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I cattivi maestri del Messico


(foto: Reporte Indigo)

Ciudad de México (D.F., Messico) - Ni un paso atrás. Nonostante Ingrid e Manuel, le due tempeste che hanno devastato un'ampia parte della República messicana, non arretra di un millimetro la protesta dei maestri della Coordinadora Nacional Trabajadores de la Educación (CNTE) contro la Ley General del Servicio Profesional Docente.
Da circa due mesi insegnanti, studenti, genitori con figli in età scolare occupano piazze e strade per protestare contro la riforma neoliberista dell'istruzione pubblica e del lavoro dei docenti travestita da riforma educativa, alla quale si aggiunge la protesta contro la privatizzazione di uno dei pochi asset strategici rimasti al paese: l'industria petrolifera Pemex.

La “malariforma”
Mentre i giovani dei tre partiti principali – il Partido Revolucionario Institucional oggi al governo, il Partido de la Revolución Democrática ed il Partido de Acción Nacional – chiedono il rinnovamento della classe dirigente, i loro leader si uniscono nel “Patto per il Messico”, voluto per una nuova “transizione democratica” del paese. Parte fondamentale di questa alleanza transpartitica, la riforma dell'istruzione è stata imbastita fin dal contestato arrivo di Enrique Peña Nieto al governo a dicembre, con la modifica degli articoli costituzionali riguardanti l'educazione (il 3 ed il 73) già conclusa prima di Natale.
Nel concreto, la riforma vede i docenti diventare “soggetti amministrativi” sottoposti ad una valutazione che, qualora risultasse negativa per tre volte, vedrebbe la riassegnazione ad altra funzione non docente. In questo processo, però, non sono stati previsti spazi per la partecipazione di sindacati e associazioni dei docenti né per il contraddittorio in caso di riassegnazione. In più scompare il diritto di inamovibilità per chi decide di svolgere un'attività che gli impedisca di insegnare, tra le quali l'attività sindacale. Per la valutazione è stata poi pensata una apposita istituzione, l'Istituto Nazionale per la Valutazione dell'Educazione (INEE, nella sua sigla in spagnolo) con il quale le decisioni in merito a promozioni, permanenza nel posto di lavoro e questioni legate al reddito dei docenti passano al Ministero della Pubblica istruzione federale, scavalcando de facto l'autonomia degli Stati federali.

Insieme ai maestri, ad occupare scuole e strade ci sono anche i genitori degli studenti, soggetti anche loro alla riforma, che li obbligherà a «pagare parte delle spese e tutti i costi dei servizi» delle scuole, tra le quali luce, acqua, tasse di proprietà, materiale didattico. Ciò costituisce un pesante aggravio per le tasche delle famiglie, come per i genitori degli alunni della Secundaria número 31 “Independencia”, che si sono visti recapitare, tra le altre, una bolletta bimestrale di circa 500 euro per la luce, una di 2.200 euro per l'acqua per un totale di circa 6.700 euro.

Ad ottobre molti docenti hanno abbandonato i piantonamenti per tornare nelle regioni di appartenenza, portando a 26 (su 32) gli Stati dove si registrano le proteste e facendo scendere in piazza anche quei maestri che all'inizio erano rimasti in disparte. Molti di loro preferirebbero stare in classe «piuttosto che accampati sotto il Monumento a la Revolución» di Ciudad de México, ha raccontato una maestra dello stato di Veracruz – uno degli stati più poveri dove più forti sono le proteste - intervistata da Desinformémonos.org «ma questa lotta è a beneficio di tutti e vinceremo». Una lotta che non è solo contro le riforme previste dal governo, ma contro un sistema che lo scrittore Paco Ignacio Taibo II (nelle scorse settimane allo Zócalo, la piazza principale di Ciudad de México, a regalare libri ai poliziotti) ha definito come un «avanzamento di un capitalismo selvaggio, neoliberale, al quale non importa un accidente della nazione e dei cittadini. È solo la ricerca del bottino».

In morte (presunta) di “El Lazca” nascono “I figli del Diavolo”

Il presunto cadavere di Heriberto "El Lazca" Lazcano Lazcano
fonte: reporteindigo.com

Monterrey (Stato di Nuevo León, Messico) – Dicono che stavolta sia morto davvero. Non come le altre due, in cui le autorità ne davano l'annuncio e lui tornava a rompere le uova nel paniere a chi diceva di aver inferto un duro colpo ai cartelli della droga. Anche questa volta, però, la morte di Heriberto Lazcano Lazcano, detto “El Lazca”, “Z-3” o “Il Boia” e fino allo scorso 7 ottobre leader del cartello dei Los Zetas è avvolta nel mistero. Soprattutto perché, a quasi un mese dallo scontro a fuoco che ne ha decretato la morte, il cadavere non c'è.
Ma procediamo dall'inizio.

