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In tre giorni portate a termine tre importanti operazioni contro la criminalità pugliese

foto: corrieresalentino.it
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/in-tre-giorni-portate-a-termine-tre-importanti-operazioni-contro-la-criminalita-pugliese/29385/

Lecce - “Cinemastore”, “Shopping Mall” e “The Wall”. Tre operazioni concluse dagli uomini dell'antimafia pugliese contro la criminalità locale, di cui le prime due contro la Sacra Corona Unita.

Lunedì 9 è stato infatti arrestato Pasquale Briganti, detto “Maurizio”, 43enne leccese a capo di uno dei nuovi clan della Sacra corona unita insieme ai fratelli Giuseppe e Roberto Nisi.
La sua latitanza durava dallo scorso gennaio, quando tutti e tre riuscirono a sfuggire all'operazione “Cinemastore”, con la quale la Direzione distrettuale antimafia, in collaborazione con la Mobile di Lecce, inferse un duro colpo all'organizzazione pugliese.

Briganti è stato arrestato a Capilungo, una delle marine di Alliste, dove faceva il turista. Lungo è stato il lavoro con il quale le forze dell'ordine sono riuscite ad arrestarlo, forti di un sistema di pedinamenti che aveva interessato tutta la rete di parenti ed amici che ruotava intorno al boss.

Secondo gli investigatori, il gruppo capeggiato da Briganti aveva il controllo – attraverso la gestione delle bische clandestine – del gioco d'azzardo, la riscossione del “punto” (la tassa che gli spacciatori non affiliati devono pagare ai clan) ed il traffico di stupefacenti da e verso la Puglia. A loro, inoltre, spettavano le nuove affiliazioni. Proprio Briganti era diventato di fatto il garante della pace tra i vari clan che formano l'organizzazione pugliese.

«Il fatto che Briganti sia riuscito a spostarsi sul territorio così frequentemente e senza tante difficoltà vuol dire, in primo luogo, che disponeva di ingenti risorse finanziarie e che poteva evidentemente contare sull'appoggio di diverse persone» – ha evidenziato il procuratore capo Cataldo Motta, che si è detto comunque soddisfatto dell'arresto. «Con la cattura di Briganti», ha concluso il procuratore, «abbiamo preso un esponente di grosso spessore della gestione del traffico di sostanze stupefacenti, estorsioni e bische clandestine. A questo punto posso dire che l'operazione “Cinemastore” è conclusa».

Conclusa, inoltre, anche l'operazione denominata “Shopping Mall”, iniziata il 4 maggio del 2011 con il sequestro di circa 360 chili di marijuana nascosti nella parte superiore del rimorchio-frigo di un autoarticolato proveniente dall'Albania e fermato nel porto di Brindisi. In quell'indagine furono inoltre trovati cellulari ed agendine con informazioni definite molto utili dagli inquirenti per il prosieguo dell'attività investigativa

Cavalli di mafia


Quattro minuti per quattro chilometri. Strade bloccate con motorini e automobili, così da evitare che passanti e forze dell'ordine possano bloccare la competizione. A partire dalla metà degli anni Novanta tutte le grandi mafie italiane – compresa la Sacra corona unita, che sul fenomeno ci ha basato addirittura una pax mafiosa – hanno messo le mani sul business. Un miliardo di fatturato annuo il guadagno derivante dalle sole scommesse. Sembra un film alla "Fast and Furious", è invece la realtà delle corse clandestine dei cavalli, la prima voce di guadagno per la zoomafia.


Aggiornamento: Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/cavalli-di-mafia/17726/



Palermo – Quel 27 giugno 2011 sarebbe stato un giorno come tanti. Anzi, una mattina come tante. Sarebbe stato uno dei tanti giorni in cui a Palermo non succede niente se non fosse stato per quella carcassa, proprio di fronte ad una delle gelaterie storiche della città. Un cavallo, nero, giace ormai da poco meno di 24 ore accasciato sul fianco sinistro e con una coperta addosso, posta dai vigili verso le 8 di quella mattina. Uno spettacolo raccapricciante e destinato a durare ancora per altre 24 ore, il tempo necessario affinché il Comune appalti a qualche ditta del catanese il recupero e lo smaltimento del cadavere. È già il terzo caso in pochi mesi: prima un cavallo morto in via Ernesto Basile, di fronte all'università, con la gola tagliata. Poi un altro, rinvenuto a pezzi in un cassonetto nel quartiere Ballarò.

Se questa storia fosse un film, e un film non è, come vedremo, sarebbe un film sulle auto. Auto da corsa, per la precisione. Auto come quelle di “Fast and furious” di Rob Cohen (capitoli successivi annessi), con le lucette sotto ed i motori truccati.
Uno di quei film in cui per quanto cambino storie e personaggi c'è sempre una scena, identica a se stessa in qualunque versione la si guardi: la corsa.

