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Somalia: dall'altro lato della pirateria

Un appunto su un pezzo di carta, una nave mercantile ed un uomo, rinchiuso in uno stanzone anonimo arredato solo con una sedia, le corde che gli legano mani e piedi al pavimento e al soffitto e qualche telo appoggiato al muro.
La storia recente della Somalia, “Stato fallito” dal 2010, può essere raccontata partendo da uno qualsiasi di questi tre elementi. Il punto di arrivo sarà comunque uno di quei velocissimi skiff a motore che i pirati usano per attaccare le navi delle grandi compagnie mercantili che nel Golfo di Aden, Oceano Indiano, hanno trovato una rotta fondamentale per i propri affari. Mettendo in collegamento l’Europa all’Asia attraverso il corridoio che lo lega al Canale di Suez, il Golfo permette di non circumnavigare il continente africano abbattendo così i costi del commercio mondiale, che al 90% viaggia via mare. Nel 2009, per far fronte alla minaccia della pirateria somala, è stato creato nell’area l’International Recommended Transit Corridor, il corridoio di transito consigliato e controllato dalle forze militari della coalizione internazionale.

Qui le due parti, per The Blazoned Press
La minaccia dell'1%
Le opportunità nascoste dietro la pirateria somala

VelenItaly: storia (parziale) del traffico di rifiuti tossici italiano (The Blazoned Press)

Gli uomini che cercano, finché continuiamo a farci le loro domande, non muoiono mai.
[Carlo Lucarelli]

C’è un filo rosso che segue la storia del traffico di rifiuti tossici di questo Paese. Un filo rosso che si sviluppa intorno a nomi, contratti, soldi e accordi e che lega indissolubilmente mafie, politica, imprenditoria e massoneria.
Dagli anni ’70 ad oggi.

Le dichiarazioni recentemente desecretate dell’ex boss casalese Carmine Schiavone hanno creato un momentaneo interesse – giornalistico, soprattutto – per quella previsione di morte di vent’anni fa e rivelatasi corretta. Poi tutto è tornato nell’ombra, l’humus perfetto affinché il traffico di rifiuti possa dare i suoi frutti. Non solo al mondo criminale.

Il 3% del territorio nazionale è infatti “Paese dei veleni”, come scrivono Andreina Baccaro e Antonio Musella in un libro-inchiesta di recente uscita per Round Robin. Aree industriali come Taranto, Gela, Porto Marghera sono solo tre dei 57 siti che il decreto Ronchi 22/1997 definisce di interesse nazionale (Sin) e che formano i 15.000 siti potenzialmente contaminati individuati nel 2012 dall‘Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra). 6 milioni i cittadini italiani esposti a rischio di malattie mortali come tumori, malattie neurologiche o respiratorie secondo i dati ufficiali pubblicati dal ministero della Salute.

Di questi 57 siti, allo stato attuale, solo due – Bolzano e Fidenza – sono stati bonificati. Le operazioni di bonifica, peraltro, stanno diventando sempre più il nuovo business su cui puntare.

Per decenni il traffico di rifiuti – tossici o meno che fossero – è stato possibile non tanto per l’attività criminogena delle consorterie mafiose quanto per il coinvolgimento del livello politico, diretto o meno che fosse.

Personalità di diversa caratura che sapevano ed hanno taciuto in nome della ‘ragion di Stato’, come chi ha tenuto segreti i veleni campani per quasi vent’anni; ma anche personalità con un piede sul palcoscenico politico e l’altro dietro le quinte e che hanno materialmente agito, trafficando in Italia e all’estero. Dalle coste della Somalia passando per l’”emergenza rifiuti” italiana fino alle discariche della Romania, partendo dal 10 luglio 1976, quando il Nord Italia si risvegliò sotto la nube della “madre di tutti i disastri ambientali”.

Leggi l'inchiesta su The Blazoned Press:
Seveso, nascita di un traffico internazionale;
La Spezia: storia di discariche e navi dei veleni;
Somalia, il vaso di Pandora dei misteri d’Italia;
Campania e rifiuti. Camorra secondo estratto;
A chi fa comodo il silenzio sulle navi dei veleni? Intervista a Massimiliano Ferraro;
Rifiuti, segreti di Stato ed immobilismo legislativo. Intervista ad Alessandro de Pascale;

I soldi della cooperazione afghana tornano ai paesi donatori. Intervista ad Augusto Di Stanislao

foto: www.go-bari.it

Kabul (Afghanistan) - «Tra le mani dei “signori della guerra” afghani passano i miliardi di dollari che l'Occidente riversa da dieci anni a questa parte nel Paese per la cosiddetta ricostruzione». A parlare in questo modo, il 3 agosto 2011 alla Camera dei Deputati, è Augusto Di Stanislao (nella foto), all'epoca Capogruppo dell'Italia dei Valori in Commissione Difesa. 

