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P2, P3, P4: Chi comanda in Italia? (Le inchieste di Gianluigi Nuzzi - Puntata 29/05/2013)

Cricche, comitati d’affari, network orizzontali si annidano nelle pieghe del potere istituzionale. Uomini che si nutrono di relazioni e fanno da cerniera occulta tra politica, economia, amministrazioni. Sono loro i veri potenti italiani?

Luigi Bisignani ai microfoni di "Le Inchieste di Gianluigi Nuzzi". Il giornalista racconta il lato serio della denuncia della trasmissione "Le Iene" sul ruolo dei gruppi di pressione in Italia (per chi volesse approfondire, ne ho chiesto qualche mese fa alla dottoressa Maria Cristina Antonucci, ricercatrice in Scienze sociali presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e docente di Sociologia dei fenomeni politici all'Università di Roma Tre. Le quattro parti dell'intervista le trovate al termine di queste poche righe).

Perché in qualunque forma di governo esiste il cosiddetto "Potere", espressione-ombrello che indica tutto e niente. Così come ne esistono le sue derive criminali che, come ai tempi della Commissione Anselmi, devono essere denunciate. Credere però che a gestirlo siano solo quel migliaio di parlamentari che ogni tanto vengono intervistati sui mezzi di informazione è però una gross(olan)a ingenuità.

Qui l'intervista alla dottoressa Antonucci:
Democrazia, partiti e utilità del lobbismo (1/4);
Lobby, Europa e società civile organizzata (2/4);
Lobbisti, faccendieri e stereotipi (3/4);
Lobby, Regione, dibattito. (4/4)

Caso Attilio Manca, la Procura chiude le indagini senza dare risposte convincenti

foto: ritaatria.it
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/caso-attilio-manca-la-procura-chiude-le-indagini-senza-dare-risposte-convincenti/28500/

Viterbo, 10 giugno 2012 – «Attilio Manca è stato ucciso da un'overdose di eroina mista a tranquillanti. Nessun indizio, per quanto labile, suffraga l'ipotesi dell'omicidio di mafia ipotizzata dai familiari». A dirlo sono, in conferenza stampa, il procuratore capo di Viterbo Alberto Pazienti ed il pubblico ministero Renzo Petroselli al quale è stata affidata l'inchiesta sulla morte – avvenuta l'11 novembre del 2004 – dell'urologo siciliano che curò l'allora capo di cosa nostra Bernardo Provenzano a Marsiglia, essendo uno dei pochi urologi in grado di fare un intervento alla prostata con l'innovativa tecnica della laparoscopia. Proprio per questo incontro, si è sempre detto, Manca fu ucciso dalla mafia.

La magistratura, però, lapensa diversamente. «Non abbiamo mai scritto o detto che il dottor Manca si sia suicidato», hanno detto i due magistrati durante la conferenza stampa. «Sulla base dei riscontri» - dicono - «abbiamo sostenuto che è deceduto per un'overdose di eroina e farmaci. Non è vero che non abbiamo fatto rilevare le impronte digitali sulle due siringhe trovate nella sua abitazione. Le impronte digitali ci sono, ma su una superficie troppo limitata per risalire a chi le abbia lasciate. Dall'autopsia non è risultato che avesse il setto nasale rotto né sul cadavere sono stati trovati segni di violenza».
La tesi dei due magistrati, però, non hanno trovato spiegato come sia possibile che una persona mancina abbia potuto iniettarsi l'eroina proprio nel braccio sinistro, anche alla luce del fatto – come hanno da sempre raccontato i familiari – che con la mano destra il dottor Manca non ci faceva niente. Enigma che viene avvalorato anche dal non poter definire con certezza a chi appartengano le impronte digitali trovate sulle siringhe.

Questa decisione, comunque, potrebbe portare all'archiviazione – questa è, infatti, la richiesta della procura – per Angelo Porcino, Ugo Manca (cugino dell'urologo), Salvatore Fugazzotto, Andrea Pirri e Lorenzo Mondello. Rimane indagata invece Monica Mileti, alla quale vengono contestati i reati di cessione di droga e morte a seguito di cessione di droga.

L'ipotesi che l'urologo fosse un consumatore abituale – come trapelerebbe da un esame tricologico fatto fare dalla procura – viene esclusa dai suoi stessi colleghi.

«Siamo semplicemente indignati dalle pubbliche menzogne dette stamattina» - ha commentato Gianluca Manca, fratello dell'urologo. Troppi ancora i dubbi sul caso, troppe le coincidenze per poter pensare che la vicenda possa chiudersi in questo modo, con una verità che non convince nessuno, neanche se stessa.

Verità e giustizia per Ilaria Alpi

L'ho scritto tante volte: la storia italiana è disseminata di misteri, misteri che - se lasciati andare finché tutti li avranno dimenticati - la classe politica, spesso coinvolta in quegli stessi misteri non risolverà di certo.
Il mistero sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, la giornalista del Tg3 ed il suo operatore uccisi in Somalia il 20 marzo di 16 anni fa è, tra i tanti, uno di quelli che più mi stanno a cuore, per tantissimi motivi che sarebbe lunga, noiosa e - come direbbe Yoani Sánchez - non di interesse pubblico.

