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"La primavera di Rosarno non può finire". Così sfratta il boss


Rosarno (Reggio Calabria), 20 settembre 2011 – Agli inizi di Gennaio 2010 la rivolta dei migranti portò agli onori della cronaca nazionale il problema del caporalato e dello sfruttamento dei lavoratori extracomunitari nell'agricoltura in odor di 'ndrangheta. A Dicembre l'elezione a sindaco di Elisabetta Tripodi (Partito Democratico) ha dato il via alla “primavera di Rosarno”.

Un cambiamento, quello rosarnese, che però sembra non essere gradito a Rocco Pesce, 54 anni, detto “Pirata” per una benda che gli copre l'occhio destro appartenente ad una delle più rilevanti “dinastie” mafiose, che fin da subito ha iniziato a delegittimare la nuova giunta, sostenendo non solo che questa fosse più sensibile ai problemi dei migranti che a quelli della cittadinanza, ma anche che la famiglia del sindaco avesse delle non meglio specificate frequentazioni con i consanguinei del “Pirata”. Lo ha fatto con una lettera, inviata dal carcere di Opera, nel milanese, dove il boss sta scontando un ergastolo con il regime del 41bis.
Quello che più dovrebbe inquietare della missiva – che sembra essere stata scritta a più mani – è che la carta sulla quale è stata dattiloscritta rechi l'intestazione del Comune reggino, ad uso solo dei funzionari del municipio.

Il controllo della 'ndrangheta ha portato il territorio di Rosarno – un territorio relativamente ricco grazie all'agricoltura – a diventare un centro in cui le cosche controllavano tutto, dalle pompe di benzina alla squadra calcio. L'operazione “All Clean”[1] ha portato alla luce, tra le tante, il modo in cui i Pesce controllavano la filiera delle arance, strutturata lungo tutto il percorso raccolta-vendita attraverso una serie di cooperative per la raccolta e la commercializzazione che arrivavano fino ad una catena di supermercati (uno dei “nuovi” business della criminalità organizzata) attraverso la quale vendere al dettaglio.

Ma a far infuriare il boss è stato un altro atto “anti-mafia”, un atto di normale amministrazione come quello di far eseguire uno sfratto, avvenuto lo scorso giugno. Mentre “Pirata” è in carcere, infatti, madre, fratello e sorella del boss continuavano a vivere in una villetta dichiarata abusiva – il terreno, oltre che non appartenere ai Pesce era anche soggetto a vincolo archeologico – già nel 2003, quando questa era entrata a far parte del patrimonio comunale. «Abbiamo semplicemente concluso una procedura che nessun altro aveva toccato negli anni. È solo un atto amministrativo dovuto», sono state le parole del sindaco.

Da quel momento, però, la sua vita cambia. Non può più guidare la sua macchina e deve avvisare la scorta che le è stata assegnata per ogni spostamento.
Nonostante gli impedimenti e le minacce, comunque, Elisabetta Tripodi va avanti, senza paura. Perché – per una volta – le istituzioni sono state pronte a schierarsi dalla parte della legalità e a non far finta di niente come succede troppo spesso negli ultimi tempi. Perché «La “primavera di Rosarno” non può morire, né possiamo permetterci di spegnere la speranza». E nel tempo in cui la criminalità organizzata azzanna con sempre maggior forza i gangli più importanti dell'architettura socio-economica italiana e dove la classe politica è sempre più separata dalla società, sperare nella “piccola rivoluzione” rosarnese diventa più che un atto di solidarietà.

Note
[1] http://www.mediterraneonline.it/2011/04/21/operazione-all-clean-scacco-matto-alla-cosca-pesce-di-rosarno-190-milioni-di-beni-sequestrati/

