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Mafia, sciolti i comuni di Misilmeri e Campobello di Mazara

foto: livesicilia.it
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Campobello di Mazara (Trapani) – A seguito delle risultanze dell'operazione denominata “Sisma”[1], il Consiglio dei ministri nella seduta tenutasi venerdì ha deciso di sciogliere per infiltrazione mafiosa i comuni di Misilmeri (Palermo) e Campobello di Mazara (Trapani), affidandone la gestione amministrativa a commissioni straordinarie che svolgeranno i compiti destinati al Consiglio comunale, alla giunta ed al sindaco fino all'insediamento dei nuovi organi ordinari.

L'operazione portò lo scorso 17 aprile all'arresto di quattro persone, tra cui Francesco Lo Gerfo, considerato il capo del mandamento di cosa nostra di Misilmeri, l'allora Presidente del Consiglio Comunale Giuseppe Cimò e Vincenzo Ganci, candidato sindaco per la lista “Amo Palermo” che sosteneva la candidatura di Marianna Caronia. Antonino Messicati Vitale, boss di Villabate, è ancora latitante. Secondo gli investigatori, Lo Gerfo esercitava «con l'indispensabile ausilio di Vincenzo Ganci, il controllo sul Comune di Misilmeri e, dunque, a piegare l'amministrazione comunale agli interessi della consorteria mafiosa» come quelli relativi al settore edile, dove alcune palazzine sarebbero state costruite su terreni diventati edificabili in ottemperanza al volere mafioso. Concessioni bloccate dall'assessorato regionale al Territorio.

Oltre al sindaco, Piero D'Aì un avviso di garanzia è arrivato anche a Giampiero Marchese, ex vicepresidente del Consiglio comunale. Per entrambi il reato ipotizzato è quello di concorso esterno in associazione mafiosa.
Dopo quelli del 1992 e del 2003, per Misilmeri questo è il terzo scioglimento per infiltrazione mafiosa. Un dato su cui, evidentemente, bisognerà iniziare a riflettere.

Per il Comune di Campobello di Mazara – rientrante nel territorio di Matteo Messina Denaro – l'indagine che ha portato allo scioglimento risale allo scorso dicembre, quando tra le undici persone arrestate c'era anche il sindaco del Partito Democratico Ciro Caravà, sindaco che aveva fatto della lotta alla mafia un marchio di fabbrica, organizzando fiaccolate in ricordo delle vittime e, soprattutto, facendo costituire il comune da lui amministrato come parte civile nei processi contro Messina Denaro, nonostante sia ora considerato vera e propria espressione politica del boss, che esercitava la propria influenza sul territorio di Campobello di Mazara attraverso Francesco Luppino, prima che questi venisse arrestato.

In entrambi i casi è interessante notare – riprendendo quanto scrive Dario De Luca su Sudpress[2] - che sia D'Aì che Caravà sono stati immediatamente scaricati dai propri partiti di appartenenza, cioè l'Unione di Centro ed il Partito Democratico, che in note ufficiali hanno evidenziato come nessuno dei due appartenesse ai due partiti di riferimento, nonostante i fatti raccontino un'altra storia, con Caravà che addirittura era candidato alle elezioni regionali nella lista di Anna Finocchiaro.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/04/misilmeri-loperazione-sisma-fa.html;
[2] I comuni di Misilmeri e Campobello di Mazara sciolti per mafia di Dario De Luca, Sudpress, 27 luglio 2012

Misilmeri, l'operazione "Sisma" fa dimettere diciassette consiglieri comunali

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Misilmeri (Palermo), 21 aprile 2012 - «Ribadisco la totale fiducia nel lavoro prezioso e meticoloso che la magistratura sta svolgendo con l'indagine Sisma in merito ai fatti giudiziari che riguardano la città di Misilmeri, e dalla quale emergono contatti, in particolare, tra il presidente del Consiglio comunale ed esponenti mafiosi. Ma voglio con forza affermare che l'Amministrazione comunale non può essere nemmeno sfiorata dal sospetto che abbia ceduto a pressioni criminali» afferma Piero D'Ai, sindaco di Misilmeri, che si trova però a fare i conti con un Consiglio comunale che ha, di fatto, provveduto allo scioglimento prima dell'eventuale interessamento del ministero dell'Interno.

