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Catania, La Causa racconta il sistema-Zuccaro

foto: ienesiciliane.it
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Catania, 3 giugno 2012 – Non si ferma Santo La Causa, l'ex boss della famiglia mafiosa catanese dei Santapaola che ha deciso di collaborare con la giustizia agli inizi del mese scorso[1]. All'epoca si parlò di un vero e proprio “terremoto” - parola pesante da usare in queste ultime settimane in Italia - e le aspettative sembrano non essere state disattese.

Il fulcro di queste nuove dichiarazioni ruotano intorno alla figura di Maurizio Zuccaro, imprenditore a cui si riconducono alcune cooperative sociali che operano nei più importanti ospedali catanesi, «componente della famiglia anagrafica che ha sempre fatto parte dell'organizzazione, così come suo padre, pur avendo preferito sempre giovarsi, per evitare di esporsi, dell'attività dei reggenti che si sono susseguiti». L'”organizzazione” di cui parla La Causa è, naturalmente, quella mafiosa dei Santapaola dei quali proprio l'imprenditore è ritenuto da tempo uno degli elementi di spicco. essendo peraltro cognato di Vincenzo Santapaola.
Secondo quanto racconta il collaboratore di giustizia – dichiarazioni, queste ultime, caratterizzate da verbali pieni di “omissis” - la rete di fiducia con cui l'imprenditore agiva all'interno della famiglia, dedita ad usura ed estorsioni, era basata su Benedetto Cociman, Maurizio Signorino, Angelo Testa, Maurizio Galletta, il convivente di una nipote che Zuccaro «utilizzava per la raccolta degli stipendi» e tal Piero detto “'u Pisciaru”. Del gruppo facevano parte anche altre persone, tra le quali il convivente di un'altra nipote dell'imprenditore - tale “Saitta”, «il cui padre è privo di naso» - e la nonna di questo “Saitta”, alla quale era affidato il compito di acquistare la merce rubata dai tir.
«Nel 1996», racconta La Causa, il gruppo «sicuramente aveva curato la messa a posto di un imprenditore edile che si era aggiudicato l'appalto pubblico di una scuola di Nesima; altro imprenditore sottoposto ad estorsione è tale Saro, zio acquisito di Ammuttapotte, che ha costruito degli edifici nei pressi di Nicolosi, peraltro in società con lo stesso Zuccaro». È proprio grazie al sistema di estorsione e controllo che l'imprenditore avrebbe negli anni incrementato il numero delle aziende a sua disposizione.
Tra gli imprenditori taglieggiati anche Arena, operante nel mercato del materiale edile al quale, stando al racconto del collaboratore, il pizzo sarebbe stato “congelato” durante il suo fidanzamento con la figlia di Nuccio Cannizzaro. «Non appena i due si lasciarono, riprese il pagamento dell'estorsione».

La Procura di Catania ha invece deciso di rendere indisponibili alla conoscenza pubblica – in quanto infarcite di omissis – sia le dichiarazioni dell'ex boss in merito all'uccisione del boss Angelo Santapaola, dopo la quale «Maurizio Zuccaro era convinto che tutti i suoi problemi fossero risolti», sia quelle relative al centro commerciale “La Tenutella”, in special modo quelli riferibili a Vincenzo Aiello, reggente dell'ala economica della famiglia mafiosa.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/05/santo-la-causa-collabora-con-la.html

Iblis, mentre continuano i vuoti di memoria di D'Aquino viene fuori la Girgenti Acque

foto: ienesiciliane.it
Catania, 26 maggio 2012 – Aveva iniziato a parlare circa un mese fa. Poi, per vari problemi tecnici e risposte non proprio chiare, era stato tutto rimandato. Ieri, invece, Gaetano D'Aquino, collaboratore di giustizia dopo aver fatto parte del clan catanese dei Cappello, ha potuto terminare la sua audizione. «Non esiste che la malavita a Catania non abbia un ruolo in ogni nuova grande opera. A meno che, in futuro, non esisterà più. Ricordiamoci infatti che la mafia, negli appalti, ci va con i prestanome», ha esordito D'Aquino, che ha giustificato la sua confusione mentale della prima parte dell'udienza con la perdita del fratello più piccolo, cinque anni di età, morto in un incidente stradale. «Per ventiquattro anni sono stato un mostro e mi faccio ancora schifo per questo. Ma non a tal punto da non avere la testa al funerale», ha detto prima di iniziare l'udienza. Per evitare il ripetersi dei problemi di natura tecnica, inoltre, si è evitata la videoconferenza, portando il teste nell'aula-bunker di Bicocca, “gemella” di quella palermitana.
Quattro ore in tutto, in cui il teste ha dovuto rispondere alle domande dei pubblici ministeri Carmelo Zuccaro e Michelangelo Patanè che della difesa, composta dagli avvocati Pietro Granata e Guido Ziccone.