Sul sito del premio giornalistico che porta il suo nome (www.premioilariaalpi.it) è partita una raccolta firme affinché venga riaperto il processo, chiuso - come al solito - troppo in fretta e dopo l'oltraggio che alcuni personaggi di questo Paese (tra tutti l'avvocato Taormina...) hanno avuto il coraggio di fare alla memoria di Ilaria e Miran. Io vi invito caldamente a firmarlo: se siete a Perugia, dove in questi giorni si sta svolgendo il Festival Internazionale di giornalismo, potete andare presso la Sala stampa-Hotel Brufani (piazza Italia 12 Perugia) oppure potete cliccare qui:

http://www.premioilariaalpi.it/verit%C3%A0-e-giustizia-per-ilaria-e-miran.htm

Ci sono ancora tantissime domande intorno alla vicenda di Ilaria e Miran, domande che - dopo 16 anni - ancora vagano in cerca di risposta. Forse così, con una forte pressione dell'opinione pubblica, magari non si riuscirà a rispondere a tutte, ma per lo meno ci saremo incamminati verso la strada in cui quelle risposte ci aspettano: la strada della Verità.

Lettera ad Ilaria Alpi.

Cara Ilaria,

Ci ho provato per tutto il giorno a scrivere una biografia su di te, una biografia che mi aiutasse a spiegare chi eri a chi non ti conosce, o a chi mi chiede perché ti ho dedicato il mio blog. Ma niente: non ci sono riuscito.

Non ci sono riuscito per tanti motivi: perché è difficile scrivere qualcosa che non sia stato già detto senza poter contare su esperienze personali o cose che i tanti libri, i film e gli articoli non abbiano già detto e senza voler riscrivere per l'ennesima – forse inutile – volta del “caso Ilaria Alpi”, perché come al solito volevo scrivere qualcosa di originale, qualcosa che non fosse un semplice copia e incolla di date, nomi, luoghi che non conosco, ed ogni volta che le dita iniziavano a muoversi sulla tastiera e le parole, i concetti, le idee iniziavano a prendere forma sul video mi sembravano sempre troppo banali.
Anche perché come fai a spiegare a parole quello che rappresenta un mito, una di quelle persone che quando le incontri – fisicamente o in altra maniera – ti cambiano la vita, le prospettive ed i progetti per il futuro.
Perché a me è successo proprio così: ti ho “incontrata” un giorno, per caso, o forse dovrei dire per fortuna: avrei dovuto leggere “Guerra e Pace” di Tolstoj o “Il giovane Holden” di Salinger per le vacanze, ma nessuno dei due libri era disponibile. In uno scatolone però c'era un libro: “Ilaria Alpi. Un omicidio al crocevia dei traffici”, e non so cosa fu, se quell'immagine che ti ritrae con il velo bianco in testa che mi colpisce ancora oggi o chissà cosa. Sta di fatto che più leggevo, più scorrevo tutto quell'insieme di misteri che ancora oggi, nonostante oggi siano passati 16 anni esatti, avvolge la tua storia, e più mi chiedevo cosa fosse successo davvero, perché ti avessero uccisa e soprattutto perché. Ma in questo so di essere in buona compagnia, visto che fortunatamente non sono l'unico a pormi questa domanda.

Forse è anche per questo che non riesco a scrivere su di te. Perché per scrivere di Ilaria Alpi bisogna scrivere per forza dei mille intrecci, della Somalia e dell'Italia, di Siad Barre e della Garowe-Bosaso, l'autostrada delle scorie nucleari. Oppure scrivere di Giorgio Comerio, l'”imprenditore” nel campo dello smaltimento di rifiuti tossici che in una cartellina gialla possedeva il tuo certificato di morte. Oppure scrivere dell'intervista a Abdullahi Mussa Bogor, il “signore di Bosaso” di cui il mondo conosce solo 12 minuti delle 2 ore e 30 di girato. E non bisogna dimenticarsi

Vuoti di memoria...

Ci sono storie che nascono nelle ombre.
Ci sono storie che nascono nelle ombre e così continuano la loro vita. Finché qualcuno non decide di puntargli sopra qualche riflettore in più.

E' questo il caso di “Carte False. L'assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Quindici anni senza verità”, libro che ho finito di leggere poche ore fa e che può aiutare – secondo me – a far conoscere una storia che noi giovani, noi che siamo cresciuti dalla fine degli anni '80 in poi, non sempre conosciamo.