Super Santos clandestini

Com'era bello giocare a pallone quando si era bambini. Quelle partite che iniziavano la mattina e terminavano – quando terminavano, visto che c'erano sempre contestazioni degne de “Il processo di Biscardi” - la sera, quando ormai nemmeno le luci della piazzetta riuscivano più a stare dietro a quelle ombre che, in un quadrato d'asfalto, in un giardinetto con quattro fili d'erba giocavano a fare i calciatori importanti, dove uno spazio tra quattro motorini, un paio di macchine e qualche finestra (che il più delle volte finiva in frantumi, per la gioia di chi doveva ripararla) diventava San Siro, il Maracanà, il Camp Nou o il Bernabeu, abitati da un imprecisato numero di Roberto Carlos – che quando ero piccolo io andava per la maggiore – Raul, Rivaldo, Kluivert, Christian Vieri o Del Piero (chissà se il n°10 juventino è ancora di moda o è stato sostituito da Messi e Cristiano Ronaldo...).
C'erano due regole, quando ci giocavo io, diciamo dieci, quindici anni fa: i brocchi in porta e chi faceva andare il pallone fuori campo (che fosse su un balcone, in mezzo alla strada o in qualunque altro posto era indifferente) se lo andava a riprendere. Già, il pallone.
All'inizio era il “famigerato” Super Santos, quel pallone con cui era inutile escogitare traiettorie di tiro: tu pensavi di tirare a destra e quello, puntualmente, come per una strana forma di antipatia nei tuoi confronti, se ne andava a sinistra. Credo sia stato l'incubo per una generazione intera di giovani palloni d'oro in erba, quel pallone. Fortunatamente poi capirono che era l'ideale per giocarci a pallavolo e a noi maschietti veniva comprato il pallone di cuoio, quello che automaticamente ti dava la “promozione” tra i grandi. Una sorta di passaggio in serie A in pratica. C'erano due cose che contavano, quando si giocava a pallone da piccoli: se – come me – venivi da una scuola calcio, cosa che automaticamente ti faceva diventare uno dei giocatori più forti, anche se non eri capace di fare tre palleggi in fila, e inventarsi le prodezze (le “mosse alla brasiliana” le chiamavamo noi) per impressionare la ragazzina che ti piaceva, perché nonostante non ci fossero spalti e ogni spettatore rischiava la vita a guardare una partita di strada, c'era sempre qualcuno che veniva a fare il tifo, e quando non c'era solitamente si costringevano le ragazze del gruppo a fare le clacque.
Credo funzioni ancora così, in quel gioco universale che è il calcio. Da Eusebio a Cristiano Ronaldo passando per Stefan Schwoch (giocatore che fece felici i tifosi del Napoli alcuni anni fa e che per molto tempo divenne il mio alter-ego su quei campi d'asfalto e pietre che frequentavo d'estate.

Lasciatela, quest'Italia, agli italiani


«Andatevene». «Queste bestie non devono più stare a Rosarno».
È l'ora di smetterla con questa storia buonista dell'accoglienza “sempre e comunque” di nigeriani, marocchini, maghrebini, ghanesi. E ci aggiungerei anche di polacchi, moldavi, albanesi. Tutti. Ve ne dovete andare da questo paese. Lasciatela agli italiani, l'Italia. Lasciatelo marcire in mano nostra questo paese, così come i vostri padroni faranno marcire le arance che non racoglieranno.
Lasciatela marcire in mano a chi difende la criminalità organizzata non sapendo – o non volendo sapere – che le vittime della 'ndrangheta, della camorra, della mafia non siete solo voi, sfruttati nei campi o nei cantieri, ma tutti, cittadini italiani inclusi. C'è una parola, in italiano, che indica quel coraggio che gli italiani non hanno. Questa parola è omertà, ed indica una delle più grandi infamie che un popolo di poveri possa fare verso altri poveri. Omertà indica anche quel coraggio che noi non abbiamo più. Quello stesso coraggio che vi spinge ad attraversare il deserto con quell'unico bagaglio di sogni e speranze che noi avevamo quando, molti anni fa, facevamo le “bestie” per gli americani o per qualche altro paese che aveva fatto il salto prima di noi.
Quello stesso coraggio che vi permette, se riuscite ad uscire vivi dal deserto, di attraversare il Mediterraneo su quei gommoni che molto spesso non si sa come facciano a fare un metro, figuriamoci ad attraversare il Mediterraneo! Quello stesso coraggio che, una volta passato questo inferno, vi fa diventare schiavi per un materasso in un silos. Noi questo coraggio l'abbiamo perso, da molto tempo. Perché? Perché noi siamo solo dei pezzenti arricchiti. Dei poveri che, per fortuna geografica, per l'assenza di guerre sul territorio o per qualche altra cosa che può passare sotto il termine fortuna hanno fatto il salto. Da servi a padroni. O padroncini, come nel nostro caso.