La deposizione si è concentrata sia sulle elezioni del 2008 che del 2006 dove – ha raccontato D'Aquino – le famiglie catanesi avrebbero appoggiato più di un candidato del Movimento per le Autonomie, nonostante l'interesse non fosse poi così ricambiato, in particolare dall'attuale presidente della Regione, accusato da essere praticamente sparito dopo le elezioni «perché si era montato la testa, dicevano alcuni, oppure con la scusa delle indagini dei Carabinieri».
Per quanto concerne la tornata elettorale il candidato su cui punta il clan Cappello è Giovanni Pistorio, attraverso la mediazione di Peter Santagati, imprenditore della cooperativa Creattività (nella quale D'Aquino, come ebbe a dire nella prima parte dell'udienza, svolgeva il compito di sorvegliante[1] prima di essere sostituito da Lorenzo Fagone «del clan Santapaola del rione Picanello, cugino di Alessandro Porto che portò molti volti») pressato dai politici affinché garantisse posti di lavoro in cambio di appalti e Salvatore Vaccalluzzo, ucciso poco dopo quella tornata elettorale e che, secondo D'Aquino, era «uno dei più famosi usurai di Catania».

Il boss La Causa racconta la mafia catanese: da Nitto all'"incontinente"

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Catania, 19 maggio 2012 – Ne avevamo parlato nei giorni scorsi[1]: Santo La Causa, tra i più importanti esponenti della famiglia mafiosa catanese dei Santapaola, ha deciso di collaborare con la giustizia, ed il terremoto che era stato annunciato, nonostante le conferme delle sue parole debbano ancora arrivare, sembra essere iniziato.

«A Catania il capo dell'organizzazione Cosa Nostra è Vincenzo Santapaola», ha raccontato nei verbali posti al centro della seconda udienza del processo ordinario nato da uno dei filoni dell'inchiesta Iblis, il più importante processo attualmente in corso sulle presunte collusioni tra mafia, imprenditoria e politica cominciato ieri davanti al Tribunale di Catania e che vede interessati ventitré dei cinquantatré imputati iniziali. I verbali – risalenti alle prime dichiarazioni dell'ex boss, rilasciate il 5 ed il 15 maggio – saranno resi al più presto disponibili, stando a quanto assicurato dal procuratore aggiunto Carmelo Zuccaro.

È stata Agata Santonocito, sostituto procuratore, ad aprire alle prime indiscrezioni. «Esistono due livelli» - ha spiegato il magistrato - «Uno basato sul controllo del territorio e la forza bruta e un altro che punta alle infiltrazioni nella politica e nell'imprenditoria».
Secondo l'accusa, ai vertici della famiglia ci sarebbero Vincenzo Santapaola – figlio di “Nitto” e non presente nella prima udienza dell'altro giorno perché colpito da dolori e incontinenza dopo una caduta in cella - e Giuseppe Ercolano. I due sarebbero stati coadiuvati da Natale Fillocamo, Rosario Di Dio e Pasquale Oliva - questi ultimi due referenti delle diramazioni provinciali della famiglia – insieme a Vincenzo Aiello, rappresentante provinciale di una famiglia il cui potere si estende, lungo la fascia jonica, fino a Siracusa e Ragusa e fino a Caltagirone ed Enna.

Fotovoltaico, parco tematico di Regalbuto, grande distribuzione – in particolare il parco commerciale Tenutella, oggi Centro Sicilia e la Safab[2], «su cui si sono concentrati gli interessi di diverse famiglie mafiose siciliane e che dimostra l'influenza sovraprovinciale di Cosa Nostra etnea» – ed edilizia pubblica i principali filoni d'affare seguiti dal clan.
Proprio sulla Tenutella La Causa ha tirato in ballo Nino Strano, ex assessore al Turismo regionale del Popolo della Libertà oggi transitato nel gruppo Futuro e Libertà, il quale «si adoperò per sbloccare le autorizzazioni necessarie». Affermazioni definite calunniose dal senatore.

