Visualizzazione post con etichetta Catania. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Catania. Mostra tutti i post

Voci dal pluralismo catanese. Intervista a Claudia Campese

foto: CTzen.it
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/voci-dal-pluralismo-catanese-intervista-a-claudia-campese/27730/

Catania, 18 maggio 2012 – In Italia in questi ultimi anni si è spesso denunciata, nel campo dell'informazione, l'assenza di un vero pluralismo. A Catania, poi, con l'impero cartaceo-televisivo di Mario Ciancio Sanfilippo di quel monopolio se ne è fatto direttamente un laboratorio. Nei giorni scorsi ne abbiamo parlato con Antonio Condorelli[1]. Oggi, su quegli stessi argomenti, facciamo quattro chiacchiere con Claudia Campese, direttrice di CTzen.it.

Puoi raccontarci, brevemente, com'è la situazione dell'informazione a Catania e che sbocchi ci sono per una testata giovane e fatta da ragazzi come la vostra?

Da sempre Catania vive in uno stato di monopolio dell'informazione. «L'ho letto sul giornale», dicono i catanesi, senza bisogno di specificare il nome. E' ovvio per tutti che si tratta de La Sicilia di Mario Ciancio Sanfilippo, direttore-editore con diversi interessi in quasi tutte le tv locali e nell'edilizia cittadina. Altri fogli, come Il Giornale di Sicilia, nonostante vengano venduti in città, non fanno base nel capoluogo etneo. C'è poi il caso de La Repubblica che solo da pochi anni distribuisce anche a Catania l'edizione regionale palermitana. Un embargo frutto di un accordo tra gli editori: Ciancio, proprietario dell'unica rotativa etnea, faceva stampare la testata nazionale a Catania a patto che questa non venisse distribuita nelle sue province di competenza. Catania, Siracusa e Ragusa appunto. Nel passato, qualunque tentativo di contrastare questo monopolio ha fallito. Negli ultimi anni sono nate diverse testate, riconducibili però – a grandi linee - a due formule: aggregatori on line di agenzie e giornali di controinformazione. Noi di CTzen non abbiamo intenzione di sostituirci a nessuno. Crediamo che, come in qualunque città civile del mondo, debbano esistere delle alternative. Più occhi e più voci tra cui sono i lettori a scegliere. Se a Catania sei giovane, attento a certe tematiche o semplicemente stufo dello stato della città è più probabile che troverai le notizie che ti interessano - o trattate con un taglio che ti soddisfa di più - su CTzen che su La Sicilia. Anche senza tirare in mezzo motivi ideologici.

Quanto riuscite e siete riusciti a fare in questi mesi, in merito alla creazione del vostro spazio nella situazione informativa catanese e, nel caso abbiate anche riscontri da altre città, siciliana?

A giudicare dal numero di lettori sempre in crescita, dagli attestati di stima che riceviamo, dalle critiche anche severe al minimo errore avevamo ragione a pensare che a Catania ci fosse ancora uno spazio informativo vuoto.

Il giornalismo e il libro paga dei potenti. Intervista ad Antonio Condorelli

foto: loschiaffo.org
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/il-giornalismo-e-il-libro-paga-dei-potenti-intervista-ad-antonio-condorelli/27671/

Catania, 16 maggio 2012 - Perché intervistare Antonio Condorelli? In questi mesi, raccontandovi quello che avviene in Sicilia, spesso ho avuto tra le mani materiale firmato da lui. Le sue inchieste, le sue denunce, sono state per me – estraneo geograficamente al contesto siciliano e quindi con un'altra quotidianità con la quale fare i conti – un modo per imparare a conoscere quella parte della Sicilia che mi interessa raccontare, cioè quella della mafia e dei suoi gangli economici, degli appalti dati sempre ai “soliti quattro” noti e tutte le altre storture di una regione – ma il discorso naturalmente sarebbe da ampliare all'intera penisola – che paga un prezzo altissimo ai troppi poteri forti che la tengono in pugno. Il giornalismo, naturalmente, rappresenta la prima barriera di difesa verso questi poteri, attraverso la denuncia e la pubblicazione di nomi, fatti ed episodi. Quando questo naturalmente, rispecchia quel senso “etico” di giornalismo di cui parlava Pippo Fava.


Ti chiederei di fare un breve excursus sulla situazione dell'informazione a Catania, che so essere accentrata per lo più nelle mani di un uomo solo, cioè Mario Ciancio Sanfilippo. E qual è, inoltre, la situazione nell'intera Sicilia?

L'informazione siciliana viaggia sul cartaceo prevalentemente attraverso tre grandi quotidiani (Giornale di Sicilia, Gazzetta del Sud, La Sicilia) che hanno in comune l'editore Mario Ciancio, socio del Giornale di Sicilia e della Gazzetta e unico proprietario de La Sicilia. I tre quotidiani hanno spezzettato il territorio e attraverso la distribuzione il sistema diventa blindato. In ciascuna edicola di Catania arrivano circa 200 copie de La Sicilia e massimo 9 della Gazzetta del Sud o del Giornale di Sicilia. Quindi il cittadino che vuole comprare un quotidiano, grazie a questo accordo commerciale trentennale, trova La Sicilia a Catania, il Giornale di Sicilia a Palermo, la Gazzetta del Sud nel messinese.
Ma il fattore determinante è quello della scelta dei cittadini e dei politici che fanno a gara per un trafiletto sul quotidiano di Ciancio, in una società basata sulla comunicazione, apparire sul quotidiano vuol dire esistere e per un politico è tutto. Il discorso vale anche per l'estrema destra e l'estrema sinistra. Faccio un esempio pratico: quando ho pubblicato sul Il Fatto Quotidiano la notizia che Mario Ciancio era indagato per concorso in associazione mafiosa non c'è stato un politico, un'associazione, compreso le “agguerrite” compagini di destra e di sinistra che hanno osato commentare, anche solo con un colpo di tosse, la notizia, confermata dalla Procura.

