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Reato elettorale, il giudice è incompetente. Da rifare il processo Lombardo

foto: sudpress.it
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Catania – È ufficiale: i due processi che vedono coinvolti il presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo e suo fratello Angelo, deputato nazionale del Movimento per le Autonomie – cioè quello per voto di scambio e per concorso esterno in associazione mafiosa – verranno a breve accorpati in un unico processo, nel quale ai due verrà contestato ancora il reato di voto di scambio al quale viene aggiunta l'aggravante mafiosa.

L'idea di accorpare i processi era, peraltro, caldeggiata sia dai magistrati che dalla difesa, che ha però definito «assurdo ricominciare da capo quando il processo era ormai quasi finito» anche perché, come ha spiegato Guido Ziccone – che insieme ad Alessandro Benedetti difende il governatore – la procura non sarebbe più in tempo per chiedere al giudice di rivedere la propria competenza.
«Il giudice si dichiara carente nel poter sindacare la contestazione circa l'articolo 7 [articolo 7 della legge 203/91, cioè l'aggravante mafiosa, ndr[1]] poiché il reato rientra nella competenza del tribunale collegiale. Dispone quindi la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica di Catania, ritenendo che non sia stata svolta nessuna attività istruttoria dal momento della contestazione fino alla nuova udienza di oggi». Con queste parole il presidente del tribunale monocratico e giudice nel procedimento, Michele Fichera, si è detto incompetente di fronte a questa nuova ipotesi accusatoria, restituendo gli atti alla Procura catanese, che a sua volta dovrà interpellare il giudice per le indagini preliminari al quale spetterà il compito di decidere se convalidare tale ipotesi, dando il via al processo per voto di scambio aggravato dal favoreggiamento alla mafia relativamente alle elezioni politiche del 2008 (stessa accusa mossa ai due per le elezioni regionali di quell'anno) o se archiviare tutto.

Lunedì prossimo, 23 luglio, davanti al giudice per le udienze preliminari, Marina Rizza, si terrà la nuova udienza – ultima prima dell'interruzione estiva – relativamente alle elezioni regionali di quattro anni fa, allorché gli avvocati difensori di Lombardo potranno controinterrogare il maggiore Lucio Arcidiacono.

Il Lombardo furioso. Durante le pause, Raffaele Lombardo ci ha tenuto a dire la sua sugli ultimi accadimenti, regionali e non. «La Sicilia in default? Noi stiamo come Umbria e Veneto, ci sono difficoltà ma la realtà è che lo Stato italiano ci deve 1 miliardo di euro, e poi come le agenzie di rating dimostrano stiamo meglio di Regioni come il Piemonte»[2]. In merito alle pressioni della politica nazionale, alla quale si è aggiunto anche il presidente del consiglio Mario Monti, Lombardo ha sottolineato come «qualcuno pretende che io non mi dimetta perché il sistema dei partiti nazionali che hanno usato la Sicilia come merce di scambio e bottino da incassare, e mi riferisco in particolare all'Udc, impazziscono se pensano ad elezioni anticipate». «Con le elezioni anticipate in Sicilia» - ha concluso il governatore - «il loro progetto di beccarsi la presidenza della Regione in cambio di qualcosa che otterranno a Roma va a gambe all'aria».

Note
[1] Legge 12 luglio 1991, n.203
Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, recante provvedimenti urgenti in tema di lotta alla criminalità organizzata e di trasparenza e buon andamento dell'attività amministrativa
, http://www.comune.jesi.an.it/;
[2] Sicilia bocciata dopo aver superato 3 esami. Il default dei cannibali, siciliainformazioni.it, 19 luglio 2012

Operazione “Broken Wings”, tangenti sulla via del vento

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Trapani - Tutto è partito dalla denuncia di Salvatore Moncada, uno dei nomi “pesanti” da spendere quando si parla del mercato delle energie rinnovabili. A lui erano stati chiesti 70 mila euro per la progettazione di 7 parchi eolici. Senza quei soldi, naturalmente, i problemi burocratici sarebbero stati insormontabili ed il progetto non sarebbe mai stato portato a termine.

A richiedere i soldi Vincenzo Nuccio, funzionario del Genio militare arrestato durante l'operazione “Broken Wings”. Questi – stando a quanto emerge dalle indagini – sarebbe in affari con Vito Nicastri, il 55enne “signore del vento” tra i più importanti imprenditori del settore degli impianti eolici, il cui lavoro consiste proprio nella creazione di parchi eolici da rivendere.
Quest'ultimo avrebbe versato 150 mila euro a Nuccio in tangenti – giustificando la cessione di denaro come consulenza, in realtà mai effettuata – affidata all'ingegnere Francesco Nuccio, figlio di Vincenzo ed assunto da Nicastri finito anch'egli tra gli arrestati dell'operazione.
Gli altri due indagati, accusati di tentata concussione, corruzione, emissione ed utilizzo di falsa fatturazione sono il palermitano Claudio Sapienza e l'ennese Alberto Adamo, rispettivamente socio ed amministratore delegato – seppur solo nominalmente - della “Esp eolica service s.r.l.”. A controllare realmente l'azienda, secondo quanto scoperto dalla Guardia di Finanza, era proprio Nicastri, personaggio interessato più volte da indagini ed arresti. Prima di quello palermitano, infatti, l'imprenditore – definito nelle indagini in cui è incappato sempre come un “potente” - venne arrestato dalla Procura di Avellino nel 2009, quando venne accusato di indebita percezione di contributi pubblici nell'ambito dell'operazione “Via col vento”[1]. Proprio in quell'occasione il suo nome venne accostato a quello di Matteo Messina Denaro, di cui sono noti gli interessi nel settore dell'economia “verde”.

Oltre agli stretti legami politici – necessari per non perdere affari in un sistema iper-burocratizzato come quello della green-economy italiana, come quello con l'attuale presidente della Provincia di Trapani, Mimmo Turano – prima dell'arresto dei giorni scorsi sono stati accertati una serie di contatti con uomini di cosa nostra, come quelli con Mario Giuseppe Scinardo, imprenditore legato alla famiglia di Sebastiano Rampulla, ritenuto il rappresentante messinese dell'organizzazione. Nicastri e Scinardo, inoltre, sono in affari a Catania per la costruzione di un altro parco eolico a Vizzini, come ha raccontato anche dal colonnello Gaetano Scillia della Direzione investigativa antimafia di Caltanissetta durante la sua deposizione nell'inchiesta “Iblis”[2]. La “Callari”, società riferibile a Scinardo, tra il 2005 ed il 2006 ha ricevuto 3.280.000 euro come contributo a fondo perduto dalla Regione Sicilia, per poi essere acquisita – otto giorni dopo – dalla società con sede in Lussemburgo Lunix, che vede tra i soci proprio Nicastri. A sua volta, questa cedette parte delle quote societarie ad una società quotata in borsa, la Alerion, rendendo ancor più difficile tracciare il percorso di quel denaro.

Oltre ai rapporti con cosa nostra, stando a quanto fin qui emerso Nicastri intratterrebbe anche rapporti con la 'ndrangheta, in particolare con le 'ndrine del cosiddetto “triangolo della morte” Platì-San Luca-Africo.
Proprio ieri, peraltro, gli uomini del Gruppo d'Investigazione sulla criminalità organizzata di Catanzaro, in collaborazione con i militari del Comando provinciale di Crotone, hanno sequestrato beni per un valore di circa 350 milioni di euro – in particolare il parco eolico “Wind farm Isola Capo Rizzuto”, da cui l'operazione ha preso nome – indagando a vario titolo 31 persone in esecuzione di un decreto di sequestro preventivo emesso dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, che sta indagando sulla presunta gestione della 'ndrina degli Arena, egemone nel territorio di Isola Capo Rizzuto[3].