Nei giorni scorsi, infatti, proprio a seguito dell'operazione del Reparto operativo e del Nucleo investigativo dei carabinieri di Palermo sono arrivate le dimissioni di ben diciassette dei venti consiglieri comunali per “senso di responsabilità e nel rispetto della cittadinanza”[1]. L'indagine aveva portato martedì scorso all'arresto di Francesco Lo Gerfo, Mariano Falletta, Stefano Polizzi e Vincenzo Ganci[2] e che coinvolgono anche Giuseppe Cimò, presidente del Consiglio comunale accusato di essere stato eletto con i voti di Cosa Nostra ed aver agevolato la cosca guidata da Lo Gerfo nell'aggiudicazione di alcuni appalti attraverso Ganci, candidato al Consiglio comunale in una lista - “Amo Palermo”- a sostegno della candidatura di Marianna Caronia e descritto dagli inquirenti come l'anello di congiunzione tra politica e mafia.

«Questa storia mi ha solo danneggiata» - ha detto Marianna Caronia in un'intervista video a livesicilia.it (che trovate all'inizio di questo articolo), che ha più volte evidenziato di aver denunciato il fatto già a fine marzo, dopo che il responsabile della lista aveva ricevuto una mail da un certo “Giggi”, che metteva in guardia proprio su Ganci: «Signora Caronia, lei è attenta alle candidature della sua lista, ma le sfugge un nome che rappresenta la spazzatura. Si tratti di Ganci vicino ai mafiosi». Un nome sfuggito anche ai “controlli antimafia” fatti all'interno della sua lista, come quell'autocertificazione, evidentemente falsa alla luce dell'operazione dei giorni scorsi, prodotta dallo stesso Ganci.
Oltre al danno, come vuole quel vecchio e noto detto, arriva anche la beffa: «Abbiamo chiesto formalmente di eliminare Ganci dalla nostra lista» - ha precisato Marianna Caronia durante l'intervista - «ma ci è stato detto che, se non è lui a tirarsi fuori, non è possibile. Così sono costretta a tenere nella mia lista una persona che non voglio. I cui voti non mi interessano». Gli elettori che vorranno votarla, dunque, si regolino di conseguenza.

Note
[1] Fiume di dimissioni: Decade il consiglio comunale, misilmeriblog.it, 19 aprile 2012;
[2] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/04/misilmeri-loperazione-sisma-blocca-le.html;

Misilmeri, l'operazione "Sisma" blocca le intenzioni di voto di Cosa Nostra

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Misilmeri (Palermo), 17 aprile 2012 – “Popolari di Italia Domani” popolari anche tra gli uomini di Cosa Nostra verrebbe da dire. È noto infatti – seppur mediaticamente poco seguito – il processo in corso al leader del partito, l'ex ministro dell'Agricoltura Saverio Romano[1], di cui Misilmeri costituirebbe uno dei principali bacini elettorali, descritto come uomo a disposizione della famiglia di Villabate da alcuni collaboratori di giustizia, su tutti Nino Giuffré e Angelo Siino, nomi pesanti all'interno del gotha corleonese.

In queste ore i carabinieri del Reparto operativo e del Nucleo investigativo palermitano stanno eseguendo quattro ordinanze di custodia cautelare nei confronti di Francesco Lo Gerfo, indicato come il capomafia di Misilmeri dopo l'arresto di Antonino Spera (capo mandamento di Belmonte Mezzagno interessato dal tentativo di riformare la Commissione provinciale di Palermo, poi bloccato dall'operazione “Perseo”[2]), Mariano Falletta, Stefano Polizzi – presunto referente della cosca di Bolognetta – e Vincenzo Ganci. Ci sarebbe anche una quinta ordinanza, per Antonino Messicati Vitale, boss di Villabate – mandamento passato sotto il controllo della famiglia di Misilmeri dopo anni di “appartenenza” alla consorteria mafiosa di Bagheria, «facendo registrare un evocativo ritorno agli assetti storici di Cosa Nostra», a detta degli inquirenti - che però si è già dato alla latitanza, soggiornando già da dicembre in Sudafrica. A tutti vengono contestati i reati di associazione mafiosa - “concorso esterno”, per Ganci - ed estorsione.