Università "dei veleni" Catania, la difesa chiede la non ammissione del dossier-Patanè

foto: ctzen.it
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/universita-dei-veleni-catania-la-difesa-chiede-la-non-ammissione-del-dossier-patane/27400/

Catania, 6 maggio 2012 – «Quei documenti non possono essere ammessi come prove». A dirlo sono i difensori degli imputati nel procedimento sulla facoltà di Farmacia dell'università catanese, ribattezzata “facoltà dei veleni” e della quale vi raccontavo un paio di settimane fa[1].
Tra le prove non ammissibili secondo la difesa, ci sarebbero i documenti relativi ai lavori svolti fino al 2009 nell'edificio 2 della Cittadella universitaria, che non potrebbero essere utilizzati in quanto riferibili ad un periodo successivo ai fatti presi in considerazione dal processo. Soprattutto, però, tra le prove non ammissibili ci sarebbero le cinque pagine della “Descrizione dell'attività svolta durante il corso di dottorato di ricerca in Scienze farmaceutiche”, poi conosciuto come “il memoriale” di Emanuele Patanè, dottorando morto nel 2003 per un tumore al polmone che per primo ha denunciato quello che succedeva nel laboratorio dei veleni.

«Nel laboratorio non vi è un sistema di aspirazione e filtrazione idoneo, infatti si avvertivano sempre odori sgradevoli, tossici e molto fastidiosi, spesso eravamo costretti ad aprire le porte in modo da far ventilare l'ambiente» - scriveva il giovane dottorando nel suo memoriale, di cui ampi stralci sono stati ripresi dai giornalisti di “Repubblica” Francesco Viviano ed Alessandra Ziniti in “Morti e silenzi all'università. Il laboratorio dei veleni”. «Le sostanze chimiche, i reattivi e i solventi erano conservati nel laboratorio sulle mensole, sui banconi, in un armadio sprovvisto di un sistema di aspirazione e dentro due frigoriferi (per uso domestico) anch'essi non dotati di un sistema di aspirazione e filtrazione[...]Nella raccolta dei rifiuti e nel loro trasporto non vi era nessun sistema di sicurezza e, inoltre, queste operazioni non venivano eseguite da personale specializzato», si può leggere in altre parti del testo. È proprio l'acquisizione di questo documento da parte degli organi competenti ad aver reso possibile che si aprisse il processo nel quale – lo ricordiamo – sono indagati per disastro ambientale, falso e gestione di discarica non autorizzata Antonio Domina, ex direttore amministrativo dell'Università, Lucio Mannino, dirigente dell'ufficio tecnico, Vittorio Franco, direttore del dipartimento di Scienze farmaceutiche all'epoca capo della commissione permanente per la sicurezza nella facoltà, Marcello Bellia, Francesco Paolo Bonina, Fulvio La Pergola, Giovanni Puglisi e Giuseppe Ronsisvalle, accusati di non aver verificato l'effettiva sicurezza delle strutture dell'ateneo, per un periodo che va dal 2004 al 2007.

"Cementificio" Catania, stavolta tocca all'Oasi del Simeto

Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/cementificio-catania-stavolta-tocca-alloasi-del-simeto/27181/


Catania, 28 aprile 2012 – Nuovo capitolo della saga del “cementificio” Catania. Dopo Piazza dei Martiri e i parcheggi[1], infatti, una nuova colata di cemento è previsto per la riserva naturale di Oasi del Simeto, il cui polmone verde è già da tempo compromesso – come denuncia Legambiente – da micro-discariche[2] e amianto[3].

Il nome tecnico è “Programma di Riqualificazione Urbana e di Sviluppo Sostenibile del Territorio” (da ora P.r.u.s.s.t.). Tradotto significa 588,30 ettari di verde (in aggiunta ai villaggi abusivi, che già interessano circa 346 ettari) dell'area di protezione della riserva naturale sostituiti dal grigio cemento di negozi, ristoranti, complessi residenziali, centri estetici, un campo da golfo, uno specchio d'acqua artificiale e – naturalmente – alberghi fino a quaranta piani. Il tutto nella zona B della riserva, creata proprio per a protezione di quest'ultima.
Progetto datato 1999 e che scadrà il 31 dicembre 2013. Tempo, insomma, ce n'è poco. E l'occasione della tornata elettorale, prevista tra circa un anno, è perfetta per chiudere la pratica.

Quattro le aree di intervento, dette “aree risorsa”, previste:

1) “Porto canale”, un porto turistico da 1200 posti con annesso specchio d'acqua artificiale, un cantiere navale, un albergo da quindici o venti piani, strutture sportive, aree commerciali, yacht club, centro benessere, un centro fieristico navale ed un complesso residenziale - “Borgo marinaro” - con “verde privato” e zone destinate a viabilità e parcheggi;
2) Il Golf Resort che, come dice il nome stesso, sarà un immenso – e dispendioso per le risorse idriche – campo da golf, che sorgerà su un terreno agricolo, sul quale è prevista anche “Le colture del Mediterraneo”, un progetto ispirato alle coltivazioni tipiche della Sicilia che prevede colture artificiali e abitazioni richiamanti l'edilizia araba e delle antiche masserie siciliane. Anche in questo caso previsti ristoranti, negozi e nuovi edifici da costruire;
3) Il Parco del Mediterraneo: sei aree tematiche di cui una, come scritto nel progetto, prevede la costruzione di «una grande area alberghiera immersa nel verde, 30/40 piani, situata nell'area più grande, insediata nella posizione maggiormente vantaggiosa e paesaggisticamente e panoramicamente suggestiva dell'intera zona, ovvero quella che si affaccia sulla parte centrale dell'Oasi con tanto di area benessere nella zona sud»;
4) La zona turistico-ricreativa, che sarà destinata a beauty farm, solarium, residenze, un ippodromo ed attrezzature balneari, essendo questa zona – situata lungo la fascia adiacente ai cento metri della riserva – l'unica in cui è consentita la balneazione.

