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9 giugno 2012: la Fiom apre gli stati generali della (nuova) Sinistra?

Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/9-giugno-2012-la-fiom-apre-gli-stati-generali-della-nuova-sinistra/28657/

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Qualcuno, nei giorni scorsi, ha detto che questo incontro ha rappresentato la nascita del "partito Fiom". Non so se sia così. Se lo fosse, comunque, sarebbe sicuramente un partito migliore di quell'altro partito che sembra stia nascendo intorno al quotidiano Repubblica.
Quello che però sembra incontrovertibile è che la Fiom, oggi, si sta ponendo come soggetto politico (cosa ben diversa dall'essere un soggetto partitico) di un certo tipo di sinistra, come ha in qualche modo ricordato Maurizio Landini nelle conclusioni, sottolineando come nei 110 anni di formazione, il sindacato non si sia solo battuto per i diritti dei lavoratori ma anche per un certo tipo di idea di società, convocando quello che a me sembra essere il primo passo degli stati generali della e per la Sinistra (la maiuscola non è un refuso).

È un inizio, intorno ad un programma - quello presentato nel primo intervento del segretario generale del sindacato - che dovrà essere naturalmente integrato da tutte quelle istanze che oggi possono essere ricondotte ad un'idea sociale "di Sinistra" (e di cui accennavo anch'io nei giorni scorsi).
È anche - o almeno potrebbe essere - anche una fine, parafrasando Tiziano Terzani. La fine di quell'errore di valutazione che ha visto nel Partito Democratico sotto la gestione Bersani un movimento di Sinistra (rimango sempre convinto che, forse, con Ignazio Marino la cosa sarebbe stata ben diversa...) e che spero porti presto ad una vera e propria scissione tra le forze sinceramente di sinistra e i democratici, ormai dichiaratamente forza di centro (e che non possono dirsi forza "pro-lavoratori" e poi appoggiare il governo Monti).
Non è stata, purtroppo, la fine di una certa sinistra. Quella della "coesione a domeniche alterne". Quella, per intenderci, che da vent'anni o forse più teorizza la necessità di un grande partito di sinistra e che poi, quando passa ai fatti, torna a scindersi nel giro di qualche settimana. Risolvere questo punto potrebbe essere il secondo passo (o il primo passo e mezzo) di questi nuovi stati generali. Non basta, infatti, ricominciare ad usare i termini "compagne e compagni" per poter parlare di una sinistra unita.

Nei prossimi mesi capiremo se gli errori di questi ultimi vent'anni sono stati superati o se anche il tentativo della Fiom dovrà essere derubricato all'ormai classico "belle parole, ma pochi fatti".

Se questa è una fabbrica


Ritmi sempre più veloci. Un metodo che sottostima i rischi. E migliaia di operai ammalati. Ecco cosa succede davvero dentro gli stabilimenti Fiat. Leggi l'inchiesta di Manuele Bonaccorsi per il settimanale Left

Se uno mette una bomba, il fatto costituisce reato. Se vengono messe cento bombe, diventa un'azione politica

«Se uno lancia un sasso, il fatto costituisce reato. Se vengono lanciati mille sassi, diventa un'azione politica. Se si dà fuoco a una macchina, il fatto costituisce reato. Se invece si bruciano centinaia di macchine, diventa un'azione politica».

Questa è probabilmente la più famosa frase di Ulrike Marie Meinhof, fondatrice – insieme ad Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Horst Mahler – della Rote Armee Fraktion (Raf) e, prima ancora, giornalista della sinistra radicale tedesca.
Mi è tornata in mente in questi ultimi giorni, mentre i nostri quotidiani ci riportavano le preoccupazioni di una Camusso che, forse per la prima volta, si preoccupava di quel che avviene nel paese reale, dal quale la classe dirigente – politica, imprenditoriale e sì, anche sindacale – è ormai distaccata da tempo. Quel «rischio concreto di tensioni sociali nei prossimi mesi»[1] come ha scritto sul suo profilo twitter.

Le tensioni sociali dei prossimi mesi, infatti, sono già arrivate, checché i sindacati ne possano pensare. Sono nelle proteste degli operai Fincantieri in Sicilia o a Genova, sono negli operai della Cantieri Navali Trapani che hanno occupato una petroliera a pochi giorni dal Natale[2], tanto per citare alcuni degli ultimi casi di proteste di cui ci siamo occupati.
Sono, soprattutto, nelle bombe alle sedi di Equitalia. «Se Equitalia è diventata un bersaglio bisognerebbe capirne le ragioni oltre che condannare le violenze», aveva scritto Beppe Grillo sul suo blog, seguito – a ruota – dal deputato del Pdl Giorgio Stracquadanio, che aveva paragonato il metodo usato dall'agenzia a quello del pizzo della criminalità organizzata.
Parliamo chiaro e – come si dice – fuori dai denti: a chiamarlo “pizzo” è stato Stracquadanio, ma credo sia almeno metà del paese (diciamo più o meno tutte e tutti coloro che si sono trovati a fare i conti con le “cartelle pazze”?) a pensare la stessa cosa.
Perché anche solo a leggere i titoli dei giornali di questi ultimi tempi, diventa difficile chiamare la cosa in altro modo.

