El Hassnah (Deserto del Sinai) - «Ogni volta che l’uomo si è incontrato con l’altro, ha sempre avuto davanti a sé tre possibilità di scelta: fargli la guerra, isolarsi dietro a un muro o stabilire un dialogo. [...] L’esperienza di tanti anni trascorsi in mezzo agli altri di paesi lontani mi insegna che la benevolenza nei loro confronti è l’unico atteggiamento capace di far vibrare la corda dell’umanità».
Se fosse ancora vivo, probabilmente oggi Ryszard Kapuściński dovrebbe rivedere questo passaggio del suo meraviglioso libro “L'Altro”, inserendo una quarta possibilità: l'indifferenza totale, come quella che da circa un mese nasconde uno dei più gravi casi di violazione dei diritti umani che sta avvenendo a pochi passi da casa nostra, al confine tra Egitto ed Israele, dove un gruppo di beduini tiene in ostaggio circa 250 persone tra sudanesi, somali, nigeriani, etiopi ed eritrei la cui unica caratteristica comune è quella di essere profughi. Chi - come i sudanesi - scappa da una guerra e chi, semplicemente, scappa da situazioni di povertà estrema, ma tutti accomunati dal sogno di arrivare in quella terra promessa che risponde a nomi come “Libertà”, “Pace” e “Democrazia”.
Un sogno che – come ci ha magistralmente raccontato Fabrizio Gatti in “Bilal” (libro che dovrebbe essere inserito in tutti i programmi d'istruzione del mondo) – spesso si trasforma in incubo, come quello che dagli inizi di novembre stanno vivendo 80 eritrei – tra cui bambini e donne incinte – incappati nella doppia tagliola del traffico di esseri umani e degli accordi internazionali che trasformano migranti, richiedenti asilo e profughi in “illegali”.
Duemila euro. È questo il prezzo della libertà. È questa, infatti, la somma richiesta dai beduini per traghettare i 250 migranti attraverso il golfo della Sirte, il Nilo e poi Suez, attraversando illegalmente il confine dell'Egitto dopo essere scampati alla giustizia libica. Libia, Egitto, Italia: è questo – oggi – il vero Triangolo delle Bermuda. È su queste rotte che spariscono i “clandestini per legge”, arrivati ai confini della Fortezza Italia voluta dal ministro Maroni e da Gianfranco Fini (a cui, però, va solo l'onere e l'onore di aver aggiornato una legge “di sinistra” come la Turco-Napolitano) e spediti immediatamente verso la Libia e l'Egitto, terre dalle quali difficilmente ne tornano indietro notizie.
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Italia-Libia-Egitto: il triangolo dove spariscono gli “illegali”
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Andrea Intonti
Pubblicato
12/08/2010 03:24:00 PM
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Lasciatela, quest'Italia, agli italiani
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Andrea Intonti
Pubblicato
1/16/2010 01:46:00 PM
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«Andatevene». «Queste bestie non devono più stare a Rosarno».
È l'ora di smetterla con questa storia buonista dell'accoglienza “sempre e comunque” di nigeriani, marocchini, maghrebini, ghanesi. E ci aggiungerei anche di polacchi, moldavi, albanesi. Tutti. Ve ne dovete andare da questo paese. Lasciatela agli italiani, l'Italia. Lasciatelo marcire in mano nostra questo paese, così come i vostri padroni faranno marcire le arance che non racoglieranno.
Lasciatela marcire in mano a chi difende la criminalità organizzata non sapendo – o non volendo sapere – che le vittime della 'ndrangheta, della camorra, della mafia non siete solo voi, sfruttati nei campi o nei cantieri, ma tutti, cittadini italiani inclusi. C'è una parola, in italiano, che indica quel coraggio che gli italiani non hanno. Questa parola è omertà, ed indica una delle più grandi infamie che un popolo di poveri possa fare verso altri poveri. Omertà indica anche quel coraggio che noi non abbiamo più. Quello stesso coraggio che vi spinge ad attraversare il deserto con quell'unico bagaglio di sogni e speranze che noi avevamo quando, molti anni fa, facevamo le “bestie” per gli americani o per qualche altro paese che aveva fatto il salto prima di noi.
Quello stesso coraggio che vi permette, se riuscite ad uscire vivi dal deserto, di attraversare il Mediterraneo su quei gommoni che molto spesso non si sa come facciano a fare un metro, figuriamoci ad attraversare il Mediterraneo! Quello stesso coraggio che, una volta passato questo inferno, vi fa diventare schiavi per un materasso in un silos. Noi questo coraggio l'abbiamo perso, da molto tempo. Perché? Perché noi siamo solo dei pezzenti arricchiti. Dei poveri che, per fortuna geografica, per l'assenza di guerre sul territorio o per qualche altra cosa che può passare sotto il termine fortuna hanno fatto il salto. Da servi a padroni. O padroncini, come nel nostro caso.