Per come va il mondo i poveri siete considerati voi. Ma non lo siete. Anzi, siete ricchissimi. Perché voi rischiate tutti i giorni la vostra vita mentre noi ci siamo dimenticati com'è l'odore della terra lavorata per 12-15 ore al giorno per un tozzo di pane ed una goccia d'olio. Abbiamo dimenticato cosa vuol dire lasciare il proprio paese, il posto in cui si sono costruiti nel tempo gli affetti, le gioie, i dolori, ed andare in un posto diverso, solo per provare a prendersi un po' di quella fortuna che a qualcuno viene data solo perché nato con un destino diverso dal vostro, la cosiddetta buona stella.
No, non siete voi i “poveri”, voi che spesso venite a raccogliere le nostre arance pur sapendo parlare più lingue di quante noi riusciamo ad elencarne, pur avendo più lauree di chi, in questo angolo di mondo, si definisce “intellettuale”.
I veri poveri siamo noi, noi che abbiamo dimenticato che molto tempo fa quelli che

«Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Fanno molti figli che faticano a mantenere e che vengono utilizzati per chiedere l'elemosina, insieme a donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani che, davanti alle chiese, invocano pietà con toni lamentosi e petulanti. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolitati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici, ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.»
come dicevano all'Ispettorato per l'immigrazione americano nel 1912, quasi 100 anni fa eravamo proprio noi.
No,i poveri non siete voi, costretti a vivere con un pezzo di carta in mano che vi dice se potete ancora essere vivi o se dovete essere morti. Perché “i flussi” sono così. Secondo la legge il vostro status di anime in pena, in bilico tra la vita (il rinnovo del permesso di soggiorno) e la morte (l'espulsione) deve durare 20 giorni. In questo paese in cui tutto va al contrario la media, nelle questure, è di 101 giorni. Vivere in questo limbo per tutto questo tempo dev'essere disumano. 101 giorni. Tre mesi e poco più senza sapere se si può continuare ad essere sfruttati in Italia o se si verrà rimpatriati, e non interessa se qua in Italia ci vivete da anni, avete un lavoro, una famiglia, dei figli. È la legge. E la legge, con i deboli, non conosce deroghe.
Se vivi o muori lo decide un pezzo di carta. Anche la roulette russa si evolve.

Ma noi non siamo cattivi, noi siamo gente per bene, e non importa se a Rosarno per anni ci si è arricchiti con le arance di carta, la truffa dei “latifondisti” calabresi per prendere gli aiuti dell'Unione Europea. E non importa se le arance raccolte sono cento, duecento quintali, magicamente ne dichiariamo un migliaio, un migliaio e mezzo e anche quest'anno abbiamo trovato come svernare. Noi siamo gente onesta, quella stessa gente che vi prende a lavorare, “in prova” naturalmente, vi fa fare il lavoro e poi: «No, guarda. Non ti posso prendere, ti sembra questo il modo di lavorare?» e non vi paga. È questa l'onestà no?

E non importa se questo modo di fare è pienamente – e volutamente – illegale. La colpa, come dicono dal governo, è che una certa politica ha fatto entrare tutti, ma proprio tutti. È la troppa tolleranza nei confronti dell'immigrazione clandestina. La colpa non è di chi vi prende a lavorare a 2 euro all'ora e che ora vi denuncia perché i rumeni prendono 50 centesimi e convengono di più, anche se la legge dice che se prendesse un italiano dovrebbe dargli 6,20 euro. Ecco perché non c'è più un italiano a raccogliere i pomodori o le arance...
E non importa se è illegale che chi vi dà il lavoro non vi metta in regola, e se gli chiedete di farlo vi picchia e vi denuncia. Secondo la legge in vigore, la Bossi-Fini, se vi denuncia a voi toccano quattro anni di carcere, a lui che vi sfrutta al massimo tre. Sempre se riescono ad accertare che lui vi fa lavorare in nero, perché non esiste, in Italia, il “Contratto Collettivo Nazionale per il Lavoro Nero”. Il caporale poi, quello a cui dovete dare 5 euro della paga giornaliera per quel fetentissimo posto in cui vi fa dormire, a lui va ancora meglio: in Italia non esiste il reato di caporalato.

Siamo gente onesta, noi. E onestamente guardiamo dall'altra parte quando il nostro premier si inginocchia davanti al leader libico, regalandogli un'autostrada e un sacco di soldi per farvi uccidere nel deserto. Il deserto non è territorio italiano, quindi non ci interessa.
Siamo gente onesta, noi. E onestamente guardiamo dall'altra parte quando lasciamo che le istituzioni siano piene di gente della criminalità organizzata, o che ha rapporti stretti con essa. Quelli ammazzano, mica possiamo rischiare la pelle. Di Peppino Impastato, Giuseppe Fava, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino ne nascono solo una manciata a secolo, e i nostri li abbiamo già tutti esauriti in quello scorso.
Siamo gente onesta, noi. Noi che quotidianamente ci rendiamo correi di omicidi di massa, perché permettiamo che vi ammazzino in mare o, appunto, nel deserto. E se qualcuno lancia qualche slogan idiota, come «spariamo sulle carrette del mare!» la classifichiamo come bravata, anche se a dirlo è l'allora Presidente della Camera dei Deputati.