«Le indagini hanno dimostrato che Lo Gerfo, dopo aver indirizzato i voti della consorteria mafiosa e fatto eleggere nell'amministrazione comunale persone a lui vicine, è riuscito a far sì che le stesse ricoprissero ruoli istituzionali nevralgici, come quelli di presidente (Giuseppe Cimò) e vice presidente (Giampiero Marchese) del consiglio comunale di Misilmeri, creando dunque i giusti presupposti per controllare e indirizzare le scelte della pubblica amministrazione in favore degli interessi propri e dell'associazione da lui capeggiata», ha scritto il giudice per le indagini preliminari Luigi Petrucci nell'ordinanza di custodia cautelare, accogliendo le richieste del procuratore aggiunto Ignazio De Francisci e dei pubblici ministeri Lia Sava, Nino Di Matteo, Geri Ferrara e Marzia Sabella.

Su tutte spicca la posizione di Ganci, candidato al consiglio comunale nella lista “Amo Palermo” a sostegno della candidatura di Marianna Caronia dei “Popolari di Italia Domani” il quale, pur non essendo “organicamente inserito” in Cosa Nostra, avrebbe fornito «un contributo dotato di effettiva rilevanza causale ai fini del rafforzamento dell'associazione mafiosa e del più efficace raggiungimento dei suoi scopi criminali».

Sgarbi: "La mafia in Sicilia la vede solo Attilio Bolzoni". Comunicato stampa

foto: arezzoweb.it
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Cefalù (Palermo), 9 aprile 2012 - Nei giorni scorsi[1] avevamo scritto della candidatura dell'ex sindaco di Salemi Vittorio Sgarbi ad identica carica a Cefalù per le prossime elezioni evidenziando - come scriveva anche Attilio Bolzoni dalle pagine della versione on-line del quotidiano La Repubblica - come anche in questo caso tra i suoi sostenitori ci sia un personaggio "chiacchierato". A Salemi Pino Giammarinaro, a Cefalù Giuseppe Giusi Farinella. Oggi pubblichiamo il comunicato stampa con la lunghissima replica di Vittorio Sgarbi. Ai lettori trarre le dovute ed opportune conclusioni sulla vicenda.

«Io non so dove sia la mafia in Sicilia. E non l’ho mai incontrata. Lo saprà Attilio Bolzoni che ne parla.

So però bene dov’è l’antimafia e come lavora nell’ingiustizia e contro i cittadini, con arroganza e prepotenza.

Lo so da quando quattro magistrati indagarono me e Tiziana Maiolo in concorso esterno in associazione mafiosa in Calabria, senza alcun fondamento e costretti ad archiviare tutto dopo otto mesi con l’intervento del procuratore generale Pierluigi Vigna.

Pensavo che un errore bastasse. E invece l’arbitrio e la violenza di questa antimafia impunita, che agisce con metodi mafiosi, non hanno limiti e si manifestano con atti infondati in nome dello Stato contro una inerme cittadinanza.

La specialità di questa antimafia in vetrina sono gli «odori» e le «aure», registrati da giornalisti compiacenti, prima a Salemi dove un indagato per riciclaggio, non per mafia, da decenni attivo sulla scena politica del trapanese in modo palese, dà origine allo scioglimento del comune per infiltrazioni mafiosa e della «criminalità organizzata». Un uomo solo è in questi teoremi, la «criminalità organizzata».
Naturalmente Bolzoni sa benissimo che la mafia è in sonno, inattiva, distratta, a Salemi, da almeno vent’anni. Però, in perfetta malafede, s’interessa all’«ombra di Pino», per ricordarne il potere sul Comune che non ha avuto, nonostante avesse democraticamente presentato liste post-democristiane, ottenendo, sempre democraticamente, la maggioranza dei consiglieri comunali.

Gli sfugge che i suoi affari, che io non conosco, nella sanità pubblica e privata, sono sotto osservazione nel periodo 2001-2005, quando nessuno si preoccupò di sciogliere il Comune e quando ancora io non ero sindaco.

