Visualizzazione post con etichetta edilizia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta edilizia. Mostra tutti i post

Legambiente denuncia: il 94% degli edifici scolastici a rischio crollo in Sicilia

foto: comitatoscuolapubblica.wordpress.com
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/legambiente-denuncia-il-94-degli-edifici-scolastici-a-rischio-crollo-in-sicilia/28250/

Palermo, 2 giugno 2012 – Mentre in Emilia-Romagna nel chiacchiericcio politico post-terremoto da più parti si evidenzia come «la politica industriale a livello nazionale sulla costruzione di questi fabbricati [le aziende crollate, ndr] è una politica suicida», come ha sottolineato in questi giorni il procuratore capo di Modena Vito Zincani, nonostante tale modus operandi fosse noto già prima e a Roma ci si preoccupa della sobrietà di un'anacronistica sfilata militare voluta da chi quella politica “suicida” avrebbe tutto il potere di cambiarla in una manciata di minuti, Legambiente lancia l'allarme: in Sicilia su 642 edifici scolastici su 697 in caso di terremoto potrebbero crollare. Circa il 94% delle scuole siciliane – dato che non tiene però conto della situazione di Agrigento e Siracusa, non entrate nell'”XII Rapporto di Legambiente sulla qualità dell'edilizia scolastica, delle strutture e dei servizi nel 2011”[1], elaborato sulla base dei dati forniti dalle amministrazioni comunali – rientrano oggi in quei fabbricati costruiti sotto regime di «politica suicida» alla quale va aggiunta una serie di scelte politiche nel comparto scolastico (prima fra tutte la costituzione delle “classi pollaio”) che qualora dovesse verificarsi un terremoto nell'isola – come alcuni sismologi hanno evidenziato nei giorni scorsi[2] – porterebbe nuovamente alle lacrime politiche ed alla “strage” scritta sui giornali essendo coinvolti circa 167mila studenti tra scuole elementari e medie.

Dal rapporto emerge come meno di un quarto degli edifici, il 18,82% – in alcuni casi neanche pensati per diventare plessi scolastici – sia costruito tenendo conto dei criteri sismici ed un altro 18,84% sia stato sottoposto a verifica di vulnerabilità sismica. Molto, come abbiamo imparato in questi ultimi giorni, dipende anche alle leggi in materia vigenti nel periodo in cui gli edifici sono stati costruiti e che, in Sicilia, corrisponde per lo più ad un periodo compreso tra il 1940 ed il 1990, nel quale è stato costruito circa il 70% degli edifici (il 46,41% tra il 1940 ed il 1974; il 22,55% tra il 1974 ed il 1990). Più della metà degli edifici, continua il rapporto, necessita di interventi urgenti. Ed è tenendo conto di quella «politica industriale suicida» che lo scorso anno sono stati dimezzati gli investimenti per la manutenzione straordinaria, coerentemente con la politica dei tagli degli ultimi anni, passata dai 51mila 265 euro del 2009 ai 15mila 611 euro del 2011. Cresce, invece, la spesa per la manutenzione ordinaria, passata dai 2mila 296 euro del 2009 ai 7mila 190 euro dello scorso anno.

I dati, che fanno seguito all'allarme lanciato da Alessandro Martinelli, presidente del centro ricerche Enea di Bologna[3], sono di facile fruizione per chiunque voglia conoscerli.
Nel suo insieme questo paese non può più aspettare l'ennesima tragedia per chiedere che la classe partitica intervenga a sanare situazioni ben note ma accantonate, basti considerare che mentre in Emilia-Romagna le scosse sismiche non si fermano, i partiti si concentrano sul finanziamento pubblico, la legge elettorale o le “aperture” a destra e a sinistra invece che su una politica edilizia che imponga di usare il cemento quando c'è da usarlo o di attenersi alle leggi sismiche. Non possiamo più permetterci, insomma, di tagliare il necessario sperperando il superfluo.
Anche perché la prossima volta non ci sarà alcun 2 giugno sul quale far sfogare i cittadini.

