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Cosa Nuova(d'importazione). Viaggio al centro della Triade

foto: ibossdichinatown.blogspot.com
Roma – Agli inizi dello scorso mese (prima puntata andata in pubblicazione il 6 febbraio), abbiamo iniziato a raccontarvi quali sono gli attori che in questi mesi stanno movimentando la vita della “Roma criminale”, cercando di capire quanta forza reale abbia quella che l'associazione antimafia Libera ha chiamato “Cosa Nuova”. Da tempo, però, gli esperti dell'antimafia lanciano anche un altro allarme: quello sulla sempre maggior presenza delle organizzazioni criminali straniere nel nostro territorio e le cui ambasciate, naturalmente, sono presenti anche – in maniera più o meno profonda – anche nello scenario criminale romano[1]. Ma per capire come le Triadi sono sbarcate nel Belpaese è bene fare alcuni lunghi passi indietro nel tempo.

29 luglio 1983. Mentre a Palermo Antonino Madonia – appartenente al mandamento di Resuttana, “ala-corleonese” di Cosa Nostra - uccideva il giudice Rocco Chinnici, un altro dei giudici che in quegli anni combatteva la mafia, Giovanni Falcone, si trovava a Bangkok, in Thailandia, per avere conferma di alcuni movimenti di denaro e droga tra la Sicilia e la Svizzera avvenuti poco più di un anno prima. Ad essere interrogato è Koh Bak Kin, cinese di Singapore, tra i più importanti narcotrafficanti dell'epoca e considerato uno dei fornitori più fidati delle famiglie siciliane. Sarebbe proprio lui, sostengono i magistrati, ad aver aperto il mercato dell'eroina a Cosa Nostra, con i primi viaggi intercontinentali di Kin, noto anche come Kim, Antonio e Antony Ko, che avvengono già nella prima metà degli anni Settanta.
Il narcotrafficante ha contatti con il clan Riccobono di Partanna Mondello, con Gaspare Mutolo che ne è il contatto diretto in Sicilia e con Gianfranco Urbani, detto “Er Pantera”, il cui curriculum annovera rapporti con il clan catanese dei Santapaola, la reggenza della versione romana della 'ndrina calabrese dei De Stefano e della Banda della Magliana.

Proprio grazie all'eroina comprata dal connubio Koh Bak Kin-Cosa Nostra (che al trafficante paga un “prezzo di favore”) la banda poté dare il via a quella scalata al potere criminale più volte raccontata in film e libri. Insieme alla droga, comunque, Kin si porta appresso anche un'altra cosa: le Triadi cinesi.

Battesimo tra mito e realtà. Narra la leggenda – come racconta Yari Selvetella nel suo Roma. L'impero del crimine - che il mito della nascita del crimine organizzato cinese sia da ricercare tra i monaci buddisti del tempio di Shaolin, provincia dell'Henan, nella zona centrale dell'attuale Repubblica Popolare Cinese, che proprio nel tempio avevano instaurato la prima sede clandestina della resistenza agli invasori manciù nel 1644.

Cosa Nuova. Il patto dell'ortofrutta

fonte:corriereortofrutticolo.it
Roma – Seconda parte dell'approfondimento “siciliano” su Cosa Nuova. Nella prima parte[1] ci siamo soffermati sul chi abbia portato, fin dagli anni Settanta, le famiglie di Cosa Nostra nella capitale e nel Lazio. Oggi, invece, spostandoci al post-Calò, ci soffermeremo sul come, partendo da quello che sembra essere stato un vero e proprio “patto dell'ortofrutta”.

Arance, mandarini, pomodori e kalashnikov. Uno degli interessi nevralgici di Cosa Nostra, nel Lazio, è il Mof, acronimo che sta ad indicare il Mercato Ortofrutticolo di Fondi, in provincia di Latina, considerato uno dei principali snodi – se non il principale – per il passaggio di frutta e verdura tra nord e sud Italia.
Nei mesi scorsi, però, gli inquirenti hanno scoperto un paio di cose interessanti, su quel mercato. Dopo una complessa indagine portata avanti dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli e dalla Squadra Mobile ed il Centro Operativo della Direzione Investigativa Antimafia della capitale in collaborazione con i loro omologhi napoletani e trapanesi, infatti, si è scoperto che a quei bancali di frutta e verdura si erano interessati anche i Casalesi di “Sandokan” Schiavone e Cosa Nostra (famiglia Riina-Messina Denaro, principalmente), che hanno rinsaldato la propria alleanza – sancita fin dai tempi di Bardellino e della “mafia pre-corleonese”[2] – tramite il controllo (o quanto meno il tentativo di controllare) il trasporto su gomma dei prodotti del mercato ortofrutticolo da e per la Sicilia, attraverso società quali la “Paganese Trasporti” di San Marcellino, nel casertano, il cui titolare – Costantino Pagano – sarebbe direttamente riconducibile a Francesco Schiavone e a Luigi Schiavone, detto “Cicciariello”, o la “Lazialfrigo” di Giuseppe, Luigi e Melissa D'Alterio (riconducibile anch'essa alla “Paganese Trasporti”). Anche loro riconducibili, secondo gli investigatori - che li hanno accusati di associazione per delinquere di stampo mafioso, violenza, minacce – ai Casalesi a cui sarebbero direttamente affiliati.