Per questo vi dico andate via, lasciate questo paese. Andate in Francia, ad esempio, dove un giocatore di colore nella nazionale di calcio non è un abominio di cui riempire le prime pagine dei quotidiani per settimane. Andate dove vi pare, perché per voi ogni paese è meglio dell'Italia. Lasciatela, quest'Italia, agli italiani.


***
Questo è un video, arrivato a L'Espresso, registrato nel deserto del Sahara che testimonia la sorte dei migranti respinti dalla Libia verso il deserto in base agli accordi tra Berlusconi e Gheddafi: ragazzi abbandonati nella sabbia fino a morire, come da molto tempo testimonia Fabrizio Gatti.


Lega la tolleranza!


«Fuori i baluba dall'Italia», «l'Italia agli italiani», «non siamo razzisti, ma negher e meridionali puzzano, sporcano e non lavorano».
Per chi non l'avesse capito, è partita la campagna elettorale della Lega Nord. Naturalmente non poteva che partire da lì, da quella Rosarno che, ancora oggi, è in prima pagina su tutti i quotidiani nazionali. Ieri un'interessante intervista de La Stampa al Ministro della Semplificazione Normativa Roberto Calderoli mi ha dato alcuni punti su cui riflettere. Vediamone i passi interessanti: [cliccate qui per la versione integrale: http://www.difesa.it/Sala+Stampa/Rassegna+stampa+On-Line/PdfNavigator.htm?DateFrom=10-01-2010&pdfIndex=22]

1) Ma il nemico dello Stato a Rosarno non è piuttosto la 'ndrangheta?
«Questo è un aspetto peculiare della vicenda. Ma porsi la questione è come chiedersi se è nato prima l'uovo o la gallina: è evidente che la criminalità organizzata può sfruttare la condizione dei clandestini. Anche per questo noi stiamo facendo di tutto per cancellare la condizione di clandestinità nel nostro Paese».

2) E allora perché voi della Lega non permettete, come si è fatto per colf e badanti, che vengano regolarizzati i lavoratori stagionali? Le imprese ne hanno bisogno, perché lasciarli alla mercè della 'ndrangheta oltre che dello sfruttamento?
«Contesto che vi siano imprese che debbano vivere sul lavoro clandestino. Lo contesto assolutamente: chi vive sul lavoro nero e sullo sfruttamento non può neanche chiamare impresa la propria attività. Regolarizzare? Ma stiamo scherzando? Con la situazione che c'è, bisogna essere rigorosi, altro che regolarizzazioni. Nel Sud d'Italia la disoccupazione è al 18 per cento, il lavoro deve andare agli italiani che vogliono e possono farlo, non agli immigrati clandestini».

3) Si tratta di lavori che gli italiani non vogliono più svolgere da decenni, ministro. Così è come se lei dicesse: andassero a lavorare i meridionali, al posto dei clandestini...
«Non è assolutamente quello che sto dicendo. Anzitutto, quello del lavoro stagionale è un trucco: gli immigrati vengono per la raccolta dei pomodori o delle arance e poi, invece di andarsene, restano. La stagionalità è un aggiramento delle leggi. La verità è che si ricorre ai clandestini perché quel lavoro, se fosse regolare, costerebbe troppo. E invece il lavoro o è regolare, o non è. Non deve essere sottopagato: li pagassero di più, quei lavoratori, e così lavoreranno anche gli italiani. Se è questo il problema, lo affronteremo: con paghe più eque noi daremo una mano riducendo il costo fiscale e contributivo del lavoro».

4) Ma se lei riconosce la necessità dell'integrazione, perché si oppone al disegno di legge propugnato da Fini sui diritti di cittadinanza agli immigrati?
«Perché non ce n'è bisogno. Gli immigrati regolari i diritti li hanno già garantiti dalla Costituzione, il diritto al voto a che serve? Così, si rischierebbero ancora più reazioni da parte dei clandestini. Serve, invece, un esame come negli Usa. Che sappiano la lingua, e che accettino il codice civile e quello penale».