Un morto senza cadavere. Secondo la ricostruzione fatta dalla Marina lo scontro che ha portato alla morte di Lazcano è avvenuto intorno alle 13.30 di domenica 7 ottobre, durante una normale operazione di pattugliamento nel municipio di Progreso, nello stato di Coahuila de Zaragoza, in seguito ad una serie di denunce provenienti dalla cittadinanza locale che evidenziavano la presenza di uomini armati riconducibili al crimine organizzato.
Il convoglio su cui viaggiavano gli agenti sarebbe stato fatto oggetto del lancio di alcune granate da un altro veicolo in movimento, «ragione per la quale si procedeva a respingere l'aggressione, anche a seguito del ferimento da arma da fuoco di un elemento di questa istituzione, con ferite che non pongono a rischio la sua vita».
Persino una dinamica dei fatti apparentemente così limpida e lineare non è esente da dubbi e questioni aperte. Come scriveva Hugo Gutiérrez su Reporte Indigo dello scorso 15 ottobre[1], infatti, i “falchi” - le vedette che tutto vedono e tutto sentono sul territorio e che dunque dovrebbero avvis(t)are visite indesiderate – hanno fallito. Sono in molti, però, a sostenere come questo episodio non sia frutto del caso quanto di una vera e propria strategia che negli ultimi mesi vedrebbe la Marina spianare la strada per la leadership degli Zetas a Miguel Ángel Treviño Morales, detto “Z-40”, accusato di aver venduto alle autorità parte dei suoi compagni nella scissione che da qualche mese sta interessando il cartello[2].

«La dinamica dell'eliminazione» - scrivevano Jorge Carrasco Araizaga e Juan Alberto Cedillo sul settimanale Proceso dello scorso 14 ottobre - «è sintesi perfetta del sexenio di Felipe Calderón: molti proiettili, poca intelligenza. Quello che le autorità federali tentano di presentare come il più importante colpo inferto ai narcos in Messico in più di un decennio – a due mesi e mezzo dalla conclusione effettiva del governo panista – è terminato nella vergognosa sparizione del supposto cadavere del capo».

Guatemala-Stati Uniti: del corpo migrante si fa lotteria

Tremila chilometri. È la lunghezza del tragitto che compiono quotidianamente le migranti centro e sudamericane per arrivare negli Stati Uniti. In mezzo il Messico, dove tra sequestri, treni merci e sfruttamento sessuale l'”american dream” che tanto sognano si trasforma in un “american nightmare”

Una volta l'uomo aveva un'anima e un corpo, oggi ha bisogno anche di un passaporto, altrimenti non viene trattato da essere umano. [Stefan Zweig]


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Nei pressi di Contepec (Stato di Michoacán, Messico) - «Così finiscono gli stupratori» diceva il cartello che gli hanno trovato appeso al collo. Lui era Eladio Martinez Cruz[1], 24 anni, accusato di violenza sessuale. Il suo corpo è stato trovato, privo di vita e con i genitali tagliati, nei pressi di Contepec, nello stato messicano di Michoacán. Il suo nome sarà presto dimenticato, molto più difficile sarà dimenticare il modo in cui è stato ritrovato. Dallo scoppio della guerra tra e contro i cartelli della droga, iniziata nel 2006 dall'ex presidente Felipe Calderón Hinojosa, il Messico si è in qualche modo abituato a tutta una serie di rituali di comunicazione come i narcomantas, gli “striscioni” posti sui ponti stradali con i quali i cartelli si parlano, spesso accompagnati da qualche (presunto) traditore impiccato a monito generale. Non si sa se questo omicidio ricada nella fattispecie. Quello che è sicuro è che Eladio Martinez Cruz sarà ricordato come il primo uomo crocifisso per stupro.

Crocifisso per stupro. Eladio Martinez Cruz, accusato di stupro, viene rinvenuto crocifisso
ad un cartello stradale nei pressi di Contepec, nello stato di Michoacán, Messico.
fonte: forum.egcommunity.it

Un'immagine questa che ha fatto molto scalpore, quanto meno sui media italiani.

Un cimitero di contraccettivi. Scalpore inferiore, se non addirittura indifferenza, suscitano altre croci. Come le 19 che – emulando le Madres argentine - lo scorso febbraio tenevano in mano 26 donne salvadoregne[2], madri di persone scomparse lungo il tragitto che dal loro paese avrebbe dovuto portarli negli Stati Uniti, come gli altri 200.000 centroamericani che, recitano i dati dell'Instituto Nacional de Migración, attraversano il Messico per entrare illegalmente nel paese dell'opportunità per tutte e tutti, per prendersi il loro pezzo di “american dream” che per molti si trasforma in un incubo.
Preservativi e Depo-Provera, lungo i 5.000 chilometri che intercorrono tra la frontiera sud e quella nord del Messico, sono per le migranti gli unici compagni di viaggio su cui fare reale affidamento. Tra una frontiera e l'altra può succedere davvero di tutto, in special modo incappare nelle aggressioni che per migranti donne e transessuali significa subire abuso sessuale e per chi queste aggressioni le fa – autoctoni o lavoratori di quelle zone - un guadagno che varia da qualche spicciolo a qualche migliaio di pesos, con la polizia che spesso guarda ma non vede.
Aggressioni che in molti casi sfociano in veri e propri sequestri. «Il protocollo abituale» - dice Edu Pones, fotografo di Ruido Photo che ha partecipato al progetto En el Camino - «è dividere i migranti quando vengono sequestrati: quelli che hanno famiglia negli Stati Uniti e possono contattarli per chiedere il riscatto sono inviati nella sala uno, quelli che hanno famiglia ma non possono contattarli nella sala due. Non si sa cosa capiti a chi non ha famiglia negli Stati Uniti e non può pagare».

