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Il gastronomo del Viminale - Federico Umberto D'Amato (La Storia siamo noi, 6 giugno 2013)

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E’ stato per trent’anni il più autorevole funzionario dell’Ufficio Affari Riservati, di fatto, il servizio segreto del Ministero dell’Interno. Bonario e spietato, curioso e discreto, Federico Umberto D’Amato è stato l’uomo di fiducia degli americani, lo spione di Botteghe Oscure, il primo civile ammesso alla Nato e, secondo i suoi accusatori, la figura dietro agli scandali finanziari, alle trame oscure e alle stragi che hanno attraversato il paese. Una vera e propria ombra del potere. Una figura che ha fatto delle informazioni un’affilata arma del potere. Il suo scopo sapere tutto di tutti soprattutto di quelli che il potere lo detengono.

Storia di De Tormentis, la democrazia e le torture di Stato in Italia


«In questo paese ci sono più persone che scrivono libri di quelle che li leggono» diceva un mio vecchio professore universitario, e che il nostro sia un paese di non-lettori non è certo una novità. Capita, peraltro, che ci siano poi delle vere e proprie “bolle” su libri che vengono creati raffazzonando materiale altrui e leggende metropolitane, ma che hanno però tutte le luci della ribalta (nonché varie ospitate e trasmissioni speciali sulla terza rete Rai) e libri che, magari anche solo in parte, tentano di spostare quei riflettori sulle tantissime zone d'ombra della nostra storia e che, per questo, non godono della stessa fortuna.

Proprio uno di questi ultimi casi potrebbe permettere al nostro paese di fare un salto di qualità, una crescita intellettuale se vogliamo, favorendo una discussione che da troppo tempo viene rimandata e che riguarda una manciata di anni, quelli che i libri di storia hanno definito “di piombo”. Il libro in questione è “Colpo al cuore: dai pentiti ai “metodi speciali”, come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata”, scritto dal giornalista Nicola Rao nei mesi scorsi ed edito da Sperlink&Kupfer.

Premetto che ancora non ho avuto modo di mettere le mani sul libro, per cui questa non sarà assolutamente una recensione. Quello che mi interessa, invece, viene sviscerato su internet in questi giorni grazie al prezioso lavoro del blog Baruda.net. Ad oggi, il tentativo di raccontare dei metodi illegali usati dallo Stato (no, qui non esistono pezzi di Stato “deviato” e “non-deviato”) contro i gruppi che, a sinistra, scelsero la lotta armata tra i Settanta e gli Ottanta sono stati affrontati solo da due libri (al contrario dei tanti – non sempre utili – scritti sulla criminalità organizzata): uno è quello, appena citato, di Nicola Rao. L'altro si chiama “Le torture affiorate”, fa parte di una più ampia collana (cinque libri) chiamata “Progetto Memoria”, una «ricerca storico-documentaria sull'esperienza armata che ha attraversato l'Italia negli anni 70-80», come è possibile leggere sul sito della cooperativa “Sensibili alle foglie” (fondata nel 1990da Renato Curcio, Stefano Petrelli e Nicola Valentino nel carcere romano di Rebibbia), un altro dei libri che difficilmente vedremo “recensiti” da Fabio Fazio e soci.

Si è sempre detto, a torto, che “i cattivi” fossero gli operai, gli studenti o i “militanti” che scelsero la lotta armata e che i “buoni” fossero gli uomini dello Stato, belli e ligi al dovere ed al rispetto delle regole come quelli che ti fanno vedere nei “serial” in televisione. Poi, però, arriva un De Tormentis qualunque a scombinare i piani.

Questioni morali

Qualche sera fa, finalmente oserei dire, la Rai si è ricordata di essere un servizio pubblico mandando in onda “Il Sorteggio” (per chi se lo fosse perso basta cliccare qui per vederlo in versione integrale), la storia di un giovane operaio della Fiat – Tonino – che da semplice “cittadino qualunque”, di quelli che alla politica non si interessano, viene chiamato (“sorteggiato”, appunto) come giudice popolare nel processo alle Brigate Rosse realmente tenutosi a Torino il 27 maggio 1976.
C'è un passaggio – più o meno ad un'ora dall'inizio del film – che mi ha dato da pensare. Tonino si trova a parlare con Gino, il delegato sindacale di fabbrica che fa un po' da “padre” a tutti gli altri operai:

«Sai cos'è lo Stato per me? È il 30 per cento di trattenute in busta paga, le tasse sulla benzina, le tasse sulla schedina, le tasse sulle sigarette...e poi, poi...se vado all'ospedale devo fare la fila, vado alla posta a ritirare quelle due lire di pensione di mio padre che è morto di silicosi in Sicilia prima che arrivasse a Torino e devo fare la fila, e spesso manco ce li trovo quei soldi Gino...e quel povero Gallo? Gli saltano tre dita e lo sbattono al reparto handicappati, così...questo è lo Stato che conosco, Gino!»