La storia è quella della giornalista 32enne del Tg3 Ilaria Alpi e dell'operatore triestino di Videoest Miran Hrovatin, che ha accompagnato Ilaria nel suo ultimo viaggio in Somalia sulle tracce del traffico di rifiuti tossici che il nostro paese – per presunti accordi tra l'allora premier Bettino Craxi e Siad Barre, padre-padrone della Somalia degli anni '90 – faceva con le fazioni di Ali Mahdi e Aidid (che in quel periodo si combattevano per prendere il posto dello stesso Barre) in cambio di armi.
E' difficile per me a volte considerare che giornalisti di quel calibro – perché Ilaria aveva la “stoffa” del giornalista – abbiano calcato gli stessi suoli di gente come Fede e Minzolini, che non certo possono definirsi “giornalisti”.
Comunque, la storia di Ilaria Alpi è una storia relativamente nota. O meglio, sono noti i misteri che da 15 anni a questa parte, da quel 20 marzo del 1994 aleggiano intorno a questa storia. Ed ogni mistero porta con sé un interrogativo. Come quello dei 3 taccuini e delle 5 videocassette sparite dal materiale che Ilaria e Miran avevano con sé in Somalia e che in Italia non sono mai arrivate. Alcune di quelle cassette contenevano un'intervista ad Abdullahi Mussa Bogor, meglio noto come “il signore di Bosaaso” e che – come assicura egli stesso alla Commissione d'inchiesta – ha una durata di circa 2 ore e 30 minuti. In Italia di quella lunga intervista ne sono arrivati solo 12 minuti! Cosa si diceva nel resto dell'intervista?
O come tutto il mistero – ma qui credo se ne potrebbe scrivere un'ampissima bibliografia – relativo alla figura di Giancarlo Marocchino, un faccendiere italiano che dagli anni '80 abitava in Somalia e a cui tutti gli italiani – giornalisti compresi – si rivolgevano. Perché Marocchino, oltre ad essere un faccendiere è stato anche accusato di essere tra gli ispiratori del traffico d'armi e di rifiuti su cui stava indagando Ilaria. Marocchino è stato il primo a giungere sul luogo in cui Ilaria e Miran sono stati assassinati con una vera e propria esecuzione (colpo unico, alla nuca, da breve distanza...). Quel che forse molti hanno dimenticato – o comunque non sapevano – è che a soli 50 metri c'era l'ambasciata italiana! Ok, i nostri militari stavano smobilitando, ma c'erano ancora alcuni uomini ed un paio di colonnelli (Fulvio Vezzalini e Luca Rajola Pescarini). Perché nessuno è uscito dopo aver sentito i colpi di pistola? Come facevano a sapere che quei colpi non erano indirizzati verso l'ambasciata? L'unica risposta che sono riuscito a trovare plausibile (considerando anche che i “vertici” dettero l'ordine di non intervenire...)è che nell'ambasciata qualcuno sapeva. Qualcuno che stava in alto nella scala gerarchica dei nostri uomini in Somalia. Magari quegli stessi colonnelli che, a circa un anno di distanza, furono promossi? Perché una cosa è certa: l'input di uccidere Ilaria e Miran non è partito dalla Somalia (a meno che non si voglia considerare lo stesso Marocchino come il grande deus ex machina, ma secondo me non è così...). Il comando è partito dal nostro paese. E molti potevano essere i mandanti. Potevano essere i servizi segreti (deviati o non...), potevano essere le imprese coinvolte nel traffico (altrimenti come si spiegherebbe che Giorgio Comerio, proprietario della O.d.m. di cui mi sono occupato nel precedente articolo “Scorie a perdere” e che con Ilaria Alpi nulla sembra avere a che fare, avesse tra le sue carte il certificato di morte di Ilaria?). E venendo alla morte di Ilaria: quando Marocchino arrivò al pickup bianco della Toyota (tra l'altro mai giunta in Italia, visto che quella che ci hanno inviato non è quella di Ilaria, in quanto il dna ritrovato nel sangue sul veicolo non è lo stesso di Luciana Alpi, la mamma di Ilaria che si è sottoposta al testo...) Ilaria era ancora viva, tant'è vero che le usciva ancora il sangue dal naso. Perché non è stato chiamato un medico? E per quale motivo si è preferito portare sia Ilaria che Miran – che invece era morto sul colpo – direttamente al porto di Bosaaso?
E perché quando è stata istituita la prima Commissione d'inchiesta sul caso Carlo Taormina che la presiedeva considerò come unica opzione fattibile quella della “vacanza” dei due giornalisti, morti per un rapimento andato a finire male (quella che oggi chiameremmo “pista islamica”...)? Taormina stava forse coprendo qualcuno? E se sì, chi?


Queste sono alcune delle tante – troppe – domande che vengono in mente quando si ha a che fare, volontariamente od involontariamente, con il “caso Alpi”. Domande senza risposta, come tante in questo paese dei misteri.
Purtroppo neanche il libro “Carte False” riesce a rispondere, semplicemente perché per rispondere a queste domande dovremmo trovare tutte le connessioni. E da 15 anni a questa parte c'è qualcuno che queste connessioni non vuole farle trovare.
Questo libro, però, può comunque far conoscere – tramite alcuni articoli – la storia, il modo d'intendere il giornalismo e, in parte, la personalità di Ilaria e Miran. E può, forse, non far perdere la memoria ad un paese che troppe volte, da Piazza Fontana alle stragi del '92, ha sofferto di immensi vuoti di memoria.