Santo La Causa collabora con la giustizia. Trema la Catania criminale

foto: catania.blogsicilia.it
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Catania, 12 Maggio 2012 – È stata definita come un vero e proprio terremoto la decisione di collaborare con la giustizia dell'ultimo dei “pentiti eccellenti” della Cosa Nostra catanese.
A “pentirsi” - e le virgolette in questi casi sono d'obbligo, dato che non si capisce mai dove finisca il pentimento vero e dove inizino gli sconti di pena – stavolta è Santo La Causa (nella foto), condannato per associazione mafiosa nel 2001 e poi per estorsione aggravata latitante fino al 2009, data del suo arresto, avvenuto mentre stava organizzando un summit a Belpasso per ridefinire le gerarchie interne al clan. Fino a quella data, il suo nome compariva nella lista dei trenta ricercati più pericolosi d'Italia. Sarebbe stato lui a reggere le sorti del clan dei Santapaola.
La decisione di passare dall'”altra parte della barricata” sarebbe stata presa dal boss lo scorso 5 maggio, quando La Causa ha iniziato a collaborare con il procuratore aggiunto Carmelo Zuccaro ed i sostituti procuratori Giuseppe Gennaro, Antonino Fanara e Agata Santonocito e resa nota solo ieri, durante il processo d'appello scaturito dall'operazione “Plutone”.

Detenuto agli inizi degli anni Novanta presso l'Asinara e poi al Pagliarelli di Palermo, nel 2000 viene coinvolto dall'operazione “Orione” che ha coinvolto ben sessanta appartenenti al clan. Già allora, secondo le ricostruzioni fatte dagli inquirenti, La Causa avrebbe ricoperto un ruolo chiave all'interno della famiglia.
Nel 2005 la Corte di Appello catanese gli infligge altri sette anni di reclusione con l'accusa di associazione per delinquere di tipo mafioso, pena indultata l'anno successivo. Da quel momento del boss si perdono le tracce.

Secondo alcuni collaboratori di giustizia, il boss era «uno in grado di fare tremare Catania, per carisma ed intelligenza». Vedremo nei prossimi mesi, dunque, se quello che adesso viene annunciato come un vero e proprio terremoto si rivelerà tale.

E mentre La Causa si “pentiva”, gli uomini della squadra mobile mettevano le manette al 63enne Giuseppe Garozzo, detto “Pippu 'u maritatu”, arrestato con altri venti uomini appartenenti al suo clan, la cosca dei Cursoti, che Garozzo stava tentando di riorganizzare.
Oltre agli arresti catanesi, che dovranno rispondere dei reati di associazione mafiosa, estorsione, traffico di stupefacenti e detenzione di armi da guerra, c'è da registrare anche un fermo in Piemonte, dove la cosca si stava espandendo.

Processo Iblis, Lombardo in aula per ascoltare le lacune di D'Aquino

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foto: lettera43.it
Catania, 29 aprile 2012 - Lo aveva dichiarato ed ha mantenuto la promessa. Ieri, infatti, il presidente della Regione Raffaele Lombardo – che nei giorni scorsi aveva preso la parola all'Ars, per comunicare la sua vicenda giudiziaria «all'Assemblea ed al popolo siciliano»[1] - si è presentato in aula per partecipare all'udienza del processo che lo vede coinvolto insieme al fratello Angelo, deputato nazionale del Movimento per le Autonomie per i reati di voto di scambio aggravato e concorso esterno in associazione mafiosa, procedimento aperto all'interno del processo “Iblis”.

È durata cinque ore l'udienza che ha visto sul banco dei testimoni Luigi Cataldo, maresciallo della sezione anticrimine dei carabinieri di Catania e Gaetano D'Aquino, collaboratore di giustizia appartenuto al clan Cappello. Proprio le difficoltà della videoconferenza di quest'ultimo hanno prolungato l'udienza, costringendo infine a rinviare l'audizione al 15 maggio, data in cui è fissata la prossima udienza.