Nonostante l'evidente sfiducia la scelta – morale – di Tonino sarà poi decisiva per il processo che lo Stato farà alle Br. Non mi interessa qui entrare nel merito storico-politico di quegli avvenimenti. Mi interessa capire, invece, se oggi quel “processo” non debba essere ripreso. Parlo del processo morale, naturalmente. Che poi lo si voglia chiamare “questione” morale è indifferente. Un po' meno indifferente è, invece, capire se sia meglio declinare il tutto al singolare o se, come credo, sia necessario parlare di “questioni” morali, al plurale. Ma entriamo nel dettaglio


Tedesco, la questione morale del PD ed il “moralizzatore” anti-casta. “L'Anonymous italiano”, il “Julian Assange tricolore”, “la Wikileaks italiana”. Sono tanti i modi in cui – sui media ed in rete – viene descritto questo “SpiderTruman”, personaggio che sembra essersi preso l'onere e l'onore di fare il moralizzatore estivo del nostro paese.
Al di là del dibattito (sic!) legato all'usare o meno il proprio nome in rete, è davvero così importante smascherarlo (o smascherarla, eventualmente...)? Leggendo nei giorni scorsi qualche commento mi sono reso conto di una cosa: questo paese sta perdendo il senso delle dimensioni.

Futuro: il processo di rottura della Democrazia Italiana.

Fino a ieri pomeriggio il testo che leggerete se n’è stato in beata solitudine nel cestino sul desktop del mio portatile, perché da quando ho abbracciato l’anarchia, della politica partitica poco me ne cale. Diciamo che tra un post sui partiti e un post su Faith Aiworo, la ragazza nigeriana che il nostro “civile e democratico” paese ha mandato a morire in Nigeria (dove l’attende l’impiccagione per aver ucciso il suo datore di lavoro che tentava di violentarla…) la priorità la davo a quest’ultima. Come al solito la nostra classe politica ci dà motivo per ribadire che la mafia non è quella che sta in Sicilia con la coppola in testa e la lupara al braccio ma, come ci spiegava Pippo Fava – uno dei più grandi uomini, ancor prima che giornalisti, che l’Italia abbia avuto l’onore di avere – i veri mafiosi sono quelli che stanno in Parlamento. Perché gli omicidi su commissione sono prerogativa mafiosa, e quello di Faith – checché se ne dica e se ne pensi – è un omicidio su commissione. Ma su questo mi riservo il prossimo post.
Dicevo che questo post è stato nel cestino fino a ieri pomeriggio, fino a quando non mi arriva una mail di Lorella Zanardo (no, nessun caso di omonimia, è proprio l’autrice de “Il Corpo delle donne” che mi onora, oltre che della sua amicizia – seppur principalmente virtuale – anche di essere mia “fan” personale…) che mi chiedeva cosa ne pensassi della situazione partitica attuale e di un uomo politico in particolare. Per cui, pur non credendo alle coincidenze, non mi rimaneva altro da fare che aprire il cestino e riprendermi il testo che state per leggere. La domanda che mi poneva Lorella è se esista, allo stato attuale delle cose, un’alternativa alla situazione politica che stiamo vivendo ormai da tempo. Per rispondere a questa domanda voglio partire da L’Aquila, città ferita per l’incuria di qualcuno che un anno e qualche mese fa sottovalutò il terremoto e per le manganellate prese la settimana scorsa a Roma. Qualche giorno fa, infatti, 150 deputati del Partito Democratico hanno avuto il coraggio di presentarsi nel capoluogo abruzzese. «Grazie a voi di essere venuti qui. A soli un anno, tre mesi e ventuno giorni dal terremoto…» è stato il  giusto saluto degli aquilani.Come gli avvoltoi, infatti, i deputati del partito di finta opposizione, che sempre più ricorda la corrente migliorista di quel Partito Comunista Italiano che – incapace di coinvolgere una popolazione tanto vasta da poter governare da solo –elemosinò un po’ di potere prostrandosi ai piedi della Democrazia Cristiana tramite quello che passò alla storia come “il compromesso storico”.

Gambizzazioni in diretta tv

Guerra civile fredda, strategia della tensione: sembra che ci godano, i politici e i pennivendoli di destra, a gridare al ritorno al clima che si respirava negli anni '70. D'altronde è normale che sia così: quando ti allei con i leghisti del ce l'ho duro, a fare la parte del ce l'ho moscio non ci stai. Vecchie reminiscenze machiste.