«Al fine di diminuire la corruzione sarebbe opportuno semplificare e rendere meno oneroso l'iter burocratico che gli imprenditori devono percorrere per poter costruire opere pubbliche nel settore delle energie rinnovabili [nel caso dei parchi eolici i passaggi burocratici sono ben 26, ndr]» - ha spiegato il procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo. «L'operazione appena portata a termine evidenzia come l'eolico, e in generale l'intero settore delle energie rinnovabili, mobiliti grandi quantità di risorse, con profitti abbastanza consistenti per le aziende» - ha aggiunto il procuratore - «Desta quindi gli appetiti della criminalità organizzata e di imprenditori senza scrupoli che di volta in volta ottengono autorizzazioni e facilitazioni con mezzi non legali».


Note
[1] Ad Alcamo arrestato «il signore del vento» di Rino Giacalone, liberainformazione.org, 11 novembre 2009;
[2] Iblis, l’accusa dell’imprenditore antiracket: «Usuraio mi invitò a votare per Lombardo» di Salvo Catalano, CTZen.it, 5 luglio 2012;
[3] Le mani della 'ndrangheta sull'eolico, 31 indagati, antimafiaduemila.com, 13 luglio 2012

La Procura contesta l'aggravante mafiosa. Da rifare il processo ai fratelli Lombardo

foto: CTZen.it
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CATANIA, 23 GIUGNO 2012 – Fino ad ora si è scherzato. Anzi, “babbiàto”, per dirla con le parole di Alessandro Benedetti, legale difensore del presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo nel processo che vede quest'ultimo coinvolto – insieme al fratello Angelo, deputato nazionale del Movimento per le Autonomie – per voto di scambio.
La Procura di Catania, stupendo più di un commentatore, ha infatti deciso de facto di cancellare il processo che si sta tenendo per voto semplice e sostituire a questo aggettivo un aspetto molto più pesante: l'aggravante mafiosa perché – come spiega il pubblico ministero Carmelo Zuccaro - «adesso abbiamo degli elementi nuovi che ci permettono di contestare l'aggravante mafiosa».

Nella decisione molto sembrano aver influito le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Maurizio Di Gati e Gaetano D'Aquino, in particolare perché quando il partito dei fratelli Lombardo chiedeva voti questi «non venivano chiesti a persone specifiche ma a interi quartieri, in nome delle condizioni dettate dal reato 416 bis», cioè l'associazione mafiosa basata sull'intimidazione, l'assoggettamento e l'omertà. «Queste persone» - ha concluso il pubblico ministero - «non avrebbero mai denunciato che un candidato piuttosto che un altro aveva chiesto loro il voto, perché assoggettate e abituate a un lima di omertà. I candidati lo sapevano e ne approfittavano».
Torna così ad essere praticamente un unico filone quello che vede coinvolti il presidente della Regione e suo fratello nel processo Iblis, nel quale la giudice per le indagini preliminari Marina Rizza dovrà pronunciarsi in merito al rinvio a giudizio dei due per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, che è poi la richiesta fatta dagli avvocati difensori di Lombardo.
Per l'avvocato Benedetti, però, questa decisione è solo un tentativo per non arrendersi all'idea che contro i due possa non esserci niente.
Non si sa, ora, cosa avverrà in merito ai due processi. L'unica certezza è che il rischio prescrizione si avvicina sempre di più.

Intanto, a margine dell'inchiesta, esplode il “caso” del boss Santo La Causa o, per meglio dire, esplode un caso particolare in merito alla gestione dei verbali che ne contengono le dichiarazioni, depositati durante la scorsa udienza e dunque di pubblico dominio. «Ci è stato detto che non sarebbe “uscito” nulla» - scriveva Marco Benanti su Iene Siciliane nei giorni scorsi[1] - ma «la notizia la danno l'Agi e l'Ansa nell'arco di poco tempo.

Processo Iblis, gli interessi della mafia nel settore dell'eolico

foto: catania.blogsicilia.it
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CATANIA, 17 GIUGNO 2012 – È ripartito due giorni fa il processo ordinario nato da una degli innumerevoli filoni (sette, in tutto) del processo denominato Iblis sui presunti intrecci tra mafia, imprenditoria e politica, un processo che sembra andare a rilento, nell'attesa che la Cassazione si pronunzi in merito al conflitto di competenze tra Tribunale e Corte di Assise.

Questa volta a parlare è stato Francesco Paolo Giuffrida, ex consulente della Procura di Palermo in merito alle indagini sul gruppo Fininvest adesso alla filiale romana della Banca d'Italia, per la quale in passato ha fatto parte anche dell'Unità di informazione finanziaria che si è occupata dei finanziamenti del settore eolico fin dal 2008, dopo alcune segnalazioni arrivate da fonti afferenti sia alla magistratura che agli organi di informazione. «Molti imprenditori hanno investito sull'eolico per ottenere i vantaggi derivanti dalle agevolazioni finanziarie statali e regionali nella fase della realizzazione degli impianti e in seguito anche nella produzione dell'energia» ha evidenziato il teste.

I magistrati si sono concentrati per lo più sulla Veronagest S.p.A., azienda veronese ma controllata al cento per cento da una holding lussemburghese, con interessi nel settore delle energie rinnovabili (non solo in Sicilia) alla quale sono da ricondurre il parco eolico Ennese a Ramacca, nel catanese, e quello di Tempio Pausania a Marineo, nel palermitano.
È a questo punto che Giuffrida fa il nome di Vito Nicastri, considerato il “signore dell'eolico” a Trapani, al quale il locale Tribunale due anni fa ha sequestrato beni per un miliardo e 500mila euro in quanto indicato come vicino al boss latitante Matteo Messina Denaro. L'uomo, stando alla ricostruzione, sarebbe stato lo “sviluppatore” dell'operazione Veronagest, cioè il referente della società in Sicilia, per la quale Nicastri doveva ricevere le autorizzazioni ed acquistare i terreni. Oltre a questo, Nicastri avrebbe partecipato attivamente alla realizzazione dei parchi eolici, attraverso la società Eurocostruzioni.
La questione, comunque, verrà maggiormente specificata il prossimo 28 giugno, data in cui è prevista la ripresa del processo.

A margine dell'udienza – come ricorda Salvo Catalano su CTZen.it[1] - è tornato a parlare anche il legale di Vincenzo Santapaola, Francesco Strano Tagliareni, che ha denunciato la situazione del suo assistito, in carcere a Rebibbia sotto regime di 41bis. «Parlando col mio assistito» - ha dichiarato, ricordando come già in passato abbia già chiesto spiegazioni al giudice per le misure cautelari - «emerge una situazione al di fuori della norma. Non riceve posta, non arriva la posta che invia, non può fare nessunissima attività, non ha contatti con i familiari. Va garantito il diritto di difesa, vorrei una risposta dal dipartimento di amministrazione penitenziaria». Dal canto suo, il giudice si è limitato a dire di non credere che ciò «sia argomento da dibattere in pubblica udienza» e che la richiesta dell'avvocato è stata inoltrata al Dap.

