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Mafia, sciolti i comuni di Misilmeri e Campobello di Mazara

foto: livesicilia.it
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/mafia-sciolti-i-comuni-di-misilmeri-e-campobello-di-mazara/29774/

Campobello di Mazara (Trapani) – A seguito delle risultanze dell'operazione denominata “Sisma”[1], il Consiglio dei ministri nella seduta tenutasi venerdì ha deciso di sciogliere per infiltrazione mafiosa i comuni di Misilmeri (Palermo) e Campobello di Mazara (Trapani), affidandone la gestione amministrativa a commissioni straordinarie che svolgeranno i compiti destinati al Consiglio comunale, alla giunta ed al sindaco fino all'insediamento dei nuovi organi ordinari.

L'operazione portò lo scorso 17 aprile all'arresto di quattro persone, tra cui Francesco Lo Gerfo, considerato il capo del mandamento di cosa nostra di Misilmeri, l'allora Presidente del Consiglio Comunale Giuseppe Cimò e Vincenzo Ganci, candidato sindaco per la lista “Amo Palermo” che sosteneva la candidatura di Marianna Caronia. Antonino Messicati Vitale, boss di Villabate, è ancora latitante. Secondo gli investigatori, Lo Gerfo esercitava «con l'indispensabile ausilio di Vincenzo Ganci, il controllo sul Comune di Misilmeri e, dunque, a piegare l'amministrazione comunale agli interessi della consorteria mafiosa» come quelli relativi al settore edile, dove alcune palazzine sarebbero state costruite su terreni diventati edificabili in ottemperanza al volere mafioso. Concessioni bloccate dall'assessorato regionale al Territorio.

Oltre al sindaco, Piero D'Aì un avviso di garanzia è arrivato anche a Giampiero Marchese, ex vicepresidente del Consiglio comunale. Per entrambi il reato ipotizzato è quello di concorso esterno in associazione mafiosa.
Dopo quelli del 1992 e del 2003, per Misilmeri questo è il terzo scioglimento per infiltrazione mafiosa. Un dato su cui, evidentemente, bisognerà iniziare a riflettere.

Per il Comune di Campobello di Mazara – rientrante nel territorio di Matteo Messina Denaro – l'indagine che ha portato allo scioglimento risale allo scorso dicembre, quando tra le undici persone arrestate c'era anche il sindaco del Partito Democratico Ciro Caravà, sindaco che aveva fatto della lotta alla mafia un marchio di fabbrica, organizzando fiaccolate in ricordo delle vittime e, soprattutto, facendo costituire il comune da lui amministrato come parte civile nei processi contro Messina Denaro, nonostante sia ora considerato vera e propria espressione politica del boss, che esercitava la propria influenza sul territorio di Campobello di Mazara attraverso Francesco Luppino, prima che questi venisse arrestato.

In entrambi i casi è interessante notare – riprendendo quanto scrive Dario De Luca su Sudpress[2] - che sia D'Aì che Caravà sono stati immediatamente scaricati dai propri partiti di appartenenza, cioè l'Unione di Centro ed il Partito Democratico, che in note ufficiali hanno evidenziato come nessuno dei due appartenesse ai due partiti di riferimento, nonostante i fatti raccontino un'altra storia, con Caravà che addirittura era candidato alle elezioni regionali nella lista di Anna Finocchiaro.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/04/misilmeri-loperazione-sisma-fa.html;
[2] I comuni di Misilmeri e Campobello di Mazara sciolti per mafia di Dario De Luca, Sudpress, 27 luglio 2012

La chiamavano "Malasanità". Inchiesta sulle ingerenze politico-criminali nella sanità italiana (puntata I)

28 febbraio 2011. Sara Michienzi, nove anni, muore dopo una operazione per l'asportazione delle tonsille nel reparto di otorinolaringoiatria dell'ospedale di Lamezia Terme (Catanzaro). Uno di quei famosi interventi definiti “di routine” che non dovrebbero avere alcuna controindicazione e che i medici dovrebbero portare a termine praticamente ad occhi chiusi.
Eppure qualcosa va storto.
Perché Sara muore dopo pochi giorni per un'«emorragia sviluppatasi intorno alla zona operata» ma anche – come recita il referto autoptico - «per una concomitante crisi respiratoria». Quella stessa crisi respiratoria che aveva indotto sua madre, Isabella Notaro a portarla al pronto soccorso. «Tutto apposto, non si preoccupi» era stata la risposta. Probabilmente la stessa che, nel 2003, la signora Notaro si sente dire quando suo marito muore d'infarto, dopo essere stato all'ospedale di Vibo Valentia per farsi visitare. O magari la stessa risposta che avevano dato nel dicembre 2007 ai genitori di Eva Ruscio, 16 anni, morta per una tracheotomia o ai genitori di Federica Monteleone, anch'essa 16enne ed anche lei morta all'ospedale di Vibo in seguito ad un blackout elettrico mentre si trovava in sala operatoria.

