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Messico, la Dea americana ricicla il denaro dei narcos. Dal 1984



Città del Messico - «No, il governo messicano non ne era a conoscenza, e comunque è bene evidenziare come la Procura Generale della Repubblica ha già iniziato un'indagine per fare luce sulle responsabilità». Con queste parole Alejandra Sota, portavoce del governo messicano, ha risposto – all'interno del programma “Al Punto” della Univisión – alla domanda sul riciclaggio di denaro che gli uomini della Dea (“Drug Enforcement Administration”), l'agenzia federale antidroga degli Stati Uniti farebbero per i cartelli del narcotraffico fin dal 1984. A denunciarlo per primo è stato il New York Times, che nelle scorse settimane ha raccontato come agenti sotto copertura prendano in consegna il denaro in territorio messicano due o tre volte a settimana, per poi depositarlo su conti correnti aperti, negli Stati Uniti, dagli stessi agenti o dai cartelli. Con il denaro “lavato”, poi, vengono acquistati beni o servizi utilizzati direttamente dai cartelli. Secondo la fonte anonima intervistata dal quotidiano, in alcuni casi i riciclatori si farebbero pagare delle vere e proprie commissioni per i servizi forniti o, in altri casi, arrestando i narcotrafficanti al momento dello scambio (che è poi l'unica cosa che dovrebbero realmente fare).
Tali operazioni erano state rese illegali nel 1998, quando alcuni agenti americani avevano condotto un'operazione senza il permesso del ministro della Giustizia. Con il maggior coinvolgimento degli Stati Uniti nella narco-guerra, però, sarebbero nuovamente riprese.

La versione ufficiale, naturalmente, “discolpa” i funzionari statunitensi, sostenendo che solo così si possa arrivare a capire come i cartelli trasferiscono negli Stati Uniti il denaro, data anche l'impenetrabilità delle reti finanziarie da loro create. Al di là della fondatezza di questa tesi, comunque, i risultati del lavoro della Dea sono assolutamente negativi. Come se non bastasse, poi, lo scandalo “Fast and Furious”[1] è tutt'altro che concluso, così da alimentare ancor di più le voci sull'ambiguità dell'amministrazione americana nei confronti dei cartelli.

I record dell'Amministrazione Calderón Hinojosa. 28.025 morti classificati dal Sistema nazionale di sicurezza pubblica come “senza dati” o “altro”. Ciò significa che per il 46,38 per cento dei morti della “narcoguerra” degli ultimi cinque anni non sono state definite generalità e risultano, quindi, anonimi. È quanto risulta da una indagine tenuta dal settimanale Zeta, che ha incrociato i dati delle schede informative della segreteria di Sicurezza Pubblica, sia municipale che statale e le statistiche in possesso delle procure e del ministero della Giustizia con le informazioni del Sistema Nazionale di Informazioni. Dai dati, dunque, risulterebbe qualcosa come 60.420 morti per la lotta al narcotraffico voluta da Felipe Calderón Hinojosa (il cui mandato è iniziato nel 2006 e si concluderà il prossimo anno) che nel giro di pochi anni è passato dai quasi tremila del 2007 ai quasi ventimila di quest'anno (dati compresi tra gennaio ed il 31 ottobre), che rappresentano – stando sempre a quanto sostengono dal settimanale – a circa il 75,5 per cento di tutti gli omicidi commessi durante il periodo “calderonista”[2].

Alla “lista” dei record negativi – è Historiasdelnarco.com a parlarne[3] - va aggiunto anche l'aumento degli attentati contro funzionari dello stato, passati dai 274 del 2007 ai 625 del 2010. Gli stati più colpiti Michoacán, Chihuahua, Nuevo León, Guerrero, Tamaulipas, Coahuila e Hidalgo. Per il secondo anno di fila inoltre, il Messico si conferma come il paese dove è più pericoloso fare il giornalista. Secondo un report della Press Emblem Campaign, una organizzazione non governativa svizzera che ha fissato in 106 – uno in più dello scorso anno – i giornalisti uccisi in tutto il mondo nel 2011. di questi dodici sono messicani, «ma la cifra sarebbe molto più alta se si includono anche i giornalisti spariti», sottolineano dalla ong.SB

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2011/11/messico-arrivano-i-panuelos-blancos.html;
[2] Quinto año de gobierno: 60 mil 420 ejecuciones, Settimanale Zeta, 12 dicembre 2011;
[3] Se duplican en tres años ataques a funcionarios y sedes policiacas, Historiasdelnarco.com, 19 dicembre 2011;

Messico, di giudici collusi e "muschilli"


Città del Messico, 30 ottobre 2011 – Quando si parla di giornalisti messicani, lo si fa per lo più per raccontarne le minacce o, peggio, l'omicidio. Oggi, invece, parliamo di giornalismo messicano per una buona notizia. La Fundación Internacional de Mujeres en los Medios de Comunicación (IWMF, Fondazione Internazionale delle donne nei mezzi di comunicazione), lunedì scorso ha infatti consegnato il premio “Courage in Journalism” alla direttrice del settimanale Zeta, Adela Navarro Bello (nella foto), per continuare a raccontare i cartelli nonostante due giornalisti del settimanale siano stati uccisi e lei stessa sia stata minacciata. «È meglio non pensare di avere paura, perché con la paura non si fa giornalismo, si pensa solo ad amministrare l'informazione e a cosa conviene pubblicare in base a questo timore», dice la giornalista, da sei anni alla guida del settimanale e che l'anno scorso ha ricevuto, a Ferrara, il premio Anna Politkovskaja[1].
«Abbiamo un impegno preso 31 anni fa con la fondazione del settimanale Zeta. Un impegno con chi ci ha preceduto, con chi ha dato la vita e con la nostra società» ha dichiarato, ricordando Héctor Félix, co-fondatore del settimanale assassinato nel 1988, ed il co-editore Francisco Ortiz, assassinato nel 2004 ed accettando il premio a nome di tutta la redazione del settimanale.