Per come va il mondo i poveri siete considerati voi. Ma non lo siete. Anzi, siete ricchissimi. Perché voi rischiate tutti i giorni la vostra vita mentre noi ci siamo dimenticati com'è l'odore della terra lavorata per 12-15 ore al giorno per un tozzo di pane ed una goccia d'olio. Abbiamo dimenticato cosa vuol dire lasciare il proprio paese, il posto in cui si sono costruiti nel tempo gli affetti, le gioie, i dolori, ed andare in un posto diverso, solo per provare a prendersi un po' di quella fortuna che a qualcuno viene data solo perché nato con un destino diverso dal vostro, la cosiddetta buona stella.
No, non siete voi i “poveri”, voi che spesso venite a raccogliere le nostre arance pur sapendo parlare più lingue di quante noi riusciamo ad elencarne, pur avendo più lauree di chi, in questo angolo di mondo, si definisce “intellettuale”.
I veri poveri siamo noi, noi che abbiamo dimenticato che molto tempo fa quelli che
«Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Fanno molti figli che faticano a mantenere e che vengono utilizzati per chiedere l'elemosina, insieme a donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani che, davanti alle chiese, invocano pietà con toni lamentosi e petulanti. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolitati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici, ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.»come dicevano all'Ispettorato per l'immigrazione americano nel 1912, quasi 100 anni fa eravamo proprio noi.
No,i poveri non siete voi, costretti a vivere con un pezzo di carta in mano che vi dice se potete ancora essere vivi o se dovete essere morti. Perché “i flussi” sono così. Secondo la legge il vostro status di anime in pena, in bilico tra la vita (il rinnovo del permesso di soggiorno) e la morte (l'espulsione) deve durare 20 giorni. In questo paese in cui tutto va al contrario la media, nelle questure, è di 101 giorni. Vivere in questo limbo per tutto questo tempo dev'essere disumano. 101 giorni. Tre mesi e poco più senza sapere se si può continuare ad essere sfruttati in Italia o se si verrà rimpatriati, e non interessa se qua in Italia ci vivete da anni, avete un lavoro, una famiglia, dei figli. È la legge. E la legge, con i deboli, non conosce deroghe.
Se vivi o muori lo decide un pezzo di carta. Anche la roulette russa si evolve.
Ma noi non siamo cattivi, noi siamo gente per bene, e non importa se a Rosarno per anni ci si è arricchiti con le arance di carta, la truffa dei “latifondisti” calabresi per prendere gli aiuti dell'Unione Europea. E non importa se le arance raccolte sono cento, duecento quintali, magicamente ne dichiariamo un migliaio, un migliaio e mezzo e anche quest'anno abbiamo trovato come svernare. Noi siamo gente onesta, quella stessa gente che vi prende a lavorare, “in prova” naturalmente, vi fa fare il lavoro e poi: «No, guarda. Non ti posso prendere, ti sembra questo il modo di lavorare?» e non vi paga. È questa l'onestà no?
E non importa se questo modo di fare è pienamente – e volutamente – illegale. La colpa, come dicono dal governo, è che una certa politica ha fatto entrare tutti, ma proprio tutti. È la troppa tolleranza nei confronti dell'immigrazione clandestina. La colpa non è di chi vi prende a lavorare a 2 euro all'ora e che ora vi denuncia perché i rumeni prendono 50 centesimi e convengono di più, anche se la legge dice che se prendesse un italiano dovrebbe dargli 6,20 euro. Ecco perché non c'è più un italiano a raccogliere i pomodori o le arance...
E non importa se è illegale che chi vi dà il lavoro non vi metta in regola, e se gli chiedete di farlo vi picchia e vi denuncia. Secondo la legge in vigore, la Bossi-Fini, se vi denuncia a voi toccano quattro anni di carcere, a lui che vi sfrutta al massimo tre. Sempre se riescono ad accertare che lui vi fa lavorare in nero, perché non esiste, in Italia, il “Contratto Collettivo Nazionale per il Lavoro Nero”. Il caporale poi, quello a cui dovete dare 5 euro della paga giornaliera per quel fetentissimo posto in cui vi fa dormire, a lui va ancora meglio: in Italia non esiste il reato di caporalato.
Siamo gente onesta, noi. E onestamente guardiamo dall'altra parte quando il nostro premier si inginocchia davanti al leader libico, regalandogli un'autostrada e un sacco di soldi per farvi uccidere nel deserto. Il deserto non è territorio italiano, quindi non ci interessa.
