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Un altro mondo è possibile. Basta costruirlo.

Quchapampa (Stato Plurinazionale della Bolivia) - 135 Paesi rappresentati, di cui 90 da delegazioni ufficiali e 24.000 accrediti. Sono questi i numeri delle prime ore della Conferenza Mondiale dei Popoli che si sta tenendo in queste ore in Bolivia. Fin da subito migliaia e migliaia di persone si sono ritrovate a discutere su problematiche e soluzioni legate al problema del cambiamento climatico. La conferenza, fortemente voluta dal Presidente dello Stato Plurinazionale di Bolivia Evo Morales Ayma, conferma ancora una volta che si sta creando un fronte - che potremmo definire un vero e proprio "Fronte Antimperialista" - che nei prossimi anni è destinato a contrapporsi all'egemonia del blocco occidentale.

Bolivia, Venezuela, organizzazioni come Via Campesiña e Attac, attivisti come la canadese Naomi Klein ed il francese José Bové si sono riuniti in Bolivia per studiare un "piano B" dopo lo scontatissimo fallimento della Conferenza sul clima di Copenaghen del dicembre scorso per fermare l'operato dei paesi industrializzati, delle multinazionali e dei sistemi di Potere che utilizzano gran parte delle terre del mondo come pattumiera per i loro affari.

I due punti fondamentali con cui i partecipanti alla conferenza dovranno presentarsi alla Conferenza sul clima che le Nazioni Unite terranno nel prossimo dicembre in Messico riguardano principalmente la costituzione di un Tribunale per la Giustizia Climatica e l'assunzione, da parte dei paesi industrializzati, della responsabilità per la distruzione del nostro pianeta tramite il pagamento del debito climatico.
Per adesso, i lavori riguardano quattro voci principali (che traduco e riporto dal bollettino informatico di ieri):
 
Gruppo 2. Armonia con la natura.
  • proposte iniziali:
  1. Cercare/identificare azioni per combattere la fame, che è un'altra delle conseguenze del cambiamento climatico;
  2. Promuovere la protezione della Terra partendo dalle scuole, tramite l'educazione e la creazione di una coscienza collettiva;
  3. Proibire l'imboscamento con piantagioni di eucalipto che danneggiano la qualità del suolo;
  4. Cambiare lo stile di vita dei cittadini tramite la condivisione di azioni che portino alla conservazione della madre terra.
Gruppo 12. Finanziamento 
  • conclusioni iniziali:
Elena Jenevitza, rappresentante della Campagna per la Riforma della Banca Mondiale ha chiesto la creazione di un Fondo Climatico Globale sotto l'egida dell'ONU. Edgar Zenteno, rappresentante dell'Alleanza Mondiale, ha proposto la modifica dei meccanismi

Processo (climatico) al Capitalismo


Quchapampa (Stato Plurinazionale della Bolivia) - «La Terra è un essere vivente ed è gravemente malata. Siamo noi coloro che la stanno contaminando con il virus dello sviluppo. Viviamo in un oceano chiamato atmosfera, così come i pesci vivono nell'acqua. Senza di lei non ci sarebbe vita, perché contiene ossigeno e acqua, e con loro i boschi e le piogge che danno sostentamento agli esseri viventi. Nonostante tutto la stiamo terribilmente contaminando».

Questo era il disperatissimo appello che, nell'ottobre dello scorso anno la CAOI (Coordinadora Andina de Organizaciones Indígenas) lanciava in preparazione al c.d. Cop15, la conferenza tenutasi a Copenaghen – ribattezzata poi No-hopenaghen dagli altermondisti – nello scorso dicembre sul tema dei cambiamenti climatici. Come al solito, come tutti i carrozzoni voluti dai potenti dell'emisfero occidentale, non si risolse assolutamente niente, visto che altri e troppo importanti (soprattutto in termini economici) sono gli interessi di chi, vivendo nel Primo Mondo non ha niente da perdere dal perpetuarsi della distruzione delle zone dei paesi poveri o in via di sviluppo e naturalmente della gente che in questi luoghi abita.

Per capire a cosa mi riferisco facciamo un salto a Brasilia, capitale del Brasile dove nei giorni scorsi c'è stata una marcia di protesta che ha coinvolto 850 persone – tra indigeni ed attivisti – per protestare contro la costruzione della gigantesca diga di Belo Monte nell'Amazzonia brasiliana. Per permettere tale costruzione (che, quando sarà terminata, sarà una delle più grandi del mondo) però è necessario deviare il corso della Natura, allagando una grandissima area amazzonica e prosciugando tratti del fiume Xingu. Questo naturalmente avrà ripercussioni anche sulle popolazioni autoctone, che dipendono in gran parte dalle risorse ittiche che il fiume offre e che, per questo, saranno costrette a mutare le proprie abitudini o – in extrema ratio – ad emigrare.

Ma ritorniamo a No-hopenagen.
Credo pochi ricorderanno il nome di Ian Fry.
Ian Fry era il rappresentante al Cop15 delle Isole Tuvalu, una nazione insulare nell'oceano Pacifico la cui storia risaltò nelle cronache mediatiche dello scorso dicembre in quanto, per colpa di tutto quell'insieme di operazioni che l'uomo fa e che definisce “cambiamento climatico” - vicenda che vedremo essere un po' diversa da come la raccontano le fonti mainstream – la sua popolazione (circa 11.000 persone) sarà costretta ad emigrare in Nuova Zelanda perché quelle isole sono destinate a scomparire.