Il maresciallo, che si è occupato delle intercettazioni ambientali e telefoniche relative ad un periodo compreso tra il 2007 ed il 2010 ed entrate poi nel processo “Iblis”, ha confermato che al summit mafioso a cui queste fanno riferimento, tenutosi nel 2008 – anno delle elezioni regionali vinte da Raffaele Lombardo - nella masseria di Ramacca di proprietà del geologo Giovanni Barbagallo hanno partecipato anche tre noti esponenti della mafia: Alfio Stiro, referente di Salvatore Tucio, detto “Turi di l'ova”, condannato in via definitiva per associazione mafiosa; Vincenzo Aiello, capo di Cosa Nostra a Catania e Pasquale Oliva. Barbagallo, poi, è stato più volte fotografato dai carabinieri mentre entrava ed usciva dalla segreteria politica dei fratelli Lombardo.

Molto più ampia è stata invece la testimonianza di D'Aquino, durata circa quattro ore. Dopo aver esposto il suo curriculum criminale, che lo ha visto – nel 1992 – passare dal clan Pillera al clan dei Cappello, riconosciuto dalla 'ndrangheta ma non da Cosa Nostra e di cui D'Aquino fu fatto sgarrista «una specie di capo. Un ruolo che poteva essere assegnato solo a chi aveva già commesso un omicidio».
In merito ai suoi rapporti con la politica, il collaboratore ha evidenziato come questa non abbia mai fatto conto su di lui, «arrestato qualche mese dopo aver compiuto diciotto anni e quindi subito interdetto dal voto», ma come lui invece la politica l'abbia usata parecchio. «Lavoravo come sorvegliante per la cooperativa Creattività e il mio capo, Peter Santagati, lamentava sempre che i politici dell'Mpa pretendevano troppi posti di lavoro per far sopravvivere la cooperativa.

Catania, il clan dei Carateddi voleva uccidere il pm Pasquale Pacifico

foto: soniaalfano.it
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Catania, 22 marzo 2012 - È stato scoperto nei giorni scorsi dai carabinieri il progetto di un attentato ai danni del sostituto procuratore Pasquale Pacifico, in servizio presso la Direzione distrettuale antimafia catanese, che coordina le inchieste sui clan Cappello e Laudani e che nei mesi scorsi ha coordinato l'operazione della Squadra Mobile di Catania, denominata “Revenge”, contro il gruppo emergente dei “Carateddi”, una delle frange del clan Cappello il cui capo – Sebastiano Lo Giudice – è attualmente detenuto.

L'attentato, come emerso dalle indagini, sarebbe stato uno dei primi episodi della faida con cui il gruppo voleva sfidare la famiglia dei Santapaola per la spartizione del territorio catanese e degli affari illeciti, in particolare per quanto riguarda il traffico di sostanze stupefacenti.

È toccato invece ai carabinieri del Comando provinciale di Messina – la cui Procura è competente sui reati che riguardano i loro colleghi catanesi – notificare un'ordinanza di custodia cautelare in carcere al catanese Orazio Finocchiaro, 40 anni, esponente dei “Carateddi”, detenuto al Nord per altri fatti, considerato il mandante dell'attentato.
Secondo le ricostruzioni, Finocchiaro nella seconda metà dell'anno scorso avrebbe inviato una serie di lettere, intercettate dalla Mobile catanese, ad un altro affiliato al clan – che ha poi deciso di collaborare con la giustizia – nelle quali scriveva che i kalashnikov per uccidere il procuratore fossero già pronti.
Finocchiaro, peraltro, sarebbe tornato in libertà tra qualche tempo, e secondo gli inquirenti, data la sua caratura all'interno dell'organizzazione, avrebbe fin da subito cercato di assumere il controllo della cosca.

«Quando decidi di fare il magistrato antimafia, metti nel conto anche queste cose. Io sono tranquillo, sereno e continuo a fare il mio lavoro», ha commentato il procuratore Pacifico.

Parco commerciale Barcellona Pozzo di Gotto, quindici indagati per abuso d'ufficio

foto: rifondazionecomunistasicilia.it
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Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), 18 marzo 2012 - Sono in tutto quindici gli indagati nell'ambito dell'inchiesta giudiziaria aperta dalla Procura barcellonese in merito al Parco commerciale di contrada Siena, la cui proprietà e gestione – attraverso la Dibeca sas – sarebbe riconducibile a Rosario Pio Cattafi, avvocato definito nel 2005 dalla stessa Procura «capo di una consorteria criminale» in azione sul territorio barcellonese[1]. Il reato contestato loro dal sostituto procuratore Francesco Massara è quello di abuso d'ufficio in concorso determinato dall'altrui inganno.