Processo parcheggi Catania, l'accusa presenta i quesiti per la nuova perizia

foto: comuniclab.it
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/processo-parcheggi-catania-laccusa-presenta-i-quesiti-per-la-nuova-perizia/26937/

Catania, 21 aprile 2012 – Nei giorni scorsi, parlando del processo sui parcheggi catanesi[1] avevamo visto come al centro del dibattimento fosse stata posta la perizia che portò, in primo grado, all'assoluzione dell'ex sindaco Scapagnini – all'epoca dei fatti anche Commissario straordinario per il rischio sismico e per l'emergenza traffico – Salvatore D'Urso, ex direttore dell'ufficio speciale per l'emergenza traffico e sicurezza sismica, tre componenti della Commissione di valutazione tecnico-giuridica (Giovanni Laganà, Salvatore Fiore e Mario Arena) nonché degli imprenditori Ennio Virlinzi, Domenico “Mimmo” Costanzo e del fratello Sebastiano, rappresentanti legali delle ditte che avrebbero dovuto realizzare i progetti. La perizia fu giudicata da Giuseppe Gennaro, l'allora pubblico ministero, «insufficiente ad accertare la questione». Per questo l'accusa – rappresentata ora dal sostituto procuratore generale Domenico Platania – ne ha richiesta una nuova, che dovrà rispondere ai sei quesiti presentati dallo stesso procuratore nella giornata di ieri, ovvero:

1) Se le procedure per la scelta del promotore e successivamente del concessionario nei quattro progetti di finanza per cui è processo siano state conformi alle norme di legge e di regolamento che all'epoca dei fatti disciplinavano la materia, tenuto anche conto dei poteri di deroga conferiti al Sindaco di Catania, quale Commissario Straordinario per il rischio sismico e l'emergenza traffico, all'articolo 2 della Ordinanza della Presidenza del Consiglio dei ministri numero 3259 del dicembre 2002;

2) Se i progetti elaborati e presentati dalle imprese concorrenti alla gara per la scelta del promotore possedevano i requisiti di economicità prescritti dalla legge e se dette imprese offrivano adeguate garanzie finanziarie per la successiva realizzazione dell'opera, effettuando partitamente la valutazione comparativa della convenienza economico-reddituale;

3) Se le modifiche progettuali pattuite successivamente alla concessione per i parcheggi Europa e Lupo abbiano comportato una modifica sostanziale dell'opera pubblica, tale da rendere necessaria una riapertura della gara per la tutela della par condicio con altri concorrenti anche potenzialmente interessanti alla realizzazione dell'opera;

4) Se le modifiche progettuali per i parcheggi Europa e Lupo possano avere comportato un danno per il Comune di Catania ovvero un ingiusto vantaggio patrimoniale per le imprese conseguenziale alla diversa redditività delle botteghe commerciali rispetto alla gestione degli stalli di superficie;

5) Se possa considerarsi conforme alla normativa in tema di finanza di progetto, nonché alla tutela della par condicio tra i partecipanti alla gara, anche potenziali, con riferimento al parcheggio Asiago, la modifica del sito di realizzazione effettuata dal promotore, rispetto a quello previsto nella fase prodromica, con il progetto esecutivo oggetto della gara ad evidenza pubblica per la assegnazione della concessione, e se tale modifica abbia potuto comportare un danno per l'ente pubblico ovvero un vantaggio patrimoniale ulteriore ed indebito per i promotori, nel caso in cui (come poi verificatosi) risultassero comunque aggiudicatari;

6) Se, per il parcheggio Verga, sia stata assegnata dal Commissario Straordinario e dal Responsabile Unico del Procedimento alla impresa aggiudicataria, in violazione dell'articolo 832 codice civile, un'area pubblica appartenente in parte al demanio dello Stato e della quale il Comune di Catania non aveva la disponibilità.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/04/catania-nuova-perizia-sui-parcheggi.html

Università "dei veleni" Catania, il doppio ruolo dell'Ateneo

Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/universita-dei-veleni-catania-il-doppio-ruolo-dellateneo/26724/

Catania, 15 aprile 2012 – «L'ambiente non è solo un bene di interesse pubblico, ma è anche fondamentale per la persona e il cittadino che può subire un danno sia personale che sociale». Per questo il presidente della Terza sezione penale del Tribunale etneo Ignazio Barbino ha deciso di ammettere il Codacons, l'associazione Cittadinanzattiva e la Cgil – che essendo un sindacato, è sempre legittimata alla tutela della salute dei lavoratori – come parti civili nell'ambito del processo sui veleni al padiglione 12 del dipartimento di Farmacia dell'Università, balzato agli onori della cronaca come la “facoltà dei veleni” e che vede la contestazione dei reati di disastro ambientale, falso e gestione di discarica non autorizzata ad Antonio Domina, ex direttore amministrativo dell'Università, Lucio Mannino, dirigente dell'ufficio tecnico, Vittorio Franco, direttore del dipartimento di Scienze farmaceutiche ed all'epoca dei fatti capo della commissione permanente per la sicurezza nella facoltà, Marcello Bellia, Francesco Paolo Bonina, Fulvio La Pergola, Giovanni Puglisi e Giuseppe Ronsisvalle, rei di non aver verificato l'effettiva sicurezza delle strutture dell'ateneo, per un periodo che va dal 2004 al 2007.
Si scoprì, infatti, che il sottosuolo del padiglione della Cittadella universitaria era totalmente impregnato dai versamenti dei rifiuti tossici espulsi dal laboratorio della facoltà ed invece che confluire in un sistema fognario sicuro, i tubi di scolo scaricavano direttamente nel terreno.

La corte ha deciso di accettare come parte civile anche lo stesso ateneo, perché «il comportamento dei dipendenti non può coincidere con quello dell'ente. Al massimo si può parlare di concorso di colpa», come ha sottolineato il giudice.

In merito alle posizioni delle famiglie e delle presunte vittime, sono stati ammessi come parte civile i genitori di Rosario Manna, ex ausiliario della facoltà, nonché gli ex studenti Saverio Bosco e Melissa Urrata, che vanno ad aggiungersi a chi era già stato ammesso durante la fase preliminare, cioè arla Gennaro e Concetta Di Stefano, figlia e moglie di Giovanni Gennaro; Giorgio Spadaro e Marcella Calabrese, genitori di Agostino Agnone ex studente di Ingegneria, la cui sede si trova accanto al dipartimento di Farmacia; gli ex studenti e dottorandi Sara Schiavolena, Cinzia Patrizia Lopes e la sorella Elena.
Sono state invece respinte le richieste da parte di Federica e Dario Galioto, figli di Maria Concetta Sarvà; degli ex studenti Giovanni Zappalà, Salvatore Leocata, Francesco Vitagliano e del padre Alfredo nonché del fratello di Emanuele Patanè, Andrea, il dottorando morto nel 2003 a 29 anni per un tumore al polmone e che, attraverso il suo memoriale, ha reso possibile aprire un secondo filone d'inchiesta per il reato di omicidio colposo e lesioni colpose.

