, si potesse in qualche modo cambiare il mondo ed il corso degli eventi. Oggi, come testimonia questo documentario, non è più così: oggi se non siedi in un consiglio di amministrazione, se non dirigi alcuna multinazionale, alcuna banca o non hai potere di veto in organizzazioni come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale o l'Organizzazione Mondiale per il Commercio non hai quel tipo di potere. Oggi però continuano a contrapporsi due "ideologie": quella neoliberista, che ha portato al fallimento di un paese come l'Argentina (le cui similitudini con la situazione italiana si palesano sempre più, anche se molti non vogliono vederle...) od alla recente crisi economica, basata sul Washington Consensus da un lato, e l'ideologia anti-liberista, quella dei Chavez, degli Evo Morales dall'altra. Oggi non è più con il voto elettorale che si esprime il dissenso, perché quando tutti gli uomini politici sono in mano ai grandi centri di potere e alle lobby non perseguono l'interesse del popolo, ma quello del c.d.a. Oggi, nel tempo della commercializzazione di ogni aspetto della vita umana, si può però esprimere il dissenso in altro modo. Perché non è necessario prendere il potere per cambiare il mondo...

Voces contra la globalización (Otro mundo es posible) from SOLUCIONES CIUDADANAS on Vimeo.

L'Impero

"(...)Mi soffermo sul concetto di sistema cui faccio riferimento in continuazione: preferirei chiamarlo “impero del denaro”, perché il motore che spinge l'intero meccanismo è il denaro, in particolare la finanza. Esso ha tre capisaldi: il più importante è il primato dell'economia. E' inutile prendersi in giro e illudersi; diciamoci finalmente la verità, anche se è molto dura. Nella nostra società, il primato spetta al settore economico: a decidere tutto sono gli attori delle forze economiche. Non fatevi illusioni su chi eleggerete al governo, perché i politici sono i burattini di turno, con l'unico scopo di farvi digerire le pillole, ora dolci, ora amare, dell'economia. In realtà, gli uomini che prendono le decisioni chiave nel nostro Paese sono pochissimi, e appartengono al mondo della finanza, non della politica. A livello mondiale, chi decide sono i grossi complessi economico-finanziari, che hanno i volti della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale, del WTO. Se oggi non si capisce questo primato dell'economia e della finanza, non si è capito nulla del sistema.

Neo-colonialismi crescono


Si scrive Global Land Grab, si legge colonialismo.
È questo, oggi, il nuovo modo con cui i paesi del c.d. Primo mondo si assicurano la definizione di paesi ricchi. Rubando milioni di ettari di terre coltivabili a paesi come Etiopia, Sudan, Cambogia, Filippine per continuare a far parte dell'esclusivo club dei “grandi”. In realtà non si può parlare di un vero e proprio ladrocinio, in quanto le terre vengono spostate da un paese all'altro con atto di vendita. Esattamente come si usava fare per gli schiavi nell''800.

Funziona così:

Vandana Shiva: alla riscoperta dell'oro verde


«L'Amazzonia non appartiene solo al Brasile, ma al mondo intero. E la necessità di proteggerla dovrebbe essere una questione che riguarda il mondo intero. I governi ma anche i consumatori finali. Per questo quello che ha scoperto Greenpeace è così importante e chiama in causa tutti. Me che sono indiana così come voi che siete italiani».