Note
[1] Iblis, l’interesse della mafia per l’eolico. Legale Santapaola: «Isolamento eccessivo» di Salvo Catalano, CTZen.it,

Iblis, mentre continuano i vuoti di memoria di D'Aquino viene fuori la Girgenti Acque

foto: ienesiciliane.it
Catania, 26 maggio 2012 – Aveva iniziato a parlare circa un mese fa. Poi, per vari problemi tecnici e risposte non proprio chiare, era stato tutto rimandato. Ieri, invece, Gaetano D'Aquino, collaboratore di giustizia dopo aver fatto parte del clan catanese dei Cappello, ha potuto terminare la sua audizione. «Non esiste che la malavita a Catania non abbia un ruolo in ogni nuova grande opera. A meno che, in futuro, non esisterà più. Ricordiamoci infatti che la mafia, negli appalti, ci va con i prestanome», ha esordito D'Aquino, che ha giustificato la sua confusione mentale della prima parte dell'udienza con la perdita del fratello più piccolo, cinque anni di età, morto in un incidente stradale. «Per ventiquattro anni sono stato un mostro e mi faccio ancora schifo per questo. Ma non a tal punto da non avere la testa al funerale», ha detto prima di iniziare l'udienza. Per evitare il ripetersi dei problemi di natura tecnica, inoltre, si è evitata la videoconferenza, portando il teste nell'aula-bunker di Bicocca, “gemella” di quella palermitana.
Quattro ore in tutto, in cui il teste ha dovuto rispondere alle domande dei pubblici ministeri Carmelo Zuccaro e Michelangelo Patanè che della difesa, composta dagli avvocati Pietro Granata e Guido Ziccone.

La deposizione si è concentrata sia sulle elezioni del 2008 che del 2006 dove – ha raccontato D'Aquino – le famiglie catanesi avrebbero appoggiato più di un candidato del Movimento per le Autonomie, nonostante l'interesse non fosse poi così ricambiato, in particolare dall'attuale presidente della Regione, accusato da essere praticamente sparito dopo le elezioni «perché si era montato la testa, dicevano alcuni, oppure con la scusa delle indagini dei Carabinieri».
Per quanto concerne la tornata elettorale il candidato su cui punta il clan Cappello è Giovanni Pistorio, attraverso la mediazione di Peter Santagati, imprenditore della cooperativa Creattività (nella quale D'Aquino, come ebbe a dire nella prima parte dell'udienza, svolgeva il compito di sorvegliante[1] prima di essere sostituito da Lorenzo Fagone «del clan Santapaola del rione Picanello, cugino di Alessandro Porto che portò molti volti») pressato dai politici affinché garantisse posti di lavoro in cambio di appalti e Salvatore Vaccalluzzo, ucciso poco dopo quella tornata elettorale e che, secondo D'Aquino, era «uno dei più famosi usurai di Catania».

Il boss La Causa racconta la mafia catanese: da Nitto all'"incontinente"

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Catania, 19 maggio 2012 – Ne avevamo parlato nei giorni scorsi[1]: Santo La Causa, tra i più importanti esponenti della famiglia mafiosa catanese dei Santapaola, ha deciso di collaborare con la giustizia, ed il terremoto che era stato annunciato, nonostante le conferme delle sue parole debbano ancora arrivare, sembra essere iniziato.

«A Catania il capo dell'organizzazione Cosa Nostra è Vincenzo Santapaola», ha raccontato nei verbali posti al centro della seconda udienza del processo ordinario nato da uno dei filoni dell'inchiesta Iblis, il più importante processo attualmente in corso sulle presunte collusioni tra mafia, imprenditoria e politica cominciato ieri davanti al Tribunale di Catania e che vede interessati ventitré dei cinquantatré imputati iniziali. I verbali – risalenti alle prime dichiarazioni dell'ex boss, rilasciate il 5 ed il 15 maggio – saranno resi al più presto disponibili, stando a quanto assicurato dal procuratore aggiunto Carmelo Zuccaro.

È stata Agata Santonocito, sostituto procuratore, ad aprire alle prime indiscrezioni. «Esistono due livelli» - ha spiegato il magistrato - «Uno basato sul controllo del territorio e la forza bruta e un altro che punta alle infiltrazioni nella politica e nell'imprenditoria».
Secondo l'accusa, ai vertici della famiglia ci sarebbero Vincenzo Santapaola – figlio di “Nitto” e non presente nella prima udienza dell'altro giorno perché colpito da dolori e incontinenza dopo una caduta in cella - e Giuseppe Ercolano. I due sarebbero stati coadiuvati da Natale Fillocamo, Rosario Di Dio e Pasquale Oliva - questi ultimi due referenti delle diramazioni provinciali della famiglia – insieme a Vincenzo Aiello, rappresentante provinciale di una famiglia il cui potere si estende, lungo la fascia jonica, fino a Siracusa e Ragusa e fino a Caltagirone ed Enna.

Fotovoltaico, parco tematico di Regalbuto, grande distribuzione – in particolare il parco commerciale Tenutella, oggi Centro Sicilia e la Safab[2], «su cui si sono concentrati gli interessi di diverse famiglie mafiose siciliane e che dimostra l'influenza sovraprovinciale di Cosa Nostra etnea» – ed edilizia pubblica i principali filoni d'affare seguiti dal clan.
Proprio sulla Tenutella La Causa ha tirato in ballo Nino Strano, ex assessore al Turismo regionale del Popolo della Libertà oggi transitato nel gruppo Futuro e Libertà, il quale «si adoperò per sbloccare le autorizzazioni necessarie». Affermazioni definite calunniose dal senatore.

Processo Iblis, udienza rinviata al 24 maggio mentre la Procura chiude le polemiche interne

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Catania, 13 Maggio 2012 – Già tradita, da parte del presidente della Regione Raffaele Lombardo, la promessa di partecipare alle udienze del filone del procedimento che lo vedono coinvolto, insieme al fratello Angelo, deputato nazionale del Movimento per le Autonomie, per voto di scambio aggravato e concorso esterno in associazione mafiosa.
D'altronde l'udienza preliminare tenutasi nei giorni scorsi è durata solo una manciata di minuti, quelli necessari al giudice per le udienze preliminari Marina Rizza a rinviare il tutto al prossimo 24 maggio per un difetto di notifica agli avvocati difensori dei Lombardo. Sarà lei, adesso, a decidere se imputare i due anche per concorso esterno in associazione mafiosa.

La vera notizia, però, non è l'assenza di Lombardo quanto la presenza, in massa, della Procura catanese. All'udienza hanno infatti partecipato non solo Giuseppe Gennaro ed Agata Santonocito, due tra i sostituti procuratori titolari del fascicolo originario ed il procuratore aggiunto Carmelo Zuccaro, che sostiene l'accusa nel processo per voto di scambio, ma la sorpresa è stata la presenza di Giovanni Salvi, procuratore capo di Catania, che ha voluto lanciare un segnale forte ed inequivocabile che il vento, in quella Procura, sta cambiando davvero, dando così seguito ad un altro gesto importante per la parte sana di Catania, cioè la sua presenza alla commemorazione dell'omicidio di Giuseppe Fava lo scorso gennaio[1], primo procuratore a farlo in questi lunghi ventotto anni.
«Io sarò presente alle udienze preliminari. L'intero ufficio è unito e le seguiremo insieme», ha sottolineato Salvi, chiudendo di fatto l'epoca degli scontri intestini.