Siamo gente onesta, noi. E onestamente guardiamo dall'altra parte quando lasciamo che le istituzioni siano piene di gente della criminalità organizzata, o che ha rapporti stretti con
Siamo gente onesta, noi. Noi che quotidianamente ci rendiamo correi di omicidi di massa, perché permettiamo che vi ammazzino in mare o, appunto, nel deserto. E se qualcuno lancia qualche slogan idiota, come «spariamo sulle carrette del mare!» la classifichiamo come bravata, anche se a dirlo è l'allora Presidente della Camera dei Deputati.
Per questo vi dico andate via, lasciate questo paese. Andate in Francia, ad esempio, dove un giocatore di colore nella nazionale di calcio non è un abominio di cui riempire le prime pagine dei quotidiani per settimane. Andate dove vi pare, perché per voi ogni paese è meglio dell'Italia. Lasciatela, quest'Italia, agli italiani.
***
Questo è un video, arrivato a L'Espresso, registrato nel deserto del Sahara che testimonia la sorte dei migranti respinti dalla Libia verso il deserto in base agli accordi tra Berlusconi e Gheddafi: ragazzi abbandonati nella sabbia fino a morire, come da molto tempo testimonia Fabrizio Gatti.
Lega la tolleranza!
Scritto da
Andrea Intonti
Pubblicato
1/11/2010 05:41:00 PM
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«Fuori i baluba dall'Italia», «l'Italia agli italiani», «non siamo razzisti, ma negher e meridionali puzzano, sporcano e non lavorano».
Per chi non l'avesse capito, è partita la campagna elettorale della Lega Nord. Naturalmente non poteva che partire da lì, da quella Rosarno che, ancora oggi, è in prima pagina su tutti i quotidiani nazionali. Ieri un'interessante intervista de La Stampa al Ministro della Semplificazione Normativa Roberto Calderoli mi ha dato alcuni punti su cui riflettere. Vediamone i passi interessanti: [cliccate qui per la versione integrale: http://www.difesa.it/Sala+Stampa/Rassegna+stampa+On-Line/PdfNavigator.htm?DateFrom=10-01-2010&pdfIndex=22]
1) Ma il nemico dello Stato a Rosarno non è piuttosto la 'ndrangheta?
«Questo è un aspetto peculiare della vicenda. Ma porsi la questione è come chiedersi se è nato prima l'uovo o la gallina: è evidente che la criminalità organizzata può sfruttare la condizione dei clandestini. Anche per questo noi stiamo facendo di tutto per cancellare la condizione di clandestinità nel nostro Paese».
2) E allora perché voi della Lega non permettete, come si è fatto per colf e badanti, che vengano regolarizzati i lavoratori stagionali? Le imprese ne hanno bisogno, perché lasciarli alla mercè della 'ndrangheta oltre che dello sfruttamento?
«Contesto che vi siano imprese che debbano vivere sul lavoro clandestino. Lo contesto assolutamente: chi vive sul lavoro nero e sullo sfruttamento non può neanche chiamare impresa la propria attività. Regolarizzare? Ma stiamo scherzando? Con la situazione che c'è, bisogna essere rigorosi, altro che regolarizzazioni. Nel Sud d'Italia la disoccupazione è al 18 per cento, il lavoro deve andare agli italiani che vogliono e possono farlo, non agli immigrati clandestini».
3) Si tratta di lavori che gli italiani non vogliono più svolgere da decenni, ministro. Così è come se lei dicesse: andassero a lavorare i meridionali, al posto dei clandestini...
«Non è assolutamente quello che sto dicendo. Anzitutto, quello del lavoro stagionale è un trucco: gli immigrati vengono per la raccolta dei pomodori o delle arance e poi, invece di andarsene, restano. La stagionalità è un aggiramento delle leggi. La verità è che si ricorre ai clandestini perché quel lavoro, se fosse regolare, costerebbe troppo. E invece il lavoro o è regolare, o non è. Non deve essere sottopagato: li pagassero di più, quei lavoratori, e così lavoreranno anche gli italiani. Se è questo il problema, lo affronteremo: con paghe più eque noi daremo una mano riducendo il costo fiscale e contributivo del lavoro».
4) Ma se lei riconosce la necessità dell'integrazione, perché si oppone al diseg
«Perché non ce n'è bisogno. Gli immigrati regolari i diritti li hanno già garantiti dalla Costituzione, il diritto al voto a che serve? Così, si rischierebbero ancora più reazioni da parte dei clandestini. Serve, invece, un esame come negli Usa. Che sappiano la lingua, e che accettino il codice civile e quello penale».