«Perde la casa per 63 euro. Vittima un malato di Alzheimer. L'appartamento messo all'asta e acquistato, grazie alla segnalazione di una talpa interna», scrivevano Giuseppe Filetto e Marco Preve sull'edizione di Genova di Repubblica il 28 gennaio 2011[3]. «Cagliari, cartella-beffa di Equitalia. Debito da 5 centesimi, conto di 62 euro», scriveva l'Unione Sarda lo scorso 16 dicembre[4]. E con titoli così negli ultimi tempi – per colpa di Equitalia o della più generale crisi economica – si potrebbero riempire intere edizioni dei quotidiani. Perché al di là degli slogan, la crisi la stiamo pagando noi (come d'altronde era facilmente immaginabile). Ed il conto davvero salato credo ancora non sia arrivato.

Sicilia, il 2012 inizia tra le proteste (operaie)

Trapani – Un 2012 all'insegna delle lotte per il lavoro. È questo il primo commento che si può fare sul nuovo anno, iniziato da una manciata di giorni ma già caratterizzatosi – così come la fine del 2011 – per quello che sembra l'inizio di una nuova stagione di lotte operaie, tra una crisi economica che avanza, imprenditori che non riuscendo a pagare i propri debiti (o, in alcuni casi, i propri dipendenti) si suicidano, ed il “metodo-Marchionne” che si espande a macchia d'olio.

A fare la “voce grossa”, in Sicilia, oltre agli operai ci hanno pensato gli aderenti al Movimento dei forconi, che nei giorni scorsi hanno chiamato a raccolta tutte le categorie sociali, dai loro colleghi dell'agricoltura al mondo operaio passando per le università ed i disoccupati, chiamando tutti a raccolta per cinque giorni di sciopero ad oltranza a partire dal prossimo 16 gennaio. «Questa agitazione non è uno sciopero contro i siciliani ma è l'unico sistema per indurre la classe politica a mettere in atto strategie, scelte e provvedimenti che possono realmente giovare al mondo della produzione e del trasporto».

La lotta riparte...dalle navi. Ieri, 3 gennaio, erano 36. Sono i giorni trascorsi dall'occupazione della petroliera “Marettimo Mednav” da parte di 20 operai – che quella petroliera hanno concorso a costruirla – nel Cantiere Navale di Trapani, licenziati lo scorso 23 dicembre dopo un regime di cassa integrazione che durava da luglio. A raccontare la loro lotta – con diari quotidiani – è “L'Isola dei cassintegrati”. Come per le lavoratrici Omsa – ne parlavamo ieri[1] - anche i dipendenti della Cantieri Navali Trapani hanno subito la “politica-Marchionne”, diventata ormai esempio per molti. Le commesse, infatti, non sono mai mancate, eppure 58 lavoratori (o, meglio, 58 famiglie, che è un po' diverso) vedono sempre più vicino il licenziamento definitivo. Lottano per il loro lavoro ormai da tre mesi, con i sindacati che – come sempre più avviene in Italia – latitano. Da qui, da quel senso di abbandono, la decisione di occupare la petroliera. «Nel frattempo» - scrivono gli operai sul sito[2] - «uno spiraglio di luce si apre quando ci rendiamo conto che non siamo soli, che persone meravigliose hanno organizzato una festa di natale per i nostri bambini, con regali e panettone e tanti sorrisi. Persone qualunque che non hanno un parente o un amico tra di noi, ma che vogliono farci sentire meno soli».

L'autunno caldo della Fincantieri. È iniziato ormai da qualche settimana – il 23 dicembre le prime braccia incrociate – lo sciopero degli operai dei cantieri navali a Palermo per contestare il piano esuberi, con relativo ridimensionamento, proposto dall'azienda e che prevede la mobilità volontaria per 140 lavoratori in possesso dei requisiti per l'avvicinamento alla pensione (sui 505 operai palermitani, già 130 sono in cassa integrazione).

Licenziamenti Omsa, le lavoratrici faentine chiedono aiuto

FAENZA - «Abbiamo dei diritti firmati e siamo rimaste per la promessa di riconversione e intanto abbiamo bisogno di ammortizzatori. Come campiamo altrimenti?». Ha voluto utilizzare facebook per riversare tutta la sua delusione ed i suoi timori Clara Zacchini, una delle 239 operaie Omsa di Faenza che hanno ricevuto la conferma del loro licenziamento, previsto per il prossimo 14 marzo, data in cui terminerà la cassa integrazione straordinaria, perché l'azienda ha deciso di portare tutto in Serbia. Le operaie, intanto, chiedono l'aiuto di tutte e tutti. 

L'ufficialità del licenziamento è arrivata nel momento peggiore, a tre giorni dall'apertura di un vero e proprio tavolo delle trattative al Ministero dello sviluppo economico che aveva riacceso una seppur flebile speranza per quella che appariva tra le migliori soluzioni possibili: la riconversione dell'intero stabilimento.