In tutti questi casi la parola d'ordine dei giornalisti è stata una sola: malasanità. Tra la fine di aprile 2009 ed il dicembre 2010 – secondo i dati della Commissione Parlamentare d'Inchiesta sugli errori in campo sanitario e sulle cause dei disavanzi sanitari regionali presieduta dall'esponente IdV Leoluca Orlando – quello di Sara Michienzi è il 78esimo caso di malasanità avvenuto in Calabria su un totale di 326 su tutto il territorio nazionale.
Quel che risalta immediatamente dalla lettura delle cronache locali è che nell'equipe che si è occupata del caso di Sara c'era Gianluca Bava, indagato e poi assolto «per non aver commesso il fatto» nell'indagine sul caso di Eva. Forse solo una tragica fatalità, o forse qualcosa di diverso che sarà compito della magistratura indagare.

Al di là dei nomi, comunque, quello che appare evidente – in Calabria come in Lombardia, nel Lazio come in Campania – è che più che un problema di nomi, la sanità italiana ha un problema di nomine, ed è per questo che parlare di “malasanità” vuol dire tutto e non vuol dire niente.


Nel novembre 2009 il Ministero delle Pari Opportunità presentava uno spot contro l'omofobia (dall'ambientazione ospedaliera) che chiedeva allo spettatore il grado di interesse di determinate caratteristiche del personale che – in via più o meno teorica – potrebbe un giorno salvargli la vita.

Con infamia e lodo


Incredibile a dirsi, ma non riesco a trovare la parola esatta per definire l'oggetto di questo nuovo post. Perché se uso "cazzata" mi sembra di prendere il problema sottogamba; "porcata" non posso usarlo perché il copyright ce l'ha il Ministro della Semplificazione (a proposito: esiste ancora 'sto ministero? E' in vacanza/cassa integrazione/sciopero il ministro? Perché io continuo a sentire il nulla eterno provenire da quella sede...). Forse con "zozzeria" riesco a rendere l'idea. Ma nemmeno quello riesce a definire quella schifezza che ieri è avvenuta alla Camera dei Deputati - o, visto alcuni dei soggetti che la frequentano - la Camera degli Imputati. Lo sapete no? Hanno approvato - con 318 voti a favore e 224 contro - l'emendamento "ammazzainformazione" con cui si rendono impossibili sia le intercettazioni che - ovviamente - la loro pubblicazione. Non sto qui a descrivervi i tecnicismi dell'emendamento, tanto basta acquistare un quotidiano come Repubblica - uno dei pochi mezzi di informazione non servo dello Psicopedonano - per capirci qualcosa.

Ci sono due punti però che voglio analizzare: 1. Ciò che ora attende il Presidente Napolitano, 2. i franchi tiratori.

  • Punto primo: chi di voi ha masticato un pò di diritto pubblico sa che l'ultima parola, seppur non proprio "pesante" su qualunque legge spetta al Presidente della Repubblica mediante l'apposizione della sua firma sull'atto in questione, così da far diventare quest'ultimo legge effettiva dello Stato. Ora, io voglio sperare che il sig. Napolitano abbia coscienza di cosa voglia dire far divenire legge una cosa di questo tipo. Ok - obietterà qualcuno - può non firmare l'atto ma la seconda volta che gli viene ripresentato deve firmarlo, anche se identico. Avete ragione, ma con un ritorno al Parlamento noi società civile, noi popolo degli incazzati, coadiuvato da quelle forze parlamentari a cui questo paese sta a cuore - praticamente solo l'IdV - avremmo un pò più di tempo per organizzare una qualche controffensiva o comunque per trovare un modo per far saltare il banco. Qualora firmasse - e vista la sua dichiarazione sembra essere questo ciò che vuol fare - a mio modo di vedere si renderebbe correo di questa schifezza, che qualcuno ha iniziato a chiamare "Lodo Alfano-bis";

  • Punto secondo: i franchi tiratori. Per chi non lo sapesse, i franchi tiratori sono quei signori che - forti della segretezza del loro voto - votano in maniera differente da quel che dovrebbero, per la gioia degli avversari. Nel Parlamento nostrano questi loschi figuri ci sono sempre stati, e solitamente vengono osannati o "fanculizzati" (passatemi il termine) a seconda che il loro operato sia a favore o contro la nostra idea in merito a ciò che è stato votato.
    Indipendentemente da ciò io chiedo una cosa: per quale motivo devono esserci votazioni segrete? No perché io ora quei 17 signori che hanno ucciso la libertà d'informazione in questo paese - si dice siano dell'UdC, ma secondo me c'è anche qualcuno del PD - vorrei vederli in faccia, vorrei conoscerne nome, cognome e carica. Così, per mandarli a quel paese dalla pubblica piazza(virtuale). Così, con infamia e lodo.

PCdL (Popolo Comunista delle Libertà)?