Padre Nostro non perdonarli mai sapevano e sanno benissimo quello che fanno: dicono sia legale
[Padre Nostro - Teatro degli Orrori]

Note
[1] XII Rapporto di Legambiente sulla qualità dell'edilizia scolastica, delle strutture e dei servizi nel 2011, Legambiente;
[2] Sicilia, Terremoti: dal 3 al 6 giugno possibile sisma. Semplice Allarmismo o preoccupazione fondata?, ilgiornaledipachino.com, 1 giugno 2012;
[3] Catania, zona a rischio sismico: l'appello dell'ordine etneo degli ingegneri di Daria Raiti, cataniatoday.it, 30 maggio 2012

"Cementificio" Catania, stavolta tocca all'Oasi del Simeto

Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/cementificio-catania-stavolta-tocca-alloasi-del-simeto/27181/


Catania, 28 aprile 2012 – Nuovo capitolo della saga del “cementificio” Catania. Dopo Piazza dei Martiri e i parcheggi[1], infatti, una nuova colata di cemento è previsto per la riserva naturale di Oasi del Simeto, il cui polmone verde è già da tempo compromesso – come denuncia Legambiente – da micro-discariche[2] e amianto[3].

Il nome tecnico è “Programma di Riqualificazione Urbana e di Sviluppo Sostenibile del Territorio” (da ora P.r.u.s.s.t.). Tradotto significa 588,30 ettari di verde (in aggiunta ai villaggi abusivi, che già interessano circa 346 ettari) dell'area di protezione della riserva naturale sostituiti dal grigio cemento di negozi, ristoranti, complessi residenziali, centri estetici, un campo da golfo, uno specchio d'acqua artificiale e – naturalmente – alberghi fino a quaranta piani. Il tutto nella zona B della riserva, creata proprio per a protezione di quest'ultima.
Progetto datato 1999 e che scadrà il 31 dicembre 2013. Tempo, insomma, ce n'è poco. E l'occasione della tornata elettorale, prevista tra circa un anno, è perfetta per chiudere la pratica.

Quattro le aree di intervento, dette “aree risorsa”, previste:

1) “Porto canale”, un porto turistico da 1200 posti con annesso specchio d'acqua artificiale, un cantiere navale, un albergo da quindici o venti piani, strutture sportive, aree commerciali, yacht club, centro benessere, un centro fieristico navale ed un complesso residenziale - “Borgo marinaro” - con “verde privato” e zone destinate a viabilità e parcheggi;
2) Il Golf Resort che, come dice il nome stesso, sarà un immenso – e dispendioso per le risorse idriche – campo da golf, che sorgerà su un terreno agricolo, sul quale è prevista anche “Le colture del Mediterraneo”, un progetto ispirato alle coltivazioni tipiche della Sicilia che prevede colture artificiali e abitazioni richiamanti l'edilizia araba e delle antiche masserie siciliane. Anche in questo caso previsti ristoranti, negozi e nuovi edifici da costruire;
3) Il Parco del Mediterraneo: sei aree tematiche di cui una, come scritto nel progetto, prevede la costruzione di «una grande area alberghiera immersa nel verde, 30/40 piani, situata nell'area più grande, insediata nella posizione maggiormente vantaggiosa e paesaggisticamente e panoramicamente suggestiva dell'intera zona, ovvero quella che si affaccia sulla parte centrale dell'Oasi con tanto di area benessere nella zona sud»;
4) La zona turistico-ricreativa, che sarà destinata a beauty farm, solarium, residenze, un ippodromo ed attrezzature balneari, essendo questa zona – situata lungo la fascia adiacente ai cento metri della riserva – l'unica in cui è consentita la balneazione.

Edilizia e agricoltura, il boom dei caporali


Roma, 17 novembre 2011 – 550mila è il numero dei lavoratori che – in particolare nel settore agricolo e dell'edilizia – vivono situazioni di caporalato.
Nel settore agricolo, che “occupa” circa 400mila lavoratori, la pratica del lavoro nero incide per il 90 per cento al Sud Italia, per il 50 per cento al Centro e per il 30 per cento al Nord.

Nel settore agricolo “pulito”, secondo i dati Inps i lavoratori occupati sono circa un milione, di cui il 40 per cento è composto da donne ed il 10 per cento da lavoratori non comunitari. A livello contrattuale però, sono proprio questi ultimi a subire i maggiori danni, dato che oltre il 70 per cento di loro non raggiunge le cinquantuno giornate lavorative necessarie ai fini previdenziali.

Quasi due milioni invece sono gli occupati del settore agricolo, di cui poco più della metà – 1,2 milioni – soggetti a lavoro dipendente. È però questo il settore in cui maggiori sono i metodi di ricatti, che vanno da contratti part-time solo sulla carta, al sottoinquadramento al “caporalato a squillo”[1] fino al classico pagamento fuoribusta ed agli infortuni passati – nei casi meno gravi – come permessi.

