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L'educazione di un piccolo suicide bomber


Agente: «Siediti, Farfur...Farfur, vogliamo comprare la terra, ti daremo un sacco di soldi. Avrai moltissimo denaro e noi prenderemo i documenti»
Farfur: «No! Noi non venderemo le nostre terre ai terroristi!»
A: «Farfur! Voglio che mi dai i documenti! Dammi i documenti!»
F:«Non ti do i documenti! Non te li do»
A: «Farfur!» (lo picchia) «Farfur! Dammi i documenti!»
F: «Non li darà a dei criminali, a dei terroristi!»
A: «Ci stai chiamando terroristi, Farfur?» (lo picchia violentemente) «Prendi questo! Prendi questo! E questo! E questo!»
F: «Fermati! Fermati!»


A questo punto la telecamera inquadra la giovane conduttrice, che con occhio triste dice: «Abbiamo perso il nostro amico più caro, Farfur. Farfur è diventato un martire, proteggendo la sua terra. È diventato un martire per mano dei criminali, degli assassini. Gli assassini di bambini innocenti...»

È il 27 giugno 2007 e questo dialogo va in onda in una puntata – che per le critiche ricevute proprio per questo episodio sarà anche l'ultima – di “Tomorrow's Pioneers” (“I Pionieri di domani”), programma di Al Aqsa Television, la “voce ufficiale” del movimento palestinese di Hamas, che aveva inserito questo programma – prima puntata datata 13 aprile di quell'anno – tra i suoi programmi per bambini, tra quelli “educativi” per dirla in gergo.
«Topolino è morto da Shahid». «Topolino è morto da martire», titolarono i giornali occidentali nei giorni immediatamente successivi. Il personaggio di Farfur, infatti, era ricalcato – almeno nelle fattezze fisiche – su uno dei simboli più noti della cultura occidentale come il personaggio nato dalla matita di Walt Disney nel 1928.

Il programma è stato chiuso, ma quanti altri “Farfur” ci sono in giro? Quanti altri bambini, in questo preciso momento, vengono indottrinati da personaggi e programmi di questo genere?


Facciamo che io salto in aria...


Da un lato la coercizione: la scelta – consapevole – degli adulti di plagiare i bambini facendogli credere che “l'onore dello Shahid”, l'onore del martirio, sia l'unico “onore” a cui ci si possa e debba votare. Dall'altro lato, all'estremità opposta, ci sono i bambini di questo video – che secondo quanto detto da Ahsan Masood, il primo a pubblicare il video su Facebook, dovrebbero essere pashtun del Waziristan, al confine tra Afghanistan e Pakistan – che la guerra la “giocano”, la “simulano” esattamente come i loro coetanei occidentali.

La scuola stuprata (dagli sponsor)

Grande scalpore sta suscitando in questi giorni la scuola formato Lega Nord ideata da Danilo Oscar Lanciani sindaco di Adro (Brescia) che ha – come scriveva Liberazione ieri – infettato il  polo scolastico con simboli leghisti. Come fanno notare i compagni di Militant sarebbe forse il caso di scandalizzarsi ancor di più nello scoprire a chi il polo è stato dedicato: tal Miglio Gianfranco che, per chi non lo sapesse, è uno degli ideatori del secessionismo padano. Non essendo esperto di questioni leghiste ho fatto un giro in rete, trovando – mi è bastato Wikiquote – materiale abbastanza interessante su questo “intellettuale”:

«Il linciaggio è la forma di giustizia nel senso più alto della parola. C'è la giustizia dei legulei, che è il modo di imbrogliare il prossimo, e c'è la giustizia popolare che si esprime nei moti rivoluzionari. Quando il sistema non garantisce più la giustizia, è il popolo che si appropria del diritto di punire. Il linciaggio è un fatto estremo e riprovevole, per etica e stile».

A parte la capriola linguistico-dialettica con la quale definisce il linciaggio sì la forma più alta di giustizia ma al contempo un fatto riprovevole per etica e stile (che d'altronde fa parte del bagaglio ideologico di un partito che urla “Roma Ladrona” non solo mandando propri uomini a fare i ministri ma anche facendosi finanziare lautamente proprio dalla capitale ladrona...) sarebbe interessante chiedere non tanto ai leghisti ma al resto del mondo politico dove sia l'aspetto encomiabile in una definizione come quella appena citata od in una come questa:

«Il presunto impegno alla solidarietà non fa altro che legalizzare la violenza a danno dell'onesto possidente, costretto a rendere partecipi della sua fortuna coloro che guadagnare non sanno...»

