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Storia di mafia, Stato e Chiesa

foto: tg24.sky.it
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/storia-di-mafia-stato-e-chiesa/27633/

Cinisi (Palermo), 13 maggio 2012 - «Ultrà di sinistra dilaniato dalla sua bomba sul binario», scriveva così il Corriere della Sera il 10 maggio 1978, in merito all'omicidio di Peppino Impastato.
Chissà se don Pietro D'Aleo, parroco della Ecce Homo abbia riletto questo articolo nei giorni scorsi, preparando la giornata commemorativa in ricordo del fondatore di Radio Aut.

«I tempi non sono maturi», ha infatti spiegato il parroco a Giovanni Impastato, che del fratello ha raccolto in qualche modo l'eredità e che si era limitato semplicemente a chiedere una messa per il fratello. La celebrazione è stata sostituita da una veglia di preghiera per la legalità e la giustizia sociale officiata da don Luigi Ciotti, che in contesti antimafia non ha bisogno di presentazioni.

Caterina Palazzolo, responsabile dell'azione cattolica della parrocchia, ha spiegato che la scelta di negare la messa in memoria di Peppino si basa non solo sul fatto che gli esponenti del mondo comunista non avrebbero apprezzato (in un anacronistico revival di “Peppone e don Camillo”), ma anche per scongiurare un possibile incidente diplomatico tra Giovanni Impastato e la sua “Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato” e Salvo Vitale, amico di Peppino Impastato che oggi guida l'associazione in memoria dell'ex esponente di Democrazia Proletaria maturata due anni fa, quando il sindaco si presentò – insieme ad altri suoi colleghi – dinanzi la casa che aveva ospitato Gaetano “don Tano Seduto” Badalamenti. Una sfilata di colletti bianchi non proprio accettata dall'associazione Impastato.

A questo punto la domanda è d'obbligo, sia alla luce della storia antimafia di una certa parte della Chiesa, sia alla luce di una certa vicinanza di un'altra parte di quella stessa Chiesa al mondo mafioso: i tempi non sono maturi per cosa? Per dire da un pulpito, come diceva Peppino, che «la mafia è una montagna di merda»? Non sia mai che Enrico “Renatino” De Pedis - boss di quella Banda della Magliana che, è ormai storia, sappiamo avesse rapporti molto stretti con Cosa Nostra - si rigiri nella tomba.

Intanto, nel paese che ormai gira al contrario, arriva l'annuncio-shock della ministra dell'Interno Annamaria Cancellieri: «Non dobbiamo aver paura di mettere in vendita i beni confiscati», a dispetto delle tante associazioni antimafia che da anni lottano per il riutilizzo sociale di questi beni. Non contenta, Cancellieri ha risposto a chi le faceva giustamente notare la non certo remota possibilità che questa apertura non significhi altro che rimettere quei beni nelle mani dei boss che, qualora ciò dovesse avvenire, «vorrà dire che saranno nuovamente sequestrati e confiscati e lo Stato ci guadagnerà due volte». Qualcuno spieghi alla ministra che fare questo tipo di indagini non è così semplice come scrivere un disegno di legge.
Per il resto, davvero, lascio al lettore ogni altro tipo di commento.

La historia es nuestra y la hacen los pueblos.


Oggi non c'è bisogno di dire che giorno sia. Oggi ci sorbiremo l'ennesima ipocrita corsa dei media a chi si sente più americano, a chi commemora meglio.

A volte mi chiedo - con una punta di cattiveria - se il World Trade Center (che siano stati poi quelli di Al Quaeda è tutto da dimostrare, e la florida bibliografia che è nata sull'argomento è quanto meno una buona domanda di partenza) non sia stato in qualche modo una sorta di vendetta storica per l'appoggio che gli americani dettero al golpe di Augusto José Ramón Pinochet Ugarte con il quale si tarparono le ali al sogno cileno di Salvador Allende (nonostante molti cileni rimpiangano più il generale, come molti qua da noi rimpiangono i tempi fascisti...). Dell'11 settembre cileno - una commemorazione che sento molto più mia rispetto a quell'altro 09/11 - se ne parlerà poco, così come se n'è sempre parlato poco.
Fortunatamente ci rimane la musica. Quella musica che - quando ha contenuti diversi dalle canzoncine smielate che infestano le radio (e che però fanno vincere un sacco di premi) - sa essere insegnante migliore di qualsiasi libro, a pari merito - forse - con i racconti degli anziani che quelle storie le hanno vissute sulla pelle.