Oltre agli aspetti puramente simbolici, la presenza dell'intera squadra va letta anche da un punto di vista più sostanziale: non solo il fatto che il procedimento Iblis – insieme a tutti i vari filoni d'inchiesta, dunque anche quello relativo ai fratelli Lombardo – è attualmente uno tra i più importanti processi che si sta tenendo in Sicilia, ma anche l'inizio della collaborazione di Santo La Causa, reggente del clan dei Santapaola che con le sue dichiarazioni potrebbe aprire nuovi scenari anche nell'inchiesta Iblis[2].


Note
[1] Fava, storica visita del procuratore capo. Rinascono intanto I Siciliani. Ma Giovani di Claudia Campese, CtZen.it, 6 gennaio 2012;
[2] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/05/santo-la-causa-collabora-con-la.html

Processo Iblis, Lombardo in aula per ascoltare le lacune di D'Aquino

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foto: lettera43.it
Catania, 29 aprile 2012 - Lo aveva dichiarato ed ha mantenuto la promessa. Ieri, infatti, il presidente della Regione Raffaele Lombardo – che nei giorni scorsi aveva preso la parola all'Ars, per comunicare la sua vicenda giudiziaria «all'Assemblea ed al popolo siciliano»[1] - si è presentato in aula per partecipare all'udienza del processo che lo vede coinvolto insieme al fratello Angelo, deputato nazionale del Movimento per le Autonomie per i reati di voto di scambio aggravato e concorso esterno in associazione mafiosa, procedimento aperto all'interno del processo “Iblis”.

È durata cinque ore l'udienza che ha visto sul banco dei testimoni Luigi Cataldo, maresciallo della sezione anticrimine dei carabinieri di Catania e Gaetano D'Aquino, collaboratore di giustizia appartenuto al clan Cappello. Proprio le difficoltà della videoconferenza di quest'ultimo hanno prolungato l'udienza, costringendo infine a rinviare l'audizione al 15 maggio, data in cui è fissata la prossima udienza.

Il maresciallo, che si è occupato delle intercettazioni ambientali e telefoniche relative ad un periodo compreso tra il 2007 ed il 2010 ed entrate poi nel processo “Iblis”, ha confermato che al summit mafioso a cui queste fanno riferimento, tenutosi nel 2008 – anno delle elezioni regionali vinte da Raffaele Lombardo - nella masseria di Ramacca di proprietà del geologo Giovanni Barbagallo hanno partecipato anche tre noti esponenti della mafia: Alfio Stiro, referente di Salvatore Tucio, detto “Turi di l'ova”, condannato in via definitiva per associazione mafiosa; Vincenzo Aiello, capo di Cosa Nostra a Catania e Pasquale Oliva. Barbagallo, poi, è stato più volte fotografato dai carabinieri mentre entrava ed usciva dalla segreteria politica dei fratelli Lombardo.

Molto più ampia è stata invece la testimonianza di D'Aquino, durata circa quattro ore. Dopo aver esposto il suo curriculum criminale, che lo ha visto – nel 1992 – passare dal clan Pillera al clan dei Cappello, riconosciuto dalla 'ndrangheta ma non da Cosa Nostra e di cui D'Aquino fu fatto sgarrista «una specie di capo. Un ruolo che poteva essere assegnato solo a chi aveva già commesso un omicidio».
In merito ai suoi rapporti con la politica, il collaboratore ha evidenziato come questa non abbia mai fatto conto su di lui, «arrestato qualche mese dopo aver compiuto diciotto anni e quindi subito interdetto dal voto», ma come lui invece la politica l'abbia usata parecchio. «Lavoravo come sorvegliante per la cooperativa Creattività e il mio capo, Peter Santagati, lamentava sempre che i politici dell'Mpa pretendevano troppi posti di lavoro per far sopravvivere la cooperativa.

Processo Iblis, udienza fissata al 9 maggio mentre scoppia un'altra "grana" per Raffaele Lombardo

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Catania, 14 aprile 2012 – È stata fissata per il prossimo 9 maggio alle 15.30 – a poche ore dallo spoglio del primo turno delle elezioni amministrative siciliane – l'udienza preliminare per il filone del processo Iblis sulla posizione di Raffaele ed Angelo Lombardo in merito alle accuse di concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio aggravato dal favoreggiamento della mafia.
Ad occuparsi di questo nuovo procedimento sarà Marina Rizza, che nel suo curriculum può annoverare la disposizione della custodia cautelare in carcere per Elio Rossitto, ex ideologo del Movimento per le Autonomie, accusato da un video delle Iene di aver chiesto favori sessuali in cambio di voti alti ad una studentessa dell'università di Catania nonché il rinvio a giudizio per numerosi boss, colletti bianchi e potenti della borghesia catanese.
Il 9 maggio, dunque, le parti si presenteranno davanti al giudice per le rispettive richieste, saranno poi i legali del governatore a dover decidere se intraprendere la strada del rito abbreviato o meno.

E intanto un'altra bufera sta per abbattersi sul solo Raffaele Lombardo, accusato dal collaboratore di giustizia Maurizio Avola di presunti incontri con esponenti del clan catanese dei Santapaola in un'epoca «anteriore e prossima all'1 gennaio 1993».
Sono dunque tre, attualmente, i processi in cui è coinvolto il governatore siciliano: quello per voto di scambio semplice, quello all'interno del procedimento “Iblis” per concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio aggravato – per il quale nelle scorse settimane il giudice per le indagini preliminari Luigi Barone ha disposto l'imputazione coatta (nelle note il link[1] del testo integrale dell'ordinanza) – e, adesso, questo per associazione mafiosa.

Note
[1] http://www.sudpress.it/wp-content/uploads/2012/04/14/esclusivo-lordinanza-lombardosintegrale/ordinanza-gip-copy1.pdf

Processo Iblis, Lombardo si dimetterà "un minuto prima" della decisione del giudice

foto: sudpress.it
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Catania, 7 aprile 2012 – È stata depositata nei giorni scorsi la richiesta di rinvio a giudizio per il presidente della Regione Raffaele Lombardo e suo fratello Angelo, deputato nazionale del Movimento per le Autonomie da parte della Procura di Catania, dopo che il giudice per le indagini preliminari Luigi Barone aveva deciso di non accogliere la richiesta di archiviazioni dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio aggravato, disponendo per entrambi l'imputazione coatta[1]. La decisione era giunta a seguito di una semplice constatazione logica, in quanto secondo il giudice è impensabile che per dieci anni Cosa Nostra abbia investito sul Movimento per le Autonomie e sui Lombardo senza avere nulla in cambio ma continuando a stipulare accordi mafia-politica per le competizioni elettorali successive. «Gli elementi sin qui esaminati e le relative considerazioni svolte», aveva scritto il giudice nelle sue conclusioni, «offrono, dunque, a questo decidente, un ulteriore elemento indiziario, che indubbiamente dovrà essere approfondito nel corso dell'istruttoria dibattimentale, ma che presenta, allo stato, una pregnanza tale da non consentire, “ex se”, l'archiviazione del procedimento».