Insomma: proprio un personaggio “educativo”, non c'è dubbio. Mi chiedo dove siano state le opposizioni fino ad ora, ma ho paura di venire a conoscenza della risposta.

Come da più parti ci si chiede, comunque, sarebbe interessante studiare la reazione della popolazione nel momento in cui – in un universo parallelo – al posto della lega e dei suoi simboli ci fossero stati il Partito Comunista e la falce&martello. Con questo non voglio assolutamente dire che la politica nelle scuole faccia male, rinnegherei in tal caso il mio “sessantottismo”, mi chiedo solo quanta ideologia pseudo-sinistrorsa ci sia in questa vicenda. Domanda che diventa ancora più interessante nel momento in cui vengo a scoprire che se Adro ed il suo sindaco folkloristico (è infatti lo stesso della mensa solo per chi può permettersela e del “menù padano” in una scuola che, non si sa fino a quando, è ancora aperta a tutti...) campano ormai da qualche giorno sulle prime pagine dei giornali, la stessa cosa non avviene per un altro tipo di sponsorizzazione che sta violentemente entrando nelle scuole e che, a mio modo di vedere, può essere ancora più pericolosa.

Scegli il parto cesareo solo se necessario...al medico!

Settembre, si sa, solitamente è il mese delle novità. Quest'anno stiamo assistendo ad un nuovo filone pubblicitario: dopo quelli ormai notissimi della pubblicità a sfondo commerciale e quella sociale (la c.d. “Pubblicità Progresso”) stiamo assistendo alla nascita della Pubblicità “presa per i fondelli”. Qualche post fa mi ero soffermato sul nuovo spot del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (qui l'articolo:http://senorbabylon.blogspot.com/2010/09/lotta-di-classe-e-pubblicita-sicurezza.html e qui: http://www.youtube.com/watch?v=PcnvE98iDKA lo spot) che interessandosi – per così dire – del problema della sicurezza sul lavoro fa passare il messaggio che le scarse condizioni di sicurezza sul lavoro non siano dettate dai tagli dei Padroni ma dal poco amor proprio dei lavoratori. Oggi invece ve ne voglio mostrare un altro di questi spot, che io però non ho ancora visto in televisione (anche perché la mia è diventata ormai né più né meno un soprammobile...) che riguarda un fenomeno molto molto strano che avviene in questo paese: l'alta – anzi altissima – percentuale di parti cesarei.

[qui:http://www.youtube.com/watch?v=Fct6pLi0WaM per chi non riuscisse a visualizzare il video]

Qualcun@ potrà – a ragione – obiettare che il sottoscritto non ha le competenze per parlare di parto (per ovvi ed evidenti motivi...), ma quando anche il parto diventa materia in qualche modo politica il tutto diventa estremamente interessante...
Il filone sanità – o sarebbe meglio dire malasanità – è probabilmente uno di quegli argomenti che più dovrebbero interessare il giornalismo nostrano, quanto meno quello dalla denuncia facile che tanto va di moda e che invece viene riportato in auge in maniera estemporanea per presentare l'ennesimo caso di errore medico e consimili di cui le cronache delle ultime settimane ci hanno raccontato.
I media, per come la vedo io, non fanno male ad essere presenti su questo aspetto – ci mancherebbe altro – ma puntano l'obiettivo sull'aspetto sbagliato. Ma d'altronde, se sapessero fare il loro mestiere saremmo in un altro paese. Un esempio? Prendiamo proprio il problema malasanità: si arriva alla denuncia del fatto singolo – per essere al pari con quella moda che vuole la denuncia di tutto e tutti senza che il sistema che genera tale episodio venga intaccato minimamente – ma mai nessuno si è mai addentrato, ad esempio, ad analizzare il problema dell'ingresso della politica negli aspetti decisionali della sanità o il problema della “meritocrazia” per amici, parenti e questuanti dei baroni universitari che proclamano grandi medici non i più bravi ma i più asserviti al loro potere, e gli esempi potrebbero – ahimé – continuare a lungo...