Nel procedimento sono stati iscritti lo stesso avvocato Cattafi, la legale rappresentante pro-tempore della società, Ferdinanda Corica, moglie di Stefano Piccolo, dottore commercialista legato all'avvocato di cui parla una relazione del Servizio Centrale di Investigazione sulla Criminalità Organizzata della Guardia di Finanza di Firenze in merito ai rapporti tra Cattafi e la famiglia mafiosa catanese dei Santapaola nonché Nicoletta Di Benedetto in Cattafi ed i figli Maria ed Alessandro, soci dell'immobiliare “Dibeca”.

Avviso di proroga di indagine anche per l'ingegnere Orazio Mazzeo, responsabile unico del procedimento con il quale è stato approvato il piano regolatore particolareggiato del Parco commerciale e presidente della Commissione edilizia urbanistica comunale ed i progettisti del Piano regolatore, gli architetti Mario e Santino Nastasi.
Tra gli indagati, infine, il presidente pro-tempore della Grande Distribuzione Meridionale Piergiorgio Sacco, la cui società è sottoposta a Milano a procedura di concordato preventivo, il tecnico di fiducia della società, geometra Filippo Leopatri ed i cinque componenti della Commissione edilizia urbanistica comunale insediatasi il 25 ottobre del 2007 e che, con la seduta del 3 giugno 2008, avrebbe portato al termine l'esame del Piano regolatore particolareggiato.

L'”affaire-Parco commerciale” - la cui area è stata posta sotto sequestro dalla Procura distrettuale antimafia messinese, lo scorso anno, in quanto bene riconducibile a Cattafi – era stato inserito nel dossier con cui il 24 novembre la ministra dell'Interno Anna Maria Cancellieri ha firmato il decreto di accesso agli atti del Comune, necessario per «verificare la procedura adottata dall'amministrazione comunale per la localizzazione del parco commerciale e ciò per stabilire possibili condizionamenti della criminalità organizzata nell'attività amministrativa del Comune di Barcellona».
Proprio sul lavoro dell'amministrazione comunale è nato un piccolo “giallo”: l'abuso d'ufficio contestato agli indagati indica nel 16 novembre 2009 la data in cui il reato sarebbe stato commesso, giorno nel quale il Consiglio comunale approvò, con un solo voto contrario, la delibera numero 59 riguardante il Piano regolatore del Parco commerciale. Allo stato degli atti notificati agli indagati, però, non risultano componenti del consiglio comunale. Era stato lo stesso sindaco Candeloro Nania, nella memoria difensiva inviata alla Commissione interforze di accesso agli atti che, riferendosi proprio alla delibera numero 59, aveva evidenziato come «il Consiglio comunale, quando non è in discussione un tema che attiene all'indirizzo politico, non può che tener conto della regolarità o meno dell'atto posto alla sua attenzione, secondo i pareri e le proposte degli organi tecnici competenti valutando la conformità della proposta all'interesse pubblico».
Decade, con questi arresti, quella che qualcuno ha definito come "teoria del complotto", volta a screditare il lavoro del giornalista Antonio Mazzeo e dell'associazione antimafia "Rita Atria", primi a denunciare quello che stava avvenendo all'ombra del Parco commerciale.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/02/barcellona-pozzo-di-gotto-la-trattativa.html

Barcellona Pozzo di Gotto, la trattativa all'ombra del Parco

fonte: enricodigiacomo.org
Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) – La criminalità organizzata, Cosa Nostra in particolare – come insegnano sia la biografia dell'organizzazione che la moltitudine di libri e film realizzati sull'argomento – ha una vera e propria passione per la terra, essendo nata nelle masserie di proprietà dell'alta borghesia dell'isola agli inizi del diciannovesimo secolo. Oggi, con quell'epoca ormai alle spalle quello stesso “sentimento” viene declinato in cose come il movimento terra o il lavaggio del denaro di provenienza illecita attraverso la penetrazione di economie legali come quella edile.
Un altro dei “primi amori” di Cosa Nostra – ma anche delle altre organizzazioni criminali, come inchieste giornalistiche e giudiziarie ci raccontano sempre più spesso – è la politica, e tenendo fede al vecchio e ben noto detto, ambedue sono “amori” che non si scordano.

