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Ascanio Celestini - presentazione Pro Patria. Pietrasanta 9 giugno 2012

Storia di Stefano Biondo, disabile psichico «morto per mano di chi doveva assisterlo e curare»

foto: rosanero80.blogspot.it
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/storia-di-stefano-biondo-disabile-psichico-morto-per-mano-di-chi-doveva-assisterlo-e-curare/27388/

Siracusa, 5 maggio 2012 – «Hanno ucciso mio Fratello Stefano, aveva solo 21 anni disabile psichico ricoverato da più di 2 anni e mezzo in psichiatria a Siracusa perché non lo volevano in nessuna delle comunità terapeutiche di Siracusa e provincia a causa delle sue crisi».
Inizia così la mail del gennaio 2011 inviata da Rossana La Monica, sorella e tutrice di Stefano Biondo. Alcuni, come Antonio Condorelli per “Live Sicilia” risposero all'appello di non ignorare quella mail, altri no. Chi scrive è venuto a conoscenza di questa storia solo pochi giorni fa, e mi sembra doveroso tentare – per quanto possibile – di non far spegnere i riflettori su questa vicenda. Perché chi ha il potere di farlo, in questo caso il potere di scrivere, di raccontare, non può stare in silenzio.
Ma partiamo dall'inizio.

Stefano muore il 25 gennaio del 2011, dopo ventuno anni vissuti con un disturbo generalizzato dello sviluppo associato ad un ritardo mentale. Dal giorno prima era ospite della casa famiglia “Oasi della Speranza” di Siracusa, grazie ad un provvedimento del Tribunale di Siracusa arrivato dopo due anni e mezzo passati nel reparto di Psichiatria dell'ospedale “Umberto I”, in attesa di una sistemazione in strutture terapeutiche esterne, così come accertato anche dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sugli errori sanitari presieduta da Leoluca Orlando, che fin da subito ha chiesto all'assessore alla sanità siciliana, Massimo Russo, una relazione dettagliata sulla morte.
L'autopsia, effettuata dal dottor Francesco Coco, parla di morte “per asfissia meccanica da soffocazione causata o dalla chiusura diretta di naso e bocca, o dalla compressione della gabbia toracica”. Se le parole hanno ancora un senso, la sintesi del risultato autoptico è chiara: omicidio. Per questo i familiari di Stefano hanno denunciato uno degli infermieri della struttura per omicidio colposo.
«Quando sono arrivata lì» - raccontava pochi giorni fa Rossana a Veronica Femminino di BlogSicilia.it[1] - «ho visto Stefano sul pavimento. Un infermiere lo braccava, costringendolo a pancia in giù. Ho capito subito che era agonizzante. È morto qualche secondo dopo».
L'infermiere – del quale non è stato reso noto il nome – secondo i familiari di Stefano non solo non sarebbe stato in grado di aiutarlo, ma avrebbe messo in atto una serie di manovre maldestre che hanno causato la morte del giovane, come peraltro confermerebbe una seconda perizia, fatta dal medico legale Giuseppe Bulla, consulente della famiglia

Code di Lucertola:Documentario-inchiesta sui metodi e gli abusi della psichiatria di oggi. (di Valentina Giovanardi)

Qui il video della prima parte del documentario


Il 13 maggio 1978, venne approvata la legge 180, chiamata anche legge Basaglia, che mise fine all’esistenza dei manicomi in Italia.
E’ veramente scomparso il manicomio? L’istituzione che l’ha sostituito è qualcos’altro o è solo il maquillage della vecchia galera per matti?
Ancora oggi è possibile che un individuo venga strappato dalla propria quiete domestica e gettato a marcire, imbottito di farmaci, in qualche cantuccio materiato di disperazione e avulso dalla realtà? Quand’è che una vita non è più vita?
"Code di Lucertola" è un viaggio. Un viaggio al termine di una notte maledettamente attuale, un viaggio che prende le mosse da questi interrogativi e si dispiega attraverso storie, volti, corpi martoriati e ingabbiati, luoghi, versi scaturiti da quel che grida e dissente in noi, visioni di un abisso radicato nel nostro essere ancora uomini.

Ho sentito parlare dei manicomi per la prima volta da ragazzina, quando mi raccontarono dell’internamento di mia nonna nel manicomio di Imola. Una dottoressa ebbe il coraggio di dire a mia madre e alla sua famiglia che era meglio portarla via il prima possibile. Sono grata a quella dottoressa. Mia nonna non ha mai raccontato nulla e si è sempre tenuta stretta al suo dolore, nessuno ha mai parlato con lei, nessuno gli ha mai chiesto perché era infelice. Nel 2005, casualmente o inconsciamente calamitata, sono entrata anch’io nel manicomio di Imola ormai completamente abbandonato. Dentro il reparto 14, il reparto femminile più spaventoso e pericoloso, è cominciato il viaggio che mi ha portato, dopo tre anni, a Code di lucertola. Questo documentario è un po’ l’essenza di ciò che in questo viaggio ho trovato”. (Valentina Giovanardi)


Il manicomio non è un edificio, il manicomio è un criterio. Il criterio è questo: che il medico possa, sulla base di un giudizio sul pensiero di una persona, prenderla con la forza, portarla da qualche parte e imporle dei trattamenti. Non ci sarà più il manicomio quando ognuno potrà andare dal medico quando vuole, se vuole, e fare su consiglio del medico quello che gli pare
(Giorgio Antonucci)

Antipsichiatria e controllo sociale: Saverio Tommasi intervista Giorgio Antonucci