Ho sempre creduto che le parole avessero una certa importanza. Oggi invece scopro – in realtà l'ho scoperto un po' di tempo fa ad esser sinceri – che in Italia non è così.
Qui due sono i fatti: o qualcuno in questi 15 anni ha adottato dizionari della lingua italiana diversi da quelli in uso al popolo, oppure quelli che hanno la tesserina con scritto “Popolo delle Libertà” non hanno la minima idea del significato dell'ultimo termine.
Perché se ti chiami Popolo delle Libertà e fai un emendamento a quella zozzeria chiamata “pacchetto sicurezza” dove limiti la libertà della rete secondo me c'è qualcosa che non torna. O no?
Ma partiamo dai fatti. Anzi, visto che si parla di parole, partiamo dalle definizioni.
Prendo il mio caro vocabolario della lingua italiana (Zanichelli '07 per la precisione), trovo il termine “libertà” e leggo, tra le altre:

«Condizione di chi (o di ciò che) non subisce controlli, costrizioni, coercizioni, impedimenti e sim,;[...] »

Ordunque, qui mi si demolisce il significato delle parole!
Ma veniamo al secondo fatto: ho sempre pensato che in questo paese il comunismo in quanto tale fosse finito con la fine di quella cosa che una volta si chiamava Sinistra [oggi non so, anche qui, cambiano il senso alle parole e non si sa cosa sia la Sinistra oggi...]. Mai pensiero fu più erroneo, visto che mi ritrovo in un paese che ha dei punti in comune nientepoodimenoché con Birmani, Cuba e Cina. Non proprio dei paesi “fascisti”. O sbaglio?
Qualcuno si chiederà: come si integrano questi due fatti?
Questi due fatti si integrano molto bene se guardiamo al Parlamento italiano (che finché nessuno lo abolisce per decreto, teniamocelo stretto). Sponda PdL, esattamente sig.ra Carlucci Gabriella – ennesima “faticatrice del tubo catodico” purtroppo prestata alla politica (ah, che tempi quando c'erano Berlinguer e Almirante, che per lo meno erano politici “veri”...)- e sig. D'Alia Gianpiero, sponda UDC [evito ogni commento, altrimenti divento l'unico blogger a farsi arrestare prima dell'entrata in vigore della legge].
Le due “menti diaboliche” hanno ben pensato di prelevare da quei regimi comunisti citati in precedenza, una piccola questione: la censura di Internet. Ma entriamo nei tecnicismi...

« Quando si procede per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che alcuno compia detta attività di apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet, il Ministro dell'interno, in seguito a comunicazione dell'autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l'interruzione della attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.»

Questo è il comma 1 della Proposta di modifica n. 50.0.100 al DDL n. 733, noto ai più come “ddl D'Alia”. Di per sé l'intento non sarebbe da condannare, in quanto dovrebbe fare in modo di non vedere più su Facebook quelle cazzate inneggianti ai mafiosi e combattere la pedofilia [che dite, facciamo finta di niente e stendiamo un velo pietoso?]. In realtà è il modo con cui – dopo l'intensa attività economica – ci avviciniamo alla Cina, perché la censura della rete è l'ultimo atollo di libertà rimanente all'informazione seria di questo paese. Sì perché la televisione è ormai serva del Re di Arcore – in particolare quando si parla di una condanna chiamandola “assoluzione” o quando si tenta una patetica difesa delle preferenze sessuali del premier dicendo che i giornali esteri sono in mano alla sinistra (sigh). A proposito di televisione – visto che ormai l'ho citata – per la serie “che fine ha fatto” in questi giorni è entrato nella vigilanza Rai Totò “Vasa vasa” Cuffaro che per chi non lo ricordasse è quello che festeggiò con i cannoli una condanna per favoreggiamento alla mafia...
Il testo ora dovrebbe ritornare – visto che questo è il terzo passaggio dell'iter legislativo – alla Camera, dove già in precedenza noi blogger abbiamo avuto alcuni difensori (tra tutti l'On. Cassinelli, anch'egli PDL ed anch'egli blogger...), e spero vivamente che venga nuovamente bloccato in quella sede in quanto – qualora diventasse legge – prevederebbe la carcerazione del blogger – esattamente come in Cina – da 1 a 5 anni per istigazione a delinquere od una carcerazione tra i 5 ed i 6 mesi per istigazione alla disobbedienza o all'odio tra classi sociali [avete presente quel velo pietoso di prima? Ecco, prendetelo e allungatelo anche su questa faccenda va...].
Se questa puttanata – scusate il francesismo – passasse, i blog, siti come Facebook e YouTube (con il quale Mediaset ha un contenzioso in corso...quando si dice i casi della vita eh?) verrebbero chiusi.
Non possiamo far finta di nulla, ne va non solo dell'attività di blogger e della libertà d'informazione (Art.21 della Costituzione Italiana), ma anche della Democrazia in questo paese, perché senza un'informazione libera il cittadino non può informarsi su ciò che accade davvero, e se non conosce ciò che non va non è in grado di protestare, non è in grado di applicare il suo diritto al dissenso. E poter dissentire è alla base di qualsiasi democrazia. Ma democrazia vera.