Lo Stato "ruba" i bambini

Di solito i fatti di cronaca non mi interessano granché, anche perché in questo paese c'è questa cultura del “peep show” per cui un fatto di cronaca locale (un omicidio o quel che vi pare a voi...) diventa subito “il” fatto, quello per cui ci sorbiamo speciali di “Porta a Porta”, “Matrix” e tutta questa robaccia dove, dopo aver detto quanto è pericoloso sto paese – tanto per far capire all'italiano medio l'importanza della repressione di Stato – si passa a raccontare quanto è importante la liposuzione ad una certa età. Naturalmente tutto questo viene fatto allo scopo di distogliere l'attenzione dai fatti importanti (non è certo una novità...), e mentre i cittadini creano teorie tutte loro su Cogne, Garlasco etc per le quali neanche Colombo o Perry Mason saprebbero fare tanto ci dimentichiamo delle e dei tante/i a cui quotidianamente vengono sottratti i diritti fondamentali.

Capitano però anche quei fatti di cronaca che in qualche modo ti fanno pensare, esulandoli dal contesto specifico diventano in qualche modo indicatori di un fenomeno più generale e che, dunque, se osservato da quest'altro punto di osservazione assume un'importanza decisamente diversa.
L'ultimo di questi casi è quello – sicuramente ne avrete letto o sentito al tg – della ragazza alla quale è stata sottratta la figlia appena partorita perché giudicata incapace di svolgere il suo ruolo di educatrice. È una storia accaduta nello scorso luglio, per la quale non avevo trovato modo e tempi per scriverne. Ne approfitto dunque oggi visto che la storia è stata riportata in auge da alcuni media.

Possiamo leggere questa vicenda in due modi: da un lato come dramma “individuale” di una giovane donna alla quale viene sottratto il figlio appena nato, dall'altro come fatto “collettivo”, “sociale”, di una madre per la quale viene decisa da una forza terza (i servizi sociali) «l'incapacità nello svolgere il ruolo genitoriale», incapacità dettata principalmente da uno stipendio – 500 euro - che in Italia è basso anche per una persona sola, figuriamoci per una madre con figlio appena nato!

Naturalmente tra i due l'aspetto che mi interessa analizzare è il secondo, cioè lo “scontro” tra una persona che non chiede altro che esercitare un proprio sacrosanto diritto (quello di essere madre oltre l'aspetto puramente fisico) e l'integerrima burocrazia che attanaglia i gangli di questo paese.

Il privato è politico, si urlava dalle strade durante le contestazioni negli anni '70. E quale esempio migliore di questo per ribadirlo ancora oggi, dopo trent'anni?

Il calcio è uno sport per bambini

Non sono un grande fan del calcio. Qualche anno fa lo ero, ed anche uno di quelli più accaniti, considerato che ero una sorta di archivio vivente di un buon 90% dei calciatori esistenti nei campionati principali europei (serie minori annesse). Ma allora ero ancora piccolo, e l'illusione che il calcio fosse solo uno sport ce l'avevo ben piantata nella testa. Non che fosse tutto rosa e fiori, naturalmente. Ricordo ancora i genitori che la domenica mattina dimenticavano che i calci al pallone li tiravano i propri figli, incitandoli al grido di «spezzagli le gambe» o altre espressioni che ne distinguevano il grado di sportività, che si inseriva più o meno una tacca sotto a quella di un baro.
Allora ero piccolo, e non capivo perché certi genitori si facessero venire la bava alla bocca dalla rabbia quando vedevano il proprio "prodigio" in panchina o quando l'allenatore lo metteva fuori squadra. In particolare non capivo perché questi signori si comportassero in questo modo, mentre mio padre se ne stava bello tranquillo a bordo campo a guardare allenarsi la schiappa - almeno in campo calcistico - che s'era ritrovato come figlio.
Poi passa il tempo, si cresce e ci si appassiona ad altro (non è un segreto che i fatti di Genova 2001 furono per me un crocevia decisivo...), quindi per me il tirare calci ad un pallone si limitava ai tre mesi estivi, quando rompere una finestra o mandare il pallone su qualche terrazza era la cosa peggiore che potesse capitarti (in particolare se la/il proprietari@ della finestra ti rincorreva minacciandoti con una scopa in mano...). Uscendo dal mondo "ufficiale" del calcio dei bambini credevo che certe dinamiche si fossero in qualche modo se non estinte, quanto meno mitigate. E invece deve sempre succedere qualcosa che mi fa ricordare che le brutte abitudini, in Italia, sono quelle che durano di più...
Immaginatevi questa scena: siete i proprietari di una scuola calcio, una di quelle che ha visto grandi campioni allacciarsi le prime scarpette e segnare i primi gol (da quel che so anche uno dei più importanti attaccanti nostrani di oggi è passato su quei campetti), a settembre di solito si formano le squadre per i vari campionati a cui la scuola parteciperà - quando giocavo io la cosa era decisamente più semplice, visto che si andava per età - e, come ogni anno, anche in questi giorni gli allenatori si prodigano in questa operazione. Vengono promossi in squadra solo i migliori, non solo quelli coi piedi migliori, ma anche quelli con un comportamento - e magari anche una pagella - degno di nota, perché ricordiamoci che non siamo all'AtaQuark,