E ora passiamo all'analisi del pensiero calderoliano:
La 'Ndrangheta – così come la criminalità organizzata – non è un “fenomeno peculiare della vicenda”. Credo sia evidente a tutti, anche all'ultimo degli elettori leghisti, che non esistono più le basi per relegare il fenomeno criminale solo al Sud, basterebbe indagare sul giro di denaro intorno all'Expo 2015 che, se memoria non mi inganna, non è stato designato a Palermo, Napoli o a Reggio Calabria ma nella padanissima Milano. Le sole 'ndrine, con il loro fatturato annuo di 45 miliardi di euro (cifra denunciata da Maroni...) rappresentano quasi 3 punti del Prodotto Interno Lordo. Se non siamo al livello dei fatturati delle più grandi aziende nazionali poco ci manca. È evidente – ci dice il ministro – che la criminalità organizzata ha le mani sul mercato del lavoro irregolare, e per questo loro stanno provvedendo a cancellare la condizione di clandestinità in Italia. Qui serve un ragionamento un po' più ampio: prescindendo dal fatto che per loro cancellare la condizione equivale evidentemente alla soppressione fisica dei clandestini, mi chiedo per quale motivo – trattandosi di mercato del lavoro – non si vada a colpire il lato della domanda. Se in un mercato si va a colpire questo lato (in cui si trovano le imprese) l'offerta (in questo caso di lavoro clandestino) non trova sbocchi, per cui quel mercato in qualche modo è portato al fallimento. Si può ottenere lo stesso risultato, il “blocco” del mercato, anche chiudendo i rubinetti dell'offerta, ma questo – in particolare in un mercato come quello del lavoro – è molto più difficile, perché per una forza lavoro – e quindi un'offerta - viene eliminata (come sta avvenendo a Rosarno con i lavoratori africani) ce ne sarà sempre una pronta a sostituirla, tant'è vero che si parla già del fatto che a prendere il posto dei raccoglitori di arance africani saranno bulgari, ucraini, albanesi e gli altri cittadini dell'est. Ciò ha due vantaggi per il padrone: molti dei paesi dell'est Europa sono diventati comunitari, quindi in un controllo delle forze dell'ordine un padrone può essere accusato di sfruttamento di lavoro illegale, ma non di sfruttamento di immigrazione clandestina. Secondo vantaggio è quello che questi cittadini hanno la pelle del colore accettato, per cui non si corre il rischio di ritrovarsi con un buon numero di lavoratori non in grado di lavorare.
Mi chiedo perché non si vada a colpire quel mercato di cui brillantemente ci ha spesso parlato Fabrizio Gatti sulle pagine de L'Espresso o in un libro meraviglioso come Bilal, e cioè quel mercato tenuto in piedi dal caporalato, uno dei principali problemi di questo paese. Ma essendo un problema che non colpisce imprenditori, banche, industriali o gruppi di potere viene prontamente evitato dalla classe politica. C'hanno famiglia pure loro d'altronde, e poi i cap
2) Alla lettura di questa risposta, probabilmente, al Ministro Brunetta è preso un colpo, visto che fu lui, non molto tempo fa, nella sua teoria economica tutta particolare, a definire il lavoro nero come un ammortizzatore sociale. Ma qui quel che mi fa riflettere è la fine della risposta. Così come successivamente chiede la giornalista, siamo sicuri che gli italiani questi lavori “degradanti” li vogliano fare? In una società in cui ogni giorno ci viene ricordato che l'identità sociale si basa sul grado di visibilità che riesci a ritagliarti – indipendentemente che tu riesca a farlo perché esperto di questo o quello o perché fai il burattino in una casa-zoo seguito dalle telecamere 24 ore su 24 – siamo sicuri che la pura razza italiana riuscirebbe a trovare nuovamente quell'umiltà che aveva in tempi passati e rinunciare al famoso quarto d'ora di celebrità teorizzato da Andy Warhol? A noi, oggi, piace troppo far parte della classe sociale dei colletti bianchi, per questo lasciamo volentieri lavori di questo tipo, lavori in cui ci si sporca e si fatica, a questi che vengono in Italia a rubarci il lavoro. Non sono loro che ce lo rubano, siamo noi che glielo regaliamo! Perché noi siamo la pura razza italiana, e certe cose non ci possiamo abbassare a farle.
3) Qui sarebbe facile ribadire al Ministro della Semplificazione che se esiste un mercato del lavoro irregolare, probabilmente, è proprio perché i padroni hanno calcolato che lavorare in un mercato regolare gli costerebbe troppo, e per questo si sono buttati sul mercato nero. Ma giustamente, essendo il nostro il Paese delle cose che girano al contrario, non si va a colpire il padrone che sfrutta gli operai – e qui allargo il discorso a tutto il territorio nazionale – o che, per i tagli alla sicurezza sul cantiere, fa sì che 5 persone al giorno non tornino più a casa dal loro posto di lavoro. Non si va a fare una legge, o comunque a disincentivare quella moda che vuole che gli operai muoiano quasi tutti il primo giorno di lavoro. Inesperienza? In alcuni casi può essere, ma il motivo per cui si registra questo dato è che molti di questi operai vengono regolarizzati post-mortem, perché se li si regolarizza subito poi si guadagna di meno, e non si può più andare a fare la settimana bianca, o fare il viaggio ai tropici. Perché è questo il vero mercato del lavoro: chi vola alle Bahamas e chi va all'obitorio. Ma chi vola alle Bahamas, solitamente, ha anche il diritto al voto.