Lei ha fatto visita al nostro contingente. Come vivono i militari la quotidianità? Quali sono state le sue sensazioni in quei giorni, da civile accolto nel mondo militare?
Sono stato nella zona ovest dell'Afghanistan, ad Herat, per visitare il contingente italiano Isaf presente nell'area. La conoscenza diretta e sul campo della realtà afghana e delle importanti iniziative in ordine alla ricostruzione e all’addestramento messe in campo dal nostro contingente hanno consentito di toccare con mano gli interventi che per qualità e quantità hanno “ colpito il cuore e le menti della popolazione”. E’ stata una missione breve per ragioni legate alla sicurezza e all’attività dei nostri soldati, ma molto istruttiva e che dà la cifra del valore delle attività promosse sul campo e della fiducia conquistata tra le istituzioni e le popolazioni locali da parte dei nostri soldati. Mi sento di ringraziare ancora l’intero contingente per quanto ha fatto e continua a fare ad Herat e nell’intero Afghanistan per garantire la stabilizzazione, la ricostruzione e l’addestramento.
La mia battaglia in Commissione Difesa, nell’Aula del Parlamento e fuori le mura di Montecitorio per uscire dalla missione Isaf e riportare i nostri militari [a casa, ndr] si incentrava sulla sicurezza del nostro contingente e della popolazione afghana a dispetto degli interessi politici ed economici. La missione in Afghanistan, così come è stata concepita ed avviata, si è trasformata con il tempo in una vera e propria guerra dove a pagare sono sempre e solo i più deboli e coloro che rischiano la vita e i tanti che l’hanno persa per sostenere scelte di Governo che devono essere riconsiderate e rivalutate all’interno del Parlamento.
I militari vivono e subiscono le scelte e le decisioni di un Governo che è stato sempre subalterno alle scelte degli alleati, fanno il loro dovere orgogliosi di rappresentare il Paese e di portare pace e ricostruzione là dove vi sono popolazioni martoriate. Ma in Afghanistan le cose sono cambiate da diversi anni, l’alto senso del dovere, la vocazione per la missione e il giuramento alla Patria vivono a braccetto con il terrore di essere il prossimo militare caduto in missione.

Deeqa Aden Gures, morte (accidentale?) di una mediatrice culturale

Torino - 2 ottobre 2012, ore 3 del mattino. Una telecamera di sicurezza ha appena ripreso una donna, sul ponte che da piazza Vittorio Veneto porta alla cattedrale della Gran Madre. Dopo qualche passo incerto si ferma e si accascia al suolo, senza rialzarsi più. Un minuto e mezzo dopo un'automobile la travolgerà, forse uccidendo Deeqa Aden Gures, 39 anni, mediatrice culturale appartenente ad una delle famiglie più ricche ed importanti della Somalia, conosciuta come l'”angelo dei rifugiati”, in particolare di quei rifugiati somali che, riproponendo la divisione in clan che ne distingue la società, grazie a lei erano riusciti ad unirsi per difendere insieme i loro diritti.

Il “forse uccidendo” non è un refuso né un errore. Perché fino ad ora, a sette mesi di distanza, l'unica certezza è che Deeqa è morta con la testa schiacciata. Il perché, il come ed il chi rimangono un mistero. Per questo – e per portare la vicenda all'attenzione di cittadini e mezzi di informazione – è stato costituito il “Comitato per la verità su Deeqa”. Forte è, infatti, la volontà di fare chiarezza, in particolare di Luigi Tessitore, marito della donna e consulente per il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), che all'agenzia di stampa Redattore Sociale ha tentato di spiegare i tanti misteri legati a questa morte.

Innanzitutto l'idea che il claudicare sia da ricondurre all'alcol. «Il pm, con un giro di parole a mio avviso poco edificante vorrebbe darci a intendere che fosse ubriaca: sarebbe caduta priva di sensi, in una sorta di coma etilico, e in seguito investita» anche se, evidenzia Tessitore, «Il tasso alcolico era dello 0,3, ossia l'equivalente di una birra piccola». È per questo, probabilmente, che la Procura della Repubblica di Torino ha chiesto l'archiviazione del caso.
Inoltre un mistero rimane anche l'investimento. L'autopsia non è riuscita a determinare se le ferite al cranio siano da attribuire alle ruote dell'automobile o ad eventuali percosse tramite bastone o mazza da baseball, in quanto non ci sono tracce di pneumatico sul cranio né sul luogo sono stati rinvenuti sangue e materia organica, tanto da rendere incerta persino la dinamica dell'investimento, impossibile da chiarire anche con le riprese della telecamera, le cui immagini non sono nitide.

Sempre più forte diventa il timore che questo non sia un incidente ma un omicidio, date anche le minacce che nelle tre settimane precedenti la morte la donna aveva ricevuto fisicamente e telefonicamente anche in maniera palese, come quel “Deeqa verrà fatta fuori stanotte” scritto il 30 settembre addirittura su Twitter.

Processo Rostagno, udienza tra bossoli e collegamenti somali

foto: contropiano.org

Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/processo-rostagno-udienza-tra-bossoli-e-collegamenti-somali/28016/


Trapani, 26 maggio 2012 – Inizia intorno alle 11.30, dopo il ricordo della strage di Capaci, l'udienza numero ventinove del processo volto a fare luce sull'omicidio del giornalista e sociologo Mauro Rostagno, tenutasi mercoledì. A deporre sarebbero dovuti essere Roberto Sipala ex appartenente al clan dei Cursoti negli anni dello stragismo di Cosa Nostra e del quale il pubblico ministero Gaetano Paci ha ricordato l'inattendibilità ed i consulenti tecnici Biagio Manetto e Luca Soldati, tutti convocati dalla difesa.
Sipala, però, non si è presentato in aula ed è per questo stato necessario chiedere l'acquisizione delle sue testimonianze precedenti.