In attesa di sapere quando ci sarà la nuova udienza preliminare e a quale giudice sarà ora affidato il fascicolo, in una conferenza stampa tenutasi ieri il presidente della Regione ha annunciato che si dimetterà un minuto prima della decisione del giudice, qualunque essa sia. «Affronterò la sentenza da libero cittadino» ha risposto Lombardo ai giornalisti presenti, alla luce di quello che definisce «un castello di carte che non sarà difficile far saltare e smontare». «A questa gentaglia» - si è difeso il presidente della Regione dalle pagine del quotidiano La Sicilia riferendosi ai pentiti che lo accusano, come Maurizio Di Gati - «non ho dato confidenza, né direttamente né indirettamente, e mi fa schifo perfino che debbano pronunciare il mio nome». Da qui la più che probabile denuncia per calunnia o falso nei confronti dello stesso Di Gati e dell'altro collaboratore di giustizia, Eugenio Sturiale.

L'unica “condizione” chiesta da Lombardo è che la decisione sull'eventuale rinvio a giudizio venga presa entro la fine di aprile.
La decisione delle dimissioni “a prescindere” sarebbe stata presa dietro suggerimento dei magistrati appartenenti alla giunta del presidente, in particolare di quel Massimo Russo a cui andrebbero le funzioni qualora arrivassero la richiesta di rito abbreviato e l'autosospensione del presidente della Regione.
Le dimissioni, naturalmente, andrebbero ad influenzare – e non poco – le tornate elettorali in Sicilia, sia le comunali di maggio che le regionali che andrebbero anticipate. All'Assemblea Regionale Siciliana, peraltro, non sono in pochi a vedere di buon occhio questa eventualità. Il Parlamento nazionale, infatti, sta vagliando la legge che taglia il numero dei deputati, ed anticipare le elezioni in Sicilia significherebbe anche evitare il taglio di una ventina di seggi e di tutti i benefit a questi collegati.

Qualora dovesse arrivare il rinvio a giudizio, l'uscita di scena di Lombardo da ruoli istituzionali permetterebbe di salvaguardare l'alleanza politica che lo ha sostenuto, che potrebbe ripresentarsi al voto di novembre cambiando semplicemente il candidato di riferimento (si fanno i nomi del già citato Russo, di Beppe Lumia o di Sergio D'Antoni).

A questo punto, però, la domanda è d'obbligo: perché aspettare quel “minuto prima” e non dimettersi subito?

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/03/processo-iblis-imputazione-coatta-per.html

Processo Iblis, imputazione coatta per Lombardo


Catania, 31 marzo 2012 – Tre giorni fa era arrivata la richiesta di archiviazione[1] presentata dalla Procura etnea, in base alla cosiddetta “sentenza Mannino”, in merito alla posizione di Raffaele ed Angelo Lombardo, accusati all'interno di uno specifico filone del procedimento “Iblis” di concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio aggravato.

Luigi Barone, giudice per le indagini preliminari, a conclusione dell'udienza camerale tenutasi due giorni fa, non ha però accolto la richiesta disponendo invece l'imputazione coatta per entrambi i reati.

«Non sottoporrò la Regione al fango di un processo, se ci dovesse essere il processo mi dimetterò. Se ci sarà il rinvio a giudizio mi dimetto, non aspetterò né la Cassazione, né l'appello, né il primo grado», ha commentato il presidente della Regione nel corso dell'incontro tenutosi a Palazzo d'Orleans dopo la decisione, annunciando inoltre la volontà di scrivere un libro sulla vicenda.
La Procura di Catania – come previsto dal Codice di Procedura Penale – avrà adesso dieci giorni (otto mentre scriviamo, ndr) per formulare l'imputazione. Toccherà poi ad un altro giudice per le indagini preliminari fissare l'udienza.

La decisione del giudice Barone si basa sulla richiesta da parte dei due fratelli alla famiglia catanese di Cosa Nostra, facente capo al boss Vincenzo Aiello[2], di un aiuto elettorale per loro e per il Movimento per le Autonomie, durante le elezioni europee del 1999 e del 2004, per le provinciali del 2003, le regionali del 2006 e le elezioni nazionali, comunali e regionali del 2008. La conclusione del giudice è che sia impensabile che lungo questi dieci anni Cosa Nostra abbia appoggiato esponenti politici senza ottenere niente in cambio. Fino al 2006, comunque, il reato sarebbe prescritto.
Secondo pilastro su cui si basa la decisione riguarda la “messa a posto” della “Società appalti e forniture per acquedotti e bonifiche s.p.a.” (Safab s.p.a.)[3], società che si occupa di grandi appalti edili pubblici e privati, per i lavori del canale di gronda di Lentini, nel siracusano, vicenda già conosciuta nell'ambito del procedimento “Iblis” e riguardante il geometra Giovanni Barbagallo, che sarebbe intervenuto per sbloccare le autorizzazioni della società per un cantiere vicino Sigonella attraverso l'interessamento di Angelo Lombardo, come confermato anche da Paolo Ciarrocca, ex consigliere d'amministrazione della Safab arrestato nel 2009 dalla Procura di Palermo.

Processo Iblis, la Procura vuole confermare la richiesta di archiviazione dei fratelli Lombardo

Catania, 13 marzo 2012 – La Procura di Catania, tramite i procuratori aggiunti Michelangelo Patanè e Carmelo Zuccaro, sulla base della “sentenza-Mannino” ha confermato al giudice per le indagini preliminari Luigi Barone la richiesta di archiviazione per il presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo e per il fratello Angelo, parlamentare nazionale del Movimento per le Autonomie, in merito all'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Richiesta alla quale si sono naturalmente aggiunti anche i collegi degli avvocati difensori.

Intanto il giudice Barone ha richiesto l'acquisizione delle testimonianze dei tre collaboratori di giustizia sentiti in video-conferenza durante l'udienza del 6 marzo scorso di fronte al Tribunale monocratico, cioè Maurizio Di Gati, Francesco Ercole Iacona e Maurizio La Rosa, che si è avvalso della facoltà di non rispondere[1].
L'udienza camerale è stata aggiornata al 28 marzo.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/03/processo-iblis-parlano-gli-ex-uomini.html

Processo Iblis, parlano gli ex uomini d'onore

Catania, 7 marzo 2012 – Nuova udienza del filone dell'inchiesta “Iblis” volto a chiarire la posizione del presidente della Regione Raffaele Lombardo e di suo fratello Angelo, deputato del Movimento per le Autonomie.
A parlare ieri, in videoconferenza, sarebbero dovuti essere Maurizio Di Gati, ex capo della Cosa Nostra agrigentina, Francesco Ercole Iacona, ex esponente della famiglia mafiosa di Caltanissetta ed il gelese Maurizio La Rosa, che però si è avvalso della facoltà di non rispondere in quanto «estraneo ad ogni tipo di consorteria mafiosa», come ha sottolineato il suo avvocato, Dino Milazzo.

La domanda che i pubblici ministeri avrebbero voluto rivolgere a quest'ultimo sarebbe suonata più o meno così: «A Gela c'era la stessa situazione di Agrigento e Caltanissetta?».
La risposta che non è arrivata sarebbe andata poi ad aggiungersi a quanto detto proprio da Maurizio Di Gati durante la sua deposizione. «L'ordine» - ha detto l'attuale collaboratore di giustizia - «era quello di votare Movimento per le Autonomie, perché era un partito ben portato a Catania, in provincia e in tutta la Sicilia orientale». Quello che gli inquirenti avrebbero voluto sapere da La Rosa era, dunque, se anche a Gela sia mai arrivato l'ordine di sostenere il partito di Raffaele Lombardo e, soprattutto, cosa abbia avuto – o almeno chiesto – in cambio Cosa Nostra.
La risposta, peraltro, sarebbe andata a costituire la base per la decisione in merito all'eventuale archiviazione del reato di concorso esterno in associazione mafiosa per i due fratelli, posizione stralciata da tempo[1].