Quando si uniscono, però, abbiamo una situazione come quella di contrada Siena, in provincia di Barcellona Pozzo di Gotto (nel messinese) dove – come scrive Antonio Mazzeo in un recente articolo su “I Siciliani giovani”[1] - un terreno che nel luglio 2007 era valutato 28 euro al metro quadrato diciannove mesi dopo ne valeva 85, cosa che porterebbe, ad esempio, ad una plusvalenza di circa il trecento per cento se quel terreno fosse messo in vendita.

Ma nessuno ha intenzione di venderlo, anzi. Perseguendo la più bipartisan delle politiche italiane – quella del cementificare in ogni modo ed in ogni luogo possibile - l'idea è quella di trasformare un'area agricola in un mega parco commerciale di 18,4 ettari attorno al quale sviluppare l'industria alberghiera, quella della ristorazione e quella del divertimento.
Letto dall'altro lato, questo significa aggiungere cemento in una regione che già soffre di un eccessivo problema di cementificazione. Anche se quello del cemento, per quanto riguarda contrada Siena, non sembra essere il problema più grosso.

Innanzitutto perché a fine novembre 2011 la ministra dell'Interno Anna Maria Cancellieri ha firmato – insieme al prefetto di Messina Francesco Alacci – il decreto di accesso agli atti che istituisce la commissione di indagine sulle eventuali infiltrazioni della criminalità organizzata nel comune barcellonese. Un lavoro d'indagine della durata di novanta giorni. A breve, quindi, si saprà se quello barcellonese sarà un altro dei già troppi Comuni sciolti per tale motivo.
Uno dei nodi chiave dell'inchiesta verterà proprio sul progetto del Parco di contrada Siena e sulle numerose anomalie «che hanno condizionato l'iter progettuale», come hanno più volte denunciato le associazioni antimafia “Rita Atria” e “Città Aperta”

Iblis, il processo inizia tra nuove parti civili e dubbi sulla Corte

Catania – È iniziato ufficialmente giovedì – dopo l'iniziale rinvio dello scorso 13 gennaio[1] - davanti alla corte d'Assise catanese riunita nell'aula bunker del carcere “Bicocca”, il processo ai ventiquattro imputati dell'inchiesta “Iblis”, necessario per accertare l'esistenza o meno dei rapporti tra mafia, politica ed imprenditoria e nel quale verrà trattato anche il duplice omicidio, avvenuto nel 2007, di Angelo Santapaola e Nicola Sedici[2], appartenenti clan Santapaola imputato ad Enzo Aiello, ritenuto il capo provinciale di Cosa Nostra. È su questo punto, peraltro, che si è intensificato il lavoro degli avvocati difensori, avanzando dubbi sulla reale competenza della corte d'Assise (per i reati diversi dal duplice omicidio, infatti, basterebbe un semplice tribunale).
Presiede la corte il giudice Rosario Cuteri in sostituzione di Luigi Russo, astenutosi in quanto in precedenti fasi aveva preso cognizione del procedimento.

Tra le persone rinviate a giudizio, per concorso esterno in associazione mafiosa, c'è anche Fausto Fagone, ex sindaco di Palagonia ed ex deputato regionale per i Popolari di Italia Domani (Pid). Stralciata invece già da mesi la posizione del presidente della Regione Raffaele Lombardo e del fratello Angelo[3].
Presenti in aula gli imputati Giovanni Buscemi, Angelo Carbonaro, Salvatore Di Bernardo, Giovanni Russo, Carmelo Finocchiaro, Santo Massimino, Carmelo Mocavero, Giuseppe Monaco, Massimo Oliva, Francesco Pesce, mentre Vincenzo Maria Aiello, Rosario Di Dio, Pasquale Oliva, Tommaso Somma e Ivan Fillorano sono presenti in collegamento. Assenti invece Mario Ercolano (per rinunzia), Rosario Cocuzza, Fausto Maria Fagone, Giuseppe Rindone, Vincenzo Santapaola e Giuseppe Tomaselli, tutti contumaci.