«A causa della crisi dell'assistenza di investimenti, della frammentazione e del sistema di gare al massimo ribasso» - dicono dai sindacati - «le organizzazioni criminali hanno potuto investire indisturbate denaro da ripulire e proprie imprese. L'ultimo grande business è quello della gestione della manodopera».

Sanzioni per i datori di lavoro che utilizzano il caporalato, in primis l'esclusione dagli appalti pubblici per quanto riguarda il settore edile e tutele per i lavoratori che denunciano tali situazioni sono le due richieste presentate dalla Cgil al nuovo governo Monti, richieste che fanno seguito all'introduzione, lo scorso agosto, del reato di caporalato.

All'incontro organizzato dalla Cgil era presente anche Ivan Saignet, lo studente di Ingegneria a Torino che la scorsa estate ha guidato la rivolta dei braccianti stagionali nel salento. «Siamo arrivati alla legge contro il caporalato perché abbiamo scioperato, noi bloccheremo le loro distribuzioni, la battaglia si vincerà sul campo. Non solo l'opinione pubblica deve essere sensibilizzata, anche i lavoratori non sanno quali sono i loro diritti». «Sono andato la prima volta a Nardò a raccogliere angurie e pomodori per pagare le tasse universitarie» - continua - «Il primo giorno ho dovuto dormire per terra perché le tende erano già occupate dai miei compagni. C'erano ghanesi, tunisini, marocchini, burkinabè, maliani. Mi hanno spiegato come funziona l'ingaggio per lavorare e ho incontrato il caporale dopo due giorni, mi ha chiesto i documenti originali per andare a fare il contratto, l'ho trovato strano, perché a Torino quando lavoro bastano le fotocopie. Lo ha chiesto ad altre settanta persone e dopo dieci giorni è ritornato». Tempo necessario – come riporta l'agenzia Redattore Sociale[2] – per dare i documenti sequestrati agli irregolari che già lavorano nei campi, permettendogli così di passare indenni gli eventuali controlli.

«Se vogliamo tirarci fuori dal baratro non possiamo riproporre le ricette fallimentari degli ultimi tre anni» - dice Walter Schiavella, segretario generale Fillea Cgil - «Per l'edilizia questo ha voluto dire: zero investimenti e deregolazione selvaggia, riduzione del volume degli investimenti del 36 per cento e con l'accentuazione della frammentazione produttiva».

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2011/10/mafie-del-nord-in-arrivo-il-caporal-sms.html;
[2] "I caporali sanno che il permesso di soggiorno è l’arma di ricatto”: la testimonianza, Redattore Sociale, 16/11/2011

White list, l'antimafia dei fatti e delle attese


Palermo, 25 ottobre 2011 – In Parlamento, tra una legge ad personam ed un processo breve, si trovano anche alcune proposte degne di nota. Tra queste un interessante strumento che, se applicato, permetterebbe di rivedere la forza della criminalità organizzata in settori strategici dell'economia italiana, in primis nell'edilizia.
Ma questo strumento – white list, si chiama – giace però a prendere polvere in qualche faldone parlamentare.

Cos'è la white list? È una lista, redatta dalle singole prefetture, nelle quali vengono inserite le imprese “pulite”, quelle cioè che non fanno accordi con la criminalità e tantomeno ne sono diretta espressione.

«Al momento» - sostiene Ignazio Giudice, della Federazione italiana lavoratori legno edili e affini (Fillea) della Cgil - «il sistema delle white list è, per così dire, in stand by. Molte prefetture non hanno mai stilato elenchi in grado di raccogliere i riferimenti alle imprese sane e, per questa ragione, da tutelare nell'assegnazione soprattutto degli appalti pubblici».
Questo, nonostante la direttiva del ministro Maroni – del giugno 2010 – con la quale si richiamava esplicitamente la necessità di redigere tali liste, in particolare in un settore, quello dell'edilizia, che sembra essere tra i più facili da infiltrare.

«È vero che, soprattutto al sud, le prefetture sono impegnate su vari fronti» - continua Giudice - «ma è altrettanto ver che senza queste liste difficilmente le amministrazioni pubbliche potranno sempre compiere i necessari controlli volti ad impedire l'assegnazione di appalti a società perlomeno grigie».

