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Gli speculatori del cibo


Secondo Fao ed Ocse, i prezzi di alcune materie prime del comparto agricolo aumenteranno sensibilmente nel giro di un decennio, nonostante la produzione sia in aumento. Dalle campagne africane fin dentro ai nostri supermercati, chi - e come - specula sul cibo?


Daadab (Kenya) - 450.000 persone su un territorio di circa cinquanta chilometri quadrati, con un incremento di oltre mille persone al giorno che si stanziano su quel fazzoletto di terra che è circa la metà della città di Firenze. Sarebbe, per estensione, la terza città più popolosa del Kenya. Se solo fosse una città.

Siamo a Dadaab, un'ottantina di chilometri dal confine con la Somalia, nella zona nord-ovest della Repubblica kenyana, in quello che è considerato il campo profughi più grande del mondo. Aperto nel 1998, dati grandezza e popolazione è stato suddiviso in tre campi più piccoli – Hagadera, Ifo e Dagahaley – ai quali si stanno via via aggiungendo altri campi, come Ifo II, da quando è stato dichiarato inadeguato ad accogliere nuove persone. Cosa che succedeva tre anni fa.
Tre ospedali, quindici ambulatori e una ventina di scuole. Questo offre la “città dei rifugiati” a chi scappa da una guerra – quella somala – mai realmente placatasi dal 1991. Nonostante l'ampio dispiegamento di forze “umanitarie”, però, la crisi nel campo non è affatto risolta. Basti considerare che solo la metà dei bambini riesce ad accedere all'istruzione primaria e un terzo a quella secondaria, anche per i tentativi di esclusione verso i nuovi arrivati, ai quali viene imputato di abbassare il livello di istruzione di cui è possibile usufruire.
I rifugiati sono costretti a rimanere all'interno dei campi, nei quali sono identificati solo attraverso un braccialetto giallo e un pass di identificazione. Questo però comporta che coloro che risiedono da più tempo all'interno dei campi siano completamente dipendenti dagli aiuti umanitari distribuiti dalle tantissime organizzazioni non governative presenti a Dadaab. Capire se siano loro ad aver bisogno degli aiuti o, al contrario, le ong a “campare” sui rifugiati diventa impresa assai ardua.

L'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (UNHCR), che gestisce il campo insieme ad alcune organizzazioni non governative come Oxfam e Medici senza frontiere, ha definito in 43,7 milioni le persone che scappano dai propri paesi per il clima – cambiamenti climatici e, nello specifico, la peggiore siccità registrata nel Corno d'Africa negli ultimi sessant'anni - le guerre o la fame. A questi vanno poi aggiunti altri 27,5 milioni di sfollati che rimangono però all'interno dei propri paesi d'origine.

A questo punto – data anche la vicinanza con il periodo festivo – potremmo mettere la questione in termini “umanitaristi” e sfruttare il senso di colpa che viene a noi occidentali (o quanto meno dovrebbe venire) quando vediamo le immagini dei bambini che subiscono l'essere nati nel continente povero del mondo dalle brochure o dagli spot da trenta secondi che passano in televisione ma che servono – parzialmente – solo per lenire in parte la colpa di essere nati nel “ricco e democratico” Occidente. Sono ormai decenni che queste campagne vengono fatte, che schiere di organizzazioni non governative ci invitano a donare, ad adottare a distanza e tutte queste belle cose che, però, non migliorano di un millimetro la situazione generale.