Catania, nuova perizia sui parcheggi mentre il Tar blocca il centro commerciale sul lungomare

foto: ctzen.it
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/catania-nuova-perizia-sui-parcheggi-mentre-il-tar-blocca-il-centro-commerciale-sul-lungomare/26692/

Catania, 15 aprile 2012 – Dopo il rinvio di marzo, davanti ai giudici della terza sezione della Corte d'Appello catanese è iniziato ne giorni scorsi il secondo grado del processo riguardante i progetti dei parcheggi, che in primo grado – conclusosi il 30 marzo dello scorso anno – aveva visto l'assoluzione di tutti gli imputati ed il dissequestro delle aree del cantiere, cioè l'ex sindaco ed attuale parlamentare del Popolo della Libertà Umberto Scapagnini in qualità di commissario per l'emergenza traffico, Salvatore D'Urso, all'epoca dei fatti direttore dell'ufficio speciale per l'emergenza traffico e sicurezza sismica, tre componenti della Commissione di valutazione tecnico-giuridica dei progetti, cioè Giovanni Laganà, Salvatore Fiore e Mario Arena, nonché gli imprenditori Ennio Virlinzi, Francesco Domenico “Mimmo” Costanzo e suo fratello Sebastiano.

Tutto nasce nel 2002, quando Scapagnini – nella doppia veste di sindaco e commissario – predisponeva un piano di alleggerimento del volume del traffico urbano attraverso aree di sosta e parcheggi di scambio. Le zone prescelte per queste aree – entrate nelle indagini della Procura e del Gruppo d'investigazione sulla criminalità organizzata (il Gico) della Guardia di Finanza – furono Piazza Europa (di cui parlavamo un paio di settimane fa[1]), Piazza Lupo, Piazza Giovanni Verga e via Asiago, per un progetto che vide in tutto la progettazione di nove parcheggi cittadini sfruttando gli 850 milioni di euro messi a disposizione dal governo, al cui vertice c'era Silvio Berlusconi.
L'accusa contesta non solo l'uso della gestione emergenziale – accentrata nelle mani di Scapagnini e D'Urso – come espediente per realizzare opere altrimenti non cantierabili, ma anche – e soprattutto – il modo in cui furono assegnati gli appalti in project financing, con il quale si permette ai privati che si occupano della realizzazione delle opere pubbliche, di poterne avere un tornaconto economico per un certo periodo di tempo. Ma, secondo la Procura, a questo punto i piani originari vennero cambiati, modificando la destinazione d'uso dei parcheggi. Per il parcheggio di Piazza Europa, ad esempio, fu previsto un quarto piano rispetto ai tre concordati, nonché la creazione di un'area commerciale intorno al parcheggio. Così come il parcheggio che sarebbe dovuto sorgere in via Asiago venne letteralmente spostato sotto piazza Ariosto.
A D'Urso vengono contestate varie irregolarità, come l'aver fissato in soli undici giorni il termine per la presentazione delle domande per concorrere alla gara d'appalto

Corso dei Martiri, 50 anni dopo. Tutto in mano ai "Vicerè" di Catania


foto: cataniatoday.it
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/corso-dei-martiri-50-anni-dopo-tutto-in-mano-ai-vicere-di-catania/26143/

Catania, 29 marzo 2012 – Lo scorso 18 novembre i catanesi avrebbero potuto festeggiare un avvenimento a suo modo storico. Con la firma dell'accordo tra il Comune ed alcune società private al Tribunale amministrativo regionale (Tar) etneo, infatti, veniva raggiunto «uno storico risultato, che consentirà la riqualificazione urbanistica di Catania e di creare delle occasioni positive per l'occupazione», come si affrettava a raccontare Giacomo Bellavia, vicepresidente della commissione Urbanistica. Dopo più di mezzo secolo, infatti, con un'operazione del valore di 250 milioni di euro, è stata posta fine alla “questione” Corso dei Martiri della Libertà nel quartiere San Berillo, centro storico del comune etneo.
“Avrebbero potuto festeggiare”, però, non è un refuso. Perché forse, da festeggiare, non c'è poi molto. Ma procediamo per gradi o, per meglio dire, per date.

Tutto parte addirittura nel 1950 quando si decide di attuare il “piano di risanamento” dell'Istituto immobiliare di Catania (Istica), istituito il 27 novembre con un capitale sociale di 55 milioni di euro, di cui le quote di maggioranza sono tenute dalla Società Generale Immobiliare di Roma di proprietà del Vaticano e dal Banco di Sicilia, ambedue con venti milioni di lire, ai quali si aggiungono i dieci della Cassa di Risparmio Vittorio Emanuele ed i 2,5, a testa, di Provincia e Camera di Commercio. Il compito dell'istituto era non solo quello di creare infrastrutture in una zona della città che non ne aveva, ma anche – e soprattutto – dare una grossa mano all'economia ed all'occupazione locali.

Il piano però nasce già storto, in quanto il progetto era stato letteralmente donato a titolo gratuito all'Istica dall'architetto Brusa della Società Generale Immobiliare, nonostante le istituzioni locali valutino il tutto in sessanta milioni di lire, prontamente versati.
Il 3 marzo dell'anno successivo il piano viene approvato dal Consiglio comunale, che provvede anche alla creazione dell'Ist-Berillo, la società a cui è affidato il compito di realizzare un nuovo quartiere per i trentamila abitanti – che da quel momento qualcuno inizierà a chiamare “i deportati” - che si erano opposti al progetto. È, questo, lo “sventramento” di San Berillo, anno domini 1954.

Con i 380 milioni provenienti dalla casse di Roma ed i 400 in arrivo dalla Regione, il 16 maggio 1952 il “piano Istica” entra nel Piano regolatore generale, secondo il quale sui 240 mila metri quadrati dell'area si sarebbe potuto costruire per un totale di 1.800.000 metri cubi, espropriando – laddove necessario – entro e non oltre il febbraio 1960, così da consegnare il lavoro finito entro il 3 luglio 1969, data di “chiusura ufficiale” dei lavori.