E ora passiamo all'analisi del pensiero calderoliano:

La 'Ndrangheta – così come la criminalità organizzata – non è un “fenomeno peculiare della vicenda”. Credo sia evidente a tutti, anche all'ultimo degli elettori leghisti, che non esistono più le basi per relegare il fenomeno criminale solo al Sud, basterebbe indagare sul giro di denaro intorno all'Expo 2015 che, se memoria non mi inganna, non è stato designato a Palermo, Napoli o a Reggio Calabria ma nella padanissima Milano. Le sole 'ndrine, con il loro fatturato annuo di 45 miliardi di euro (cifra denunciata da Maroni...) rappresentano quasi 3 punti del Prodotto Interno Lordo. Se non siamo al livello dei fatturati delle più grandi aziende nazionali poco ci manca. È evidente – ci dice il ministro – che la criminalità organizzata ha le mani sul mercato del lavoro irregolare, e per questo loro stanno provvedendo a cancellare la condizione di clandestinità in Italia. Qui serve un ragionamento un po' più ampio: prescindendo dal fatto che per loro cancellare la condizione equivale evidentemente alla soppressione fisica dei clandestini, mi chiedo per quale motivo – trattandosi di mercato del lavoro – non si vada a colpire il lato della domanda. Se in un mercato si va a colpire questo lato (in cui si trovano le imprese) l'offerta (in questo caso di lavoro clandestino) non trova sbocchi, per cui quel mercato in qualche modo è portato al fallimento. Si può ottenere lo stesso risultato, il “blocco” del mercato, anche chiudendo i rubinetti dell'offerta, ma questo – in particolare in un mercato come quello del lavoro – è molto più difficile, perché per una forza lavoro – e quindi un'offerta - viene eliminata (come sta avvenendo a Rosarno con i lavoratori africani) ce ne sarà sempre una pronta a sostituirla, tant'è vero che si parla già del fatto che a prendere il posto dei raccoglitori di arance africani saranno bulgari, ucraini, albanesi e gli altri cittadini dell'est. Ciò ha due vantaggi per il padrone: molti dei paesi dell'est Europa sono diventati comunitari, quindi in un controllo delle forze dell'ordine un padrone può essere accusato di sfruttamento di lavoro illegale, ma non di sfruttamento di immigrazione clandestina. Secondo vantaggio è quello che questi cittadini hanno la pelle del colore accettato, per cui non si corre il rischio di ritrovarsi con un buon numero di lavoratori non in grado di lavorare.
Mi chiedo perché non si vada a colpire quel mercato di cui brillantemente ci ha spesso parlato Fabrizio Gatti sulle pagine de L'Espresso o in un libro meraviglioso come Bilal, e cioè quel mercato tenuto in piedi dal caporalato, uno dei principali problemi di questo paese. Ma essendo un problema che non colpisce imprenditori, banche, industriali o gruppi di potere viene prontamente evitato dalla classe politica. C'hanno famiglia pure loro d'altronde, e poi i caporali possono essere sempre utili come “procacciatori” di voti in campagna elettorale no?

2) Alla lettura di questa risposta, probabilmente, al Ministro Brunetta è preso un colpo, visto che fu lui, non molto tempo fa, nella sua teoria economica tutta particolare, a definire il lavoro nero come un ammortizzatore sociale. Ma qui quel che mi fa riflettere è la fine della risposta. Così come successivamente chiede la giornalista, siamo sicuri che gli italiani questi lavori “degradanti” li vogliano fare? In una società in cui ogni giorno ci viene ricordato che l'identità sociale si basa sul grado di visibilità che riesci a ritagliarti – indipendentemente che tu riesca a farlo perché esperto di questo o quello o perché fai il burattino in una casa-zoo seguito dalle telecamere 24 ore su 24 – siamo sicuri che la pura razza italiana riuscirebbe a trovare nuovamente quell'umiltà che aveva in tempi passati e rinunciare al famoso quarto d'ora di celebrità teorizzato da Andy Warhol? A noi, oggi, piace troppo far parte della classe sociale dei colletti bianchi, per questo lasciamo volentieri lavori di questo tipo, lavori in cui ci si sporca e si fatica, a questi che vengono in Italia a rubarci il lavoro. Non sono loro che ce lo rubano, siamo noi che glielo regaliamo! Perché noi siamo la pura razza italiana, e certe cose non ci possiamo abbassare a farle.