L'innominabile scissione dei Los Zetas

foto: proceso.com.mx
Città del Messico - Tre attacchi in tre settimane. È quanto ha dovuto subire il giornale El Norte di Monterrey, facente parte del gruppo Reforma. L'ultimo episodio in ordine di tempo è avvenuto lo scorso 29 luglio, quando tre uomini armati con indosso maschere da sci hanno incendiato il palazzo che ospita la redazione del giornale. Gli altri due erano stati registrati entrambi il 10 luglio, quando a poche ore di distanza sono stati colpiti due differenti edifici del giornale con fucili d'assalto e granate. Con quello del 29 luglio sono in tutto sei gli attentati subiti dal giornale negli ultimi due anni.

Il giorno dopo è toccato alla compagnia Dipsa – che distribuisce tra le altre anche il settimanale Proceso - il cui palazzo è stato dato alle fiamme. Il gruppo, scriveva Patrick Corcoran su insightcrime.org lo scorso 6 agosto[1], ha una importanza vitale essendo l'unico distributore locale di giornali. Su un muro interno dell'edificio, evidenzia l'articolo, gli inquirenti hanno trovato le scritte “S” e “TER” delle quali rimane però ancora sconosciuto il significato.

Troppi galli nel pollaio. Che oggi il giornalismo in Messico sia, non certo per scelta propria, una delle parti in causa della guerra scatenata dai cartelli della droga lo dicono i numeri, come quelli della Commissione nazionale sui Diritti Umani che parla di 81 giornalisti uccisi e 14 scomparsi dal 2000[2] o degli innumerevoli attacchi alle sedi dei giornali che per questo decidono di dedicarsi ad altro, arrivando a forme di totale auto-censura verso le informazioni che riguardano la criminalità organizzata, come capitato con El Mañana[3].

Oltre agli attacchi alla stampa – che per quanto riguarda l'ex braccio militare del Cártel del Golfo rientrano in una più ampia politica di immagine (criminale) – un altro episodio eloquente in tal senso è accaduto il 13 maggio, quando Jesús Elizondo Ramírez, detto “El Loco”, leader Zetas a Cadereyta, nello stato di Nuevo León, ha disobbedito agli ordini di Miguel Ángel Treviño Morales detto “Z-40” e da qualche mese ribattezzato “il nuovo Giuda”. Elizondo Ramírez, arrestato pochi giorni dopo, ha raccontato ai militari di aver ricevuto ordini dai due leader dei Los Zetas (oltre a Treviño Morales, il gruppo è guidato dall'unico dei fondatori ancora in vita, Heriberto Lazcano Lazcano detto “El Lazca” o “Z-3”) per abbandonare i 49 corpi mutilati[4] – appartenenti a sei donne e 43 uomini – nella piazza principale di Cadereyta, ma di avervi disobbedito conscio delle conseguenze che questo atto avrebbe rappresentato per lui.

HSBC, la banca che lava il denaro di cartelli della droga e terroristi

foto: mexicalia.wordpress.com
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/hsbc-la-banca-che-lava-il-denaro-di-cartelli-della-droga-e-terroristi/29572/

Città del Messico (Messico) – HSBC Holdings, Hongkong & Shanghai Banking Corporation. È la più grande banca europea per valore di mercato. Sede a Londra e 7.200 filiali sparse in 80 paesi, «l'unica banca locale presente in tutto il mondo» - come recita la sua pubblicità – ed un utile netto che lo scorso anno si è attestato a 16,8 miliardi di dollari.

Peccato che in quei 16,8 miliardi siano compresi i 600.000 travelers cheques quotidiani giapponesi, firmati in maniera illegibile e poi girati a commercianti russi del settore dell'auto o il denaro frutto degli affari con la Al Rajhi Bank, istituto che la Cia ha più volte accusato di finanziare il terrorismo islamico tra Indonesia, Afghanistan e Pakistan.
Ma, soprattutto, ci sono gli oltre 7 miliardi di dollari che tra il 2007 ed il 2008 sono stati “lavati” dai cartelli della droga messicani nei conti della HBMX, filiale locale del gruppo o attraverso Bital[1], istituto bancario acquistato nel 2002 dal gruppo londinese ed interessato da un'operazione - denominata “Casablanca” - che ha coinvolto la Drug Enforcement Administration, l'Fbi ed il Tesoro americano.

«Quello della HSBC» - evidenzia Tom Coburn, membro della Commissione d'inchiesta permanente del Senato americano in un articolo pubblicato da Claudio Gatti sul Sole24Ore[2] - «non è una, seppur grave, anomalia. Perché Citybank, Bank of America (dove un conto era riferibile al cartello dei Los Zetas, che riciclava il denaro attraverso la compravendita di cavalli, utilizzando l'istituto come banca d'appoggio, ndr[3]), Wachovia, Western Union ed altri istituti finanziari sono stati recentemente oggetto delle autorità federali per possibili attività di riciclaggio di denaro».

«Ci rendiamo conto che in passato abbiamo talvolta mancato di rispettare gli standard che i regolatori e i clienti si aspettano da noi. Ci scusiamo, ci rendiamo conto di questi sbagli, siamo pronti a rispondere delle nostre azioni e ci impegniamo a raddrizzare ciò che è andato storto» - scrive in una nota la banca che attraverso David Bagley – direttore dal 2002 dell'organo di controllo interno – ha di fatto dato l'ufficialità al necessario cambio ai vertici dal quale però le autorità di vigilanza americane non sono così convinte, considerando che segnalazioni che la banca fosse attiva nel campo del riciclaggio sono arrivate da alcune agenzie di vigilanza e dalla Federal Reserve nel 2003 e nel 2010.