In questo senso fu importante, per il Cile di quel tempo, l'opera di un grande cantante e uomo come Victor Jara che, dalla sua cella nello stadio di Santiago dove fu prigioniero (lo stadio di Santiago equivale un po' all'ESMA argentino) scrisse questo (riporto anche la traduzione per chi non conoscesse lo spagnolo). Un ufficiale fece condurre Jara nel mezzo del campo di calcio obbligandolo a porre le sue mani da chitarrista sul tavolo. A colpi di ascia l'ufficiale gli troncò le dita delle due mani: «Cosa aspetti ora a cantare?», gli disse. Girandosi verso le tribune dove erano ammassati i prigionieri, Jara brandì i suoi monconi insanguinati ed iniziò l'inno dell'Unità Popular,cantato in coro da tutti i detenuti, mentre una raffica di mitra reprimeva nel sangue lo smacco di Jara al Potere.

Oltre ai vaffa c’è di più? Sottotitolo: Quando è moda è moda.

«Quando è moda è moda», cantava Giorgio Gaber nel 1978.
Lo voglio iniziare così, quest’anno, il mio articolo “di commemorazione” per la strage alla stazione di Bologna di 30 anni fa. Lascio al circuito informativo principale l’aspetto commemorativo, il ricordare il numero di morti e feriti, le testimonianze e tutto il corollario che ruota intorno alla grande macchina commemorativa, che questa sera ci avrà già rotto le scatole e torneremo ad occuparci delle cose di cui ci occupiamo di solito. Di nulla.
Quest’anno ricade il trentennale, data importante e, per questo, c’era bisogno di un qualcosa in più, qualcosa che potesse differenziare il 2 agosto 2010 da quello del 2009, del 2008 eccetera eccetera, e si è pensato bene di creare l’ennesima polemica futile, degna di un popolo che ormai ha imparato ad occuparsi solo di futilità e che mi fa capire ancora una volta che per diventare un popolo serio – uno di quelli con la maiuscola – di strada, ahimé, ne dobbiamo fare ancora molta.
Il Governo oggi non sarà a Bologna a commemorare la strage. E allora? Dov’è il problema? Io davvero non capisco. Forse che senza il governo non si può considerare questo come un giorno di commemorazione? Che si aspetti forse un “taglio del nastro” per poter affermare, dal minuto successivo, di essere in fase di commemorazione?
Perché ci deve essere per forza un esponente di governo? Perché così è sempre stato? Per un dovere istituzionale che gli ominicchi della nostra classe politica – dell’una e dell’altra parte – rispettano solo quando gliene viene interesse personale? O forse perché, senza esponenti di governo non si può esercitare lo sport nazionale, cioè il “fancula un politico anche tu e dai il buongiorno alla giornata!” che tanto va di moda (di nuovo…) in una certa parte della nostra società che in alcuni casi, parafrasando il signor G, a definirla “civile” ci vuole fantasia?
È vero: non ci saranno esponenti del governo (e, conoscendo un po’ come vanno le cose nella politica, quelli che ci saranno avranno pensato anche al ritorno d’immagine, che in questi tempi di crisi elettorale non fa mai male…), ma non ci sarà molta altra gente. Io sotto a quel famoso orologio ci passo tutte le mattine, ed ogni volta cerco una “vittima” – solitamente tra gli studenti che, come me, fanno i pendolari – alla quale chiedere perché quell’orologio è fermo. Provate a farlo anche voi, qualche volta, e poi ditemi quante delle intervistate e degli intervistati vi avrà risposto in maniera corretta. La risposta che ho ricevuto più spesso è stata: «boh…io neanche mi ero accort@ che ci fosse l’orologio!».

Non sarà il gelido vento a riportare la luce


Peppinu Impastatu fu ammazzatu ri la mafia p'aviri dinunziatu li dilitti di contrabbannu,
di droga e di armi di Tanu Badalamenti, mafiusu
putenti e protettu di lu statu, patruni d'ammazzari,
mfami prigiuricatu, Don Tano ricunusciutu, ri tutti rispettatu e cchiù chi mai timutu pi lu crimini pirpitratu,
p'aviri fattu satari nall'aria Pippinu nostru,
bannera ri Democrazia Proletaria.
Fu na pugnalata nna lu pettu a li piciotti digni di rispettu, a li picciotti ca vonnu grirari la rabbia
pi un putiri travagghiari.
Pippinu, vucca di verità, vucca d'innucenza, rapprisienta a simienza ri sta terra senza spiranza.
Grirava a tutti ri pigghiari cuscienza a la radiu,
a la chiazza, nta li strati, pi li piciotti era comu un frati.
Vuleva fari la rivoluzioni pi dimustrari a la pupulazioni nca nun s'accansa nenti cu li scanti.
Quarcunu lu capiu, tanti autri no.
Nna lu silenziu fattu ri duluri chiovino garofani rossi
comu li lacrimi di chiddu chi arristamu, ncapu li resti di
Pippinu massacratu. Picchì...sti delitti?
[Gaspare Cucinella]


...a Peppino ed a sua madre Felicia, che come le orgogliose madres argentine ha lottato quotidianamente nella sua Plaza de Mayo affinché si rendesse giustizia a chi la mafia l'aveva guardata negli occhi e invece che averne paura come tanti, le aveva riso in faccia.