     Una questione di cavalli. Le corse hanno, in qualche modo, un loro rituale. Inizia tutto con il sopralluogo, quando le vedette – in macchina o con i motorini – perlustrano la “pista” per controllare che non ci siano intralci di nessun tipo (traffico eccessivo o forze dell'ordine per lo più). Dopodiché gli spettatori – che spesso sono le stesse vedette o gli scommettitori – si dispongono in modo da impedire il passaggio a vetture esterne che potrebbero bloccare la corsa durante il suo svolgimento ed a quel punto, una volta raccolte tutte le scommesse, i due contendenti si dispongono alla partenza. Motori accesi e cavalli rombanti. E se Vin Diesel viveva la vita «ad un quarto di miglio alla volta», a Palermo, a Catania, a Napoli la vita i cavalli la vivono ad una manciata di minuti alla volta. Quattro, solitamente. Quattro minuti per quattro chilometri, in molti casi in salita. È questo quello che i fantini chiedono a campioni come “Ira funesta” o “Tempesta”.

Perché questo, dicevamo, non è un film. Questa è la realtà. Una realtà che sta prendendo sempre più piede tra i boss della criminalità organizzata, che sia essa la Sacra Corona Unita pugliese, la camorra o le 'ndrine che ormai spadroneggiano – come sempre più ci viene rivelato dalle cronache – nel nord Italia.

L'internazionale (criminale) della monnezza


Il piano anti-rifiuti del neo-sindaco napoletano Luigi De Magistris era partito nel migliore dei modi, almeno nelle intenzioni. La realtà, infatti, si è dimostrata ben diversa, ed oggi il sindaco - in attesa di avere una città completamente "verde" - rischia di doversi rivolgere agli stessi operatori che da tempo gestiscono la "miniera d'oro" dei rifiuti: la criminalità organizzata.

Monica Biancardi
La Madonna della Monnezza, 2008


Napoli – Era partita nel migliore dei modi la carriera di Luigi De Magistris come sindaco di Napoli: «In quattro, cinque giorni la città e la provincia di Napoli saranno liberate dalla spazzatura». Ma come spesso capita, la realtà si è dimostrata ben diversa dalle intenzioni disegnate da proclami e conferenze stampa, ed oggi – a quasi due mesi di distanza – l'immondizia rimane esattamente là, dov'era ai tempi di Rosa Russo Iervolino. Se il nuovo sindaco abbia fatto il passo più lungo della gamba o sia stata opera di un “sabotaggio” [1] rimarrà probabilmente questione irrisolta, anche perché, nel frattempo, la soluzione definitiva – stando alla conferenza stampa tenutasi nei giorni scorsi [2] - sembra essere stata trovata. La parola magica è “delocalizzare”, cioè – semplicemente – spostare la monnezza da Napoli, almeno finché non sarà perfezionata la raccolta porta a porta. Nel frattempo, dunque, bisogna trovare dei siti disposti ad accollarsi le tonnellate di spazzatura che caratterizzano fin dal 1994 le cartoline partenopee. Niente di nuovo, si potrebbe affermare. Perché quello di spedire i rifiuti lontano dai luoghi in cui vengono prodotti – che sia in altre regioni, come a breve vedremo, o all'estero – è una consuetudine ormai decennale delle amministrazioni italiane. Una consuetudine che viene conosciuta per la prima volta proprio nel 1994, quando i rifiuti prendono la via del Corno d'Africa.

     Somalia, cooperazione&munnezza. I patti, in quello che per tanti versi rimane un anno cruciale per il nostro paese, erano chiari: i somali si prendevano un (bel) po' dei nostri rifiuti (in particolare quelli tossici) in cambio gli vendevamo un po' di armi per continuare la guerra civile che dalla caduta del regime socialista di Siad Barre ne ha contraddistinto lunghi anni. Era di questo che si stavano occupando Ilaria Alpi e Miran Hrovatin quando furono uccisi ed era forse proprio di questi “intrecci diplomatici” che avrebbe dovuto parlare in un servizio che – come ricorda Luciano Scalettari (che, insieme a Maurizio Torrealta, è il giornalista che più di tutti si è interessato al caso) in un'intervista per “Chiarelettere”[3] - sarebbe dovuto andare in onda nell'edizione delle 19 del Tg3 del 20 marzo 1994, lo stesso giorno in cui i due vengono uccisi da mano somala e decisione italiana, come testimonierebbe anche l'assassinio – per alcuni presunto – di Vincenzo Li Causi, che oltre ad essere l'uomo di Gladio in terra somala rappresentava, si dice, anche la principale fonte di Ilaria Alpi per quanto concernente il traffico di rifiuti tossici e nucleari tra Italia e Somalia.