Se è certa la responsabilità delle filiali nel riciclaggio – sottolineata nelle 345 pagine del suo rapporto finale - la Commissione d'inchiesta ha di fatto parlato di una responsabilità diretta anche dei vertici londinesi, che per anni hanno concesso l'apertura presso la filiale delle isole Cayman (dove ci sarebbero 51 mila clienti, zero uffici e zero dipendenti) di oltre duemila conti a società anonime e con azioni al portatore, «un classico strumento utilizzato da evasori fiscali e riciclatori di denaro», ricorda Gatti.

«In un'era di terrorismo internazionale, di violenza per droga per le strade e al confine e di crimine organizzato» - ha detto il senatore Carl Levin, responsabile della Commissione d'inchiesta - «è imperativo fermare i flussi di quel denaro che fomenta queste atrocità».

Note
[1] Bital incurrió en operaciones de lavado antes de ser vendido di Israel Rodríguez J., La Jornada, 20 luglio 2012;
[2] La ragnatela di Hsbc tra narcos e terroristi di Claudio Gatti, Il Sole24Ore, 21 luglio 2012;
[3] Usaron Los Zetas a Bank of America para lavar dinero: The Wall Street Journal, historiasdelnarco.com, 9 luglio 2012

Messico, la fine del sexenio calderonista ed i nuovi equilibri tra i cartelli

foto: cubiform.org
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/messico-la-fine-del-sexenio-calderonista-ed-i-nuovi-equilibri-tra-i-cartelli/26677/

Città del Messico (Messico), 15 aprile 2012 – Comunque vada a finire, per i messicani tra pochi mesi si chiuderà un'epoca. A luglio, infatti, qualunque sarà il risultato delle elezioni per il rinnovamento di presidente e Congresso, si chiuderà il sexenio di Felipe Calderón Hinojosa e, con esso, la sua più che fallimentare “guerra al narcotraffico”, che verrà forse ricordata solo per i suoi oltre sessantamila morti. Per intenderci, circa il doppio delle persone che la dittatura militare argentina riuscì a far sparire tra il 1976 ed il 1983, tanto per rimanere nello stesso continente.
Quello che invece non cambierà, né per i messicani né per il loro futuro governo è il rapporto con i cartelli della droga, che non solo sono passati praticamente indenni attraverso questo sexenio ma – come scriveva a febbraio la rivista Proceso – escono dal periodo calderonista spesso rafforzati.

Attualmente, come ricordava il giornalista Ricardo Ravelo, la nuova mappa del narcopotere (che va in qualche modo ad aggiornare quanto scrivo, lo scorso ottobre su InfoOggi.it nell'articolo “Narcotraffico in Messico, da El Chapo ai Los Zetas”[1]) vede più della metà del paese – anche se nessuna zona può dirsi immune – in mano ai cinque cartelli principali, cioè i due cartelli più potenti, ovvero Los Zetas, presenti in ventuno stati su trentadue e Cártel de Sinaloa, integrato da cartelli “minori” come La Resistencia, il Cártel Guadalajara Nueva Generación e i cosiddetti Matazetas, presente in diciannove stati, seguiti dal Cártel de Juárez, il più antico tra i cartelli attualmente attivi in Messico (fu fondato da Pablo Acosta Villareal già negli anni Settanta) presente anch'esso in diciannove dei trentadue stati sotto il comando del “Viceré” Vicente Carrillo Fuentes, il Cártel del Golfo, che con i suoi ventiquattro stati controllati è quello con la copertura territoriale maggiore nonostante la sua reale forza sia minata da forti divisioni interne che negli ultimi mesi lo hanno praticamente scisso in due gruppi differenti e La Familia Michoacana – o, più semplicemente, La Familia – dichiarata sciolta già due volte dalle autorità governative nonostante sia il cartello cresciuto di più durante il sexenio, che attraverso un'ampia rete di collaboratori e prestanome controlla dieci stati.
Esistono poi una serie di cartelli considerati minori perché hanno perso il loro ruolo nella gerarchia del narcopotere, come il Cártel de Tijuana, o perché di recente formazione, come il Cártel del Pacifico Sur o l'Indipendente di Acapulco, formatisi entrambi da scissioni interne al cartello dei fratelli Beltrán Leyva – oggi rappresentati dal primo dei due – che si stanno combattendo per il controllo di Acapulco e della zona turistica di Zihuatanejo, o il gruppo noto come los Caballeros Templarios (“cavalieri templari”, in italiano), nati all'interno de La Familia nel marzo 2011 e diventato il più sanguinario tra i cartelli a pari merito con i Los Zetas.

Marllory Dadiana Chacón Rossell, la "signora del narco"

Città del Guatemala (GUATEMALA) – Lo scorso 11 ottobre l'International Crisis Group[1] lanciava l'allarme sostenendo come il Guatemala stesse diventando uno dei punti nevralgici nel traffico di droga sulla rotta tra Colombia e Stati Uniti. È di ieri la notizia che proprio dal Guatemala arriva uno dei personaggi chiave di tutto il traffico: Marllory Dadiana Chacón Rossell, la signora del narco.