Dovrà ora rispondere, con il ministro dell’Interno in tribunale, di menzogne del genere: «Questi (Giammarinaro) partecipando alle riunioni di giunta, ed avvalendosi di fidati esponenti della compagine elettiva, sui quali esercita il proprio ascendente, è riuscito a condizionare l’attività»

Cefalù, Sgarbi si candida con lo stesso copione di Salemi?

foto: palermo.repubblica.it
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Cefalù (Palermo), 7 aprile 2012 – Da Salemi se ne era dovuto andare per lo scioglimento del Comune e per quel piccolo “problemino” di Pino Giammarinaro, chiacchierato ex democristiano entrato più volte in procedimenti antimafia, ora Vittorio Sgarbi ci riprova a Cefalù, dove è sostenuto da tre liste civiche per le elezioni di maggio. Ed il copione è lo stesso di Salemi.

Insieme alle liste civiche, infatti, ad appoggiare il critico d'arte c'è anche Giuseppe Giusi Farinella, detto “Oro colato” famoso imprenditore – e dunque “notabile” della zona – appartenente alla famiglia mafiosa omonima di San Mauro Castelverde. Suo cugino, anch'egli di nome Giuseppe, è in carcere con sentenza definitiva per le stragi di Capaci e via D'Amelio, mentre per lui arrivò il mandato spiccato da Giovanni Falcone vent'anni fa e condannato nel 1988 dalla Cassazione a quattro anni e sei mesi per associazione mafiosa, estorsione, porto abusivo d'armi e materiale esplodente e sospettato di aver dato rifugio al “Papa” di Cosa Nostra, alias Michele Greco.
Oltre ad “Oro colato” - come evidenzia Attilio Bolzoni dalle pagine on-line di Repubblica – a sostenere Sgarbi ci sarebbe anche Antonello Antinoro dei Popolari di Italia Domani, condannato a due anni di reclusione per voto di scambio a dicembre.

Intanto il Ministero degli Interni ha inviato al tribunale di Trapani la relazione di scioglimento del comune amministrato da Sgarbi, nella quale – come riportano alcune agenzie di stampa – si leggerebbero le dirette colpe dell'ex sindaco, accusato di aver «reso possibile, se non addirittura agevolato» lo sviamento dell'attività amministrativa attraverso le ripetute assenze dal territorio e le deleghe affidate a Pino Giammarinaro in merito alla gestione dell'attività amministrativa dell'ente.

Dati i fatti, qualora dovesse essere eletto non rimarrà che capire se oltre al “copione-Giammarinaro”, da Salemi Sgarbi si porterà dietro anche la Commissione d'accesso del Ministero dell'Interno per l'ennesimo scioglimento.

Salemi, la "regia occulta" esiste. Il Consiglio dei ministri scioglie il Comune

foto: belicenews.it
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Salemi (Trapani), 24 marzo 2012 - Il dossier sulla cittadina trapanese fino a qualche mese fa amministrata da Vittorio Sgarbi era sul tavolo della ministra dell'Interno Anna Maria Cancellieri da febbraio, da quando cioè gli ispettori della commissione d'accesso – inviati da Roberto Maroni su richiesta del prefetto trapanese Marilisa Magno – dopo aver studiato bene i documenti avevano proposto lo scioglimento del Comune.

Parte della relazione è stata destinata ad una vera e propria critica sui metodi scelti per la gestione del comune, dove prassi consolidata era divenuta quella di affidare consulenze esterne per migliaia di euro senza – dall'altro lato – essere in grado di onorare i debiti contratti con i fornitori.

Conferme, nella relazione, vengono poi per quanto prospettato nell'ambito dell'operazione della Polizia e della Guardia di Finanza denominata “Salus Iniqua”, e cioè che l'ex democristiano Pino Giammarinaro, assolto tempo fa da un'accusa per mafia ma interessato da varie indagini nel contesto della criminalità organizzata, pur non avendo un ruolo ufficiale all'interno delle gerarchie burocratiche cittadine, fosse tenuto in forte considerazione allorquando vi era la necessità di risolvere problemi di natura politica. Proprio il ruolo ricoperto dall'ex andreottiano ed ex cuffariano, sottoposto a regime di sorveglianza speciale per quattro anni, aveva portato alle dimissioni del fotografo Oliviero Toscani, scelto da Sgarbi nel 2008.