«Il Movimento per le Autonomie era un buon partito perché era abbastanza nuovo» - ha proseguito Di Gati - «e, ci dicevano, ben portato da tutti noi uomini d'onore. Sapevamo che, se avessimo avuto bisogno, ci saremmo potuti rivolgere a loro». Tra gli esponenti del partito a cui le famiglie si potevano rivolgere c'era Calogero Lo Giudice, passato dall'Unione di Centro al movimento di Lombardo nel 2001 dopo il coinvolgimento – insieme al padre Vincenzo, ex deputato regionale Udc – nell'operazione “Alta mafia”[2], da cui poi è stato assolto.
Le famiglie agrigentine, ha detto Di Gati, avevano puntato su di lui per favori personali e, soprattutto, per l'ottenimento degli appalti pubblici, su cui lo stesso collaboratore di giustizia si è soffermato, spiegando la pratica della “messa a posto”: le imprese che vogliono lavorare in una determinata zona non solo devono pagare il pizzo alla famiglia che ha il controllo di quel territorio, ma devono anche acquistare i materiali da ditte imposte da Cosa Nostra.

Iblis, l'arresto di Vincenzo Santapaola e il bivio dell'"affaire Lombardo"

foto: peacelink.it
Catania – Vincenzo Santapaola, detto “Enzuccio” o “Enzu u nicu”, 43enne figlio del boss Benedetto “Nitto” Santapaola, è stato arrestato ieri dai carabinieri del Raggruppamento operativo speciale di Catania dopo che il 28 febbraio il Tribunale del riesame aveva confermato l'ordinanza di custodia cautelare – nell'ambito dell'inchiesta denominata “Iblis” sui presunti rapporti tra mafia, politica ed imprenditoria – emessa dal giudice per le indagini preliminari su richiesta della Procura.

Durante la latitanza – Santapaola era infatti riuscito a sfuggire al blitz del 3 novembre 2010 – lo stesso Tribunale aveva annullato l'ordine di arresto, decisione che aveva portato la Procura catanese a ricorrere in Cassazione che, ribaltando la decisione del Tribunale, aveva ripristinato la validità dell'ordine di arresto, anche a seguito della decisione di un altro Tribunale del riesame, che ritenendo ancora valide le esigenze cautelari, aveva ripristinato l'ordine di arresto eseguito ieri.

L'accusa che gli viene mossa è quella di essere stato il punto di riferimento di Vincenzo Aiello, attualmente al vertice della cosca catanese ed entrato anche lui nell'operazione “Iblis”. Secondo gli inquirenti quest'ultimo avrebbe avuto accesso diretto alla segreteria politica di Angelo Lombardo, parlamentare e fratello del governatore della Regione Raffaele Lombardo.
Immediata la replica dello studio legale Strano Tagliareni, difensore di “Enzu u nicu”, che ha evidenziato come il ripristino dell'ordine di carcerazione «rappresenta l'ennesima dimostrazione di quanto risulti difficile, a volte impossibile, giudicare un uomo invece di un cognome». «Con amarezza», continuano i legali in una nota diffusa dalle agenzie, «dobbiamo constatare che non basta condurre una vita onesta e svolgere una lecita attività lavorativa, come certificato da rapporti della polizia di Stato, per ottenere di essere giudicati in base alle proprie azioni, invece che in base a pregiudizi».
Le operazioni “Orsa Maggiore” (1993, che indagava sulle vicende delle famiglie catanesi tra gli anni Settanta e Novanta)[1], “Orione 2” (agosto 1999, operazione volta a bloccare la faida in atto tra i Santapaola e i corleonesi) e l'operazione “Plutone” del 2007[2], dove Vincenzo Santapaola venne accusato di avere un ruolo di primo piano all'interno della famiglia Santapaola-Ercolano attraverso il controllo delle estorsioni insieme al fratello Francesco e ad altri, raccontano una storia diversa.

Le intercettazioni di "Iblis" entrano nel processo ai fratelli Lombardo

Catania – Esattamente una settimana fa[1] parlavamo di come la corte d'Assiste catanese, ritenendosi non competente a giudicare la maggior parte degli imputati nel procedimento ordinario, avesse di fatto diviso il processo denominato “Iblis” in quattro filoni.
Il procedimento, però, avrebbe anche un quinto “filone”, quello cioè legato ai fratelli Lombardo, la cui posizione nel procedimento venne stralciata e derubricata a settembre da concorso esterno in associazione mafiosa[2] in un'accusa per voto di scambio relativamente alle elezioni alla Camera del 2008 ed alla relativa campagna elettorale in favore di Angelo Lombardo, deputato nazionale del Movimento per le Autonomie.

Ieri il giudice monocratico della quarta sezione catanese Michele Fichera ha dichiarato ammissibili tra le prove del processo – la cui ripresa è prevista per il prossimo 6 marzo - anche le intercettazioni telefoniche ed ambientali inizialmente inserite nel fascicolo di “Iblis”, accogliendo così le richieste dell'accusa, composta dai procuratori aggiunti Michelangelo Patanè e Carmelo Zuccaro e rigettando quanto richiesto dagli avvocati difensori.
Tra le tante intercettazioni, della cui trascrizione si occuperà il perito Lucio Antonino Tamburello, che dunque verranno messe a disposizione, saranno soprattutto una decina quelle su cui si concentrerà il dibattimento. In una in particolare, stando a quanto sostenuto dal procuratore Zuccaro durante l'ultima udienza, si sentirebbe il boss di Ramacca Rosario Di Dio sostenere «di non voler più sostenere Raffaele Lombardo in altre campagne elettorali, dopo alcuni suoi comportamenti». Al perito, a partire da ieri, sono stati messi a disposizione trenta giorni per effettuare il lavoro.

Nella prossima seduta saranno poi sentiti anche altri tre imputati, per un reato connesso al voto di scambio, tra cui tre collaboratori di giustizia – il gelese Saverio Maurizio La Rosa, il nisseno Francesco Ettore Iacona e l'ex capomafia agrigentino Maurizio Di Gati – che, stando a quanto riferito dal procuratore aggiunto Michelangelo Patanè, si cercherà di ascoltare in aula e non in videoconferenza. Sarà analizzata in un'udienza a porte chiuse – calendarizzata per il prossimo primo marzo – la posizione dei due fratelli in rapporto con il procedimento “Iblis”, in quanto il giudice per le indagini preliminari Luigi Barone non ha accolto la richiesta di archiviazione in merito al reato di concorso esterno in associazione mafiosa.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/02/catania-i-quattro-filoni-del-processo.html;
[2] http://senorbabylon.blogspot.com/2011/09/lombardo-non-fu-concorso-esterno-per.html

Catania, i quattro filoni del processo "Iblis"

fonte:catania.blogsicilia.it
Catania – In linea teorica dovrebbe essere una tra le più importanti indagini volte a svelare gli intrecci in quel pericoloso triangolo dei rapporti tra politica, criminalità organizzata (Cosa Nostra, nello specifico) ed imprenditoria.
Quello che però si vede guardando all'operazione denominata “Iblis”, diventa sempre meno chiaro. Dopo uno stralcio (la posizione dei fratelli Raffaele ed Angelo Lombardo), un patteggiamento ed un rito abbreviato, infatti, da ieri un nuovo capitolo si è aperto nella storia di questo processo.