Lettera ad Ilaria Alpi.

Cara Ilaria,

Ci ho provato per tutto il giorno a scrivere una biografia su di te, una biografia che mi aiutasse a spiegare chi eri a chi non ti conosce, o a chi mi chiede perché ti ho dedicato il mio blog. Ma niente: non ci sono riuscito.

Non ci sono riuscito per tanti motivi: perché è difficile scrivere qualcosa che non sia stato già detto senza poter contare su esperienze personali o cose che i tanti libri, i film e gli articoli non abbiano già detto e senza voler riscrivere per l'ennesima – forse inutile – volta del “caso Ilaria Alpi”, perché come al solito volevo scrivere qualcosa di originale, qualcosa che non fosse un semplice copia e incolla di date, nomi, luoghi che non conosco, ed ogni volta che le dita iniziavano a muoversi sulla tastiera e le parole, i concetti, le idee iniziavano a prendere forma sul video mi sembravano sempre troppo banali.
Anche perché come fai a spiegare a parole quello che rappresenta un mito, una di quelle persone che quando le incontri – fisicamente o in altra maniera – ti cambiano la vita, le prospettive ed i progetti per il futuro.
Perché a me è successo proprio così: ti ho “incontrata” un giorno, per caso, o forse dovrei dire per fortuna: avrei dovuto leggere “Guerra e Pace” di Tolstoj o “Il giovane Holden” di Salinger per le vacanze, ma nessuno dei due libri era disponibile. In uno scatolone però c'era un libro: “Ilaria Alpi. Un omicidio al crocevia dei traffici”, e non so cosa fu, se quell'immagine che ti ritrae con il velo bianco in testa che mi colpisce ancora oggi o chissà cosa. Sta di fatto che più leggevo, più scorrevo tutto quell'insieme di misteri che ancora oggi, nonostante oggi siano passati 16 anni esatti, avvolge la tua storia, e più mi chiedevo cosa fosse successo davvero, perché ti avessero uccisa e soprattutto perché. Ma in questo so di essere in buona compagnia, visto che fortunatamente non sono l'unico a pormi questa domanda.

Forse è anche per questo che non riesco a scrivere su di te. Perché per scrivere di Ilaria Alpi bisogna scrivere per forza dei mille intrecci, della Somalia e dell'Italia, di Siad Barre e della Garowe-Bosaso, l'autostrada delle scorie nucleari. Oppure scrivere di Giorgio Comerio, l'”imprenditore” nel campo dello smaltimento di rifiuti tossici che in una cartellina gialla possedeva il tuo certificato di morte. Oppure scrivere dell'intervista a Abdullahi Mussa Bogor, il “signore di Bosaso” di cui il mondo conosce solo 12 minuti delle 2 ore e 30 di girato. E non bisogna dimenticarsi

A che serve vivere, se non c'è il coraggio di lottare?

Esistono due tipi di giornalisti: i “giornalisti impiegati” e i “giornalisti giornalisti”. Questa è la grande lezione di Fortapàsc, il film – interpretato da Libero Di Rienzo – su Giancarlo Siani, l'unico giornalista nella storia ad essere ucciso dalla camorra. Il perché è facilmente intuibile.

In Sicilia, invece, la mafia ne ha uccisi parecchi di giornalisti: Peppino Impastato, Mauro De Mauro, Beppe Alfano, Cosimo Cristina. Ognuno di loro è stato importante nella lotta alla mafia sul piano secondo me più importante, quello culturale. Ed ognuno di loro, a suo modo, è stato fondamentale in questo. Ma forse – tra i tanti – due sono stati i “cavalli di razza” dell'anti-mafia giornalistica. Uno è Peppino Impastato – di cui tra l'altro oggi ricorrerebbe il compleanno – ucciso a Cinisi il 9 maggio 1978 e che dalle frequenze di Radio Aut è riuscito laddove gli altri neanche pensavano di addentrarsi: disonorare la mafia sull'onore, l'unico metro di giudizio per un mafioso d.o.c. L'altro è Pippo Fava, un giornalista, drammaturgo e fine intellettuale impossibile da imbrigliare con questa o quella etichetta, questa o quella tessera. Come tutti i veri cavalli di razza, d'altronde. Veniva ucciso proprio oggi, il 5 gennaio 1984 a Catania, con 5 colpi di 7,65 alla nuca che lo freddano a pochi passi dalla redazione de “I Siciliani”, il giornale che aveva fortemente voluto e che, con mille peripezie, dirigeva.