In questi tempi di guerra non deve essere un crimine parlare di pace

Lashkar Gah (provincia di Helmand, Afghanistan) - Siamo al quarto giorno di detenzione dei prigionieri politici Marco Garatti, Matteo Dell'Aira e Matteo Pagani, i tre operatori di Emergency rapiti - perché di rapimento si tratta - sabato 10 da forze afghane e britanniche dell'Isaf (International Security Assistance Force) di cui ancora nessuno è riuscito ad avere notizie certe fino ad ora.

L'unica cosa certa, per adesso, è il modo alquanto clownesco con il quale tutta la faccenda sembra essere stata gestita sia in loco, dove il governo ha prontamente smentito una fantomatica "confessione" dei tre a poche ore dal sequestro, sia da parte di tre dei principali esponenti del nostro Governo, la cui ormai consueta propaganda anti-Emergency risulta ancora una volta inutile e stucchevole e non fa altro che evidenziare, come se ce ne fosse ulteriore bisogno, l'inadeguatezza della nostra classe politica.

Prima di cominciare con il post però, devo rettificare quel che ho scritto nel precedente articolo ("Prigionieri politici"): i fermati totali sono nove, di cui solo uno risulta non essere italiano: oltre ai tre ancora in stato di fermo, infatti, ci sono un logista, un anestesista e tre infermiere italiane ed un fisioterapista indiano, tutti trasferiti quasi subito a Kabul dove - nonostante la propaganda guerrafondaia dica altro - con il ritiro dei loro passaporti risultano, in qualche modo, prigionieri anche loro.

Ma il punto principale, che a mio modo di vedere cambia un po' le cose, è un altro: come più volte ha ribadito Gino Strada in queste ore, per quella che gli stessi militari delle forze di invasione definiscono la più grande offensiva nella zona dell'ultimo decennio non c'è personale che possa testimoniarlo. Cioè non ci sono giornalisti, neanche i c.d. "embedded", cioè quelle persone che - con una penna in mano - vengono ingaggiate dagli eserciti per raccontare quanto sono forti e come esportano la pace casa per casa, aggirandosi in posti di cui non conoscono la lingua, entrando nelle abitazioni a suon di bombe e, se c'è tempo, stuprando o ferendone gli abitanti. Quel che è strano è proprio il fatto che, nel momento in cui viene annunciata una delle operazioni in cui maggiore dovrà essere il risalto dell'onore delle proprie truppe, non c'è nessuno, a parte i militari ed i civili naturalmente, che ne fissi gli accadimenti per il futuro. Che si nasconda una motivazione "politica" dietro la decisione di tacere il 100% dell'operazione?

A dircelo potrebbe

De la gente che se scanna per un matto che commanna

«Il genere umano deve ai bambini il meglio che può dare. Per guardare in alcuni aspetti del futuro non occorrono proiezioni di supercomputer. Molto del millennio che sta per iniziare può essere visto dal modo in cui ci prendiamo cura oggi dei nostri bambini. Il mondo di domani sarà influenzato dalla scienza e dalla tecnologia, ma soprattutto sta già prendendo forma nei corpi e nelle menti dei nostri figli».
Sono le parole pronunciate da Kofi Annan, l'ex Segretario generale delle Nazioni Unite, nel 1997. «Il genere umano deve ai bambini il meglio che può dare», una gran bella frase, ma solo questo. Solo una frase. Basta guardarsi un po' in giro per capire questo: bambini obesi che passano le giornate davanti alla televisione in America, bambini costretti a prostituirsi e vivere per strada in Brasile, in Africa ed in gran parte del mondo. Tutti accomunati da un unico particolare: non aver voluto la vita che stanno vivendo.