Questa è, inoltre, la prima udienza svolta dopo che il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia e i sostituti Gaetano Paci e Francesco Del Bene sono stati ricevuti nella sede dei servizi segreti civili e militari, tornando a Palermo con materiale volto a definire eventuali collegamenti tra questo omicidio e quello avvenuto il 20 marzo del 1994 a Mogadiscio, dove furono uccisi la giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin nonché il reale uso che in quegli anni si fece del centro “Scorpione”, nodo trapanese – ed unica sezione aperta nell'Italia meridionale – della struttura segreta Gladio, operante nell'isola tra il 1987 ed il 1990 considerando anche che tra i responsabili della struttura c'era Vincenzo Li Causi, di cui si è sempre detto essere stato tra i più importanti informatori di Ilaria Alpi in terra somala.

Tornando all'udienza, il primo a testimoniare è l'ispettore Manetto della polizia scientifica di Palermo al quale sono state poste domande in merito ai pezzi del fucile, alla traiettorie dei bossoli ed alla dinamica generale dell'omicidio. «Sono nella polizia scientifica dal gennaio del 1983 e mi occupo di balistica dal 1987. Da quell'anno mi sono occupato di tutti i casi della Sicilia occidentale che riguardavano il gabinetto di Palermo» ha esordito l'ispettore, ricordando come si sia occupato varie volte dell'omicidio in questione, sottolineando inoltre come non sempre sia stato possibile svolgere il proprio compito nel migliore dei modi, basti pensare al fatto che la comparazione tra le cartucce – esaminate nel 1996 – ed i bossoli è avvenuta solo nel 2007.
«I fucili usati nell'omicidio Rostagno sono tre. La sequenza dei colpi è questa: prima cinque colpi di fucile davanti, pio i colpi alla testa e poi i colpi di fucile sparati attraverso il lunotto dell'automobile» ma, ha sottolineato l'ispettore dopo essersi concentrato sulla sequenza dei colpi sparati contro la Fiat Duna del giornalista – ucciso con tre fucili, di cui uno esplose in quanto troppo vicino al parabrezza dell'auto, ed un revolver - «non c'è compatibilità con i colpi usati negli omicidi per cui è stato condannato Mazzara». Impossibile, comunque, definire la cronologia dei colpi sparati nonché l'esattezza di altri elementi, date le difficoltà – non sempre casuali – con cui sono state svolte le indagini.

Prossima udienza prevista per mercoledì 30 maggio, quando termineranno le deposizioni dei teste convocati dalla difesa. Il 13 giugno, invece, verrà ascoltato Sipala.

Processo Rostagno, le videocassette tornano al centro del dibattito

foto: liberainformazione.org
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Trapani, 12 maggio 2012 – Con la convocazione di Lorella Raggi della Saman, dell'ispettore della Polizia di Stato Bruno Lorenzi e di Antonio Dales della Digos, che il pubblico ministero Francesco Del Bene ha precisato non essere tra quelli indicati, si è aperta ufficialmente l'udienza numero ventotto del processo relativo all'omicidio del giornalista e sociologo Mauro Rostagno, ucciso a Trapani il 26 settembre 1988.

Il primo a salire sul banco dei testimoni è proprio Dales, in servizio a Trapani fin dal 1986, nonostante lo stesso pubblico ministero abbia evidenziato la possibilità che per lui non si sia fatto in tempo a produrre domande. «Avrò presenziato in qualche atto, non ho fatto indagini e non ho mai partecipato ad accertamenti presso l'aeroporto di Kinisia», ha detto il teste prima di essere congedato, dando probabilmente parziale ragione all'avvocato Vito Galluffo – difensore di Vito Mazzara – che lo aveva definito “teste irrilevante”.

Dopo Dales è il turno di Lorella Raggi. «Lavoro alla Saman (la comunità di recupero per tossicodipendenti aperta da Rostagno e Francesco Cardella, ndr) dal novembre 1990. Sono stata sentita per questo processo una o due volte, una volta a Palermo e un'altra volta a Milano. E in generale per Saman forse più di sei volte», ha esordito la teste.
«Divenni amministratore di Saman su invito di Cardella nel maggio 1995, dopo che lo stesso era stato arrestato per truffa nella gestione della comunità. Cardella chiese a me, Giancarlo Zuccotti e Luisa Fiorini di prendere in mano l'associazione. Io mi occupavo della contabilità. Era una attività che già facevo quando c'era lui. Cardella decise di passare la gestione di Saman dopo l'arresto perché voleva andare via dall'Italia.
Verso il luglio 1995 Cardella se ne andò in Nicaragua. Noi continuavamo a dargli comunicazione su Saman. Ci disse di comprare per conto della Saman un immobile suo, intestato ad una società di Milano di via Plinio, per permettere a lui di introitare una somma di denaro. Ci chiese di acquistare l'immobile per tre miliardi e ottocento milioni di lire, un milione e ottocento li voleva subito. Erano i soldi che Saman aveva sui conti correnti».
L'affare, comunque, salta, perché Lorella Raggi e Luisa Fiorini cambiano idea.

Stati Uniti, venticinque anni al "mercante di morte" Viktor Bout

foto: it.euronews.com
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New York, 7 aprile 2012 – Quando lo arrestarono, nel 2008, gli uomini della Drug Enforcement Administration si trovarono davanti un uomo che poco aveva a che fare con Nicolas Cage, l'attore a cui Andrew Niccol affidò nel 2005 il ruolo del trafficante d'armi protagonista in “Lord of war”, personaggio di fantasia fortemente ispirato al “Mercante di morte” russo Viktor Bout, fin dai primi anni Novanta considerato il più pericoloso trafficante d'armi al mondo insieme al siriano Monser al-Kassar, noto come “il principe di Marbella”.
Per l'ex ufficiale dell'aeronautica militare russa ed ex Kgb[1] ora, si apriranno le porte del carcere americano che lo ospiterà per i prossimi venticinque anni, tanti quanti ne ha comminati la Corte di New York a cui era affidato il processo conclusosi nei giorni scorsi.