3) Qui sarebbe facile ribadire al Ministro della Semplificazione che se esiste un mercato del lavoro irregolare, probabilmente, è proprio perché i padroni hanno calcolato che lavorare in un mercato regolare gli costerebbe troppo, e per questo si sono buttati sul mercato nero. Ma giustamente, essendo il nostro il Paese delle cose che girano al contrario, non si va a colpire il padrone che sfrutta gli operai – e qui allargo il discorso a tutto il territorio nazionale – o che, per i tagli alla sicurezza sul cantiere, fa sì che 5 persone al giorno non tornino più a casa dal loro posto di lavoro. Non si va a fare una legge, o comunque a disincentivare quella moda che vuole che gli operai muoiano quasi tutti il primo giorno di lavoro. Inesperienza? In alcuni casi può essere, ma il motivo per cui si registra questo dato è che molti di questi operai vengono regolarizzati post-mortem, perché se li si regolarizza subito poi si guadagna di meno, e non si può più andare a fare la settimana bianca, o fare il viaggio ai tropici. Perché è questo il vero mercato del lavoro: chi vola alle Bahamas e chi va all'obitorio. Ma chi vola alle Bahamas, solitamente, ha anche il diritto al voto.
4) È strano sentir parlare di tutela degli immigrati nella Costituzione da chi, fino a non molto tempo fa, con quella carta ci si puliva il parlamentarissimo deretano. Ma, incuriosito, sono andato a rileggermela la carta costituzionale, per cui vediamo quali potrebbero essere gli articoli di cui parla il prode ministro: forse l'art. 2: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo», ma guardando a quel che ha fatto questo governo in merito al tale garanzia – creazione del reato di immigrazione clandestina in primis – non vorrei che qualcuno credesse che quel “La Repubblica” si riferisca non al Paese ma al giornale fondato da Eugenio Scalfari. Se così non fosse, però, questo articolo non dovremmo considerarlo. Magari il primo comma dell'art.8: «Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge». No, direi che neanche questo va bene, perché altrimenti non mi spiego come si sia potuta avere quella mezza guerra civile quando – sempre nella padanissima Milano – i musulmani hanno chiesto, in base proprio a questo articolo, la creazione di una moschea. Per gettare un po' di pepe nella faccenda – come direbbe Santoro – mi viene quasi da chiedere perché, in mancanza di un luogo di culto appropriato, ai non cattolici non viene prestata una Chiesa della “civilissima” religione cattolica. Eppure da quel che so io (ateo) secondo i cristiani siamo tutti fratelli. A meno che non si voglia applicare la regola cara a George Orwell ne “La fattoria degli animali”: tutti siamo fratelli, ma alcuni sono più fratelli degli altri. Ma procediamo, che la Costituzione è ancora lunga...

Che sia l'art.13 quello che tutela gli immigrati? «La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell'Autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge». Considerando che vengono creati reati ad hoc pur di rinchiudere gli immigrati nei lager del XXI secolo (leggasi: Centri di Identificazione ed Espulsione) neanche questo si può elencare tra i “pro-immigrati”. Escludendo dal titolo I tutti quelli in cui è espressamente citato il termine “cittadini” - visto che gli immigrati ancora non lo sono – e scartando il n°19 per gli stessi motivi dell'art. 8, direi che gli articoli a cui si riferisce Calderoli non si trovano tra i “rapporti civili”, ma la Costituzione è ancora lunga, per cui procediamo.
Un articolo interessante potrebbe essere il 32: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti». Individuo, non cittadino. Considerando però che il partito di cui fa parte Calderoli è lo stesso che qualche mese fa voleva che i medici facessero le spie e denunciassero i clandestini – in barba per altro al giuramento di Ippocrate – e che per questo, da quel momento, molti clandestini hanno paura di presentarsi in ospedale ho la sensazione che anche questo articolo sia da scartare.
Ecco, forse ci siamo: ar. 34: «La scuola è aperta a tutti». Il Ministro Gelmini è uscita appena l'altro giorno con quell'idea del blocco del 30% di alunni stranieri per classe, che prevederà una sorta di nomadismo dei bambini in eccesso, il cui trattamento, dal momento dell'entrata in vigore della norma, sarà equiparato a quello dei pacchi postali. Considerando poi che i governi – e in questo non solo quello vigente – da anni hanno abrogato la scuola, per lo meno nell'accezione di Don Milani, cioè in quell'accezione che voleva la scuola come fucina del pensiero critico e non come fabbrica di polli d'allevamento per i quali esercitare il proprio diritto al dissenso diventa un qualcosa che nuoce gravemente alla salute direi che no, ancora non ci siamo.
Nella prima parte della Costituzione, però, io altri articoli che potrebbero perorare l'asserzione del ministro non ne trovo, perché o sono generali – intesi cioè per tutta la comunità – oppure parlano espressamente di cittadini. Evito direttamente di guardare alla seconda parte. Aspetto che agli immigrati vengano concessi i diritti minimi, prima di chiedermi se siano soggetti a quelli politico-istituzionali. Veniamo così all'ultima frase: «Serve, invece, un esame come negli Usa. Che sappiano la lingua, e che accettino il codice civile e quello penale.».
Tutti sappiamo che un buon comico, alla fine del proprio sketch, deve chiudere con una battuta “ad effetto”, altrimenti rischia di non avere quell'effetto dirompente che ogni buon comico si auspica di avere. Perché questo discorso della lingua e del rispetto dei codici è una battuta giusto?
Voglio dire: a più di 150 dalla sua fondazione molti italiani non parlano la propria lingua, o per lo meno non la conoscono come dovrebbero: abolizione dell congiuntivo; forte uso di espressioni idiomatiche o dialettali che se da un lato “folklorizzano” e rendono più popolana la lingua, abbassano il livello di conoscenza della stessa portando al fenomeno dell'analfabetismo di ritorno e il ministro viene a chiedere l'esame di italiano per gli altri? Io proporrei di farlo prima agli italiani, in particolare a quelli che vogliono aspirare a cariche istituzionali. Per quanto riguarda l'ottemperanza degli immigrati al codice civile ed a quello penale, credo non ci sia necessità di ricordare che chi ha messo al ministero Calderoli è il massimo esperto di legislazione ad personam – non credo presente nei tomi dei codici tirati in ballo – degli ultimi 150 anni no? Ed anche in questo caso, nel paese dell'evasione fiscale, della corruzione, delle bustarelle, che a rispettare le leggi siano solo gli immigrati, a me, francamente, sembra un dettaglio irrilevante.