Il video che segue è un pò il suo "testamento morale". Fu firmato davanti ad Enzo Biagi una settimana prima di venire ucciso.


http://www.youtube.com/watch?v=jAogBSvaSyU

«Mi rendo conto che c'è un'enorme confusione sul problema della mafia. [...] I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Se non si chiarisce questo equivoco di fondo... Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il fenomeno della mafia è molto più tragico ed importante. È un problema di vertici e di gestione della nazione, è un problema che rischia di portare alla rovina e al decadimento culturale definitivo l'Italia». [Pippo Fava]

Vuoti di memoria...

Ci sono storie che nascono nelle ombre.
Ci sono storie che nascono nelle ombre e così continuano la loro vita. Finché qualcuno non decide di puntargli sopra qualche riflettore in più.

E' questo il caso di “Carte False. L'assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Quindici anni senza verità”, libro che ho finito di leggere poche ore fa e che può aiutare – secondo me – a far conoscere una storia che noi giovani, noi che siamo cresciuti dalla fine degli anni '80 in poi, non sempre conosciamo.

La storia è quella della giornalista 32enne del Tg3 Ilaria Alpi e dell'operatore triestino di Videoest Miran Hrovatin, che ha accompagnato Ilaria nel suo ultimo viaggio in Somalia sulle tracce del traffico di rifiuti tossici che il nostro paese – per presunti accordi tra l'allora premier Bettino Craxi e Siad Barre, padre-padrone della Somalia degli anni '90 – faceva con le fazioni di Ali Mahdi e Aidid (che in quel periodo si combattevano per prendere il posto dello stesso Barre) in cambio di armi.
E' difficile per me a volte considerare che giornalisti di quel calibro – perché Ilaria aveva la “stoffa” del giornalista – abbiano calcato gli stessi suoli di gente come Fede e Minzolini, che non certo possono definirsi “giornalisti”.
Comunque, la storia di Ilaria Alpi è una storia relativamente nota. O meglio, sono noti i misteri che da 15 anni a questa parte, da quel 20 marzo del 1994 aleggiano intorno a questa storia. Ed ogni mistero porta con sé un interrogativo. Come quello dei 3 taccuini e delle 5 videocassette sparite dal materiale che Ilaria e Miran avevano con sé in Somalia e che in Italia non sono mai arrivate. Alcune di quelle cassette contenevano un'intervista ad Abdullahi Mussa Bogor, meglio noto come “il signore di Bosaaso” e che – come assicura egli stesso alla Commissione d'inchiesta – ha una durata di circa 2 ore e 30 minuti. In Italia di quella lunga intervista ne sono arrivati solo 12 minuti! Cosa si diceva nel resto dell'intervista?
O come tutto il mistero – ma qui credo se ne potrebbe scrivere un'ampissima bibliografia – relativo alla figura di Giancarlo Marocchino, un faccendiere italiano che dagli anni '80 abitava in Somalia e a cui tutti gli italiani – giornalisti compresi – si rivolgevano. Perché Marocchino, oltre ad essere un faccendiere è stato anche accusato di essere tra gli ispiratori del traffico d'armi e di rifiuti su cui stava indagando Ilaria. Marocchino è stato il primo a giungere sul luogo in cui Ilaria e Miran sono stati assassinati con una vera e propria esecuzione (colpo unico, alla nuca, da breve distanza...). Quel che forse molti hanno dimenticato – o comunque non sapevano – è che a soli 50 metri c'era l'ambasciata italiana! Ok, i nostri militari stavano smobilitando, ma c'erano ancora alcuni uomini ed un paio di colonnelli (Fulvio Vezzalini e Luca Rajola Pescarini). Perché nessuno è uscito dopo aver sentito i colpi di pistola? Come facevano a sapere che quei colpi non erano indirizzati verso l'ambasciata? L'unica risposta che sono riuscito a trovare plausibile (considerando anche che i “vertici” dettero l'ordine di non intervenire...)è che nell'ambasciata qualcuno sapeva. Qualcuno che stava in alto nella scala gerarchica dei nostri uomini in Somalia. Magari quegli stessi colonnelli che, a circa un anno di distanza, furono promossi? Perché una cosa è certa: l'input di uccidere Ilaria e Miran non è partito dalla Somalia (a meno che non si voglia considerare lo stesso Marocchino come il grande deus ex machina, ma secondo me non è così...). Il comando è partito dal nostro paese. E molti potevano essere i mandanti. Potevano essere i servizi segreti (deviati o non...), potevano essere le imprese coinvolte nel traffico (altrimenti come si spiegherebbe che Giorgio Comerio, proprietario della O.d.m. di cui mi sono occupato nel precedente articolo “Scorie a perdere” e che con Ilaria Alpi nulla sembra avere a che fare, avesse tra le sue carte il certificato di morte di Ilaria?). E venendo alla morte di Ilaria: quando Marocchino arrivò al pickup bianco della Toyota (tra l'altro mai giunta in Italia, visto che quella che ci hanno inviato non è quella di Ilaria, in quanto il dna ritrovato nel sangue sul veicolo non è lo stesso di Luciana Alpi, la mamma di Ilaria che si è sottoposta al testo...) Ilaria era ancora viva, tant'è vero che le usciva ancora il sangue dal naso. Perché non è stato chiamato un medico? E per quale motivo si è preferito portare sia Ilaria che Miran – che invece era morto sul colpo – direttamente al porto di Bosaaso?
E perché quando è stata istituita la prima Commissione d'inchiesta sul caso Carlo Taormina che la presiedeva considerò come unica opzione fattibile quella della “vacanza” dei due giornalisti, morti per un rapimento andato a finire male (quella che oggi chiameremmo “pista islamica”...)? Taormina stava forse coprendo qualcuno? E se sì, chi?