4) È strano sentir parlare di tutela degli immigrati nella Costituzione da chi, fino a non molto tempo fa, con quella carta ci si puliva il parlamentarissimo deretano. Ma, incuriosito, sono andato a rileggermela la carta costituzionale, per cui vediamo quali potrebbero essere gli articoli di cui parla il prode ministro: forse l'art. 2: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo», ma guardando a quel che ha fatto questo governo in merito al tale garanzia – creazione del reato di immigrazione clandestina in primis – non vorrei che qualcuno credesse che quel “La Repubblica” si riferisca non al Paese ma al giornale fondato da Eugenio Scalfari. Se così non fosse, però, questo
Che sia l'art.13 quello che tutela gli immigrati? «La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell'Autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge». Considerando che vengono creati reati ad hoc pur di rinchiudere gli immigrati nei lager del XXI secolo (leggasi: Centri di Identificazione ed Espulsione) neanche questo si può elencare tra i “pro-immigrati”. Escludendo dal titolo I tutti quelli in cui è espressamente citato il termine “cittadini” - visto che gli immigrati ancora non lo sono – e scartando il n°19 per gli stessi motivi dell'art. 8, direi che gli articoli a cui si riferisce Calderoli non si trovano tra i “rapporti civili”, ma la Costituzione è ancora lunga, per cui procediamo.
Un articolo interessante potrebbe essere il 32: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti». Individuo, non cittadino. Considerando però che il partito di cui fa parte Calderoli è lo stesso che qualche mese fa voleva che i medici facessero le spie e denunciassero i clandestini – in barba per altro al giuramento di Ippocrate – e che per questo, da quel momento, molti clandestini hanno paura di presentarsi in ospedale ho la sensazione che anche questo articolo sia da scartare.
Ecco, forse ci siamo: ar. 34: «La scuola è aperta a tutti». Il Ministro Gelmini è uscita appena l'altro giorno con quell'idea del blocco del 30% di alunni stranieri per classe, che prevederà una sorta di nomadismo dei bambini in eccesso, il cui trattamento, dal momento dell'entrata in vigore della norma, sarà equiparato a quello dei pacchi postali. Considerando poi che i governi – e in questo non solo quello vigente – da anni hanno abrogato la scuola, per lo meno nell'accezione di Don Milani, cioè in quell'accezione che voleva la scuola come fucina del pensiero critico e non come fabbrica di polli d'allevamento per i quali esercitare il proprio diritto al dissenso diventa un qualcosa che nuoce gravemente alla salute direi che no, ancora non ci siamo.
Nella prima parte della Costituzione, però, io altri articoli che potrebbero perorare l'asserzione del ministro non ne trovo, perché o sono generali – intesi cioè per tutta la comunità – oppure parlano espressamente di cittadini. Evito direttamente di guardare alla seconda parte. Aspetto che agli immigrati vengano concessi i diritti minimi, prima di chiedermi se siano soggetti a quelli politico-istituzionali. Veniamo così all'ultima frase: «Serve, invece, un esame come negli Usa. Che sappiano la lingua, e che accettino il codice civile e quello penale.».
Tutti sappiamo che un buon comico, alla fine del proprio sketch, deve chiudere con una battuta “ad effetto”, altrimenti rischia di non avere quell'effetto dirompente che ogni buon comico si auspica di avere. Perché questo discorso della lingua e del rispetto dei codici è una battuta giusto?
Voglio dire: a più di 150 dalla sua fondazione molti italiani non parlano la propria lingua, o per lo meno non la conosco
Caporal Economia
Scritto da
Andrea Intonti
Pubblicato
7/17/2009 11:37:00 AM
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Secondo l'etichettatura classica delle notizie questa la si pubblicherebbe in una prima pagina di un quotidiano locale – precisamente quelle di Afragola, a nord di Napoli – o in una “locale” delle testate nazionali.
In pratica la notizia riporta il ferimento di un ragazzo burkinabé – che per chi non lo sapesse è il nome degli abitanti del Burkina Faso – o meglio, una vera e propria gambizzazione come si sarebbe detto ai tempi delle Brigate Rosse in quanto questo ragazzo, 21enne di cui purtroppo non è pubblicato il nome, è considerato il leader dei lavoratori stagionali.