La corte d'Assise catanese ha infatti deciso che non è competente a giudicare la maggior parte degli imputati nel procedimento ordinario, dando così di fatto inizio a quattro procedimenti diversi. Quattro procedimenti nuovi che significano, anche, quattro nuovi giudici che dovranno studiare nuovamente tutto da capo, rallentando l'iter giudiziario quanto meno di alcuni mesi.

L'unico filone ancora nelle mani della corte d'Assise rimane quello legato al duplice omicidio di Angelo Santapaola e Nicola Sedici, gli altri filoni verranno invece inviati in tribunale. «In corte d'Assise» - ha spiegato Carmelo Peluso, che nel processo difende l'ex deputato regionale dei Popolari Italia Domani Fausto Fagone - «sono presenti sei giudici popolari, certamente non competenti su questioni tecniche. Il rischio era che il giudizio venisse influenzato da valutazioni emotive».
Da rivedere poi la posizione delle varie associazioni che hanno chiesto di costituirsi parte civile e che, con la decisione presa dalla corte, dovranno fare nuova richiesta ai nuovi giudici.

Iblis, il processo inizia tra nuove parti civili e dubbi sulla Corte

Catania – È iniziato ufficialmente giovedì – dopo l'iniziale rinvio dello scorso 13 gennaio[1] - davanti alla corte d'Assise catanese riunita nell'aula bunker del carcere “Bicocca”, il processo ai ventiquattro imputati dell'inchiesta “Iblis”, necessario per accertare l'esistenza o meno dei rapporti tra mafia, politica ed imprenditoria e nel quale verrà trattato anche il duplice omicidio, avvenuto nel 2007, di Angelo Santapaola e Nicola Sedici[2], appartenenti clan Santapaola imputato ad Enzo Aiello, ritenuto il capo provinciale di Cosa Nostra. È su questo punto, peraltro, che si è intensificato il lavoro degli avvocati difensori, avanzando dubbi sulla reale competenza della corte d'Assise (per i reati diversi dal duplice omicidio, infatti, basterebbe un semplice tribunale).
Presiede la corte il giudice Rosario Cuteri in sostituzione di Luigi Russo, astenutosi in quanto in precedenti fasi aveva preso cognizione del procedimento.

Tra le persone rinviate a giudizio, per concorso esterno in associazione mafiosa, c'è anche Fausto Fagone, ex sindaco di Palagonia ed ex deputato regionale per i Popolari di Italia Domani (Pid). Stralciata invece già da mesi la posizione del presidente della Regione Raffaele Lombardo e del fratello Angelo[3].
Presenti in aula gli imputati Giovanni Buscemi, Angelo Carbonaro, Salvatore Di Bernardo, Giovanni Russo, Carmelo Finocchiaro, Santo Massimino, Carmelo Mocavero, Giuseppe Monaco, Massimo Oliva, Francesco Pesce, mentre Vincenzo Maria Aiello, Rosario Di Dio, Pasquale Oliva, Tommaso Somma e Ivan Fillorano sono presenti in collegamento. Assenti invece Mario Ercolano (per rinunzia), Rosario Cocuzza, Fausto Maria Fagone, Giuseppe Rindone, Vincenzo Santapaola e Giuseppe Tomaselli, tutti contumaci.

Come già richiesto nella precedente udienza, la Confcommercio siciliana, il Comune etneo l'Azienda Servizi Energetici Catania (Asec) e l'associazione Addiopizzo onlus hanno fatto richiesta di costituirsi parte civile in quanto, hanno spiegato, vi è stata la violazione delle norme statutarie (richiesta della Confcommercio), i reati ascritti agli imputati sono stati commessi nel territorio catanese (richiesta del Comune) e, come già fatto nella precedente udienza del 13 gennaio, l'Asec e Addiopizzo si costituiscono parte civile in quanto il loro scopo è la difesa delle vittime di racket, così come richiesto anche dall'Associazione Rocco Chinnici e dalla Confederazione Italiana degli Esercenti Commercialisti (Cidec).
Assente invece la Confindustria, che con il suo presidente Lo Bello nei giorni scorsi è stata più volte al centro del dibattito mediatico per aver genericamente denunciato l'infiltrazione mafiosa nel “Movimento dei Forconi”.

Proprio la costituzione di parte civile è stata la prima problematica evidenziata dagli avvocati degli imputati, in quanto «la parte civile deve aver subito un danno che sia conseguenza diretta del reato», come ha evidenziato l'avvocato di Salvatore Di Bernardo. A rispondere a tale problematica, dopo poco più di un'ora, è il pubblico ministero Antonino Fanara, secondo il quale «tutte le associazioni che si vogliono costituire come parte civile hanno nello statuto il perseguimento di questo interesse. Per gli enti imprenditoriali e il Comune, già la giurisprudenza ha ammesso la costituzione di parte civile. Non ci sembra chiaro di rinvenire nelle costituzioni di parte civile della Cidec quali siano gli interessi che difende o persegue; non è riportato il verbale dell'assemblea dell'associazione che stabilisce di richiedere la costituzione di parte civile. L'infiltrazione mafiosa era nei piccoli e grandi affari. C'è un grande nesso causale tra gli enti che chiedono di costituirsi come parte civile e i reati».

Prossima udienza fissata, sempre nel carcere Bicocca, per venerdì 10 febbraio.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/01/iblis-il-processo-parte-con-un-rinvio.html;
[2] http://senorbabylon.blogspot.com/2011/10/marina-di-ragusa-il-porto-e-linchiesta.html;
[3] http://senorbabylon.blogspot.com/2011/09/lombardo-non-fu-concorso-esterno-per.html

Iblis, il processo parte con un rinvio per mancanza di spazio

Catania – È cominciato ieri al Palazzo di Giustizia catanese il processo ai ventiquattro imputati nell'ambito dell'inchiesta denominata “Iblis” sui presunti rapporti tra mafia, politica ed imprenditoria. Per esigenze di spazio, però, si è deciso di rinviare l'udienza al prossimo 26 gennaio nell'aula bunker del carcere di Bicocca, dove non si ripresenteranno il presidente della corte Luigi Russo e il giudice a latere Benedetto Paternò, che si sono dichiarati incompatibili.

Oltre alla comunicazione di incompatibilità dei giudici, l'udienza di ieri ha fatto registrare anche la richiesta di cinque associazioni – associazione antiestorsione catanese “Libero Grassi” (Asaec), Confcommercio Sicilia, l'associazione antiracket Rocco Chinnici, Addiopizzo e l'Asaes di Scordia – di costituirsi parte civile.
«È giusto che la città partecipi e sia cosciente di cosa le accade» ha detto Grazia Giurato di “Città Insieme”.

Dei 24 imputati (erano inizialmente 53, ma uno ha patteggiato e gli altri 28 hanno scelto il rito abbreviato) ne mancavano all'appello sette. Chi, invece, non mancava era Rosario Di Dio, il boss di Ramacca – presente in video-conferenza perché recluso nel carcere di Novara – tra i principali accusatori dei fratelli Lombardo, accusati inizialmente per concorso esterno in associazione mafiosa poi derubricata a semplice violazione della legge elettorale[1].