Nel marzo 2008, dopo una lunga e laboriosa operazione portata avanti dagli uomini dell'antidroga americana, che si erano spacciati per appartenenti alle Farc colombiane, in collaborazione con la polizia thailandese, quella rumena, quella di Curacao (Antille olandesi), l'intelligence danese ed il dipartimento di giustizia americano, Bout venne arrestato in Thailandia mentre vendeva ai finti colombiani un vero e proprio arsenale di guerra, come ha constatato il Southern District of New York, che nei capi d'imputazione parla settecento-ottocento missili terra-aria, oltre ventimila fucili AK-47, elicotteri di fabbricazione russa, dieci milioni di pallottole, cinque tonnellate di esplosivo plastico C-4, aerei ultraleggeri dotati di lanciagranate e svariate tipologie di armi pesanti per un valore complessivo di numerosi milioni di euro.
A ciò, continua il Southern District, va aggiunta l'aggravante di voler realizzare – insieme ai finti Farc - azioni terroristiche contro militari e cittadini americani in Colombia.

Per i suoi traffici Bout si era dotato di un impero composto da holding finanziarie con sede in Europa, Africa, Stati Uniti e negli Emirati Arabi Uniti e aziende come la “Aerocom” o la “Airbus”, una consistente flotta di aerei cargo utilizzati ufficialmente per trasportare cibo e medicinali – ma che in realtà servivano per lo più al trasporto delle armi - lavorando anche per i governi occidentali, come durante la missione “Restore Hope” in Somalia tra il 1992 ed il 1993. Proprio alla “Airbus”, attraverso una controllata della “Halliburton” il governo statunitense avrebbe affidato il trasporto dei militari durante la “campagna” irachena.

Continuano, invece, le ricerche di Richard Ammar Chichakli, cittadino libanese con passaporto americano considerato il braccio destro di Bout ed inserito nella lista dei più pericolosi latitanti del mondo. Insieme a Bout è accusato di riciclaggio di denaro e della ripetuta vendita di armi all'ex presidente liberiano Charles Taylor nella prima metà degli anni novanta in cambio dei cosiddetti “diamanti insanguinati” illegalmente estratti dalle miniere della Liberia e della Sierra Leone[2].

Note
[1] Viktor Bout: aerei, diamanti e armi. Al via il processo al “Mercante della Morte” di Gaetano Liardo, liberainformazione.org, 8 ottobre 2008;
[2] Liberia: dai diamanti insanguinati alla polvere bianca di Gaetano Liardo, liberainformazione.org, 22 febbraio 2010

Gli speculatori del cibo


Secondo Fao ed Ocse, i prezzi di alcune materie prime del comparto agricolo aumenteranno sensibilmente nel giro di un decennio, nonostante la produzione sia in aumento. Dalle campagne africane fin dentro ai nostri supermercati, chi - e come - specula sul cibo?


Daadab (Kenya) - 450.000 persone su un territorio di circa cinquanta chilometri quadrati, con un incremento di oltre mille persone al giorno che si stanziano su quel fazzoletto di terra che è circa la metà della città di Firenze. Sarebbe, per estensione, la terza città più popolosa del Kenya. Se solo fosse una città.

Siamo a Dadaab, un'ottantina di chilometri dal confine con la Somalia, nella zona nord-ovest della Repubblica kenyana, in quello che è considerato il campo profughi più grande del mondo. Aperto nel 1998, dati grandezza e popolazione è stato suddiviso in tre campi più piccoli – Hagadera, Ifo e Dagahaley – ai quali si stanno via via aggiungendo altri campi, come Ifo II, da quando è stato dichiarato inadeguato ad accogliere nuove persone. Cosa che succedeva tre anni fa.
Tre ospedali, quindici ambulatori e una ventina di scuole. Questo offre la “città dei rifugiati” a chi scappa da una guerra – quella somala – mai realmente placatasi dal 1991. Nonostante l'ampio dispiegamento di forze “umanitarie”, però, la crisi nel campo non è affatto risolta. Basti considerare che solo la metà dei bambini riesce ad accedere all'istruzione primaria e un terzo a quella secondaria, anche per i tentativi di esclusione verso i nuovi arrivati, ai quali viene imputato di abbassare il livello di istruzione di cui è possibile usufruire.
I rifugiati sono costretti a rimanere all'interno dei campi, nei quali sono identificati solo attraverso un braccialetto giallo e un pass di identificazione. Questo però comporta che coloro che risiedono da più tempo all'interno dei campi siano completamente dipendenti dagli aiuti umanitari distribuiti dalle tantissime organizzazioni non governative presenti a Dadaab. Capire se siano loro ad aver bisogno degli aiuti o, al contrario, le ong a “campare” sui rifugiati diventa impresa assai ardua.

L'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (UNHCR), che gestisce il campo insieme ad alcune organizzazioni non governative come Oxfam e Medici senza frontiere, ha definito in 43,7 milioni le persone che scappano dai propri paesi per il clima – cambiamenti climatici e, nello specifico, la peggiore siccità registrata nel Corno d'Africa negli ultimi sessant'anni - le guerre o la fame. A questi vanno poi aggiunti altri 27,5 milioni di sfollati che rimangono però all'interno dei propri paesi d'origine.