Con l'applicazione del decreto di scioglimento approvato ieri, vengono posticipate di diciotto mesi le elezioni previste per il 6 e 7 maggio prossimi. Nel frattempo al magistrato Guglielmo Serio – che ha fin qui svolto il ruolo di commissario straordinario, non senza polemiche dato che il suo primo atto fu quello di andare ad omaggiare l'ex sindaco Sgarbi – subentreranno tre commissari individuati dal Consiglio dei ministri, che ieri, oltre alla cittadina trapanese, ha deliberato lo scioglimento anche per i Consigli comunali di Pagani (Salerno), Gragnano (Napoli), Bova Marina e Platì (Reggio Calabria) e Racalmuto (Agrigento).

Note
[1] Salus Iniqua: Sanità e appalti di Rino Giacalone, Malitalia.it, 21 maggio 2011

Parco commerciale Barcellona Pozzo di Gotto, quindici indagati per abuso d'ufficio

foto: rifondazionecomunistasicilia.it
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Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), 18 marzo 2012 - Sono in tutto quindici gli indagati nell'ambito dell'inchiesta giudiziaria aperta dalla Procura barcellonese in merito al Parco commerciale di contrada Siena, la cui proprietà e gestione – attraverso la Dibeca sas – sarebbe riconducibile a Rosario Pio Cattafi, avvocato definito nel 2005 dalla stessa Procura «capo di una consorteria criminale» in azione sul territorio barcellonese[1]. Il reato contestato loro dal sostituto procuratore Francesco Massara è quello di abuso d'ufficio in concorso determinato dall'altrui inganno.

Nel procedimento sono stati iscritti lo stesso avvocato Cattafi, la legale rappresentante pro-tempore della società, Ferdinanda Corica, moglie di Stefano Piccolo, dottore commercialista legato all'avvocato di cui parla una relazione del Servizio Centrale di Investigazione sulla Criminalità Organizzata della Guardia di Finanza di Firenze in merito ai rapporti tra Cattafi e la famiglia mafiosa catanese dei Santapaola nonché Nicoletta Di Benedetto in Cattafi ed i figli Maria ed Alessandro, soci dell'immobiliare “Dibeca”.

Avviso di proroga di indagine anche per l'ingegnere Orazio Mazzeo, responsabile unico del procedimento con il quale è stato approvato il piano regolatore particolareggiato del Parco commerciale e presidente della Commissione edilizia urbanistica comunale ed i progettisti del Piano regolatore, gli architetti Mario e Santino Nastasi.
Tra gli indagati, infine, il presidente pro-tempore della Grande Distribuzione Meridionale Piergiorgio Sacco, la cui società è sottoposta a Milano a procedura di concordato preventivo, il tecnico di fiducia della società, geometra Filippo Leopatri ed i cinque componenti della Commissione edilizia urbanistica comunale insediatasi il 25 ottobre del 2007 e che, con la seduta del 3 giugno 2008, avrebbe portato al termine l'esame del Piano regolatore particolareggiato.

L'”affaire-Parco commerciale” - la cui area è stata posta sotto sequestro dalla Procura distrettuale antimafia messinese, lo scorso anno, in quanto bene riconducibile a Cattafi – era stato inserito nel dossier con cui il 24 novembre la ministra dell'Interno Anna Maria Cancellieri ha firmato il decreto di accesso agli atti del Comune, necessario per «verificare la procedura adottata dall'amministrazione comunale per la localizzazione del parco commerciale e ciò per stabilire possibili condizionamenti della criminalità organizzata nell'attività amministrativa del Comune di Barcellona».
Proprio sul lavoro dell'amministrazione comunale è nato un piccolo “giallo”: l'abuso d'ufficio contestato agli indagati indica nel 16 novembre 2009 la data in cui il reato sarebbe stato commesso, giorno nel quale il Consiglio comunale approvò, con un solo voto contrario, la delibera numero 59 riguardante il Piano regolatore del Parco commerciale. Allo stato degli atti notificati agli indagati, però, non risultano componenti del consiglio comunale. Era stato lo stesso sindaco Candeloro Nania, nella memoria difensiva inviata alla Commissione interforze di accesso agli atti che, riferendosi proprio alla delibera numero 59, aveva evidenziato come «il Consiglio comunale, quando non è in discussione un tema che attiene all'indirizzo politico, non può che tener conto della regolarità o meno dell'atto posto alla sua attenzione, secondo i pareri e le proposte degli organi tecnici competenti valutando la conformità della proposta all'interesse pubblico».
Decade, con questi arresti, quella che qualcuno ha definito come "teoria del complotto", volta a screditare il lavoro del giornalista Antonio Mazzeo e dell'associazione antimafia "Rita Atria", primi a denunciare quello che stava avvenendo all'ombra del Parco commerciale.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/02/barcellona-pozzo-di-gotto-la-trattativa.html