Se da un lato, infatti, il Guatemala ha un elevato tasso di crescita – anche paragonato a molti dei paesi europei – dall'altro lato la sua storia è piena di episodi di violenza e scontri armati, e la sua società è definita in base ad un'alta disuguaglianza sociale. Uno scenario perfetto per i narcotrafficanti, con il cartello messicano dei Los Zetas che da mesi sta tentando di inserire il paese nella sua sfera di influenza (la regione settentrionale di Alta Verapaz si dice sia già sotto il suo controllo).
Per evitare che i cartelli possano infiltrarsi ulteriormente nel paese, tra i primi atti del neo-eletto presidente della Repubblica, l'ex generale Otto Perez Molina c'è stato proprio il conferimento alle forze armate di poteri speciali per debellare crimine organizzato e violenza, sulla falsariga delle decisioni prese nella più che fallimentare “guerra al narcotraffico” portata avanti dal suo parigrado messicano Felipe Calderón Hinojosa, che nel sexenio che sta per terminare ha portato a circa 40 mila morti e a una sempre maggiore infiltrazione dei cartelli in vari settori della società (in primis nella politica, dove – raccontava qualche giorno fa alla rivista Proceso Oswaldo Chacón Rojas[2] – i cartelli potrebbero utilizzare le prossime elezioni di luglio per scegliere candidati a loro vicini e per lavare i proventi illeciti).

Più che alla situazione messicana, però, il neo-presidente dovrà porre un'attenzione maggiore al fronte interno, dove risiede la 39enne Marllory Dadiana Chacón Rossell (nella foto) che il Dipartimento del Tesoro statunitense ha da poco inserito nella lista dei più importanti narcotrafficanti del Centroamerica e del Guatemala, da dove rifornirebbe di migliaia di chilogrammi di cocaina al mese i cartelli messicani – e dunque anche la 'ndrangheta calabrese e l'Europa - e da dove sarebbe responsabile – attraverso le imprese immobiliari di cui è titolare - della più importante “lavanderia” di dollari guatemalteca.
«Le attività di Marllory Dadiana ed i suoi collegamenti con i cartelli messicani l'hanno resa una figura chiave nel traffico di droga», sostiene Adam Szubin, direttore dell'Ufficio di controllo dei beni stranieri (Ofac, in inglese).

Con l'inserimento in questa lista, alla “signora del narco” saranno congelati tutti i beni – sia quelli interamente di sua proprietà, sia quelli in proprietà partecipata – e che sono soggetti alla giurisdizione degli Stati Uniti, così come sarà proibito agli istituti finanziari statunitensi qualsiasi tipo di operazione con lei e con il marito, l'honduregno Jorge Andrés Fernández Carbajal in base alla cosiddetta “legge Kingpin”[3].

Note
[1] http://www.crisisgroup.org/
[2] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/01/messico-il-denaro-dei-cartelli.html;
[3] U.S. Kingpin Act Lowers Global Threat of Drug Traffickers di Eric Green, archivio del governo statunitense, 26 giugno 2088

Quella "narcovia" che somiglia tanto alla Salerno-Reggio Calabria



Durango (Messico) – Parlare di quel che oggi avviene nel Messico dei narcos significa, in qualche modo, parlare anche dell'Italia. Perché la criminalità, in Messico come in Italia, influenza gran parte della quotidianità dei cittadini. Che si ritrovano a fare i conti con essa anche quando, semplicemente, percorrono l'autostrada.

Il progetto. Parte del corridoio economico interoceanico tra i mercati asiatici e quelli del NAFTA (l'Accordo nordamericano per il libero scambio), sarà la rotta più corta e più efficiente per il transito delle merci tra l'Oceano Pacifico e l'Atlantico, andando così ad interessare un mercato potenziale di 20 milioni di persone, concentrando più del 60 per cento del flusso commerciale dell'America del nord e darà origine a poco più di un quarto (il 22 per cento) del Prodotto interno lordo messicano.
È stata presentata così l'autostrada Durango-Mazatlán, i cui lavori sono iniziati durante la presidenza di Vicente Fox Quesada (2000-2006) e, ad oggi, ne è stato realizzato circa l'80 per cento. Negli intenti del governo, all'opera – di cui fa parte anche “El baluarte” (“Il baluardo”), il ponte sospeso più alto dell'America Latina (terzo al mondo) con 152 cavi d'acciaio – è affidato il compito di far esplodere lo sviluppo degli stati su cui passerà il tracciato, cioè Sinaloa, Chihuahua, Durango, Zacatecas, Coahuila, Nuevo León e Tamaulipas e permetterà di attraversare con meno difficoltà la zona conosciuta come “El espinazo del diablo” (“La spina dorsale del diavolo”), anche se le condizioni del manto stradale vanno a peggiorare quando ci si allontana dal chilometro zero, tanto che – come scrive Patricia Dávila sul settimanale “Proceso” - «è impossibile godere del panorama pubblicizzato dagli spot del governo federale che invitano ad addentrarsi nella Sierra Made Occidentale usando i ponti panoramici di “La Noria”, “El Indio” o “El Otinapa”».
“El baluarte” è, poi, il simbolo di quella “malapratica” che dal Messico ci riporta al Belpaese. Alto 1124 metri e strutturato con quattro corsie sospese ad un'altezza di 390 metri, il costo iniziale era stato preventivato in circa 280 milioni di pesos. Consegna entro il 2010. Ad oggi, quando i lavori non sono ancora stati completati, sono già stati spesi più di due miliardi di pesos.