Come già richiesto nella precedente udienza, la Confcommercio siciliana, il Comune etneo l'Azienda Servizi Energetici Catania (Asec) e l'associazione Addiopizzo onlus hanno fatto richiesta di costituirsi parte civile in quanto, hanno spiegato, vi è stata la violazione delle norme statutarie (richiesta della Confcommercio), i reati ascritti agli imputati sono stati commessi nel territorio catanese (richiesta del Comune) e, come già fatto nella precedente udienza del 13 gennaio, l'Asec e Addiopizzo si costituiscono parte civile in quanto il loro scopo è la difesa delle vittime di racket, così come richiesto anche dall'Associazione Rocco Chinnici e dalla Confederazione Italiana degli Esercenti Commercialisti (Cidec).
Assente invece la Confindustria, che con il suo presidente Lo Bello nei giorni scorsi è stata più volte al centro del dibattito mediatico per aver genericamente denunciato l'infiltrazione mafiosa nel “Movimento dei Forconi”.

Proprio la costituzione di parte civile è stata la prima problematica evidenziata dagli avvocati degli imputati, in quanto «la parte civile deve aver subito un danno che sia conseguenza diretta del reato», come ha evidenziato l'avvocato di Salvatore Di Bernardo. A rispondere a tale problematica, dopo poco più di un'ora, è il pubblico ministero Antonino Fanara, secondo il quale «tutte le associazioni che si vogliono costituire come parte civile hanno nello statuto il perseguimento di questo interesse. Per gli enti imprenditoriali e il Comune, già la giurisprudenza ha ammesso la costituzione di parte civile. Non ci sembra chiaro di rinvenire nelle costituzioni di parte civile della Cidec quali siano gli interessi che difende o persegue; non è riportato il verbale dell'assemblea dell'associazione che stabilisce di richiedere la costituzione di parte civile. L'infiltrazione mafiosa era nei piccoli e grandi affari. C'è un grande nesso causale tra gli enti che chiedono di costituirsi come parte civile e i reati».

Prossima udienza fissata, sempre nel carcere Bicocca, per venerdì 10 febbraio.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/01/iblis-il-processo-parte-con-un-rinvio.html;
[2] http://senorbabylon.blogspot.com/2011/10/marina-di-ragusa-il-porto-e-linchiesta.html;
[3] http://senorbabylon.blogspot.com/2011/09/lombardo-non-fu-concorso-esterno-per.html

Lo Bello denunciava la mafia nei "forconi". E la mafia arrivò (fino nel Lazio)

Catania - Nei giorni scorsi[1] il presidente di Confidustria Sicilia, Ivan Lo Bello, aveva evidenziato – scatenando non poche polemiche – la non così lontana possibilità di infiltrazioni mafiose nel Movimento dei forconi (ne avevamo parlato anche noi – portando il caso di Lentini[2] - ma chiedendoci se quello fosse realmente il posto dove l'infiltrazione di Cosa Nostra fosse più evidente).
Tanto tuonò che piovve, dice il vecchio adagio. O, per riadattarlo al nostro caso, tanto si parlò di mafia che, alla fine, la mafia arrivò.

Ne parlava ieri Antonio Condorelli su Corriere.it[3]: tra i “padrini” dei forconi, avvistato alla conferenza stampa di presentazione, ci sarebbe anche Enzo Ercolano, figlio di Giuseppe Ercolano e nipote di Benedetto Santapaola, più noto come “Nitto”, entrambi capi storici di Cosa Nostra nonché fratello dell'assassino di Giuseppe Fava.

Ma può bastare la partecipazione ad una conferenza stampa di un singolo – quanto meno a questo si fermano, attualmente, le “prove” - per parlare di vera e propria “infiltrazione”, in particolare, poi, quando proprio in questi ultimi giorni Cosa Nostra (e la Stidda, come nel duplice omicidio avvenuto nei giorni scorsi[4]) è nuovamente al centro della cronaca?