Mogbwemo (Sierra Leone) - «Maniche corte o maniche lunghe?» no, non è la richiesta di una mamma di fronte ai capricci del figlio incapace di scegliere come vestirsi. È la richiesta degli uomini del RUF, il Fronte Rivoluzionario Unito che, al grido di “Non più schiavi, non più padroni. Potere e prosperità al popolo” imperversò in Sierra Leone tra gli anni '90 e l'inizio del nuovo millennio. Ciò che succedeva dopo la domanda era sempre la stessa, identica, cosa: l'amputazione. Delle braccia nel primo caso o delle sole mani nel secondo. Quando in questa situazione si trovavano – come si trovano tutt'ora – dei bambini, l'amputazione non era solo una mera questione fisica, era anche – e soprattutto – amputazione dell'infanzia.

Il rapporto tra i bambini e la guerra nasce nella notte dei tempi: che siano esse vittime o complici dei carnefici fa poca differenza. Il trauma è lo stesso. Ai tempi delle campagne napoleoniche li chiamavano “enfants perdus”, bambini perduti. Erano tamburini che davano il ritmo ai soldati in prima linea e, come tali, i più esposti al fuoco di artiglieria. Poi la guerra si evolve, e i compiti dei bambini mutano: gli appartenenti alla Hitlerjugend, ad esempio, archetipi del moderno kamikaze, avevano il compito di saltare sui carri armati nemici cercando di infilare le bombe a mano nelle feritoie; le immagini dei bambini palestinesi che sfidano i carri israeliani armati di sole pietre sono ben presenti nella memoria di ciascuno di noi.
Secondo il Rapporto Globale sui bambini soldato del 2008 sono più di 250.000 i minori che prendono parte ai combattimenti in giro per il mondo. Che siano soldati o semplici “assistenti”, francamente, credo faccia poca differenza.

E voi a divertirvi andate un po' più in là andate a divertirvi dove la guerra non ci sarà.

I miei compagni di scuola iniziarono a sospettare che non gli abbia raccontato proprio tutto di me. «Perché sei fuggito dalla Sierra Leone?» «Perché c'è la guerra». «E tu hai visto la gente combattere?» «Se ne vedeva dappertutto». «Nel senso che c'era gente che andava in giro armata a sparare?» «Sì, spesso». «Figo». Abbozzo un sorriso. «Una volta o l'altra ce ne parli». «Sì, una volta o l'altra».
[dal retro di “Memorie di un soldato bambino” di Ishmael Beah]

Quando si parla di guerra, solitamente, si tende a considerare sotto questo termine i grandi eserciti “super-addestrati ed armati fino ai denti” che vediamo spesso nei film americani.
Quegli stessi film che piacciono a tutti i bambini, perché da bambino chi non si è identificato con Rambo, o con tutti tutti questi “eroi dal grilletto facile”? La regola dei bambini piccoli è che: «i maschietti giocano con i mitra e le femminucce con le bambole». Già, giocano...