Barcellona Pozzo di Gotto, la trattativa all'ombra del Parco

fonte: enricodigiacomo.org
Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) – La criminalità organizzata, Cosa Nostra in particolare – come insegnano sia la biografia dell'organizzazione che la moltitudine di libri e film realizzati sull'argomento – ha una vera e propria passione per la terra, essendo nata nelle masserie di proprietà dell'alta borghesia dell'isola agli inizi del diciannovesimo secolo. Oggi, con quell'epoca ormai alle spalle quello stesso “sentimento” viene declinato in cose come il movimento terra o il lavaggio del denaro di provenienza illecita attraverso la penetrazione di economie legali come quella edile.
Un altro dei “primi amori” di Cosa Nostra – ma anche delle altre organizzazioni criminali, come inchieste giornalistiche e giudiziarie ci raccontano sempre più spesso – è la politica, e tenendo fede al vecchio e ben noto detto, ambedue sono “amori” che non si scordano.

Quando si uniscono, però, abbiamo una situazione come quella di contrada Siena, in provincia di Barcellona Pozzo di Gotto (nel messinese) dove – come scrive Antonio Mazzeo in un recente articolo su “I Siciliani giovani”[1] - un terreno che nel luglio 2007 era valutato 28 euro al metro quadrato diciannove mesi dopo ne valeva 85, cosa che porterebbe, ad esempio, ad una plusvalenza di circa il trecento per cento se quel terreno fosse messo in vendita.

Ma nessuno ha intenzione di venderlo, anzi. Perseguendo la più bipartisan delle politiche italiane – quella del cementificare in ogni modo ed in ogni luogo possibile - l'idea è quella di trasformare un'area agricola in un mega parco commerciale di 18,4 ettari attorno al quale sviluppare l'industria alberghiera, quella della ristorazione e quella del divertimento.
Letto dall'altro lato, questo significa aggiungere cemento in una regione che già soffre di un eccessivo problema di cementificazione. Anche se quello del cemento, per quanto riguarda contrada Siena, non sembra essere il problema più grosso.

Innanzitutto perché a fine novembre 2011 la ministra dell'Interno Anna Maria Cancellieri ha firmato – insieme al prefetto di Messina Francesco Alacci – il decreto di accesso agli atti che istituisce la commissione di indagine sulle eventuali infiltrazioni della criminalità organizzata nel comune barcellonese. Un lavoro d'indagine della durata di novanta giorni. A breve, quindi, si saprà se quello barcellonese sarà un altro dei già troppi Comuni sciolti per tale motivo.
Uno dei nodi chiave dell'inchiesta verterà proprio sul progetto del Parco di contrada Siena e sulle numerose anomalie «che hanno condizionato l'iter progettuale», come hanno più volte denunciato le associazioni antimafia “Rita Atria” e “Città Aperta”

Infiltrazioni mafiose, in attesa di Reggio Calabria, sciolti i Comuni di Briatico e Samo

Briatico (Vibo Valentia) - «Al fine di consentire il risanamento delle istituzioni locali condizionate dalle dalla criminalità organizzata, il Consiglio ha poi approvato lo scioglimento dei Consigli comunali di Briatico (Vibo Valentia) e Samo (Reggio Calabria)».

Con queste poche righe, poste a pagina 13 del comunicato stampa numero 11[1], il Consiglio dei ministri, che proprio ieri ha definito la composizione della commissione che dovrà decidere sull'eventuale scioglimento per infiltrazioni mafiose di Reggio Calabria[2] ha portato a conclusione lo scioglimento dei due comuni calabresi, dopo circa dieci mesi di lavori delle commissioni (a Briatico, nel vibonese, questa era stata inviata nello scorso aprile, a Samo, l'accesso antimafia era invece iniziato un mese prima). Nei prossimi giorni saranno inviati nei due comuni i commissari straordinari che porteranno avanti l'operato dei due comuni per i prossimi 18 mesi, quando cioè ai cittadini sarà consentito tornare alle urne per eleggere sindaco e consiglieri comunali.