Le speranze erano riposte tutte nella relazione dell'ingegner Marco Sogaro, amministratore delegato della Wollo srl di Torino a cui era stato affidato il compito di trovare investitori interessati all'acquisto dello stabilimento.
«Si è trattato di un incontro che non ha portato nessuna notizia concreta sul fronte della riconversione» - è stato il commento Samuela Meci e Renzo Fabbri della Filctem Cgil (Federazione Italiana Lavoratori Chimica Tessile Energia Manifatture) di Ravenna. Si era anche trovata nel 12 gennaio la data per una seconda riunione, al fine di valutare l'effettivo avanzamento delle trattative. Tavolo che, evidentemente, avrà utilità pari a zero.

Se Faenza piange, Gissi non ride. Lo scorso 25 novembre, intanto, è stato chiuso lo stabilimento di Gissi, nel teatino, dopo 23 anni di fondi regionali e Cassa del Mezzogiorno. Anche in questo caso, 380 dipendenti senza lavoro in Italia, e la prospettiva di rientrare nel piano di delocalizzazione in Serbia, dove il sistema di stipendi e diritti è – come noto – ben diverso da quello italiano.

Le lavoratrici faentine, intanto, si organizzano. E chiedono a tutte e tutti un gesto di solidarietà, boicottando i prodotti a marchio Philippe Matignon, SiSi, Omsa, Golden Lady, Hue donna e uomo, Saltallegro e Serenella.SB

Il lavoro "a click" e la competitività del mercato globale

New Delhi - L'ultima moda è quella del lavoro in “outsourcing telematico”. Attraverso piattaforme nate per il lavoro informatico in rete, le aziende – per lo più americane – offrono lavoro a persone che svolgono tutto attraverso software di video-conferenza, in un gioco al ribasso (di salari e diritti) che qualcuno si ostina a chiamare “competitività”.

A scriverne è, oggi, Antonello Mangano su Terrelibere.org[1]: grafici, traduttori, giornalisti, programmatori si iscrivono a piattaforme come oDesk, Getacoder, Elance in maniera completamente gratuita. Le aziende, in base alle caratteristiche di cui hanno bisogno, selezionano il lavoratore/i lavoratori – solitamente giovani indiani che hanno il vantaggio di essere altamente formati e di richiedere stipendi bassissimi – pagandoli attraverso il metodo Paypal. «Una rupia» - scrive Mangano nell'articolo - «equivale a un centesimo di euro e a due di dollaro. Uno stipendi di 345 dollari (1800 rupie) è considerato discreto». Basta fare due conti per capire come questo sistema sia ben visto da chi predica il contenimento dei costi di gestione dei lavoratori.

Modello eBay. Funziona così: l'impresa inserisce il classico annuncio “Cercasi”, scrivendo nella richiesta di cosa necessita. Dall'altro lato, gli iscritti non devono fare altro che inserire il proprio curriculum allegando una scheda dettagliata delle sue competenze e, eventualmente, sostenere un esame on-line per vedere se quello che dichiara è effettivamente quello che sa fare. Niente di più e niente di meno, in realtà, di quello che un po' tutti facciamo quando, in cerca di lavoro, passiamo intere giornate portando curriculum in giro per la città. L'unica differenza è che nel caso di siti come Elance (27.706 nuove offerte negli ultimi 15 giorni) o Getacoder (2.472 nell'ultimo mese) l'unica cosa a spostarsi fisicamente sono le dita sulla tastiera.
Le imprese che assumono si trovano di fronte al “solito” dilemma: conciliare il minor costo possibile con la più alta professionalità possibile. Per questo si utilizza il “sistema eBay”: oltre al costo, infatti, valgono l'esperienza e le referenze (o “feedback”, adattando ai tempi). Se un iscritto lavora male o, dall'altro lato, un datore di lavoro non rispetterà gli impegni, i feedback negativi faranno in modo che sarà per lui più difficile trovare lavoro o lavoratori.

Un vantaggio in un modus operandi simile, comunque, c'è. Quello cioè che permette ai giovani di poter rimanere a lavorare nel loro paese, magari senza nemmeno doversi spostare troppo tra una città e l'altra, piuttosto che intraprendere viaggi oceanici senza avere la sicurezza che quello sarà un viaggio a buon fine.

Gli italiani, ricorda l'articolo, sono pochi, in particolare per l'endemica diffidenza, la scarsa conoscenza dell'inglese ed il fatto che il cambio euro/dollaro non è certo conveniente come quello dollaro/rupie. Ed anche perché, ad esempio, per il comparto giornalistico c'è chi offre dieci centesimi di euro a parola. In questo, evidentemente, la “rivoluzione” del lavoro “a click” non ha cambiato poi molto.SB

Note
[1] Come affittare un freelance da un continente all’altro. Online e a basso costo, Antonello Mangano, Terrelibere.org, 21 dicembre 2011