Pur sforzandomi non riesco proprio a capire. Non capisco come si possa credere a tutte quelle dabbenaggini – ed uso una terminologia “diplomatica”- che abbiamo potuto vedere a reti quasi unificate nei giorni dell'attentato al re. Non voglio rientrare nel merito se l'aggressione sia davvero accidentale o sia stata premeditata e studiata a tavolino per ricompattare e far risalire nei consensi il premier e la sua cricca (credo di averne parlato ampiamente in precedenti articoli...), ma mi chiedo come il popolo che si definisce di destra possa credere a quel che abbiamo visto. Per un labbro tagliato (tra l'altro: si diceva fosse il labbro inferiore ma il cerotto era sul labbro superiore. Ma vabbé, sono dettagli direbbe qualcuno) 5 giorni di ricovero ospedaliero? Non vi sembra che ci abbiano un po' “campato” su questa storia?
Indipendentemente da quale sia il simbolo che ognuno di noi vota sulle schede elettorali: esiste qualcuno che veramente è così credulone da essersi bevuto l'emergenza degna di una puntata di E.R.? Per un labbro spaccato 5 giorni d'ospedale. Se gli sparavano che succedeva, dovevamo andare tutti in pellegrinaggio a Lourdes a chiedere un miracolo? Eppure io qualche elettore di destra intelligente lo conosco anche...


C'è la stessa aria degli anni '70, dicevamo. Non so se l'aria sia la stessa perché a quel tempo non ero nato, ma so che il clima che quegli stessi che parlano di “abbassare i toni” stanno infuocando non mi lascia tranquillo. Per due motivi innanzitutto: a) checché ne dicano gli organi di stampa filo-governativi gli operai e i proletari in genere (termine caduto in prescrizione) continuano a non sapere come portare il pane in tavola mentre leggono dei soliti aiutini tra potenti, e sappiamo cosa vuol potrebbe succedere se la classe operaia tornasse ad avere anche la forza per incazzarsi; b) di matti – non solo quelli psicolabili – è pieno il paese. Per cui non mi meraviglierei se qualcuno decidesse di rispondere all'aggressione a Berlusconi. Ed è proprio questo che mi fa molta paura.

Gli anni '70 non li ho vissuti. Però ho – purtroppo – vissuto praticamente tutta l'epopea berlusconiana, e da che ho memoria si è sempre parlato di un complotto ai suoi danni da parte di “una certa” magistratura, di “un certo” giornalismo e via discorrendo, e nella logica del complotto sta anche quello di partire dal presupposto che se c'è un complotto c'è anche qualcuno che lo sta ordendo no? Bene: quei nomi sono stati fatti pochi giorni fa in quella seduta parlamentare dalla chiara impronta gandhiana da Fabrizio Cicchitto (n° tessera P2 2232), uno che trenta anni fa si batteva contro il sistema ma che, come molti, ha capito che mangiare nel piatto del sistema poi così schifo non fa.



«(...)quasi voglia tramutare lo scontro politico durissimo in atto in guerra civile fredda e poi questa in qualcosa di più drammatico».
Questa frase non la capisco. O meglio: non ne capisco le intenzioni, perché non so se sia un'opinione del “muratorino romano” Cicchitto o se sia un'esortazione affinché qualcuno si spinga davvero più in là, dando la possibilità ai tanti guitti che infestano l'istituzione parlamentare di portare a termine il loro piano (magari – visti i soggetti interessati – quello di rinascita democratica di Gelli).

Ma il punto che mi spinge a scrivere – di nuovo – di queste faccende è un altro. E torniamo di nuovo ai tanto acclamati anni '70.
In quegli anni c'era, da parte delle Brigate Rosse, un'usanza un po' particolare: le gambizzazioni. È capitato a tante persone, in quegli anni, di essere sparati alle gambe (questa era la procedura delle gambizzazioni, infatti): ne fece le spese, tra gli altri, Indro Montanelli, che sappiamo essere tra i maestri di Marco Travaglio, oggi nella bufera come “mandante morale” dell'aggressione di Tartaglia. Oppure capitava che qualcuno, per affiliarsi alle Br, decidesse di uccidere un giornalista scomodo come Walter Tobagi, giornalista che fin da subito si occupò – dalle pagine del Corriere della Sera – del fenomeno terrorista che investì quegli anni.

Il trattamento riservato ai giornalisti in quel periodo è lo stesso che oggi viene riservato ai giornalisti “anti-regime” Marco Travaglio e Michele Santoro: si diceva – e si dice – che sono causa di tutti i mali, che sono servi al servizio di questo o quello e così via.
Non mi interessa qui discettare sull'obiettività o meno del lavoro dei due, basti in questa sede ribadire che non sono uno dei massimi estimatori del primo e considero poco obiettivo il giornalismo del secondo (ma essendo dell'idea che il giornalismo non possa essere obiettivo non gliene faccio certo una colpa).