Le intercettazioni di "Iblis" entrano nel processo ai fratelli Lombardo

Catania – Esattamente una settimana fa[1] parlavamo di come la corte d'Assiste catanese, ritenendosi non competente a giudicare la maggior parte degli imputati nel procedimento ordinario, avesse di fatto diviso il processo denominato “Iblis” in quattro filoni.
Il procedimento, però, avrebbe anche un quinto “filone”, quello cioè legato ai fratelli Lombardo, la cui posizione nel procedimento venne stralciata e derubricata a settembre da concorso esterno in associazione mafiosa[2] in un'accusa per voto di scambio relativamente alle elezioni alla Camera del 2008 ed alla relativa campagna elettorale in favore di Angelo Lombardo, deputato nazionale del Movimento per le Autonomie.

Ieri il giudice monocratico della quarta sezione catanese Michele Fichera ha dichiarato ammissibili tra le prove del processo – la cui ripresa è prevista per il prossimo 6 marzo - anche le intercettazioni telefoniche ed ambientali inizialmente inserite nel fascicolo di “Iblis”, accogliendo così le richieste dell'accusa, composta dai procuratori aggiunti Michelangelo Patanè e Carmelo Zuccaro e rigettando quanto richiesto dagli avvocati difensori.
Tra le tante intercettazioni, della cui trascrizione si occuperà il perito Lucio Antonino Tamburello, che dunque verranno messe a disposizione, saranno soprattutto una decina quelle su cui si concentrerà il dibattimento. In una in particolare, stando a quanto sostenuto dal procuratore Zuccaro durante l'ultima udienza, si sentirebbe il boss di Ramacca Rosario Di Dio sostenere «di non voler più sostenere Raffaele Lombardo in altre campagne elettorali, dopo alcuni suoi comportamenti». Al perito, a partire da ieri, sono stati messi a disposizione trenta giorni per effettuare il lavoro.

Nella prossima seduta saranno poi sentiti anche altri tre imputati, per un reato connesso al voto di scambio, tra cui tre collaboratori di giustizia – il gelese Saverio Maurizio La Rosa, il nisseno Francesco Ettore Iacona e l'ex capomafia agrigentino Maurizio Di Gati – che, stando a quanto riferito dal procuratore aggiunto Michelangelo Patanè, si cercherà di ascoltare in aula e non in videoconferenza. Sarà analizzata in un'udienza a porte chiuse – calendarizzata per il prossimo primo marzo – la posizione dei due fratelli in rapporto con il procedimento “Iblis”, in quanto il giudice per le indagini preliminari Luigi Barone non ha accolto la richiesta di archiviazione in merito al reato di concorso esterno in associazione mafiosa.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/02/catania-i-quattro-filoni-del-processo.html;
[2] http://senorbabylon.blogspot.com/2011/09/lombardo-non-fu-concorso-esterno-per.html

Catania, i quattro filoni del processo "Iblis"

fonte:catania.blogsicilia.it
Catania – In linea teorica dovrebbe essere una tra le più importanti indagini volte a svelare gli intrecci in quel pericoloso triangolo dei rapporti tra politica, criminalità organizzata (Cosa Nostra, nello specifico) ed imprenditoria.
Quello che però si vede guardando all'operazione denominata “Iblis”, diventa sempre meno chiaro. Dopo uno stralcio (la posizione dei fratelli Raffaele ed Angelo Lombardo), un patteggiamento ed un rito abbreviato, infatti, da ieri un nuovo capitolo si è aperto nella storia di questo processo.

La corte d'Assise catanese ha infatti deciso che non è competente a giudicare la maggior parte degli imputati nel procedimento ordinario, dando così di fatto inizio a quattro procedimenti diversi. Quattro procedimenti nuovi che significano, anche, quattro nuovi giudici che dovranno studiare nuovamente tutto da capo, rallentando l'iter giudiziario quanto meno di alcuni mesi.

L'unico filone ancora nelle mani della corte d'Assise rimane quello legato al duplice omicidio di Angelo Santapaola e Nicola Sedici, gli altri filoni verranno invece inviati in tribunale. «In corte d'Assise» - ha spiegato Carmelo Peluso, che nel processo difende l'ex deputato regionale dei Popolari Italia Domani Fausto Fagone - «sono presenti sei giudici popolari, certamente non competenti su questioni tecniche. Il rischio era che il giudizio venisse influenzato da valutazioni emotive».
Da rivedere poi la posizione delle varie associazioni che hanno chiesto di costituirsi parte civile e che, con la decisione presa dalla corte, dovranno fare nuova richiesta ai nuovi giudici.

Iblis, il processo inizia tra nuove parti civili e dubbi sulla Corte

Catania – È iniziato ufficialmente giovedì – dopo l'iniziale rinvio dello scorso 13 gennaio[1] - davanti alla corte d'Assise catanese riunita nell'aula bunker del carcere “Bicocca”, il processo ai ventiquattro imputati dell'inchiesta “Iblis”, necessario per accertare l'esistenza o meno dei rapporti tra mafia, politica ed imprenditoria e nel quale verrà trattato anche il duplice omicidio, avvenuto nel 2007, di Angelo Santapaola e Nicola Sedici[2], appartenenti clan Santapaola imputato ad Enzo Aiello, ritenuto il capo provinciale di Cosa Nostra. È su questo punto, peraltro, che si è intensificato il lavoro degli avvocati difensori, avanzando dubbi sulla reale competenza della corte d'Assise (per i reati diversi dal duplice omicidio, infatti, basterebbe un semplice tribunale).
Presiede la corte il giudice Rosario Cuteri in sostituzione di Luigi Russo, astenutosi in quanto in precedenti fasi aveva preso cognizione del procedimento.

Tra le persone rinviate a giudizio, per concorso esterno in associazione mafiosa, c'è anche Fausto Fagone, ex sindaco di Palagonia ed ex deputato regionale per i Popolari di Italia Domani (Pid). Stralciata invece già da mesi la posizione del presidente della Regione Raffaele Lombardo e del fratello Angelo[3].
Presenti in aula gli imputati Giovanni Buscemi, Angelo Carbonaro, Salvatore Di Bernardo, Giovanni Russo, Carmelo Finocchiaro, Santo Massimino, Carmelo Mocavero, Giuseppe Monaco, Massimo Oliva, Francesco Pesce, mentre Vincenzo Maria Aiello, Rosario Di Dio, Pasquale Oliva, Tommaso Somma e Ivan Fillorano sono presenti in collegamento. Assenti invece Mario Ercolano (per rinunzia), Rosario Cocuzza, Fausto Maria Fagone, Giuseppe Rindone, Vincenzo Santapaola e Giuseppe Tomaselli, tutti contumaci.