A questo punto – data anche la vicinanza con il periodo festivo – potremmo mettere la questione in termini “umanitaristi” e sfruttare il senso di colpa che viene a noi occidentali (o quanto meno dovrebbe venire) quando vediamo le immagini dei bambini che subiscono l'essere nati nel continente povero del mondo dalle brochure o dagli spot da trenta secondi che passano in televisione ma che servono – parzialmente – solo per lenire in parte la colpa di essere nati nel “ricco e democratico” Occidente. Sono ormai decenni che queste campagne vengono fatte, che schiere di organizzazioni non governative ci invitano a donare, ad adottare a distanza e tutte queste belle cose che, però, non migliorano di un millimetro la situazione generale.

Rifiuti tossici, l'Albania sarà la nuova Somalia?



Tirana, 16 novembre 2011 – L'Albania scende in piazza contro il governo di Sali Berisha, che lo scorso gennaio – con una risicata maggioranza parlamentare – ha approvato una norma che permette di importare rifiuti tossici di provenienza straniera. O, quanto meno, la dura opposizione è quello che chiede l'opposizione, in particolare quella degli ambientalisti, insorti contro l'intenzione di trasformare l'Albania nella nuova pattumiera per i rifiuti tossici.

Le motivazioni di fondo di questa norma, stando al premier Berisha, sono da rintracciare nel fatto che Tirana «non riesce a fornire materia prima per l'industria del riciclo» e, dunque, l'importazione si rende necessaria per arrivare ai livelli minimi necessari. Nonostante le parole del ministro dell'ambiente – che aveva assicurato che non sarebbero state importate materie prime «nocive, radioattive o non riciclabili» - il dubbio, comunque, rimane, in particolare da quando la giornalista Marjola Rukaj – come scrive oggi Narcomafie sul proprio sito – ha documentato il sequestro di circa centocinquanta elettrodomestici usati che dal porto di Bari sarebbero a breve partiti per il paese delle Aquile.

Rifiuti sì, rifiuti no. È interessante, comunque, notare come nel dibattito – ed eventuale referendum – sui rifiuti, l'Albania veda oggi una situazione diametralmente opposta rispetto al 2004, quando erano stati proprio i socialisti al governo a firmare un accorto per il trasferimento dei rifiuti dall'Italia. Accordo poi annullato per l'intervento della destra di Berisha.

Una nuova Somalia. Il traffico di rifiuti, in Albania, non è più una novità ormai da anni. I primi casi si registrarono già ai tempi del regime comunista di Enver Halil Hoxha, dove i rifiuti arrivavano in mezzo ad aiuti “umanitari”, alimenti scaduti e tabacco. Molte delle spedizioni che in quegli anni venivano fatte per il settore agricolo si rivelavano poi essere carichi esclusivamente di rifiuti tossici, come le 480 tonnellate di sostanze chimiche che tra il 1991 ed il 1992 arrivarono dalla tedesca Schnidt nonostante il fermo divieto della Comunità Europea e che provocarono, nel 1993, l'intervento di Greenpeace. Nessuno però, pagò il conto dei bacini idrici avvelenati con il toxafene, perché le normative europee in merito furono rispettate in pieno.

«In Albania» - sostiene Bardhyl Balteza, presidente dell'associazione delle fabbriche di riciclaggio - «non esistono né le strutture necessarie né le infrastrutture per classificare i rifiuti da riciclare». Per Lavdosh Feruni, leader della rete ambientalista albanese, questa è solo «una mossa politica che porterà vantaggi economici solo ad un ristretto gruppo di persone». E, naturalmente, alla criminalità organizzata che da anni è diventata una importantissima voce nel settore dei rifiuti, non solo quelli illegali.

Se il traffico dovesse consolidarsi, dunque, non è difficile prevedere per l'Albania un futuro da “nuova Somalia”, dove con i rifiuti tossici si costruì addirittura una strada. Quella Garowe-Bosaso su cui stava indagando anche Ilaria Alpi.

L'internazionale (criminale) della monnezza


Il piano anti-rifiuti del neo-sindaco napoletano Luigi De Magistris era partito nel migliore dei modi, almeno nelle intenzioni. La realtà, infatti, si è dimostrata ben diversa, ed oggi il sindaco - in attesa di avere una città completamente "verde" - rischia di doversi rivolgere agli stessi operatori che da tempo gestiscono la "miniera d'oro" dei rifiuti: la criminalità organizzata.

Monica Biancardi
La Madonna della Monnezza, 2008


Napoli – Era partita nel migliore dei modi la carriera di Luigi De Magistris come sindaco di Napoli: «In quattro, cinque giorni la città e la provincia di Napoli saranno liberate dalla spazzatura». Ma come spesso capita, la realtà si è dimostrata ben diversa dalle intenzioni disegnate da proclami e conferenze stampa, ed oggi – a quasi due mesi di distanza – l'immondizia rimane esattamente là, dov'era ai tempi di Rosa Russo Iervolino. Se il nuovo sindaco abbia fatto il passo più lungo della gamba o sia stata opera di un “sabotaggio” [1] rimarrà probabilmente questione irrisolta, anche perché, nel frattempo, la soluzione definitiva – stando alla conferenza stampa tenutasi nei giorni scorsi [2] - sembra essere stata trovata. La parola magica è “delocalizzare”, cioè – semplicemente – spostare la monnezza da Napoli, almeno finché non sarà perfezionata la raccolta porta a porta. Nel frattempo, dunque, bisogna trovare dei siti disposti ad accollarsi le tonnellate di spazzatura che caratterizzano fin dal 1994 le cartoline partenopee. Niente di nuovo, si potrebbe affermare. Perché quello di spedire i rifiuti lontano dai luoghi in cui vengono prodotti – che sia in altre regioni, come a breve vedremo, o all'estero – è una consuetudine ormai decennale delle amministrazioni italiane. Una consuetudine che viene conosciuta per la prima volta proprio nel 1994, quando i rifiuti prendono la via del Corno d'Africa.