Se le Prefetture non brillano per velocità di redazione delle liste, il Parlamento non se la passa poi tanto meglio.
Stando all'Associazione Nazionale Costruttori Edili (Ance), infatti, l'articolo 5 del disegno di legge che dovrebbe andare direttamente a prevenire e reprimere “la corruzione e l'illegalità nella pubblica amministrazione” è invece troppo generico sia nell'individuare i metodi che nella periodicità dei controlli.
In particolare – solleva il caso Vincenzo Bonfanti, delegato Ance per i rapporti con le istituzioni – la legge non prevede l'obbligo di iscrizione a queste liste che dunque, qualora diventassero realtà, non sarebbero altro che delle “raccomandazioni” delle quali si potrebbe tranquillamente non tener conto all'atto dell'assegnazione dell'appalto, senza contare che in questo modo si creerebbero solamente dei veri e propri “cartelli” e niente più.
A riprova dell'inutilità di liste senza obbligato di iscrizione i costruttori portano, inchieste giudiziarie alla mano, quel che è avvenuto e sta avvenendo nella ricostruzione in Abruzzo.

Movimento terra, smaltimento rifiuti, fornitura materiali, autotrasporti, servizi di guardiania sarebbero alcuni dei settori “colpiti” dall'applicazione delle liste. Settori che, come sempre più raccontano le cronache, sono ormai diventati “ad alta infiltrazione mafiosa”.
Con le white list, invece, ogni impresa fornitrice viene analizzata dalla Prefettura in collaborazione con le forze dell'ordine.

«Il sindacato» - ha concluso Ignazio Giudice - «non può che sperare nell'avvio di un sistema effettivamente capace di innalzare un muro all'accesso nei cantieri, favorendo le vere imprese e punendo, sonoramente, quelle che impongono il loro dominio partendo da basi patrimoniali illegali. Ne va del futuro di centinaia e centinaia di lavoratori».
E dell'Expo 2015, per il quale già si parla da tempo di tentativi di infiltrazione.

Mafie del nord, in arrivo il "Caporal sms"


Modena, 24 ottobre 2011 – La mafia, al nord, non esiste. O almeno questo è quello che credono in molti. E al nord, dicono questi “molti”, si lavora bene. Posto fisso e stipendio in orario. Ma il “posto fisso”, come scriveva qualche giorno fa Laura Galesi sul sito “Terrelibere.org” (Laura Galesi, "Cinque euro l’ora, benvenuti nel caporalato al Nord", terrelibere.org, 15 ottobre 2011, http://www.terrelibere.org/terrediconfine/cinque-euro-l-ora-benvenuti-nel-caporalato-al-nord) è quello di chi sta seduto a casa ad aspettare che qualcuno lo chiami a lavorare. Come a Rosarno, a Nardò e nelle altre zone in cui si lavora sotto caporale.

Lo chiamano “caporalato a squillo”, è uno dei modi in cui si crea quel “made in Italy” che in tanti ancora apprezzano ma che di fatto di italiano, sempre più spesso, ha solo l'etichetta. È il sistema su cui si basa l'industria della macellazione o dei trasporti emiliana, così come quella edilizia delle finte partite Iva lombarde. «Qui non emergono fatti eclatanti come quelli di Rosarno» - spiega Umberto Franciosi della Federazione Lavoratori Agroindustria (Flai) della Cgil modenese - «ma la presenza della mafia si manifesta anche attraverso il lavoro nero ed il nuovo caporalato».

Funziona così: un sms avvisa la sera prima i lavoratori migranti della destinazione del lavoro, così da evitare quegli assembramenti di migranti alle prime luci dell'alba che equivalevano a gridare ai quattro venti che in quella piazza si stava esercitando il reato di caporalato. Il vantaggio di un tipo di sfruttamento di questo tipo sono i 12 euro in meno che l'azienda – chiamarla cooperativa suona eccessivo – risparmia per ogni operaio. Molto spesso, data la denominazione sociale, tra i soci compaiono proprio quei migranti che in realtà svolgono un vero e proprio lavoro di subordinazione. «È una filiera viziata» - continua Franciosi - «perché i migranti sono costretti a fare parte di cooperative delle quali sono soci, anche versando solo un euro. Si tratta di una forma anomala di cooperativa, perché i soci non partecipano alle assemblee sociali e non hanno il contratto specifico, ma sono inquadrati come lavoratori che si occupano di logistica. Tra le due tipologie contrattuali c'è una differenza di circa 2mila euro l'anno a livello contributivo e, in quanto soci lavoratori, possono scendere sotto la soglia contrattuale in casi di emergenza».