L'operazione antimafia Iblis (il nome del diavolo in arabo), inizia nel novembre 2010 con una operazione congiunta del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dei carabinieri tra Sicilia, Lazio, Toscana, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia che portò al sequestro di beni per un ammontare di circa 400 milioni di euro (più di cento le imprese poste sotto sequestro) e conclusasi solo lo scorso aprile. L'intento dell'operazione – e del relativo procedimento giudiziario che ne sarebbe conseguito – mirava alla zona grigia tra politica, imprenditoria e criminalità.
Ma quelli che allora erano gli imputati di spicco – Raffaele Lombardo, presidente della Regione Sicilia, suo fratello Angelo all'epoca deputato regionale del Movimento per le autonomie e l'imprenditore Ferdinando Bonanno – vengono subito esclusi dalla vicenda processuale dall'allora procuratore capo facente funzioni di Catania Michelangelo Patanè in quanto – motivò all'epoca il procuratore – l'accusa di concorso esterno non avrebbe retto in sede di giudizio, decisione che portò al ricorso al Consiglio superiore della magistratura da parte dei quattro sostituti procuratori titolari dell'inchiesta, cioè Giuseppe Gennaro, Antonino Fanara, Agata Santanocito e Iole Boscarino. Dopo Patané l'inchiesta passò nelle mani del giudice Alfonso Gari che è, per chi non lo ricorda, quel giudice che scarcerò nove imputati di mafia perché si dimenticò di depositare le motivazioni della sentenza a causa del troppo lavoro[2] ed è, anche marito di Rita Cinquegrana, sovrintendente del teatro Vincenzo Bellini di Catania. Una carica affidatale proprio da Raffaele Lombardo.

Per i due fratelli, la prossima udienza è prevista a febbraio. Il prossimo 26 gennaio, invece, l'inchiesta Iblis verterà anche sul duplice omicidio di Angelo Santapaola e Nicola Sedici di cui deve rispondere Enzo Aiello, ritenuto il capo provinciale di Cosa Nostra.SB

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2011/09/lombardo-non-fu-concorso-esterno-per.html;
[2] http://senorbabylon.blogspot.com/2011/10/il-giudice-stanco-e-lesposto-al-csm.html

Procura di Catania, una poltrona che scotta



Catania, 14 ottobre 2011 – Se a Palermo si muovono gli equilibri politici, a Catania in questi giorni – ed almeno fino alla prossima settimana – la partita ancora tutta da giocare ruota intorno alla poltrona di procuratore. La commissione incarichi direttivi del Consiglio superiore della magistratura (Csm), non è infatti riuscita a trovare un nome che mettesse tutti d'accordo tra quelli di Giuseppe Gennaro, Gianni Tinebra e Giovanni Salvi, che per il semplice fatto di essere esterno alla Procura è considerato il più vicino alla nomina. Ma quella, comunque, è una poltrona che scotta.

Per adesso i voti dovrebbero essere così redistribuiti, in attesa della convocazione del plenum del Csm: lo “straniero” Giovanni Salvi – sostenuto da Magistratura Democratica – a quota dieci voti, otto per Giuseppe Gennaro e sette per Gianni Tinebra, rispettivamente di Unità per la Costituzione e Magistratura Indipendente.
Dallo scorso febbraio, a reggere il tutto, è arrivato il procuratore facente funzioni Michelangelo Patanè, fortemente criticato proprio dal Csm per l'operato nell'ambito del processo “Iblis”[1], reo di aver avocato l'inchiesta sul concorso esterno in associazione mafiosa di Raffaele Lombardo e del fratello Angelo ai quattro procuratori – Iole Boscarino, Antonino Fanara, Giuseppe Gennaro e Agata Santonocito - che se ne stavano occupando derubricando poi l'accusa da “concorso esterno in associazione mafiosa” ad un più lieve “voto di scambio semplice”. Il primo compito del nuovo procuratore – chiunque uscirà vincente dalla competizione – sarà appunto quello di riprendere in mano questa inchiesta.

Gli impresentabili. Quella che può sembrare una questione tutta interna alla Procura è in realtà uno scontro cittadino, tanto che nei mesi scorsi si è assistito anche a volantinaggi, appelli sit-in ed interrogazioni parlamentari. «Giuseppe Gennaro e Giovanni Tinebra sono due magistrati impresentabili e palesemente inadatti» sostiene Sonia Alfano, europarlamentare e responsabile nazionale del Dipartimento antimafia dell'Italia dei Valori.
Ma perché sia Gennaro che Tinebra sono “impresentabili e palesemente inadatti”?

Giuseppe Gennaro, due volte presidente dell'Associazione nazionale magistrati (Anm) ed ex componente proprio del Csm sarebbe al centro del cosiddetto “caso Catania”[2] - intrecci tra criminalità e magistratura, per farla breve – e, come testimonia la fotografia pubblicata da “Il Fatto Quotidiano” sarebbe in rapporti con Carmelo Rizzo, imprenditore di San Giovanni La Punta (comune sciolto due volte per mafia e regno dell'abusivismo edilizio) organico al clan catanese dei Laudani, ucciso in un agguato nel 1997.

Il giudice stanco e l'esposto al Csm



Catania, 12 ottobre 2011 – Ne avevamo già parlato nei giorni scorsi, quando il giudice Alfredo Gari (nella foto) aveva dimenticato di depositare le motivazioni di una sentenza, del giugno 2010, permettendo così a nove esponenti del clan catanese degli Scalisi di tornare in libertà. La colpa, aveva sostenuto il giudice, era da attribuire ad una semplice dimenticanza imputabile agli eccessivi carichi di lavoro a cui è sottoposto. Oggi bisogna aggiungere un nuovo capitolo alla vicenda.

Ieri mattina infatti, l'avvocato Renata Saitta, Responsabile della delegazione catanese di Primoconsumo, associazione a tutela dei consumatori che si occupa anche del cittadino utente del servizio giustizia, ha presentato al presidente della Repubblica, al Consiglio Superiore della Magistratura ed al ministro della Giustizia un'istanza per chiedere che vengano presi provvedimenti disciplinari nei confronti del giudice Gari in quanto «non è tollerabile che il sovraccarico di lavoro per un magistrato possa essere posto a sostegno di un'omissione così grave per la sicurezza del cittadino».

«Nello specifico» - si legge nell'esposto - «Primoconsumo ritiene che parte offesa sia da qualificarsi l'intero consesso civile etneo che vede posta a rischio la pacifica convivenza dal momento in cui pericolosi criminali sono stati scarcerati per il mancato deposito della motivazione di una sentenza di condanna per reati gravissimi».

Decade, è la tesi portata avanti dall'esposto, anche la “scusante” della carenza di organico dell'Ufficio, «atteso che l'incombenza in ordine al deposito delle motivazioni di una sentenza è atto che attiene esclusivamente al Giudice non essendo delebile né a cancellieri né ad assistenti».
«Ulteriori perplessità» - conclude l'esposto - «vengono infine offerti proprio dalla intervista rilasciata a La Repubblica, laddove ad un certo punto il giudice afferma che si trova carico di fascicoli anche ereditati dalla sua precedente esperienza di Giudice della Corte di assise di appello di Catania, cosicché appare urgente verificare se e quante altre sentenze attendono il deposito della motivazione da parte del dottor Gari».

È interessante, peraltro, notare – come già sottolineavamo nei giorni scorsi – che al giudice Gari è stato assegnato anche il fascicolo “Iblis”, per cui la domanda è ovvia: se non ha avuto il tempo per depositare le motivazioni di una sentenza relativa a nove indagati, come farà quando dovrà depositare quelle di un procedimento che, per adesso, vede imputate 56 persone?