Ricordarsi degli amici. I lavori del ponte sono affidati alla Tradeco, vincitrice dell'appalto nel 2006. La società appartiene a Federico Martinez, ex funzionario di Pemex (l'azienda pubblica messicana per il petrolio) che acquistò Tradeco quando ministro dell'Energia era Felipe de Jesús Calderón Hinojosa, che da quando è diventato Presidente ha affidato proprio a Martinez molte delle opere per la creazione delle infrastrutture messicane.

Nel frattempo, lo abbiamo detto, i cartelli non stanno certo a guardare. «Non possiamo negare» - dice Pablo Rivas, rappresentante a Durango per la Camera dell'Industria e della Costruzione messicana - «che l'autostrada sarà a beneficio della criminalità organizzata» che, comunque, ha già trovato il modo per guadagnarci già sopra.
Sinaloa, Beltrán Leyva, Golfo e Los Zetas sono i cartelli che si stanno interessando ai lavori. Non sono entrati direttamente nei lavori – come invece avvenuto per la costruzione della Salerno-Reggio Calabria, dove ogni 'ndrina ha avuto la sua “quota lavori”. A loro basta sequestrare, rubare gli autoveicoli a trazione integrale – gli unici che possono essere utilizzati nella parte più impervia della strada – e, soprattutto, tenere lontani gli “estranie” dalle piantagioni di marijuana e papavero che circondano l'opera (tra gli stati di Durango, Sinaloa e Chihuahua c'è infatti il considdetto “Triangolo dorato”).

«Quotidianamente ci scontriamo con uomini dei cartelli», dicono alcuni operai. «In una occasione abbiamo scoperto vari uomini che viaggiavano armati sulle camionette. Ci hanno chiesto documenti e credenziali di lavoro per lasciarci passare. Ora che ci conoscono ci lasciano lavorare».
L'anno passato alcuni esponenti dei Los Zetas – chiamati “Los amigos” (“Gli amici”) - hanno assaltato il campo di Chavarría Viejo (dove alloggiano alcuni operai, che spesso lavorano in nero), fermando i lavori ed esigendo di sostituire le ditte che si occupano della sicurezza sui cantieri. Da qualche tempo hanno cambiato approccio. Chiedono una mazzetta tra i 5 ed i 10 mila pesos “una tantum”, più combustibile, birra e il “prestito” dei veicoli, che restituiscono dopo tre o quattro giorni. «Forse li usano per i traslochi» dice, ironico, un ingegnere.

«Calderón» - dice il ministro delle finanze Carlos Emilio Contreras Galindo - «dovrà creare un programma di sicurezza speciale per evitare che questi gruppi prendano il controllo dell'autostrada». Riuscirci davvero, però, sarà un'impresa molto difficile, alla luce dell'esplosione dei cartelli avvenuta proprio sotto il mandato dell'attuale presidente.SB

Messico, l'espansione continentale dei narcos


Morelia, Stato di Michoacán (Messico) - Milenio Television è riuscita ad entrare in possesso di una registrazione audio (un estretto del quale è riportato nel video in allegato) nel quale si sente un uomo, identificato come Horacio Morales Baca, detto “El Perro” (“Il cane”), appartenente al cartello de “La Familia” a Tuzantla (nella zona est dello stato di Michoacán) che minaccia alcuni elettori del Prd (il Partido de la Revoluciòn Democràtica) affinché dirottino il loro voto a favore di Julián Rodríguez Rosales del PRI (il Partido Revolucionario Institucional), così da spostare il risultato elettorale verso il centro.

«Nessuno sa per chi andate a votare, però si può vedere. Alla fine delle elezioni» - continua Morales - «mi danno una copia dell'elenco di chi ha votato e per chi, questa lista è confidenziale, e se qualcuno qui ha votato per Javier saranno problemi». Rodríguez Rosales ha battuto il contendente del Prd per 33.000 voti, ottenendone in totale 329.000. Quanti di quei voti siano arrivati tramite pressioni di questo tipo rimarrà probabilmente un mistero.
Se non ci fossero gli americani. Ne avevamo già parlato agli inizi del mese quando raccontavamo[1] delle operazioni “Fast and Furious” e “Receptor Abierto” con le quali i cartelli – sfruttando una rete di controlli alla frontiere evidentemente fallace – comprano le armi negli Stati Uniti, dove è molto più semplice acquistarle grazie al II emendamento, per poi utilizzarle per insanguinare le strade messicane. Grazie ad una indagine congiunta tra i governi dei due paesi, nei giorni scorsi è stato possibile identificare attraverso il sistema E-Trace, che permette di comparare le armi in assicurate ai cartelli con i database statunitensi, venticinque trafficanti di armi – alcuni dei quali cittadini americani – che assicurano rifornimento costante ai cartelli. Secondo l'indagine circa l'80 per cento delle armi utilizzate dai cartelli proviene dagli Stati Uniti, principalmente da Texas, Arizona, California, Connecticut, Florida, Ohio e Luisiana.
Secondo un report della Secretería de Defensa Nacional (Sedena), dal 1 gennaio al 24 novembre scorsi le forze dell'ordine messicane hanno sequestrato 29.239 armi, il maggior quantitativo mai sequestrato sotto l'amministrazione Calderón Hinojosa, “battendo il record” - stabilito lo scorso anno – di 28.128.