I caporali del nord si sostituiscono di fatto alle agenzie interinali e le finte cooperative possono, nella più completa illegalità, affittare i propri lavoratori ad altre aziende. Lavoratori che, spesso, si ritrovano a svolgere lavori completamente diversi da quelli per i quali sono stati chiamati.
Nelle aziende di macellazione emiliane, ad esempio, dove un'alta percentuale di lavoratori provengono dallo Sri Lanka, dalla Nigeria, dal Ghana o dai paesi dell'Europa dell'Est, un migrante prende 11 euro l'ora quando dovrebbe prenderne più del doppio. D'altronde che i diritti sindacali nei loro confronti siano pura utopia non è così difficile da capire. Per loro non esistono leggi sulla sicurezza, ed il corso di formazione inizia la prima volta che ti mettono davanti ad una macchina per tagliare le carni, anche se non ne hai mai vista una prima e non sai nemmeno dove si accende. La loro busta paga, netta, è di 1500 euro, ma i due terzi di quella cifra passano come “trasferta Italia” sulla quale non si applicano contributi né premi, e quello che arriva nei loro portafogli non supera mai i 500 euro.
A Milano le cose non sono poi così diverse. Nella capitale del “caporalato sms” tra il 30 ed il 40% della manodopera in edilizia lavora in nero, e quindici lavoratori su cento vengono reclutati tramite i caporali. I manovali migranti in Lombardia prendono dieci euro l'ora per prestazioni straordinarie, notturne o festive, comprese ferie, malattie e tredicesima per i lavoratori rumeni. Ma, stando a quanto già dal 2008 denuncia la Cisl lombarda, nelle loro tasche arrivano meno di cinque euro l'ora.

Il rischio di denuncia, d'altronde, è molto vicino allo zero. Da una parte le ritorsioni mafiose, dall'altra le leggi nazionali in materia di immigrazione costituiscono spesso il doppio cappio di illegalità al quale i migranti sono costretti a sottostare per lavorare.

Anticorpi: Documentario sull'infiltrazione mafiosa nell'edilizia a Reggio Emilia


Non ci sono luoghi al riparo dalle infiltrazioni mafiose. Pensare il contrario induce inevitabilmente a "tragici risvegli". Come avvenuto in Emilia Romagna, la ricca regione del nord Italia convinta per la sua storia di avere gli anticorpi per opporsi al radicamento delle mafie. La culla della Resistenza italiana è costretta ora a fare i conti con gli effetti della presenza criminale, come avvenuto nella provincia di Reggio Emilia. Secondo un imprenditore edile il boom dell'edilizia che ha interessato negli anni duemila il territorio è stato alimentato per il 50% da denaro illecito. Una denuncia clamorosa smentita in modo netto e sdegnato dalle autorità. Eppure gli elementi per non prenderla in considerazione sono troppi ed emergono sempre più ora che la crisi sta colpendo duramente il settore. Ma sul riciclaggio non ci sono dati, le banche non hanno lanciato allarmi, le forze dell'ordine nemmeno. Nel silenzio generale sulle illegalità commesse dai palazzinari, diecimila metri cubi di cemento hanno eroso a tempo di record la campagna e spopolato i centri storici.

"Anticorpi" è la prima delle nove inchieste del progetto "Est - Cittadini contro le mafie" un osservatorio - promosso dall’Associazione Ilaria Alpi, da FLARE Network (braccio europeo di Libera, l’associazione contro le mafie di Don Luigi Ciotti) e da Crji (Romanian Centre for investigative Journalism)- che, sfruttando inchieste giornalistiche e denunce dei cittadini europei si pone l'obiettivo di consapevolizzare sia la cittadinanza, troppo spesso distratta da altre notizie, sia le istituzioni europee.
Tre sono i filoni di interesse del progetto: il riciclaggio di denaro derivante da attività illecite nel settore edilizio, le infiltrazioni nel nascente mercato dell'eolico nonché un'ampia riflessione sugli strumenti giuridici utili a contrastare tali infiltrazioni.

Le nove inchieste saranno visibili - oltre che sul sito del progetto - anche su RaiNews (e su Señor Babylon)

Case da pazzi - Riccardo Iacona

Riccardo Iacona si occupa di uno dei principali problemi "popolari" di questo paese: la questione abitativa.