Di pura razza italiana.

Son proprio strani questi italiani.
Si atteggiano ad imperatori, ma non si rendono conto di essere solo la periferia della periferia.
Si atteggiano a razza eletta – per far cosa, poi, bisogna ancora capirlo – non rendendosi conto di essere dei semplici burattini. Una volta in mano ad uno, una volta in mano all'altro. E la giostra continua a girare...

Prima o poi, davanti a quelle fittizie separazioni chiamate confini, utili solo a creare un altrettanto falso senso di identità nazionale, dovremo scriverci:
«Non siamo razzisti. Ma se ve ne tornate a casa vostra è meglio».
È questo lo slogan che va più di moda adesso in questo paese. Una volta, quando nel mondo andava di moda un medico argentino, erano tutti lì a dire: “Hasta la victoria siempre!” Bah...chissà che voleva dire. Perché l'italiano medio è così: segue le mode anche nel modo di pensare. Troppa fatica, pensare. D'altronde è sempre stato più facile stare dietro alle chiacchiere di poco conto, dietro agli scandaletti del capopopolo di turno, dietro a una manciata di ragazze e ragazzi che, per avere legittimità sociale, sono disposti a fare l'attrazione del circo. Che ce frega, stiamo in televisione!
Panem et circenses, si usava dire una volta. Solo che il panem è finito da un po', e pure le brioches iniziano a scarseggiare.
Quel medico argentino – Ernesto Guevara, si chiamava – l'11 dicembre del 1964, di fronte all'assemblea generale dell'ONU osò dire che «la "civiltà occidentale" nasconde sotto la sua vistosa facciata una realtà di iene e di sciacalli». Che è esattamente quel che oggi è l'Italia, paese (laico) deciso a fare la revoluciòn affinché non venga tolto il crocefisso dalle aule, ed altrettanto deciso a guardare da un'altra parte se quegli stessi valori rappresentati in quel simbolo devono essere messi in pratica.
Come a Rosarno, dove i cittadini giocano a fare i machi, a minacciare genocidi, a girare per la città a bordo di ruspe manco fossero il soldato israeliano che uccise Rachel Corrie, a pestare ragazze e ragazzi la cui unica colpa è quella di venire da un paese diverso. Anzi no, ne hanno un'altra di colpa, questi ragazzi. Vivono. Gli viene.

Anche l'italiano medio vive. Ma vive in un modo diverso. Perché l'italiano medio non è capace di vivere senza un padrone, mentre quei ragazzi che attraversano il Sahara e poi il mare e poi si fanno picchiare per avere un fottuto lavoro che noi non vogliamo fare perché troppo degradante, vivono proprio perché loro, dal padrone, tentano di liberarsi. Scappando dai loro paesi, in guerra per la sete dei popoli che abitano l'Impero, e ribellandosi quando – venuti nella periferia – qualcuno tenta di addomesticarli, sfruttandoli in condizioni disumane e pagandoli poco e niente. Ma noi c'abbiamo da vedè la televisione, mica possiamo badare a 'ste cose! E poi quelli sono brutti, c'hanno un odore strano, e poi ho sentito che ai loro paesi fanno degli strani riti che tu ti addormenti e mentre tu dormi loro vengono, ti rubano in casa, ti violentano e poi ti ammazzano. L'ho visto al film alla tv l'altra sera.