Vandana Shiva nasce nel 1952 a Dehra Dun, nel nord dell'India da una famiglia progressista. Ha studiato nelle università inglesi ed americane, laureandosi in fisica. Per chi – come me – si schiera dalla parte contraria al fenomeno della globalizzazione (una volta ci chiamavano “no global”, ma dice che questo termine non esista più) è un mito: è a capo del movimento per la protezione della biodiversità e ha rischiato anche il carcere, nel Punjab, per aver guidato migliaia di contadini in collera con le multinazionali. Nel 1991 ha fondato Navdanya, un movimento per proteggere la diversità e l' integrità delle risorse viventi, specialmente dei semi autoctoni in via di estinzione a causa della diffusione delle coltivazioni industriali. Come ognuno di noi, anche a Vandana Shiva è capitato quel famoso “episodio che cambia la vita”. Al ritorno in India dopo gli studi - infatti - rimase traumatizzata rivedendo l'Himalaya: aveva lasciato una montagna verde e ricca d'acqua con gente felice, poi era arrivato il cosiddetto "aiuto" della Banca Mondiale con il progetto della costruzione di una grande diga e quella parte dell'Himalaya era diventato un groviglio di strade e di slum, di miseria, di polvere e smog, con gente impoverita non solo materialmente. Decise così di abbandonare la fisica nucleare e di dedicarsi all'ecologia, fondando nel 1982 il «Centro per la Scienza, Tecnologia e Politica delle Risorse Naturali». I suoi primi risultati vanno a formare “Sopravvivere allo sviluppo”, con il quale inizierà una lunga serie di saggi – e di conferenze che la portano in giro per il mondo, e spesso anche nel nostro paese – tutti estremamente critici verso la «globalizzazione neoliberista». Questa che vi propongo è l'intervista rilasciata a Francesca Caferri per Repubblica, edizione odierna.
Signora Shiva, perché questa è una questione globale?
L'Amazzonia non è solo una foresta. Non è solo del Brasile. E', prima di tutto, il più grande deposito di biodiversità del mondo. Il più importante contributo alla stabilità climatica e idrogeologica che ci sia rimasto sulla terra. Per questo è una questione mondiale. E posso dire, per averlo visto con i miei occhi, che la distruzione che sta avvenendo lì e la lotta impari degli indigeni contro le imprese che vogliono legno e materie prime e a cui non importa nulla di loro, è una questione globale e come tale andrebbe trattata. Dai governi per primi.
Cosa dovrebbero fare?
Dovrebbero innanzitutto dimenticare la parola profitto quando si parla di questa zona del mondo. Gli unici investimenti in Amazzonia dovrebbero essere diretti a garantirne la sopravvivenza e la protezione. Questo da solo dovrebbe essere considerato un guadagno, in termini di stabilità. Quello che mi aspetto concretamente è la formazione di un'alleanza globale fra i paesi in nome della conservazione dell'Amazzonia.
Il G8 che si svolgerà fra qualche settimana in Italia ha la tutela dell'ambiente e il cambiamento climatico fra i punti principali della sua agenda. Crede che il discorso sull'Amazzonia potrebbe essere affrontato lì?
Francamente non mi aspetto molto dal G8. Mi aspetto molto di più dal G20, il vertice allargato a cui prendono parte i paesi cosiddetti emergenti e, in questo caso, il Brasile. E' quella la sede per spingere verso un cambiamento. Quello che è successo dal settembre dello scorso anno ad oggi avrebbe dovuto insegnarci qualcosa. Che il modello di sviluppo cieco, che distrugge tutto intorno a sé, che punta solo al profitto, non funziona. Non funziona più. Eppure questo è il modello di sviluppo che sta distruggendo l'Amazzonia. Per guardare al futuro dobbiamo pensare a un modello diverso, illuminato lo definirei. Dove l'idea di futuro e quella di sviluppo convivano.
In questo modello che ruolo hanno i consumatori finali? Come lei sa bene il rapporto di Greenpeace li chiama in causa direttamente, mettendo sul patibolo marchi che sono fra i più conosciuti al mondo...
I consumatori possono molto. La prima cosa da fare sarebbe stabilire una moratoria internazionale su qualunque bene che sia collegato in qualche modo alla distruzione dell'Amazzonia. Questo spetta ai governi, ma poi devono scendere in campo anche i consumatori. Pensiamo a quello che è accaduto con l'influenza suina in Messico: colti dal panico, i consumatori hanno imposto ai supermercati di tutto il mondo di non vendere più carne arrivata dal Messico. Le esportazioni sono crollate nel giro di qualche giorno. O pensiamo al movimento che si è sviluppato in molti paesi d'Europa contro gli organismi geneticamente modificati: le proteste hanno imposto alle catene di distribuzione di essere OGM free, almeno in parte. Ora, lo stesso si può fare per l'Amazzonia: i consumatori possono fare pressioni sui negozi perché non vendano nessun prodotto che non sia “Amazon free”. Rispettoso dell'Amazzonia, non derivato dalle sue materie prime. E poi dovrebbero chiedere di consumare solo carne locale: in questa maniera le importazioni dal Brasile crollerebbero.
Tutto questo però creerebbe un danno grave all'economia del Paese: e non possiamo dimenticare che parliamo di uno stato in cui buona parte della popolazione vive ancora in povertà...
La maggior parte delle coltivazioni e degli allevamenti in Amazzonia sono illegali. Da questa economia guadagna solo chi commercia in modo illegale, non il paese.
Parliamo delle popolazioni indigene: come lei sa, molti sostengono che la vicinanza con la “civiltà” sia per loro un bene. Qual'è la sua opinione?
Io non sono d'accordo. Se guardiamo al futuro e a quello che ci serve per andare avanti, capiremo che l'elemento fondamentale è una relazione bilanciata con la terra. Un sistema di conoscenza e di vita che non sia basato sullo sfruttamento ma sull'armonia. In questa maniera gli indigeni hanno molto da insegnarci, non sono certo dei primitivi. Primitivi mi sembrano piuttosto quelli che li vogliono cacciare.