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Bocche cucite (e non è un modo di dire)

Le immagini che seguono sono decisamente forti. Perché ci raccontano ancora una volta quel che non vogliamo sentirci raccontare. Raccontano quello che non vogliamo vedere e che, per sentirci superiori abbiamo iniziato a definire, di volta in volta, "extracomunitari" o "clandestini" senza renderci conto - o rendendocene perfettamente conto, dipende dai punti di vista - di quanto questo imbarbarimento faccia male a loro, ai migranti rinchiusi nei Centri di Identificazione ed Espulsione per una legge idiota che solo questo stato poteva ideare, e faccia male a noi, che ogni giorno diventiamo sempre più miserevolmente xenofobi, ignoranti e vuoti.
Loro - i migranti - ogni giorno tentano il suicidio ingoiando tutto quello che possono, dai pezzi di vetro alle pile. Ma quel che hanno fatto in quattro al C.I.E. di Torino e poi altri cinque in quello di Gradisca d'Isonzo  è un passo ulteriore verso il baratro a cui la "civile" Italia si sta avvicinando:

Sono immagini che ci pongono di fronte alla "solita" domanda: tra esseri umani diventati "clandestini" con un tratto di penna ed i cittadini che continuano a credere nel berlusconismo come fonte di tutti i mali chi è il più criminale?

Se noi ci siamo autodefiniti dalla parte del "bene" allora chi tutela il male quando il bene si prepara ad ammazzare (o a cucire le bocche, come in questo caso...)?

Sorvegliateci i Maroni

C.I.E. di Corso Brunelleschi (Torino) - Habib è stato costretto a scendere dal tetto. Qualche minuto dopo sorvegliateci-thumb le sette di questa mattina, infatti, i vigili del fuoco sono intervenuti per porre fine ai sogni di libertà del 32enne tunisino che, se fosse riuscito a rimanere sul tetto fino a stanotte, sarebbe tornato ad essere un uomo libero, perché proprio domani scadevano i termini per la sua carcerazione nel C.I.E. Per lui, adesso, non sembra esserci altra soluzione che il rimpatrio in Tunisia. È questa la grande “civiltà” delle nostre forze politiche: quella di non avere neanche il coraggio di decidere sulla vita di cittadini stranieri ingiustamente prelevati e rinchiusi sul nostro territorio, così, come novelli Ponzio Pilato, si lavano le mani alla fonte della “civiltà e democrazia” mandando a morte le/gli immigrate/i nei loro paesi d’origine. Ma d’altronde cosa aspettarsi da un paese che – unico al mondo – ha ideato una cosa come il carcere ostativo (il famoso “fine pena mai”)?

«Io non voglio tornare in Tunisia, è un paese povero e io non ho niente. Ho speso duemila euro per tornare in Italia e ci voglio restare». Sono le parole di Habib (il cui nome “ufficiale” è Ben Asri Sabri) al telefono con i e le solidali fuori dal Centro. Habib-Sabri è arrivato nel nostro paese nel 2003, lavorando come pescatore ad Ancona. è stato prelevato al largo di Lampedusa, dopo essere tornato a trovare la famiglia in Tunisia. È stato ospite (come vengono definit* le/i reclus*) prima del Centro di Crotone – chiuso dopo l’incendio che i suoi stessi ospiti avevano provocato – e poi del C.I.E. di Corso Brunelleschi, del quale domani si sarebbero aperte le porte e Habib-Sabri sarebbe tornato ad essere un uomo libero, magari in viaggio verso il Belgio, meta scelta in caso di insuccesso in Italia. Conoscendo la mentalità fascio-borghese di gran parte degli italiani, so già che in questi ultimi minuti quelle poche facoltà intellettive non evaporate per il caldo si saranno inceppate sulla frase «Ho speso duemila euro per tornare in Italia» alla quale è seguita la solita domanda: «ma se era povero, come se li è procurati i soldi per venire in Italia?» Io la risposta la conosco benissimo, ma non ve la dico. Perché la risposta la potete trovare lungo le circa 500 pagine di Bilal, il meraviglioso libro di Fabrizio Gatti, giornalista de L’Espresso che ci ha spiegato nell’unico modo possibile come sia la vita da clandestino: diventando uno di loro.

Le legislazioni passano, i Governi-aguzzini restano…

Centro di Identificazione ed Espulsione di Corso Brunelleschi (Torino) – Habib (Sabri, secondo i registri del Centro) da lunedì è salito sul tetto, ed è ancora lì, nel pieno della sua lotta. Se riesce a resistere fino a venerdì sarà un uomo libero, perché venerdì 23 è la data di scadenza dei 6 mesi massimi di reclusione nei C.I.E. È anche per questo che la sua storia deve circolare il più possibile, perché vincere questa battaglia per Habib significa riguadagnare la libertà, per le altre e gli altri reclus* significa un piccolo passo in più verso la distruzione totale di questi lager che le menti “democratiche e civili” hanno ideato per mantenere ordine e disciplina.
L’immagine che vedete qui di fianco è la scansione della data di scadenza del farmaco somministrato ad Habib per curargli l’asma. Una svista? Se credessi ancora in Babbo Natale, nella Befana o nella Democrazia degli Stati nazionali potrei rispondere di sì, ma la realtà è ben diversa. Perché la Croce Rossa Italiana è qualcosa di ben diverso da quello che la televisione vuole farci credere. Nei C.I.E. la Croce Rossa cura qualunque cosa con aspirine, tranquillanti e psicofarmaci (spesso usati come “ingrediente nascosto” nei cibi); porta i manganelli alle forze del (dis)ordine quando queste devono ricordare ai ed alle recluse chi è che comanda; si gira dall’altra parte quando uno di quelli che nell’immaginario collettivo sono chiamati “poliziotti” – Vittorio Addesso – tenta di stuprare una reclusa (Joy, finalmente libera da qualche settimana). Ma di tutto questo, potete starne certi, non ne verrete mai a conoscenza. Perché tutto quello che gira intorno ai Centri di Identificazione ed Espulsione non è materia di competenza dei pennivendoli italiani, e per trovarne notizie bisogna cercare nei circuiti alternativi (Radio OndaRossa con il programma “Silenzio Assordante” del venerdì alle 17, Radio BlackOut, Macerie e IndyMedia su tutti…), quelli cioè che fanno informazione.
Caro Habib,
siamo tutti con te e facciamo tutto il possibile da Gradisca. Stiamo lottando per combattere questa legge che non deve esistere, e facciamo il possibile. Molti di noi siamo in sciopero della fame, non vogliamo avere niente a che fare col direttore e le guardie, noi non vogliamo niente da loro.
In tanti ci tagliamo ogni giorno come forma di protesta perché i Cie devono essere rasi al suolo. Sappiamo che sei li da più di trenta ore; non ti preoccupare, tieni duro perché siamo molto vicino a te e sappiamo che la tua lotta è anche la nostra lotta.