Come già richiesto nella precedente udienza, la Confcommercio siciliana, il Comune etneo l'Azienda Servizi Energetici Catania (Asec) e l'associazione Addiopizzo onlus hanno fatto richiesta di costituirsi parte civile in quanto, hanno spiegato, vi è stata la violazione delle norme statutarie (richiesta della Confcommercio), i reati ascritti agli imputati sono stati commessi nel territorio catanese (richiesta del Comune) e, come già fatto nella precedente udienza del 13 gennaio, l'Asec e Addiopizzo si costituiscono parte civile in quanto il loro scopo è la difesa delle vittime di racket, così come richiesto anche dall'Associazione Rocco Chinnici e dalla Confederazione Italiana degli Esercenti Commercialisti (Cidec).
Assente invece la Confindustria, che con il suo presidente Lo Bello nei giorni scorsi è stata più volte al centro del dibattito mediatico per aver genericamente denunciato l'infiltrazione mafiosa nel “Movimento dei Forconi”.

Proprio la costituzione di parte civile è stata la prima problematica evidenziata dagli avvocati degli imputati, in quanto «la parte civile deve aver subito un danno che sia conseguenza diretta del reato», come ha evidenziato l'avvocato di Salvatore Di Bernardo. A rispondere a tale problematica, dopo poco più di un'ora, è il pubblico ministero Antonino Fanara, secondo il quale «tutte le associazioni che si vogliono costituire come parte civile hanno nello statuto il perseguimento di questo interesse. Per gli enti imprenditoriali e il Comune, già la giurisprudenza ha ammesso la costituzione di parte civile. Non ci sembra chiaro di rinvenire nelle costituzioni di parte civile della Cidec quali siano gli interessi che difende o persegue; non è riportato il verbale dell'assemblea dell'associazione che stabilisce di richiedere la costituzione di parte civile. L'infiltrazione mafiosa era nei piccoli e grandi affari. C'è un grande nesso causale tra gli enti che chiedono di costituirsi come parte civile e i reati».

Prossima udienza fissata, sempre nel carcere Bicocca, per venerdì 10 febbraio.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/01/iblis-il-processo-parte-con-un-rinvio.html;
[2] http://senorbabylon.blogspot.com/2011/10/marina-di-ragusa-il-porto-e-linchiesta.html;
[3] http://senorbabylon.blogspot.com/2011/09/lombardo-non-fu-concorso-esterno-per.html

Lo Bello denunciava la mafia nei "forconi". E la mafia arrivò (fino nel Lazio)

Catania - Nei giorni scorsi[1] il presidente di Confidustria Sicilia, Ivan Lo Bello, aveva evidenziato – scatenando non poche polemiche – la non così lontana possibilità di infiltrazioni mafiose nel Movimento dei forconi (ne avevamo parlato anche noi – portando il caso di Lentini[2] - ma chiedendoci se quello fosse realmente il posto dove l'infiltrazione di Cosa Nostra fosse più evidente).
Tanto tuonò che piovve, dice il vecchio adagio. O, per riadattarlo al nostro caso, tanto si parlò di mafia che, alla fine, la mafia arrivò.

Ne parlava ieri Antonio Condorelli su Corriere.it[3]: tra i “padrini” dei forconi, avvistato alla conferenza stampa di presentazione, ci sarebbe anche Enzo Ercolano, figlio di Giuseppe Ercolano e nipote di Benedetto Santapaola, più noto come “Nitto”, entrambi capi storici di Cosa Nostra nonché fratello dell'assassino di Giuseppe Fava.

Ma può bastare la partecipazione ad una conferenza stampa di un singolo – quanto meno a questo si fermano, attualmente, le “prove” - per parlare di vera e propria “infiltrazione”, in particolare, poi, quando proprio in questi ultimi giorni Cosa Nostra (e la Stidda, come nel duplice omicidio avvenuto nei giorni scorsi[4]) è nuovamente al centro della cronaca?

Oltre ai fatti agrigentini – ancora tutti da accertare, comunque – sono state due le notizie che hanno ottenuto le prime pagine. La prima ci porta a Catania, tra gli undici arrestati per associazione mafiosa dal Raggruppamento operativo speciale (Ros) etneo. L'operazione, dicono gli inquirenti, ha permesso di bloccare sul nascere una faida interna a Cosa Nostra. «La vicenda» - spiega il procuratore Giovanni Salvi (al centro, nella foto) - «si ricollega all'operazione Dioniso: già nel 2005 fu necessario intervenire per evitare un attentato, che fu comunque eseguito tempo dopo. Si tratta di una situazione in continuo mutamento che stiamo monitorando costantemente».
Prima di questi arresti si stava profilando, infatti, una vera e propria resa dei conti all'interno del clan Santapaola tra gli Ercolano-Mangion, collegati con i figli di Nitto Santapaola ed i fratelli Antonino e Salvatore Santapaola, vicini alla famiglia Mirabile. Al centro dello scontro l'eliminazione di Lorenzo Michele Schillaci e Salvatore Guglielmino - appartenenti prima alla famiglia dei Mirabile e poi passati al “nemico” - nell'ambito della più ampia guerra per il controllo di Caltagirone e dell'intera area catanese e per la spartizione dei proventi derivanti dalle attività illecite.

L'Italia (ri)scopre Cosa Nostra. Ma forse la cerca nei luoghi sbagliati

Catania – In questi ultimi giorni la Sicilia è attraversata dalla rivolta del Movimento dei Forconi, attaccato da più parti per essere stato infiltrato dai movimenti di destra – in primis Forza Nuova – e da Cosa nostra, che nel frattempo si è fatta sentire in altri modi.

Due giorni fa a Linguaglossa - nel catanese - Rosario Puglia, imprenditore vitivinicolo entrato nel mirino della mafia nel 2008, quando cioè ha denunciato per la prima volta i tentativi di estorsione si è ritrovato in azienda una testa d'agnello, un coniglio sventrato e la scritta «Cornuto morte». La denuncia più importante, però, Puglia la fa verso le istituzioni, accusate di averlo abbandonato (come tante volte, purtroppo, capita). L'intimidazione, probabilmente, arriva come risposta al rinvio a giudizio dei suoi presunti estorsori – Giovanni D'Urso, Salvatore Arrabito, Mario La Spina e Giuseppe Marzà – da parte del giudice per le udienze preliminare Laura Benanti.