     Somalia, cooperazione&munnezza. I patti, in quello che per tanti versi rimane un anno cruciale per il nostro paese, erano chiari: i somali si prendevano un (bel) po' dei nostri rifiuti (in particolare quelli tossici) in cambio gli vendevamo un po' di armi per continuare la guerra civile che dalla caduta del regime socialista di Siad Barre ne ha contraddistinto lunghi anni. Era di questo che si stavano occupando Ilaria Alpi e Miran Hrovatin quando furono uccisi ed era forse proprio di questi “intrecci diplomatici” che avrebbe dovuto parlare in un servizio che – come ricorda Luciano Scalettari (che, insieme a Maurizio Torrealta, è il giornalista che più di tutti si è interessato al caso) in un'intervista per “Chiarelettere”[3] - sarebbe dovuto andare in onda nell'edizione delle 19 del Tg3 del 20 marzo 1994, lo stesso giorno in cui i due vengono uccisi da mano somala e decisione italiana, come testimonierebbe anche l'assassinio – per alcuni presunto – di Vincenzo Li Causi, che oltre ad essere l'uomo di Gladio in terra somala rappresentava, si dice, anche la principale fonte di Ilaria Alpi per quanto concernente il traffico di rifiuti tossici e nucleari tra Italia e Somalia.

Toxic Somalia

«Per noi esistono due tipi di pirati: quelli piccoli, che attaccano le navi per sopravvivere e quelli che noi definiamo i "veri" pirati: quelli che vengono a infestare i nostri mari e a lasciare qui i propri prodotti tossici».

Riversare sulle coste somale una tonnellata di rifiuti tossici costa 2,50 dollari, a fronte dei circa 1.000 necessari per la stessa operazione (legale) fatta nei paesi del Primo mondo. Potrebbe essere racchiuso tutto in queste poche parole "Toxic Somalia", inchiesta - del giornalista francese Paul Moreira - andata in onda lo scorso 4 giugno sulla rete spagnola TVE e ripreso da vari canali televisivi internazionali. All'appello manca l'Italia, e questo (non) è strano. Associando le parole "rifiuti tossici" e "Somalia" infatti, è automatico parlare del nostro paese e di una delle tante pagine oscure della nostra storia recente: l'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Ma sappiamo che l'Italia ha serie difficoltà a fare i conti con i propri scheletri nell'armadio (anche con il "vero" giornalismo d'inchiesta, ad esser sinceri, ma questa è un'altra storia...) e dunque per poter parlare di determinate questioni bisogna "prenderla larga" e guardare - come in questo caso - un documentario francese tradotto in spagnolo che parla (molto) dell'Italia. Più o meno lo stesso giro largo che facevano (fanno?) i rifiuti tossici, quando non venivano (vengono?) affossati in mare. È anche da considerazioni di questo tipo (basti considerare l'intervista a Giancarlo Marocchino) che portano a formulare una fondamentale domanda: chi sono, davvero, i pirati in Somalia?

Come si diventa terroristi? La storia di Omar Hammami



Come si diventa terroristi? Quali sono i processi - psicologici e sociali in particolare - che portano un giovane americano come tanti a diventare uno dei leader di Harakat al Shabaab al-Mujahideen (o, più semplicemente, Al Shabaab), cioè una delle più accreditate sigle della "galassia" quaedista?
Christof Putzel di CurrentTv ci conduce in un viaggio tra Daphne, in Alabama e Mogadiscio, Somalia, per scoprire la storia di Omar Hammani, meglio noto come Abu Mansur Al-Amriki. Ma siamo davvero di fronte a "terrorismo"? O forse quella di Omar, alla base, è solo la volontà di un giovane di non accettare i valori della comunità nella quale è nato?

Lettera ad Ilaria Alpi.

Cara Ilaria,

Ci ho provato per tutto il giorno a scrivere una biografia su di te, una biografia che mi aiutasse a spiegare chi eri a chi non ti conosce, o a chi mi chiede perché ti ho dedicato il mio blog. Ma niente: non ci sono riuscito.

Non ci sono riuscito per tanti motivi: perché è difficile scrivere qualcosa che non sia stato già detto senza poter contare su esperienze personali o cose che i tanti libri, i film e gli articoli non abbiano già detto e senza voler riscrivere per l'ennesima – forse inutile – volta del “caso Ilaria Alpi”, perché come al solito volevo scrivere qualcosa di originale, qualcosa che non fosse un semplice copia e incolla di date, nomi, luoghi che non conosco, ed ogni volta che le dita iniziavano a muoversi sulla tastiera e le parole, i concetti, le idee iniziavano a prendere forma sul video mi sembravano sempre troppo banali.
Anche perché come fai a spiegare a parole quello che rappresenta un mito, una di quelle persone che quando le incontri – fisicamente o in altra maniera – ti cambiano la vita, le prospettive ed i progetti per il futuro.
Perché a me è successo proprio così: ti ho “incontrata” un giorno, per caso, o forse dovrei dire per fortuna: avrei dovuto leggere “Guerra e Pace” di Tolstoj o “Il giovane Holden” di Salinger per le vacanze, ma nessuno dei due libri era disponibile. In uno scatolone però c'era un libro: “Ilaria Alpi. Un omicidio al crocevia dei traffici”, e non so cosa fu, se quell'immagine che ti ritrae con il velo bianco in testa che mi colpisce ancora oggi o chissà cosa. Sta di fatto che più leggevo, più scorrevo tutto quell'insieme di misteri che ancora oggi, nonostante oggi siano passati 16 anni esatti, avvolge la tua storia, e più mi chiedevo cosa fosse successo davvero, perché ti avessero uccisa e soprattutto perché. Ma in questo so di essere in buona compagnia, visto che fortunatamente non sono l'unico a pormi questa domanda.