Oltre ai fatti agrigentini – ancora tutti da accertare, comunque – sono state due le notizie che hanno ottenuto le prime pagine. La prima ci porta a Catania, tra gli undici arrestati per associazione mafiosa dal Raggruppamento operativo speciale (Ros) etneo. L'operazione, dicono gli inquirenti, ha permesso di bloccare sul nascere una faida interna a Cosa Nostra. «La vicenda» - spiega il procuratore Giovanni Salvi (al centro, nella foto) - «si ricollega all'operazione Dioniso: già nel 2005 fu necessario intervenire per evitare un attentato, che fu comunque eseguito tempo dopo. Si tratta di una situazione in continuo mutamento che stiamo monitorando costantemente».
Prima di questi arresti si stava profilando, infatti, una vera e propria resa dei conti all'interno del clan Santapaola tra gli Ercolano-Mangion, collegati con i figli di Nitto Santapaola ed i fratelli Antonino e Salvatore Santapaola, vicini alla famiglia Mirabile. Al centro dello scontro l'eliminazione di Lorenzo Michele Schillaci e Salvatore Guglielmino - appartenenti prima alla famiglia dei Mirabile e poi passati al “nemico” - nell'ambito della più ampia guerra per il controllo di Caltagirone e dell'intera area catanese e per la spartizione dei proventi derivanti dalle attività illecite.

Marina di Ragusa, il porto e l'inchiesta

Un porto, quello di Marina di Ragusa, costruito non si sa bene perché e non si sa bene con quali soldi. Un'azienda – la Tecnis spa – che si occupa di grandi appalti ma che utilizzerebbe materiale scadente e che, tra intercettazioni e collaboratori di giustizia, sembrerebbe essere vicina ai clan di Cosa Nostra. Nel mezzo, a Catania, i nuovi “quattro cavalieri dell'apocalisse”.


Ma questa storia, in realtà, inizia da una stalla. 104 chilometri più su.

La regola. Davanti a quella stalla ci sono due uomini, Enzo ed Angelo si chiamano, che stanno discutendo di affari. Tutti e due amano le corse, in particolare quelle dei cavalli. E forse è di quello che stanno parlando Enzo ed Angelo davanti alla stalla. O forse stanno parlando di qualcos'altro, dato che di lì a poco il corpo di Angelo verrà ritrovato da un pastore nelle campagne di Ramacca – nel catanese – insieme al corpo, anch'esso nelle stesse condizioni, di Nicola. Enzo, invece, verrà arrestato, insieme ad altre 30 persone, nell'ambito dell'operazione denominata “Arcangelo” della Direzione investigativa antimafia.

L'anno è il 2007 e quelli che abbiamo nominato fino ad ora sono affiliati del clan Santapaola. Enzo ed Angelo sono cugini di primo grado del boss Benedetto, meglio noto come “Nitto”. Nicola, ucciso insieme ad Angelo, di cognome fa Sedici e, dicono gli inquirenti, prima di essere ucciso era uno dei fedelissimi.
Di Nicola Sedici, per il resto di questa storia, non sentiremo più parlare. Enzo ed Angelo Santapaola, invece sono – secondo le intercettazioni della Dia – gli inventori della “regola”.

«La regola...gliela dobbiamo modificare. Devono avere una nuova regola...Noi soldi non ne vogliamo più, vogliamo un importo sui valori...vedete (riferendosi alle vittime, ndr) l'importo del lavoro e gli lasciate un pensiero a Messina e il pensiero a Catania». A parlare, riveleranno le intercettazioni, è Angelo, che sta spiegando al cugino Enzo come applicare un nuovo metodo di estorsione alle imprese catanesi che operavano a Messina. Sapevano, i due, che se l'operazione fosse andata a buon fine Enzo avrebbe avuto buone probabilità di diventare il rappresentante provinciale di Cosa nostra a Messina.
L'operazione, in sintesi, era quella di applicare un “extra” del due per cento alla Tecnis S.p.A., che per lavorare già pagava 3.500 euro al mese.

L'uomo che parla. C'è un uomo che quella impresa la conosce bene. E ne sta raccontando, seduto davanti ad una scrivania, a Francesco Massara e Giuseppe Verzera, che di professione fanno i pubblici ministeri. Quell'uomo racconta, anzi scrive, una trentina di pagine in cui sostiene che la Tecnis si sia rivolta a lui per capire a quali ditte rivolgersi per i lavori sul tratto dell'autostrada A20 – la Messina-Palermo – su cui l'associazione temporanea di imprese (o ati) di cui la Tecnis fa parte ha vinto l'appalto.