Quel che mi interessa è che le parole del piduista Cicchitto – non me ne voglia nessuno, ma il termine “onorevole” proprio non riesco ad associarlo al suddetto – assomigliano tanto ad una gambizzazione. Gambizzazione mediatica, naturalmente.
Dicendo che Travaglio, Santoro, Di Pietro hanno armato la mano di un signore in cura da circa 10 anni per disturbi psichici – peraltro sapendo bene di dire il falso – non si fa altro che riproporre quel concetto di “nemico da abbattere” che trent'anni fa portò il paese in una guerra in cui ragazzi ammazzavano altri ragazzi per far dominare la loro “ideologia”; in cui si dava dimostrazione di “forza” sparando alle gambe di magistrati – come il giudice Alessandrini – o di giornalisti. Oggi si fa la stessa cosa senza spargimento di sangue. Almeno per ora...

Oggi si dice che chi denuncia le malefatte del sistema di potere politico ed economico vuole ribaltare la democrazia; si dice che chi mostra alla gente “la verità dei fatti” è uno sporco terrorista che vuole destabilizzare lo Stato. E questo è logico: è la parte marcia del Potere che si difende.

Però mi chiedo come il popolo di destra possa credere ad una storia simile. Mi stupisco in particolare di quella parte della destra che una volta – neanche tanti anni fa – aveva in bocca parole come “legalità”, e si ergeva in battaglie a sua difesa. Mi chiedo come possano aver messo da parte il forte senso dello Stato e del rispetto delle leggi che dicevano di avere. Mi chiedo come abbiano potuto abdicare all'intelligenza per accettare tutto questo...


Ma ora è il momento della pubblicità.

Tremate! Tremate! I terroristi son tornati!


Avete presente la fantomatica lettera di minacce ad opera delle Brigate Rosse a quelli che alcuni anni fa i 99 Posse definivano "I 3 Porcellini", cioè Berlusconi, Bossi e Fini (vabbé, diciamo che ora sono 2 e mezzo, che Fini non si sa che vuol fare). Questa è la divertentissima risposta trovata in rete (grazie a Baruda) che permette di inquadrare la faccenda come effettivamente dovrebbe...

Tremate! Tremate! I terroristi son tornati!

9 Maggio 1978: quando il silenzio uccise...due volte

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Questa fu la prima pagina de L'Unità del 9 Maggio 1978.
Il corpo dell'On. Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, per due volte Presidente del Consiglio Italiano nel periodo 1963-1976 veniva trovato nel bagagliaio di una Renault 4 Rossa parcheggiata in via Caetani a Roma, condannato e messo a morte per volere del "tribunale del popolo" delle Brigate Rosse. L'onorevole Moro, in realtà, è stato ucciso sì per mano brigatista, in quanto a loro si deve l'esecuzione materiale dell'omicidio, ma non ci sono dubbi che il suo assassinio sia stato possibile non senza le connivenze e l'avallo dello Stato Italiano. Sulle motivazioni che portarono al sequestro ed all'omicidio dell'ex presidente della Dc vi è una florida bibliografia, utile - a chi interessasse - non solo per capire quello che Leonardo Sciascia definì "l'affaire Moro", ma anche - e soprattutto - per capire come funzionava il mondo con il Muro di Berlino ancora in piedi.
In quello stesso giorno, a distanza di alcuni chilometri "veniva suicidato" Peppino Impastato. Sì, "veniva suicidato". Così come 9 anni prima "venne suicidato" l'anarchico Pino Pinelli. Allora si disse che Peppino, che in quei giorni stava portando a termine la campagna elettorale che lo vedeva coinvolto nelle elezioni comunali nelle file della Democrazia Proletaria, si era "stancato della politica e della vita". O almeno questo fu ciò che c'era scritto nella lettera che venne rinvenuta e che per gli inquirenti valeva la prova del suicidio. Si sa, dopo tanti e tanti anni, che in realtà Peppino fu ucciso per ordine di Tano Badalamenti, quel "zu Tano Seduto" che tante volte era stato dileggiato dai microfoni di Radio Aut, la radio che Peppino aveva fondato.
Allora come ora - a distanza di 31 anni - nessuno ne parla.
Allora come ora i riflettori - quei pochi che non sono puntati verso la corte del Sacro Berlusconiano Impero - sono puntati sull'ex Presidente della Dc. Perché un uomo che non piega la schiena, che non abbassa lo sguardo è considerato scomodo. 31 anni fa come oggi...