Forse è anche per questo che non riesco a scrivere su di te. Perché per scrivere di Ilaria Alpi bisogna scrivere per forza dei mille intrecci, della Somalia e dell'Italia, di Siad Barre e della Garowe-Bosaso, l'autostrada delle scorie nucleari. Oppure scrivere di Giorgio Comerio, l'”imprenditore” nel campo dello smaltimento di rifiuti tossici che in una cartellina gialla possedeva il tuo certificato di morte. Oppure scrivere dell'intervista a Abdullahi Mussa Bogor, il “signore di Bosaso” di cui il mondo conosce solo 12 minuti delle 2 ore e 30 di girato. E non bisogna dimenticarsi

Ostaggi


Eccallà, direbbero a Roma. Ci risiamo di nuovo: il leader libico e mad dog della politica internazionale Muhammar Gheddafi lo ha rifatto. Cacciati tutti i cittadini dei paesi appartenenti all'area Schengen. Negli anni '70 – a pochi mesi dal golpe con il quale era salito al potere rovesciando re Idris I – aveva cacciato tutti i cittadini italiani, espropriando tutti i loro averi, per le beghe coloniali della guerra. E fin lì, forse forse, gli si poteva anche dar ragione. «Di colpo fu il caos. Non si capiva più niente. Ci bloccarono i conti corenti; e così non avevamo nemmeno gli spiccioli per fare la spesa. Poi capimmo che non avremmo potuto portare niente. E ricordo le scene umilianti delle perquisizioni prima di farci entrare in ambasciata: temevano che nascondessimo l'oro e lo portassimo al sicuro» dice Giovanna Ortu, presidente dell'associazione italiani rimpatriati dalla Libia.

Ora ci riprova, rinverdendo una diatriba che dura da circa un anno e mezzo fa, da quando cioè le autorità elvetiche avevano arrestato suo figlio Motassin Bilal (detto “Hannibal”, il perché non oso neanche immaginarlo...) reo di aver maltrattato due domestici in un hotel di Ginevra. Essendo evidentemente molto permaloso ed attaccato alla famiglia, il leader libico per ripicca non solo blocca le esportazioni di petrolio verso il paese della cioccolata, non solo ritira dai suoi conti svizzeri qualcosa come 5 miliardi di euro, ma come ciliegina sulla torta sequestra anche due uomini d'affari elvetici che si trovavano a Tripoli. Naturalmente nessuno dice niente, perché Gheddafi beh...è Gheddafi, e sappiamo tutti com'è fatto no?
Comunque la storia finisce con l'allora Presidente della Confederazione Elvetica Hans-Rudolf Merz costretto a genuflettersi di fronte al leader libico, il cui potere, evidentemente, si espande oltre i confini dell'ex-colonia italiana.

Le acque sembrano tornare quasi tranquille, finché qualche giorno fa la Svizzera crea una «black list», di quelle che vanno tanto di moda nell'epoca del post 11/9 con i cattivi libici: 188 persone, tra cui Gheddafi e famiglia.
È il caos: dalla Libia partono strali contro tutti i paesi dell'area Schengen (cioè praticamente tutti i Paesi europei, ad eccezione di Gran Bretagna e Irlanda, più Islanda, Norvegia e – appunto – Svizzera più Cipro, Bulgaria e Romania che aderiscono in maniera provvisoria), rei di essere solidali con Berna.

Breve passo indietro: gli accordi di Schengen sono stati firmati nel 1985 nella cittadina lussemburghese che ne dà il nome e definiscono la libera circolazione di persone, merci e servizi all'interno dei paesi aderenti, eliminando così le frontiere interne, aumentando i controlli sulle frontiere c.d. “esterne”. Integrato sia nel Trattato di Maastricht che nella Costituzione degli Stati Uniti d'Europa (nota come Trattato di Lisbona), prevede che se uno dei paesi che ne fanno parte adotti – come nel caso di specie – una lista nera, questa si estenda a tutti i paesi aderenti. È una cosa logica: se non ho controlli all'interno dei paesi dell'area, e uno degli stati appartenenti non vuole che circolino persone che definisce “sgradite”, come fa a controllare che quei soggetti non transitino nel suo territorio, se l'unico controllo che poteva fare – quello alle frontiere – non esiste più?

È la fine: scene di panico in tutta Europa, in particolare in Italia, unico paese passato da colonizzatore a colonizzato dalla stessa nazione (cioè la Libia). Perché noi siamo più intelligenti degli altri, e come trattiamo noi i dittatori non li tratta nessuno. Circa 20 anni fa c'erano Mohammed Siad Barre – che allora imperversava in Somalia – e Bettino Craxi. Costruimmo qualcosa come 450 km di nulla che prende il nome di “autostrada” Garowe-Bosaso sulla quale molto è stato detto, tra cui anche di essere cimitero per le scorie nucleari che dai paesi industrializzati vengono gettati nelle discariche del Terzo Mondo con quel fenomeno noto come “navi a perdere” (e di cui anche Ilaria Alpi si occupò prima di essere uccisa nel 1994 proprio in Somalia). Cambiano gli interpreti – oggi abbiamo al di là del Mediterraneo il leader libico ed al di qua Berlusconi – ma il film è sempre lo stesso, autostrada annessa.