Ed è proprio questo che mi ha dato lo spunto per parlare di uno di quegli argomenti che difficilmente si trovano sulle prime pagine, perché è uno di quegli argomenti “sporchi” di cui solo pochi giornalisti – vedasi l'immenso Fabrizio Gatti – si occupano. Ma procediamo per gradi.
Per usare il termine edulcorato dovremmo definirla “manodopera stagionale”. In realtà si parla di schiavismo. Di nuovo schiavismo che passa sotto il nome di caporalato.
Puglia, Basilicata, Campania, Sicilia. E' qui, in questo quadrilatero della povertà che giovani uomini e donne – per lo più tra i 16 ed i 34 anni – si spaccano la schiena per fare almeno la fame. E non è certo un modo di dire. Solo nelle campagne pugliesi sono circa 40.000, di cui il 25% immigrati ed il resto donne. Provengono un po' da tutto quel mondo “non ricco” di cui ci ricordiamo solo in occasione di G8 e cose simili. Vengono dall'Europa dell'Est – Romania e Bulgaria in particolare – ma soprattutto dall'Africa. Nigeriani, nigerini, burkinabé (gli abitanti del Burkina Faso), senegalesi e via discorrendo, tutti qui, fianco a fianco a raccogliere pomodori che poi non assaggeranno, a costruire case in cui non abiteranno. Solo per permettere a noi “pochi fortunati” la casa al mare o il macchinone. Saremo anche contrari ad un paese multiculturale, ma quando si tratta di sfruttamento non facciamo davvero distinzione di sesso, razza o religione.
Non solo questi uom
Non hanno paga, hanno per giaciglio un tugurio dove nemmeno i cani randagi hanno il coraggio di andare, mentre chi li frusta, chi li picchia ed uccide per poi gettarne il corpo nelle campagne, chi li violenta si arricchisce, spesso intoccabile raìs della zona, colluso con la mafia. Se non appartenente ad associazioni mafiose egli stesso.
Questi figuri, novelli carcerieri, sono i caporali. Molto spesso italiani e “capobastone” locali, sgrammaticati personaggi che rispondono all'unica legge della violenza e del terrore. Infischiandosene altamente dei diritti dei lavoratori e delle convenzioni nazionali e internazionali.
Non si può però relegare il fenomeno a mero accadimento meridionale. Esistono molti casi in cui questa usanza è presente anche ove maggiormente dovrebbe essere tutelata la legalità ed i controlli dovrebbero farsi più assidui. Le grandi opere, dove la ditta che vince l'appalto, nella maggior parte dei casi, di suo ci mette solo il nome, lasciando il lavoro – sia quello pulito che quello sporco – a ditte e personaggi dalla discutibile attività e condotta personale.
Com'è facilmente immaginabile non esistono tutele per queste povere anime in pena. Non esistono rappresentanze sindacali che possono tutelarli, perché spesso anche loro sono state minacciate. Non esistono politici che si battono per i loro diritti,
Può una vera impresa arricchirsi spaccando la schiena agli invisibili? Buttando poi tra i campi, come fertilizzante, i corpi di chi cade stremato e brutalizzato? Può l'autorità morale della Chiesa tollerare tutto questo? Può la politica non considerare tutto questo un'emergenza? Possono i giornalisti non interrogarsi sull'urgenza di tenere i riflettori del servizio pubblico accesi e puntati sulle storie narrate da Fabrizio Gatti? Possiamo noi cittadini far finta di nulla?
Perché in questo paese si va sempre ed incondizionatamente a colpire gli ultimi, a colpire coloro che non possono permettersi spese legali, spese mediche per qualcosa che è un loro sacrosanto diritto, cioè il diritto al futuro?
Perché non si toccano mai i "mandanti", quelli che hanno il bastone di comando in mano?
Liberate Laura ed Euna!!
Scritto da
Andrea Intonti
Pubblicato
7/10/2009 09:35:00 AM
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“Intenti ostili”.
Nessuno sa in realtà cosa voglia dire, ma sta di fatto che da ormai 115 giorni è l'accusa con cui Laura Ling e Euna Lee, giornaliste di Current tv, sono detenute nelle carceri della Corea del Nord. L'articolo 63 del Codice penale nordcoreano prevede dai cinque ai dieci anni di prigione per gli stranieri che raccolgono illegalmente notizie nel paese. E se stai indagando – come le due giornaliste, rispettivamente di origine coreana e cinese ma di passaporto statunitense - sul traffico di giovani donne nordcoreane oltre il confine con la Cina, probabilmente, a qualcuno sta
Qualora l'accusa di essere entrate illegalmente su suolo nordcoreano venisse considerata valida, e secondo la legge nordcoreana non c'è la possibilità di ricorrere in appello, le due giornaliste sarebbero costrette a 10 anni di lavori forzati.