Diciamolo: all'italiano medio rimanere nell'ignoranza piace. Perché c'è qualcuno che ti pre-confeziona quello che devi dire e pensare. E all'italiano medio questo piace ancora di più. Perché l'italiano medio è nato per essere un uomo al guinzaglio, come i cani. Solo che i cani, ogni tanto, al padrone qualche morso glielo danno. L'italiano no, l'italiano si sente al sicuro con quel cappio al collo. E più il padrone tira, più il guinzaglio lo soffoca, e più l'italiano è contento. Perché chi nasce tondo non muore quadro, si dice dalle mie parti. E se sei nato servo muori servo.
Perché se il popolo italiano fosse un popolo di persone intelligenti – qualcuna c'è, ma ormai l'energia sta finendo anche per loro – capirebbero che il vero problema, a Rosarno come in tanti altri posti in questo paese, non è l'immigrato. Perché l'immigrato ormai non ti ruba neanche più il lavoro, perché per te, italiano medio, quel lavoro è troppo “da pezzente”, e tu no, tu sei uno che il pezzente non lo fa. Perché tu c'hai una dignità. Mica come loro, mica come questi animali che a casa loro non c'hanno niente eppure sfornano figli come conigli! Che cazzo li fanno a fare tutti 'sti figli se poi sanno che la maggior parte muore? Sono proprio delle bestie.

Noi invece non capiamo che il problema è il Potere che ci tiene tutti in mano, è quella criminalità organizzata che, a Rosarno come nella stragrande maggioranza delle zone dell'Italia –indistintamente tra Padania e Sud – mette popoli autoctoni e popoli stranieri gli uni contro gli altri, perché così può amministrare con la “sua” giustizia (quella che stiamo vedendo in queste ore a Rosarno) e può continuare a fare i “suoi” affari, quelli che neanche quegli uomini e quelle donne che siedono in Parlamento contrastano, perché alcuni di questi parlamentari, nelle istituzioni ci sono proprio grazie alla criminalità organizzata!
Ma noi mica ci possiamo mettere contro la mafia? Mica possiamo andare contro la 'ndrangheta o contro la camorra? Quelli fanno gli ammazzamenti veri oh, e di Peppino Impastato non ne nasce certo uno al giorno! E allora a cosa è servito il boom di Gomorra, il libro di Saviano che avrebbe dovuto far risvegliare le coscienze? A niente, ecco a cosa è servito! Perché l'abbiamo letto praticamente tutti, in questo paese, quel libro. Solo che chiedeva una cosa bruttissima, quel libro: ci invitava a ritrovare la nostra coscienza sociale! Ci invitava a mettere un punto sulla gestione criminale di questo paese, e a prenderci in prima persona le responsabilità di “cittadini”, che non significa certo scendere in piazza ogni tre giorni per protestare contro il niente! Anche perché, parafrasando Gaber, dopo la manifestazione tutto resta come prima e chi se ne frega. Essere cittadino di un paese significa ben altro. Ma noi certo non possiamo saperlo, troppo presi a capire se Berlusconi in realtà i cerotti li portava per l'aggressione o per il lifting, e mentre noi parliamo del nulla 5 persone al giorno continuano a morire sul posto di lavoro, perché i padroni hanno detto che fanno pochi soldi, e quindi bisogna tagliare sulla sicurezza. E se per caso muore un operaio perché è senza protezione è un peccato, perché è una seccatura che devo metterlo in regola, ma vabbé, tanto faccio risultare che è morto il primo giorno di lavoro; in un paio di settimane più o meno mi sbloccano il cantiere e torno a fare gli stessi affari di prima.

Perché a chi nasce servo, a chi è abituato a non usare il cervello, quando gli dici: «Guarda, quello è il tuo nemico», lui con geometrica ignoranza va, picchia, e se è possibile ti porta anche un ricordino per farti vedere quanto ti è fedele. D'altronde tu sei l'imperatore, il guinzaglio in mano ce l'hai tu. Io posso solo obbedire.

Se fossi uno straniero – uno di quelli “di serie B”, naturalmente, perché quelli di serie A non si toccano – me ne andrei da questo paese, perché questo paese non si merita neanche le mie braccia sfruttate, non merita neanche che io stia sotto il sole cocente a raccogliere pomodori per farli arrivare sulle tavole di quella stessa gente che se mi vede in giro, mi umilia, mi denuncia e poi mi picchia. Tanto a loro non fanno niente, loro sono di pura razza italiana! E anche se non sanno parlare neanche la loro lingua, sono loro i “padroncini”, in periferia. E si sa che il padrone è quello che tiene in mano il guinzaglio.


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