Messico che peraltro – come denuncia Antônio Rangel Bandeira dalle pagine di Notirex.com[2] – ha negli ultimi anni soppiantato il Brasile, diventando uno dei principali fornitori di munizioni in America Latina e nel Caribe, in quanto «le munizioni messicane sono più economiche delle altre».

Messico, il paese dove muoiono i ministri dell'Interno



Cuernavaca (Messico), 12 novembre 2011 – Francisco Blake Mora, ministro dell'Interno, è deceduto insieme ad altre sette persone in un incidente aereo. Alejandra Sota, portavoce del governo federale, ha spiegato che il velivolo viaggiava su una rotta diversa da quella prevista e che nella zona c'era una fitta nebbia. 45 anni, insieme al ministro della Difesa Blake era uno degli uomini chiave della lotta del governo Calderón al narcotraffico (dei cui risultati abbiamo più volte parlato nelle scorse settimane). La mente dei messicani, e dello stesso Blake, che nelle ore precedenti ne aveva parlato sul suo account twitter[1], è subito andata al novembre di tre anni fa, quando il Gulfstream di Juan Camilo Mourino – anch'egli ministro dell'Interno – precipitò su un'affollata strada della capitale. Insieme a lui nell'incidente morì anche uno dei più importanti investigatori anti-narcos messicani, José Luis Vasconcelos. Si parlò, anche in quel caso, di una turbolenza improvvisa, ma la versione non ha mai convinto del tutto. Sempre un incidente aereo causò la morte – nel settembre 2005 – di Ramón Martín Huerta, segretario di Pubblica Sicurezza del governo Fox.

Difendere la libertà di informazione. Nei giorni scorsi – come scrive Carina García sul quotidiano El Universal[2] – la Camera dei Deputati messicana ha approvato la riforma dell'articolo 73 della Costituzione con la quale si permette al governo federale di «essere informati anche sui delitti commessi in altri stati della federazione se questi avranno connessioni con reati verso giornalisti, persone o strutture che fanno informazione quando questi limitino il diritto alla informazione o alla libertà di espressione e stampa», come recita il testo riformato che – dopo i 362 voti ottenuti alla Camera – dovrà ora passare al Senato della Repubblica per diventare legge. Dopo questo passaggio – per il quale sarà necessario che la proposta di legge ottenga voto favorevole nella maggioranza dei congressi federali – questi ultimi avranno sei mesi per ratificare e trasformare in legge la tutela dei giornalisti.

Inizialmente la proposta prevedeva la tutela dei soli giornalisti, ma gli esponenti del Partido Acción Nacional (centro-destra, è il partito del presidente Calderón), del Partido Revolucionario Institucional (centro), del Partido de la Revolución Democrática (centro-sinistra) e del Partido del Trabajo (estrema sinistra) hanno proposto invece che la legge fosse estesa anche a chi giornalista “di professione” non è.

Messico, arrestata "La flaca", prima leader femminile del cartello dei Los Zetas



Monterrey (Messico), 13 settembre 2011 –È finita con un arresto la carriera criminale di Verónica Mireya Moreno Correón, meglio conosciuta come “La Vero” o “La Flaca” (“La magra”), prima donna a diventare leader del cartello di narcotrafficanti Los Zetas e fino a due anni fa poliziotta nel municipio di San Nicolás de los Garza (nello stato del Nuevo León a circa 5 chilometri da Monterrey). Diventata la responsabile della piazza di spaccio del municipio, è stata arrestata mentre viaggiava sulla sua auto – nella quale sono state rinvenute una pistola, alcune dosi di droga e sei telefonini – insieme a Josè de Jesus Molina (conosciuto come “Mister Chip”).

Il cartello dei Los Zetas è uno tra gli ultimi gruppi creatisi all'interno della guerra tra cartelli che ormai da tempo insanguina le strade del Messico, tanto che è stato lanciato ormai da tempo l'allarme sulla trasformazione dello stato centro-americano in un vero e proprio narco-stato, dove né il Presidente Felipe Calderon né gli accordi con gli Stati Uniti per arginare il fenomeno (colpiti qualche mese fa dal “Mexicogate”, nel quale si attestava un coinvolgimento in un contrabbando di armi con i cartelli del Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosive o Atf) sembra essere di aiuto.
Una delle caratteristiche di questo cartello – tra i principali partner internazionali della 'ndrangheta calabrese – è che molti dei suoi esponenti sono stati prelevati da corpi di speciali della polizia creati appositamente per fronteggiare il narcotraffico. Per cui che “La Flaca” sia passata dall'altra parte della barricata non dovrebbe poi stupire più di tanto.

Così come non deve stupire, nonostante la concezione machista che ancora pervade i narcos, l'uso delle donne in posizioni di rilievo. È questo, infatti, uno degli ultimi “trend” della criminalità organizzata a livello globale (basti considerare il ruolo delle donne degli arrestati nelle 'ndrine o nei clan camorristici). Barbie, Bonbon, Comandante Stella sono solo alcune tra le più agguerrite killer di cui possono disporre i Los Zetas, il Cartello del Golfo o quello di Sinaloa. Per non parlare di Sandra Ávila Beltrán, conosciuta come la “la Reina del Pacífico”, prima leader assoluta di un cartello e dal 2007 ospite delle patrie galere.