Qui le altre parti:
parte 2 [http://www.youtube.com/watch?v=ELtPknFt5KM]
parte 3 [http://www.youtube.com/watch?v=kpmEulHTmPQ]
parte 4 [http://www.youtube.com/watch?v=kHWqEPrcoiI]
parte 5 [http://www.youtube.com/watch?v=qUcsAUzvffw]
parte 6 [http://www.youtube.com/watch?v=qkDEUSAd5XE]
parte 7 [http://www.youtube.com/watch?v=AlHgvIlMfQc]
parte 8 [http://www.youtube.com/watch?v=XTajArggL2I]
parte 9 [http://www.youtube.com/watch?v=9s4R6dINd9Q]
parte 10 [http://www.youtube.com/watch?v=sR8xhxsZu80]

Domande...

Ci sono tante cose che mi sto domandando in questi giorni, tante domande che mi girano in testa, tante cose che non riesco a capire e tante altre che - purtroppo - capisco fin troppo bene. Ci sono tante cose che non mi tornano inerentemente alla tragedia abruzzese, cose che non mi tornavano all'inizio e che di certo non trovano risposta con il trascorrere del tempo. Non ora che tutti i miei dubbi da non esperto in materia stanno trovando conferma sempre più ampia in chi, almeno sulla carta, un esperto lo è.

"Se parliamo di sollecitazioni, di grado di accelerazioni pari a quelle registrate all'Aquila, il cemento armato se fatto a regola d'arte, deve reggere". Sono parole di Paolo Buzzetti, presidente dell'ANCE, Associazione Nazionale Costruttori Edili. Fin dall'inizio ho avuto la sensazione che qualcosa di strano ci fosse dietro a quella tragedia, dietro al fatto che il cemento armato non si deve sgretolare in quel modo, non è possibile. A meno che...A meno che, come sta venendo fuori in questi giorni in quei palazzi, in quelli costruiti negli ultimi 30 anni, non c'era né cemento e tantomeno armato. Perché? Io veramente non le capisco queste cose. Sarà che sono forse troppo stupido per arrivarci, o forse le ho capite talmente bene che voglio far finta di non capirle. Ma mi chiedo con quale umanità si possa pensare di fare un pilastro portante di 30x60 quando dovrebbe essere 80x80. Mi chiedo con quale umanità si possa sostituire la sabbia di cava utilizzata per il cemento con sabbia di mare. Mi chiedo perché, nonostante lo sciame sismico sia iniziato ad ottobre non siano stati fatti controlli o cose simili...Poi capita di sentire di spranghe di ferro nei pilastri portanti dei palazzi marce, di - appunto - cemento che tutto è tranne cemento...E lì inizi a capire qualcosa, e a chiederti se la colpa non sia da attribuire a qualcosa di umano. Certo, non la colpa del terremoto, ma per lo meno quei 289 corpi, quelle 289 vite spezzate a qualcuno devono essere andate di traverso! Perché chi usa un cemento scadente, chi fa pilastri più piccoli di quelli che dovrebbero essere, sa esattamente quel che fa. Ed ognuna di quelle vite deve rimanergli sulla coscienza. Sempre se ne ha una ovviamente; e di questo ne dubito...Ok, gli imprenditori sono imprenditori. E i controlli? E quelli che hanno fatto costruire su zone che non erano sicure? Quelli che hanno controllato i palazzi e hanno detto "ok, va bene"? Riescono a dormire tutti questi signori? Riescono a dormire sapendo che per una mazzetta, per una non voglia di fare il proprio mestiere, mettono a repentaglio delle vite [terremoto o non terremoto]? Perché l'ex architetto della Regione Abruzzo con la "fissazione" per le regole urbanistiche - così come riportato da Repubblica oggi - è stato spostato qualche mese fa in un ufficio che fa contabilità di routine? E soprattutto, chi l'ha spostato?

Ok, forse questo post non ha granché senso, ma io non accetto che anche questa volta nessuno paghi. Perché l'errore umano è evidente. E puzza...

***
In questi giorni di cattive notizie una cosa buona c'è stata. O almeno per me è una cosa buona, per Roberto Maroni non credo...Comunque, grazie a 17 persone che hanno evidentemente un'anima, grazie a quei 17 "franchi tiratori" come si usa in gergo, il famoso decreto-sicurezza è passato senza le ronde e senza a permanenza forzata fino a 180 giorni degli immigrati clandestini nei Centri di identificazione ed espulsione (Cie).

Almeno una buona notizia ci voleva.