Queste sono alcune delle tante – troppe – domande che vengono in mente quando si ha a che fare, volontariamente od involontariamente, con il “caso Alpi”. Domande senza risposta, come tante in questo paese dei misteri.
Purtroppo neanche il libro “Carte False” riesce a rispondere, semplicemente perché per rispondere a queste domande dovremmo trovare tutte le connessioni. E da 15 anni a questa parte c'è qualcuno che queste connessioni non vuole farle trovare.
Questo libro, però, può comunque far conoscere – tramite alcuni articoli – la storia, il modo d'intendere il giornalismo e, in parte, la personalità di Ilaria e Miran. E può, forse, non far perdere la memoria ad un paese che troppe volte, da Piazza Fontana alle stragi del '92, ha sofferto di immensi vuoti di memoria.

Galera

[Foto di Baruda: SBARRE, interno di una cella
singola dell'ex Carcere Minorile del San Michele, Roma
]

Là, dov’era più umido
fecero un fosso enorme
e nella roccia scavarono
nicchie e le sbarrarono

alzarono poi garitte e torrioni
e ci misero dei soldati, a guardia

ci fecero indossare la casacca
e ci chiamarono delinquenti

infine
vollero sbarrare il cielo

...

non ci riuscirono del tutto

altissimi

guardiamo i gabbiani che volano.


Sante Notarnicola - Favignana 1 giugno 1973

I nostri padri, nonni e bisnonni del 2009



«Tratterete lo straniero, che abita fra voi, come chi è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso; poiché anche voi foste stranieri nel paese d'Egitto.» [Levitico 19:34]


Queste parole non provengono da qualche libro "comunista". Provengono dalla Bibbia, da quel testo che in questo paese dovrebbe essere conosciuto a memoria praticamente da tutti, perché praticamente tutti si dichiarano ferventemente cattolici e - nella maggior parte dei casi - anche praticanti. Non capisco il perché di tutto questo odio verso i clandestini. E non venitemi a dire perché ci rubano il lavoro perché questa è un'emerita stronzata. Perché se fosse vero allora dovreste incazzarvi e voler cacciare (uso la seconda persona plurale perché io adoro mischiarmi a ciò che da me differisce, che sia esso mera cultura astratta o persona fisica...) dal suolo che vi ha dato i natali anche i dirigenti delle multinazionali, spesso stranieri, i lavoratori yankee, brasiliani, argentini eccetera eccetera. Perché anche loro sono extracomunitari. Non capisco il perché di tutto questo odio, anche se posso - passatemi il termine - "giustificarlo". Lo giustifico - per così dire - adducendo ad un popolo che non ha memoria. Perché quelli che per la bibbia sono nostri fratelli - ed in questo caso, al contrario di quanto fatto precedentemente, mi aggiungo anche io - e che noi insultiamo chiamando clandestini altro non sono che i nostri padri, nonni e bisnonni di inizio '900..