Sinceramente dei rapporti Svizzera-Libia poco me ne cale, mi interessa di più notare il servilismo con cui i politici italiani – di destra e sinistra (quando si dice una politica “bipartisan”) - si prostrano nei confronti del leader libico. Su La Stampa di oggi, c'è un'intervista al nostro presunto Ministro degli Esteri (presunto in quanto la politica estera è da sempre fatta nei consigli di amministrazione delle grandi aziende nazionali, basti pensare a quel che fa l'Eni, peraltro ben presente in territorio libico) in cui si dice – cito testualmente – che «la decisione svizzera che equipara Gheddafi a terroristi internazionali poteva essere evitata». Non so voi, ma io mi sento un attimino preso per i fondelli da un'affermazione del genere. Tutti sappiamo il trattamento non certo di favore che la Libia riserva a chi viene colto in flagranza mentre tenta di fuggire dalle sue coste. Dalle mie parti uno così si chiama “terrorista”, così come terroristi sono tutti quegli stati – e quindi quegli uomini e quelle donne, visto che uno stato è fatto “fisicamente” dalle persone che lo abitano – che creano guerre per rubare il petrolio ed altre risorse atte al mantenimento dello status di “mondo ricco” (ma questa è un'altra storia...).

La “perla” dell'intervista però non è questa affermazione. Alla domanda se il blocco dei visti ai cittadini europei sia da considerare come l'ennesima provocazione a Gheddafi, Frattini (per una volta trovato in Italia, visto che di solito è sempre in vacanza alle Maldive quando succede qualcosa...) risponde così: «Agendo in questo modo, la Svizzera prende in ostaggio gli altri Paesi dell'area Schengen». Qui l'apoteosi, la standing ovation della diplomazia di sottomissione al leader libico. Noi che abbiamo permesso a Gheddafi di soggiornare in tenda a villa Pamphili in barba a qualunque divieto che sarebbe invece stato ampiamente rispettato se la tenda fosse appartenuta a qualunque altro disgraziato, straniero o autoctono che fosse; gli abbiamo permesso di fare il “beato tra le donne” mettendogli a disposizione schiere di donne; gli abbiamo permesso di prenderci per le patriottiche terga in tutto il suo soggiorno in Italia; gli diamo navi ed armamenti oltre a 5 miliardi di euro (e la già citata autostrada...) perché gli abbiamo invaso il paese 60 e più anni fa (senza che peraltro lui si sia mai scusato di aver rubato le terre agli italiani che cacciò trent'anni fa) ed è la Svizzera a tenerci tutti in ostaggio?

Scorie a perdere


Questa è una storia particolare.
Questa è una storia di uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà, come diceva Leonardo Sciascia.
Questa è una storia di nebbie. Nebbie che avvolgono tutto. Avvolgono uomini che scavano nella verità e avvolgono uomini che quella verità tentano di occultarla. Ed avvolgono navi.

Per iniziare questa storia partiamo dalla provincia del Guangdong, Cina. Ogni anno 150 milioni di televisori, lavatrici, frigoriferi ed altra immondizia “tecnologicamente avanzata” viene portata in queste terre, note non certo per la ferrea normativa ambientale. Più del 90% di questi rifiuti però non viene portato in qualche azienda per il riutilizzo o per il definitivo smaltimento. Finisce invece nei garage delle abitazioni, in strada, negli orti e viene trattato senza la minima precauzione. Da dove viene quell'immondizia? Alcuni di quei rottami partono da Aiello del Friuli, Udine, dove confluiscono i rottami di ditte friulane, liguri, venete e lombarde allocate in un sito di stoccaggio non autorizzato e dove arriva quello stesso materiale di scarto che le “grandi ditte” del Nord (quelle che portano sulle loro spalle – a detta loro – il peso economico dell'azienda Italia) spesso imbarcano su carrette del mare per mandarle in qualche altra zona lontana dall'aura di magnificenza con la quale vengono dipinti dai nostri quotidiani. Le mandano così lontane che spesso queste carrette si perdono nel mar Tirreno. Italia.

Cetraro (Cosenza) – Un mezzo telecomandato sottomarino messo a disposizione dalla Regione Calabria ha ritrovato a 500 metri di profondità nel mare antistante le coste cosentine il relitto di una nave. Cosa che di per sé non dovrebbe destare dubbi o far porre troppe domande, tant'è vero che la notizia è passata praticamente inosservata sui media del circuito mainstream. Ma una nave dai cui oblò si vedono due scheletri (o almeno questo è quel che sembra vedersi...) e dalla quale si potrebbero prelevare ben 120 fusti pieni di materiale non identificato si può considerare “normalità”?

Cosa contengano quei fusti è irrilevante ai fini ambientali. Che contengano vernici, solventi, acidi o materiale di altro tipo la cosa certa è che quel materiale non fa bene alle nostre acque, visto che dai rilevamenti effettuati in passato sono stati accertati eccessivi livelli di piombo. La prua della Cunski, questo il nome della motonave affondata, è squarciata. Che qualcuno abbia voluto portar via quei fusti prima che potessero essere ritrovati?