Lo scorso 14 gennaio – quando i “forconi” erano conosciuti solo nell'isola – in corso Domenico Scinà, quartiere Borgo Vecchio, a pochi passi dal porto di Palermo si registrava l'esplosione di due bombe artigianali (realizzate con candelotti e bombole di gas da campeggio) poste davanti ad una palazzina sequestrata a Cosa nostra e nella quale abita un pregiudicato.

Agli inizi di gennaio, invece, il corpo dell'imprenditore Piero Di Francesco veniva trovato carbonizzato all'interno della sua automobile, parcheggiata nel piazzale antistante la sua azienda di smaltimento rifiuti. Sul luogo è stata rinvenuta anche una tanica di benzina non completamente piena ma con il tappo perfettamente avvitato. In questo caso non è detto che l'omicidio – l'autopsia ha infatti accertato che Di Francesco è stato colpito alla testa prima di morire – sia legato a dinamiche con Cosa nostra, anche se il messaggio (in particolare quella tanica di benzina) ed il fatto che l'imprenditore si occupasse di smaltimento rifiuti (uno dei business più appetibili per la criminalità organizzata) sono quanto meno due indizi di cui tener conto.

Che le eventuali infiltrazioni mafiose tra i “forconi” debbano essere tenute d'occhio e, nel caso, bloccate sul nascere è forse più di un atto dovuto - come evidenziava ieri il procuratore di Palermo Francesco Messineo[1] - anche alla luce di quanto denunciato in questi giorni a Lentini, nel siracusano, dove i commercianti hanno parlato di vere e proprie “squadracce” che intimavano la chiusura dei negozi e la “volontaria” adesione allo sciopero.
Il rischio è, però, che mentre una parte del paese e dell'antimafia siciliana gridano “al lupo” - o, nello specifico “ai forconi” - Cosa nostra possa fare il proprio comodo da altre parti (come nella metropolitana di Palermo, ad esempio[2]) senza che nessuno, o quasi, se ne accorga.

Note
[1] Sciopero tir e infiltrazioni mafiose Messineo: "Fascicolo atto dovuto" di "Markez", palermo.blogsicilia.it, 20 gennaio 2012;
[2] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/01/metropolitana-di-palermo-silurato-il.html

Iblis, il processo parte con un rinvio per mancanza di spazio

Catania – È cominciato ieri al Palazzo di Giustizia catanese il processo ai ventiquattro imputati nell'ambito dell'inchiesta denominata “Iblis” sui presunti rapporti tra mafia, politica ed imprenditoria. Per esigenze di spazio, però, si è deciso di rinviare l'udienza al prossimo 26 gennaio nell'aula bunker del carcere di Bicocca, dove non si ripresenteranno il presidente della corte Luigi Russo e il giudice a latere Benedetto Paternò, che si sono dichiarati incompatibili.

Oltre alla comunicazione di incompatibilità dei giudici, l'udienza di ieri ha fatto registrare anche la richiesta di cinque associazioni – associazione antiestorsione catanese “Libero Grassi” (Asaec), Confcommercio Sicilia, l'associazione antiracket Rocco Chinnici, Addiopizzo e l'Asaes di Scordia – di costituirsi parte civile.
«È giusto che la città partecipi e sia cosciente di cosa le accade» ha detto Grazia Giurato di “Città Insieme”.

Dei 24 imputati (erano inizialmente 53, ma uno ha patteggiato e gli altri 28 hanno scelto il rito abbreviato) ne mancavano all'appello sette. Chi, invece, non mancava era Rosario Di Dio, il boss di Ramacca – presente in video-conferenza perché recluso nel carcere di Novara – tra i principali accusatori dei fratelli Lombardo, accusati inizialmente per concorso esterno in associazione mafiosa poi derubricata a semplice violazione della legge elettorale[1].

L'operazione antimafia Iblis (il nome del diavolo in arabo), inizia nel novembre 2010 con una operazione congiunta del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dei carabinieri tra Sicilia, Lazio, Toscana, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia che portò al sequestro di beni per un ammontare di circa 400 milioni di euro (più di cento le imprese poste sotto sequestro) e conclusasi solo lo scorso aprile. L'intento dell'operazione – e del relativo procedimento giudiziario che ne sarebbe conseguito – mirava alla zona grigia tra politica, imprenditoria e criminalità.
Ma quelli che allora erano gli imputati di spicco – Raffaele Lombardo, presidente della Regione Sicilia, suo fratello Angelo all'epoca deputato regionale del Movimento per le autonomie e l'imprenditore Ferdinando Bonanno – vengono subito esclusi dalla vicenda processuale dall'allora procuratore capo facente funzioni di Catania Michelangelo Patanè in quanto – motivò all'epoca il procuratore – l'accusa di concorso esterno non avrebbe retto in sede di giudizio, decisione che portò al ricorso al Consiglio superiore della magistratura da parte dei quattro sostituti procuratori titolari dell'inchiesta, cioè Giuseppe Gennaro, Antonino Fanara, Agata Santanocito e Iole Boscarino. Dopo Patané l'inchiesta passò nelle mani del giudice Alfonso Gari che è, per chi non lo ricorda, quel giudice che scarcerò nove imputati di mafia perché si dimenticò di depositare le motivazioni della sentenza a causa del troppo lavoro[2] ed è, anche marito di Rita Cinquegrana, sovrintendente del teatro Vincenzo Bellini di Catania. Una carica affidatale proprio da Raffaele Lombardo.

Per i due fratelli, la prossima udienza è prevista a febbraio. Il prossimo 26 gennaio, invece, l'inchiesta Iblis verterà anche sul duplice omicidio di Angelo Santapaola e Nicola Sedici di cui deve rispondere Enzo Aiello, ritenuto il capo provinciale di Cosa Nostra.SB

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2011/09/lombardo-non-fu-concorso-esterno-per.html;
[2] http://senorbabylon.blogspot.com/2011/10/il-giudice-stanco-e-lesposto-al-csm.html

Procura di Catania, eletto lo "straniero" Salvi



Catania, 3 novembre 2011 – L'ufficialità è arrivata quando erano da poco passate le 21 di ieri sera. Catania ha, finalmente, il suo nuovo procuratore. Nessuna sorpresa, comunque. A sedersi sulla non tanto comoda poltrona è – come ampiamente previsto – Giovanni Salvi, il candidato “esterno” invocato da più parti.