Non so se a voi è mai capitato di guardare il programma Vanguard su Current Tv (se non l'avete mai fatto o siete di quelli che ogni volta che prendono il telecomando in mano gli cade riaccendete quella scatoletta infernale ed andate sul canale 130 di Sky, vi assicuro che ne vale davvero la pena...), i Vanguard-journalist - di cui Laura Ling è vicepresidente - svolgono il loro lavoro “con sole inchieste sul campo” - che è poi anche lo slogan che hanno scelto per il programma – e quindi potete immaginare che tipo di difficoltà ne possano derivare. Appena sono venuto a conoscenza di questa notizia mi è venuta in mente subito la mai – da m
Noi siamo sempre i primi a mobilitarci, siamo sempre i primi ad andare in soccorso di chi ha bisogno, checché se ne dica e se ne pensi. Per questo vi chiedo di fare il possibile affinché si possa fare pressione su governi ed opinione pubblica mondiale affinché Laura ed Euna possano tornare libere ed a svolgere il loro meraviglioso lavoro. Vediamo di non smentirci.
Qui trovate il sito aperto per raccontare cosa sta accadendo a Laura ed Euna: http://www.lauraandeuna.com/
Qui un piccolissimo excursus sul loro lavoro a Current Tv: http://www.lauraandeuna.com/bios/
Qui alcuni dei loro reportage: http://www.lauraandeuna.com/videos/
E qui come poterle aiutare: http://www.lauraandeuna.com/how-to-help/
Laurea DisHonoris Causa...
Scritto da
Andrea Intonti
Pubblicato
6/14/2009 05:57:00 PM
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Oggi iniziamo senza giri di parole. Per me il sig. Mu'ammar Abū Minyar al-Qadhdhāfī - noto anche con il nome, ben più corto e ricordabile, di Muammar Gheddafi -poteva anche evitare di far visita al nostro paese. D'accordo che il premier usa accompagnarsi con personaggi strampalati: voglio dire, dopo essersi accompagnato a mafiosi, veline, ragazze dai facili costumi e minorenni un terrorista cosa vuoi che sia. Certo, se pensiamo che il disegno del premier sembra essere quello di creare un nuovo regime dittatoriale in questo paese - basta guardare il Lodo Alfano, tanto per dirne una - presumo abbia invitato uno dei suoi maestri [l'altro è Putin, ma da lui si sta facendo insegnare come ci si comporta con i giornalisti...].
Dopo Arafat - che si presentò addirittura armato - anche al leader libico è stato concesso presentarsi al Parlamento. Da che ho conoscenza di questioni di natura istituzionale ho sempre saputo che il Parlamento in ogni paese democratico sia l'espressione della volontà del popolo.
Non so a voi, forse io non avevo il telefono raggiungibile, ma a me non è stato chiesto se volevo Gheddafi al Parlamento. O forse non me l'hanno chiesto perché sapevano già che avrei risposto che chi ha le mani sporche di sangue non ha il diritto - e con questo non mi riferisco solo a lui - di entrare in una istituzione come il Parlamento.
Può entrare a Villa Certosa - magari prima spiegategli che ci si va in costume adamitico come Silvio comanda - ma non certo in una istituzione.
Ma non dilunghiamoci troppo sulle considerazioni personali e veniamo alla materia del contendere.
Questo viaggio - dice - è stato fatto per sancire la definitiva "amicizia ritrovata" tra il nostro paese e la Libia che, per chi non lo sapesse, ha visto il suo territorio violentato dai nostri militari nel 1939.
Non so se il regalo di 5 miliardi di dollari (che al cambio attuale, fanno 7.042.650.000 euro) oltre alla costruzione da parte di nostre aziende di una fantomatica "autostrada mediterranea", forse prolungamento italo-libico del ponte sullo Stretto di Messina, possano considerarsi "amicizia". Anche perché noi cosa ci guadagnamo? Non ci guadagnamo certo, come invece dice il Ministro dell'Interno Maroni, in diminuzione degli sbarchi, visto e considerato che da quando questi accordi sono stati firmati gli sbarchi non solo non si sono arrestati, ma anzi, sono aumentati [una volta avevo letto del 173%, ma, non avendo ritrovato la fonte, date a questo dato il beneficio del dubbio...].
Ma andiamo avanti, perché la questione principale non è nemmeno questa, ma ci voglio arrivare pian piano.