Interessante, peraltro, la situazione di Briatico, il cui Consiglio comunale era già stato sciolto per lo stesso motivo nel 2003.
In una intervista del 2009 con Libera Informazione[3], il giornalista Nello Trocchia - autore di un libro sul fenomeno, intitolato "Federalismo criminale" - sostiene come la normativa sullo scioglimento, per quanto utile, abbia però dei tempi di applicazione troppo lenti. Ed alla luce di comuni sciolti più di una volta (quello di Briatico non è infatti il primo caso evidenziato dai media in questi anni), sarebbe forse il caso di aggiornarlo.

Note
[1] http://www.governo.it/backoffice/allegati/66264-7307.pdf;
[2] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/01/reggio-calabria-arriva-la-commissione.html;
[3] Viaggio nell'Italia dei comuni sciolti per mafia, liberainformazione.it, 2 luglio 2009

Reggio Calabria, arriva la commissione d’accesso

Reggio Calabria – Sono il viceprefetto Valerio Valenti, il dirigente della seconda fascia dell'amministrazione civile del Ministero dell'Interno Teresa Pace e l'ufficiale della Guardia di Finanza Michele Donega i nomi, scelti dal ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri per la commissione che dovrà far luce sulle infiltrazioni della 'ndrangheta al Comune reggino.

Oltre a far luce sull'influenza esercitata dalle 'ndrine, i commissari dovranno anche verificare le irregolarità contabili ed amministrative che hanno portato il Comune di Reggio ad un buco di bilancio ad una cifra attestabile intorno ai 160 milioni di euro e del quale dovranno rispondere sia l'attuale sindaco, Demetrio Arena, che quello precedente, oggi Governatore della Calabria, Giuseppe Scopelliti.
La decisione di inviare la commissione – che avrà mandato per i prossimi tre mesi, eventualmente prorogabili – si è resa necessaria in seguito all'invio a fine dicembre della relazione fatta dal prefetto Luigi Varratta e nella quale sono state raccolte tutte le indagini della squadra mobile e dei carabinieri che hanno toccato l'amministrazione comunale nel 2010.

La decisione, a Reggio Calabria, non giunge certo inaspettata, dato che i partiti di opposizione – con Angela Napoli di Futuro e Libertà[1] e Doris Lo Moro del Partito Democratico in prima fila – avevano più volte denunciato lo stato in cui versa la città e chiesto di far luce su infiltrazioni e responsabilità politiche.
Lo scorso dicembre era poi stato arrestato l'ex assessore all'Ambiente Pino Plutino, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo quanto sostenuto dalla Direzione distrettuale antimafia, infatti, Plutino sarebbe vicino alla cosca Caridi alla quale – stando alle indagini – si deve in parte la sua riconferma a Palazzo San Giorgio.
Nella relazione presentata dal prefetto Varratta sarebbe finita anche la vicenda della Multiservizi, la società gestita al 51 per cento dal Comune e che, secondo l'antimafia, sarebbe in mano alla cosca Tegano.

Nella relazione non manca poi il capitolo intercettazioni, presenti sia per quanto riguarda l'arresto del boss Santo Crucitti – che compare in un'intercettazione ambientale insieme all'attuale assessore comunale ai Lavori pubblici Pasquale Morisani, recatosi nell'impresa di Crucitti durante la campagna elettorale – sia quelle relative all'inchiesta “Meta”, con la quale è stato reso noto anche un pranzo – risalente all'ottobre 2006 – nel quale oltre a due imprenditori arrestati per mafia erano presenti anche il boss di Sinopoli Cosimo Alvaro e l'ex sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Scopelliti.

Che Reggio Calabria possa unirsi a Nardodipace – in provincia di Vibo Valentia – il cui Comune è stato sciolto per infiltrazione mafiosa qualche settimana fa[2] e Nicotera, per la quale invece si è deciso di prorogare lo scioglimento, sembra essere più che una ipotesi.

Note
[1] Ripubblico la mia interpellanza sul Comune di Reggio Calabria di Angela Napoli, 20 gennaio 2012;
[2] Mafia, sciolto il Comune di Nardodipace di Angela Corica, Malitalia.it, 14 dicembre 2011