Da questo lato del mondo, dal lato economicamente ricco, i bambini giocano alla guerra. Perché per un bambino la guerra deve essere un gioco. Come è “giusto” che sia. Dall'altro lato del mondo, cioè dal lato che serve al mondo ricco per continuare a definirsi tale, la guerra, molto spesso, non è un gioco.
Congo, Algeria, Somalia, Darfur, Sierra Leone. Migliaia e migliaia di bambini africani la guerra non la giocano. Alcuni la guardano da lontano, fortunatamente. Altri, invece, la vivono in prima persona. Come Ishmael Beah, autore del libro “Memorie di un soldato bambino”. Mi fa un certo effetto dover dire che questo libro – come molti altri – è un libro bello e che mi è piaciuto.
Perché mi fa un certo effetto connotare in maniera positiva una guerra raccontata sì da un reduce, ma da un reduce che, nel momento del racconto, ha da poco passato la maggiore età. Siamo nel 1993, a Mogbwemo, piccolo villaggio della Sierra Leone, paese in cui i ribelli del Fronte Unito Rivoluzionario hanno iniziato, dal marzo del 19991, una guerra civile capeggiati da Charles Taylor, esportatore di morte e signore della guerra, ed alcuni ribelli burkinabé.
Ishamel, suo fratello Junior, gli amici Talloi e Mohamed alla guerra non ci pensano. Loro sono bambini. E poi a loro interessa la “parlata veloce degli americani”, cioè il rap e l'hip hop. Nel loro villaggio però non ci sono rapper, e per vederli, per studiarli (visto che hanno formato una band) vanno a Mobimbi, il “parco divertimenti” per bianchi.
Un giorno come un altro, però, il loro villaggio viene attaccato, ed i ragazzi non potranno più farvi ritorno.
È l'inizio della fine. I ragazzi si separeranno e tutti – in un modo o nell'altro – faranno i conti con la guerra. Ishmael diventa un soldato “regolare”, il cui scopo è quello di «vendicarsi dei ribelli che gli hanno ucciso la famiglia e distrutto il villaggio», come il comandante ripete spesso, tra un film di Rambo, qualche pasticca e un po' di cocaina “che danno più energia”.
Da quel momento la famiglia di Ishmael saranno i suoi compagni, il caporale e tutti gli altri che, come lui, hanno un fedele amico nell'AK-47, nel G3 o nel kalashnikov. Gli unici “amici” di cui ci si possa fidare in guerra.
L'infanzia di Ishamel se ne va così, insieme al primo proiettile che uccide un uomo, in quel concetto che vuole i militari “buoni” ed i ribelli “cattivi” avere differenze sempre più labili. Entrambi attaccano villaggi, uccidono, rubano. Entrambi gli eserciti usano i bambini per fare la guerra.

So che solitamente in una recensione si riassume quel che si è letto. Ma mi piacerebbe che invece che a questo mio articolo, la gente si incuriosisca e vada a leggersi il libro, perché – come dice William Boyd – questo libro è «la prima volta che un soldato bambino si mostra capace di dar voce letteraria a una delle figure più drammatiche che ci ha lasciato il XX secolo: la figura dell'adolescente guerriero ed assassino».

«E voi a divertirvi andate un po' più in là
andate a divertirvi dove la guerra non ci sarà. »
[Fabrizio De André]

Project ReEvolution

http://www.youtube.com/watch?v=MK7VtWPla8A 

Dire che la musica non ha confini è la cosa più scontata di questo mondo. Così come dire che c'è un certo tipo di musica, non per forza quella "militante" (quella dei 99 Posse o della Banda Bassotti, tanto per fare un paio di nomi che dovrebbero essere noti ai più), che fa delle tematiche sociali il suo punto di forza.
Quando però si incontrano Francesco Sondelli e Maurizio Capone con i suoi BungtBangt quel che ne esce è tutt'altro che scontato.

Per chi non li conoscesse: Francesco Sondelli (che sto conoscendo anch'io in questi giorni...) è un cantautore e produttore indie/pop/rock napoletano che vive a Los Angeles, uno dei tanti emigrati conosciutissimi all'estero e totalmente sconosciuti nel loro paese (d'altronde il detto "Nemo propheta in patria" qualcosa vorrà pur dire, no?). Maurizio Capone, per chi mastica un pò di musica alternativa - e capisce il napoletano - è ormai una realtà più che apprezzata. Potremmo anche definirlo il "musicante ecologico" perché, insieme al suo gruppo BungtBangt suona degli strumenti un pò particolari: rifiuti. Ogni tanto, in quei rari, rarissimi barlumi di intelligenza della nostra televisione, può anche capitare di vederli in un'esibizione live che, vi assicuro, è qualcosa di eccezionale.

La ninna nanna de la guerra


Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili
Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s'ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d'una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.
Chè quer covo d'assassini
che c'insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.
Fa la ninna, cocco bello,
finchè dura sto macello:
fa la ninna, chè domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.
So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.
E riuniti fra de loro
senza l'ombra d'un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!

Trilussa - 1914

Severn Suzuki, la bambina che zittì il Mondo per 6 minuti



"Ci insegnate a non litigare con gli altri, a risolvere i problemi, a rispettare gli altri, a rimettere a posto tutto il disordine che facciamo, a non ferire altre creature, a condividere le cose, a non essere avari. Allora perché voi fate proprio quelle cose che ci dite di non fare? (...)
Ciò che voi state facendo mi fa piangere la notte. voi continuate a dire che ci amate, ma io vi lancio una sfida: per favore, fate che le vostre azioni riflettano le vostre parole."



Severn Cullis-Suzuky, 12 anni