Narcocavilli. Proprio il settimanale Zeta, nelle scorse settimane[2], ha raccontato la storia di Hugo Carlos Mendoza Núñez, promosso per aver fatto male il suo lavoro. Ma partiamo dall'inizio. Il 26 luglio 2007 René Pinal, imprenditore, denuncia l'espropriazione di 244 ettari di un terreno, recuperato al mare, in una zona conosciuta come “San Cristóbal”, a Cabo San Lucas (all'estremo sud dello stato della Bassa California del Sud) facenti parte di un terreno – 857 ettari – acquistato nel maggio 1983 da María Cristina Orduño Durán per 450mila dollari. All'interno dell'appezzamento, Punal creò un campo per tartarughe, creando un associazione per la tutela di questa specie. Per rientrare degli investimenti, decise di mettere in vendita 100 ettari della sua proprietà. Il primo interessato fu il suo vicino, Dagoberto Gil Tlatelpa, che di mestiere comprava e rivendeva terreni rustici della zona a clienti per lo più stranieri e che da subito presentò a Pinal alcuni acquirenti, tra i quali Carlos Antonio Sosa Valencia, interessati al terreno. Qualche mese dopo – e torniamo al momento della denuncia – René Pinal riceve una telefonata, dall'altro capo tal Mike Houston, che aveva saputo da Dagoberto Gil Tlatelpa dell'avvenuta vendita del terreno.

Messico-Italia. Sulla rotta dei narcos tra canzoni e cocaina


Nonostante la completa dimenticanza dei media italiani, in Messico si sta combattendo una feroce guerra tra i cartelli della droga. Cartelli come quello di Sinaloa, quello del Golfo o i "Las Zetas" hanno soppiantato i colombiani e stanno sempre più diventando una potenza multinazionale (più volte inchieste - giornalistiche e giudiziarie - hanno evidenziato i rapporti che intrattengono con la 'ndrangheta). Chi sono, dove operano e quali sono i legami internazionali che stanno instaurando?
«Abbiamo ucciso molte famiglie, le uccidiamo e le bruciamo». A “confessare” sono quattro esponenti del Cártel de Los Zetas, uno dei più importanti cartelli del narcotraffico messicano. Gli uomini armati che li tengono sotto controllo appartengono invece al Cártel del Golfo, il principale rivale dei Los Zetas (anche se secondo il video riproposto da Repubblica le parti dovrebbero essere invertite). Che siano uomini dei Los Zetas, del cartello del Golfo o dei Sinaloa (nomi sui quali ci soffermeremo più avanti), non è difficile trovare nei media – soprattutto nei blog e nei forum in rete – video come questo. Perché nonostante l'Europa non abbia alcuna copertura da quelle parti, in Messico si sta combattendo ormai da tempo una vera e propria “narco-guerra”, che in quest'ultimo periodo si è arricchita di un'altra triste pagina: le fosse comuni, le narcofosas. 279 corpi, come riportava l'agenzia Misna questa mattina, sono stati rinvenuti nei giorni scorsi tra gli stati di Tamaulipas e Durango, rispettivamente nella zona no-orientale e centro-settentrionale del paese.

Ma il Messico, come insegnano le basi del giornalismo, è un territorio lontano verso il quale – a queste latitudini – si nutre poco interesse.
È per questo, allora, che questa storia parte da Milano, precisamente da un convento. Qui, tra una preghiera ed una penitenza, all'insaputa delle suore si era istituito un vero e proprio centro di smistamento della cocaina, nascosta dentro i breviari o i bagagli di finti pellegrini. L'operazione delle forze dell'ordine – denominata “Annibale” - ha portato all'arresto di trentatré persone (su ottanta indagati in tutto) ed il sequestro di trenta chilogrammi di polvere bianca tra varie località della regione lombarda, Parma, Piacenza e La Spezia. Il fulcro del traffico di droga – stoccata in Ghana, nella sede di una società di import-export fasulla che aveva peraltro fatto richiesta alla Fao per il finanziamento di un progetto di sviluppo del mercato ittico africano – era il portiere del convento, sudamericano, tramite il quale la droga arrivava alle 'ndrine calabresi trapiantate a Milano (tra gli arrestati figurano anche Giuseppe e Domenico Vottari, dell'omonimo clan – i Pelle-Vottari - rivale dei Nirta-Strangio nella faida di San Luca) per poi inondare il mercato italiano ed europeo.
Sudamerica-Africa-Europa. È questa la strada che la droga compie per arrivare nei locali delle principali città europee.