Curriculum di tutto rispetto – Ustica, omicidi Pecorelli e Calvi, Nuclei Armati Rivoluzionari e Brigate Rosse, – Salvi (nella foto) è stato eletto con 13 voti arrivati da Magistratura Democratica, Movimento per la Giustizia, dai due consiglieri laici di area Pd, da Ernesto Lupo, presidente della Cassazione e dal procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito, che hanno votato Salvi anche durante la prima elezione, ai quali si sono poi aggiunti, nel secondo turno, anche i voti di Michele Vietti, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura e dei consiglieri di Magistratura Indipendente Alessandro Pepe e Antonello Racanelli, che al primo turno avevano invece votato per Tinebra, fermatosi al secondo turno a soli due voti. Undici voti, infine, sono andati al terzo candidato, Giuseppe Gennaro.

Dei due candidati sconfitti – uno, Tinebra, conosciuto per la storia del falso certificato e per aver avvisato Silvio Berlusconi delle indagini del periodo delle stragi a suo carico, l'altro, Gennaro, che come ricostruiva il Fatto Quotidiano avrebbe acquistato un immobile da un imprenditore colluso – ne abbiamo parlato un paio di settimane fa[1], all'epoca in cui era stata fissata la prima convocazione per l'elezione. La vittoria di Giovanni Salvi, dunque, era scontata fin dalle candidature (un curriculum dettagliato era allegato all'ordine del giorno presentato al Csm prima della votazione[2]).

Era il Csm, sembrava il Parlamento. Le votazioni – come riporta il quotidiano Sud Press che ne ha fatto la “webcronaca”[3] - si sono protratte per poco meno di tre ore, tempo utilizzato oltre che per le votazioni vere e proprie, anche per la campagna elettorale interna necessaria a “presentare” i candidati. Ad aprire i giochi è stata Pina Casella – Magistratura democratica, corrente “di sinistra” del Csm – che ha perorato la causa di Giuseppe Gennaro, il cui punto di forza è la grande conoscenza del territorio e delle sue dinamiche.
A seguire l'intervento, pro-Salvi, di Francesco Cassano – sempre di Magistratura Democratica – e quello, per Tinebra, di Tommaso Virga di Magistratura Indipendente, la corrente dei moderati.

Come ogni elezione che si rispetti non sono mancate nemmeno le polemiche, prettamente politiche, su cavilli di elegibilità e compatibilità e sull'Associazione nazionale magistrati.
Polemiche che, però, non sono servite a spostare di un millimetro il verdetto scritto già da settimane. A Catania è arrivato lo “straniero”. Se sia stata la miglior scelta possibile è ancora presto per dirlo.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2011/10/procura-di-catania-una-poltrona-che.html
[2] http://www.sudpress.it/wp-content/uploads/2011/11/02/oggi-pomeriggio-la-nomina-del-nuovo-procuratore-della-repubblica-di-catania/schede-allegate-allodg-del-CSM-Plenum-del-2-novembre-2011.pdf
[3] http://www.sudpress.it/cronaca/oggi-pomeriggio-la-nomina-del-nuovo-procuratore-della-repubblica-di-catania/

Procura di Catania, una poltrona che scotta



Catania, 14 ottobre 2011 – Se a Palermo si muovono gli equilibri politici, a Catania in questi giorni – ed almeno fino alla prossima settimana – la partita ancora tutta da giocare ruota intorno alla poltrona di procuratore. La commissione incarichi direttivi del Consiglio superiore della magistratura (Csm), non è infatti riuscita a trovare un nome che mettesse tutti d'accordo tra quelli di Giuseppe Gennaro, Gianni Tinebra e Giovanni Salvi, che per il semplice fatto di essere esterno alla Procura è considerato il più vicino alla nomina. Ma quella, comunque, è una poltrona che scotta.

Per adesso i voti dovrebbero essere così redistribuiti, in attesa della convocazione del plenum del Csm: lo “straniero” Giovanni Salvi – sostenuto da Magistratura Democratica – a quota dieci voti, otto per Giuseppe Gennaro e sette per Gianni Tinebra, rispettivamente di Unità per la Costituzione e Magistratura Indipendente.
Dallo scorso febbraio, a reggere il tutto, è arrivato il procuratore facente funzioni Michelangelo Patanè, fortemente criticato proprio dal Csm per l'operato nell'ambito del processo “Iblis”[1], reo di aver avocato l'inchiesta sul concorso esterno in associazione mafiosa di Raffaele Lombardo e del fratello Angelo ai quattro procuratori – Iole Boscarino, Antonino Fanara, Giuseppe Gennaro e Agata Santonocito - che se ne stavano occupando derubricando poi l'accusa da “concorso esterno in associazione mafiosa” ad un più lieve “voto di scambio semplice”. Il primo compito del nuovo procuratore – chiunque uscirà vincente dalla competizione – sarà appunto quello di riprendere in mano questa inchiesta.

Gli impresentabili. Quella che può sembrare una questione tutta interna alla Procura è in realtà uno scontro cittadino, tanto che nei mesi scorsi si è assistito anche a volantinaggi, appelli sit-in ed interrogazioni parlamentari. «Giuseppe Gennaro e Giovanni Tinebra sono due magistrati impresentabili e palesemente inadatti» sostiene Sonia Alfano, europarlamentare e responsabile nazionale del Dipartimento antimafia dell'Italia dei Valori.
Ma perché sia Gennaro che Tinebra sono “impresentabili e palesemente inadatti”?

Giuseppe Gennaro, due volte presidente dell'Associazione nazionale magistrati (Anm) ed ex componente proprio del Csm sarebbe al centro del cosiddetto “caso Catania”[2] - intrecci tra criminalità e magistratura, per farla breve – e, come testimonia la fotografia pubblicata da “Il Fatto Quotidiano” sarebbe in rapporti con Carmelo Rizzo, imprenditore di San Giovanni La Punta (comune sciolto due volte per mafia e regno dell'abusivismo edilizio) organico al clan catanese dei Laudani, ucciso in un agguato nel 1997.