Non so quanti di voi abbiano mai sentito parlare di Al Gatrun. Io ne ho letto - e tanto - in quel meraviglioso libro che è "Bilal" di Fabrizio Gatti (consiglio a chi ancora non l'avesse letto di colmare questa lacuna al più presto, perché il libro merita...). Ad Al Gatrun c'è un'aberrazione della mente umana, il cui nome mi sfugge, ma che è una sorta di Centro di Identificazione ed Espulsione come quello che noi abbiamo a Lampedusa. Per chi non sapesse cosa sono andate su un vocabolario e cercate la parola "lager". Ecco: quello è un cie, ex cpt.
Per chiudere la "perla" che vi avevo annunciato. Reggetevi bene alle sedie, perché a qualche geniale mente di questo paese - se non sbaglio i componenti del Senato Accademico dell'Università degli Studi di Sassari - è venuta l'idea di dare la laurea honoris causa al leader libico. All'inizio credevo avessero ideato una laurea in "violazione dei diritti umani" o cose simili, è solo in un secondo momento che ho scoperto trattasi di laurea in Diritto Internazionale!! Sissignori. Il violatore dei diritti umani dovrebbe tornarsene a casa sua - leggo or ora che qualcuno è rinsavito quindi probabilmente non si farà - diventando Dottore in Diritto!! Sinceramente non so se mettermi a piangere o a ridere...Una cosa però la so:
p.s....vedete che ogni tanto Destra e Sinistra [ah, queste vetuste classificazioni...] riescono anche ad avere qualche punto di vista comune?!
Dopo Arafat - che si presentò addirittura armato - anche al leader libico è stato concesso presentarsi al Parlamento. Da che ho conoscenza di questioni di natura istituzionale ho sempre saputo che il Parlamento in ogni paese democratico sia l'espressione della volontà del popolo.
Non so a voi, forse io non avevo il telefono raggiungibile, ma a me non è stato chiesto se volevo Gheddafi al Parlamento. O forse non me l'hanno chiesto perché sapevano già che avrei risposto che chi ha le mani sporche di sangue non ha il diritto - e con questo non mi riferisco solo a lui - di entrare in una istituzione come il Parlamento.
Può entrare a Villa Certosa - magari prima spiegategli che ci si va in costume adamitico come Silvio comanda - ma non certo in una istituzione.
Ma non dilunghiamoci troppo sulle considerazioni personali e veniamo alla materia del contendere.
Questo viaggio - dice - è stato fatto per sancire la definitiva "amicizia ritrovata" tra il nostro paese e la Libia che, per chi non lo sapesse, ha visto il suo territorio violentato dai nostri militari nel 1939.
Non so se il regalo di 5 miliardi di dollari (che al cambio attuale, fanno 7.042.650.000 euro) oltre alla costruzione da parte di nostre aziende di una fantomatica "autostrada mediterranea", forse prolungamento italo-libico del ponte sullo Stretto di Messina, possano considerarsi "amicizia". Anche perché noi cosa ci guadagnamo? Non ci guadagnamo certo, come invece dice il Ministro dell'Interno Maroni, in diminuzione degli sbarchi, visto e considerato che da quando questi accordi sono stati firmati gli sbarchi non solo non si sono arrestati, ma anzi, sono aumentati [una volta avevo letto del 173%, ma, non avendo ritrovato la fonte, date a questo dato il beneficio del dubbio...].
Ma andiamo avanti, perché la questione principale non è nemmeno questa, ma ci voglio arrivare pian piano.
Non so quanti di voi abbiano mai sentito parlare di Al Gatrun. Io ne ho letto - e tanto - in quel meraviglioso libro che è "Bilal" di Fabrizio Gatti (consiglio a chi ancora non l'avesse letto di colmare questa lacuna al più presto, perché il libro merita...). Ad Al Gatrun c'è un'aberrazione della mente umana, il cui nome mi sfugge, ma che è una sorta di Centro di Identificazione ed Espulsione come quello che noi abbiamo a Lampedusa. Per chi non sapesse cosa sono andate su un vocabolario e cercate la parola "lager". Ecco: quello è un cie, ex cpt.
Per chiudere la "perla" che vi avevo annunciato. Reggetevi bene alle sedie, perché a qualche geniale mente di questo paese - se non sbaglio i componenti del Senato Accademico dell'Università degli Studi di Sassari - è venuta l'idea di dare la laurea honoris causa al leader libico. All'inizio credevo avessero ideato una laurea in "violazione dei diritti umani" o cose simili, è solo in un secondo momento che ho scoperto trattasi di laurea in Diritto Internazionale!! Sissignori. Il violatore dei diritti umani dovrebbe tornarsene a casa sua - leggo or ora che qualcuno è rinsavito quindi probabilmente non si farà - diventando Dottore in Diritto!! Sinceramente non so se mettermi a piangere o a ridere...Una cosa però la so:
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