Operazione "Crimine 3" - conferenza stampa

Per guardare direttamente la conferenza stampa si può far partire il video dal minuto 16:00 circa

Reggio Calabria, 14 Luglio 2011 - Quella che vedete è la conferenza stampa (integrale) relativa all'operazione "Crimine 3", continuazione di quell'operazione - la "Crimine", appunto - che portò circa un anno fa all'arresto di oltre 300 persone dislocate su tutti i livelli della gerarchia di potere delle 'ndrine calabresi.
Nonostante questa sia “un'indagine da inserire nei manuali delle scuole di polizia” come sostiene Nicola Gratteri, Procuratore aggiunto a Reggio Calabria, il lavoro da fare nell'ambito delle diramazioni internazionali delle 'ndrine calabresi e del narcotraffico è ancora lungo.

Innanzitutto – come evidenzia ancora Gratteri – la quantità di droga che si riesce a sequestrare in Europa è solo il 10 per cento della quantità che viene importata. Ciò è reso possibile anche dal fatto che i grossi trafficanti non attraversano più lo Stretto di Gibilterra e dunque non arrivano più direttamente nel mar Mediterraneo (troppo controllato) ma giungono nei porti del nord Europa come Rotterdam, dove arrivano tonnellate di cocaina attraverso navi che arrivano dopo più di un mese e dopo aver fatto varie tappe e cambiato nome e numeri dei container, rendendo così quasi impossibile il lavoro di indagine.
L'altro problema – come sottolinea il Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso – riguarda il denaro, praticamente impossibile da rintracciare se non quando questo è già stato “lavato” attraverso il loro investimento in ambiti legali. «È come se ci fosse un canale parallelo che gestisce il denaro a livelli superiori alle cosche calabresi» – conclude il procuratore. «Il problema è capire se i colletti bianchi ce li hanno solo gli uomini delle 'ndrine o anche uomini esterni».
E questo, forse, non è compito solo della magistratura. Ma questa è un'altra storia...

Messico-Italia. Sulla rotta dei narcos tra canzoni e cocaina


Nonostante la completa dimenticanza dei media italiani, in Messico si sta combattendo una feroce guerra tra i cartelli della droga. Cartelli come quello di Sinaloa, quello del Golfo o i "Las Zetas" hanno soppiantato i colombiani e stanno sempre più diventando una potenza multinazionale (più volte inchieste - giornalistiche e giudiziarie - hanno evidenziato i rapporti che intrattengono con la 'ndrangheta). Chi sono, dove operano e quali sono i legami internazionali che stanno instaurando?
«Abbiamo ucciso molte famiglie, le uccidiamo e le bruciamo». A “confessare” sono quattro esponenti del Cártel de Los Zetas, uno dei più importanti cartelli del narcotraffico messicano. Gli uomini armati che li tengono sotto controllo appartengono invece al Cártel del Golfo, il principale rivale dei Los Zetas (anche se secondo il video riproposto da Repubblica le parti dovrebbero essere invertite). Che siano uomini dei Los Zetas, del cartello del Golfo o dei Sinaloa (nomi sui quali ci soffermeremo più avanti), non è difficile trovare nei media – soprattutto nei blog e nei forum in rete – video come questo. Perché nonostante l'Europa non abbia alcuna copertura da quelle parti, in Messico si sta combattendo ormai da tempo una vera e propria “narco-guerra”, che in quest'ultimo periodo si è arricchita di un'altra triste pagina: le fosse comuni, le narcofosas. 279 corpi, come riportava l'agenzia Misna questa mattina, sono stati rinvenuti nei giorni scorsi tra gli stati di Tamaulipas e Durango, rispettivamente nella zona no-orientale e centro-settentrionale del paese.

Ma il Messico, come insegnano le basi del giornalismo, è un territorio lontano verso il quale – a queste latitudini – si nutre poco interesse.
È per questo, allora, che questa storia parte da Milano, precisamente da un convento. Qui, tra una preghiera ed una penitenza, all'insaputa delle suore si era istituito un vero e proprio centro di smistamento della cocaina, nascosta dentro i breviari o i bagagli di finti pellegrini. L'operazione delle forze dell'ordine – denominata “Annibale” - ha portato all'arresto di trentatré persone (su ottanta indagati in tutto) ed il sequestro di trenta chilogrammi di polvere bianca tra varie località della regione lombarda, Parma, Piacenza e La Spezia. Il fulcro del traffico di droga – stoccata in Ghana, nella sede di una società di import-export fasulla che aveva peraltro fatto richiesta alla Fao per il finanziamento di un progetto di sviluppo del mercato ittico africano – era il portiere del convento, sudamericano, tramite il quale la droga arrivava alle 'ndrine calabresi trapiantate a Milano (tra gli arrestati figurano anche Giuseppe e Domenico Vottari, dell'omonimo clan – i Pelle-Vottari - rivale dei Nirta-Strangio nella faida di San Luca) per poi inondare il mercato italiano ed europeo.
Sudamerica-Africa-Europa. È questa la strada che la droga compie per arrivare nei locali delle principali città europee.