Tra un chilo di mandarini e un cesto di insalata, gli autoarticolati che uscivano dal Mof – dove è stato accertato la criminalità controllasse sei società utilizzate per lavare i proventi del narcotraffico – venivano caricati anche Ak-47, kalashnikov, mitragliatori pesanti Breda, lanciarazzi e migliaia di munizioni (materiale sequestrato dalla Mobile di Caserta nel 2006) il cui acquisto era fatto da Pagano per nome e conto dei Casalesi (ala-Del Vecchio) importate dalla Bosnia sfruttando la complicità di militari che prestavano servizio nel paese durante le nostre “missioni di pace”.

Cosa Nuova. Il "nodo" Calò

foto: nottecriminale.wordpress.com
Roma – Ottavo capitolo del nostro viaggio nella guerra di mafie che sta insanguinando le strade romane da qualche mese. Dopo aver attraversato le rotte della camorra e della 'ndrangheta verso la capitale (i cui approfondimenti trovate a fondo pagina), scendiamo ancora più giù, attraversando lo Stretto di Messina per sbarcare in Sicilia. Ma partiamo, di nuovo, dalla Città Eterna.

29 marzo 1985. Quartiere della Balduina. Una Fiat Uno di colore bianco si è appena fermata in via Tito Livio[1] e Mario Aglialoro, il conducente – che abita in un attico al civico 76 - ne è appena sceso quando gli uomini della Polizia di Stato gli mettono le manette ai polsi. Non era la prima volta che le forze dell'ordine tentavano di arrestarlo. Ci avevano già provato – qualche tempo prima – appostandosi in via delle Carrozze, nelle vicinanze di piazza di Spagna dove Aglialoro, che di professione fa l'antiquario ed è un esperto giocatore nel mercato immobiliare, possiede un altro appartamento nel quale gli uomini delle forze dell'ordine hanno sequestrato trecento milioni di lire in contanti insieme a litografie di Renato Guttuso e tele di Pompeo Girolamo Betoni, pittore toscano della fine del '700 che valgono, ciascuna, intorno ai duecento milioni di lire. Ma di Aglialoro, in quell'appartamento, neanche l'ombra.
Si sente talmente sicuro, a Roma, che – raccontano le cronache – quando gli agenti lo arrestano, l'antiquario gli chiederà come abbiano fatto a trovarlo. Si sente sicuro come fosse a casa sua.
Per quanto Roma sia diventata già dagli anni Settanta la sua seconda casa, l'anagrafe lo vuole nato a Palermo, dove l'anno successivo all'arresto sarà implicato nel Maxi-processo.

Scontro al vertice. All'anagrafe palermitana, infatti, il signor Mario Aglialoro è registrato con un altro nome, Giuseppe, e con un altro cognome, Calò. Lo stesso Giuseppe Calò – detto Pippo – conosciuto nel mandamento di Porta Nuova come “La Salamandra” o “il cassiere di Cosa Nostra”. La mafia siciliana, infatti, non solo lo inserisce nella Commissione[2] – l'organo direttivo della Cupola – ma mette nelle sue mani l'ala finanziaria, inviandolo a Roma a lavare il denaro proveniente dai traffici illeciti e dalle prime partite di droga.
Da Porta Nuova con lo stesso compito, ma in direzione Buenos Aires, Argentina, è partito anche un altro dei futuri “grandi nomi” della mafia siciliana: Tommaso Buscetta, detto “il boss dei due mondi”, l'ex amico diventato il grande accusatore dell'intera organizzazione.

Cosa Nuova. L'industria dei sequestri di persona

Roma – Seconda ed ultima tappa (la prima la trovate qui) sul modo in cui la 'ndrangheta è arrivata a Roma, influenzandone – insieme alle altre mafie, italiane e straniere – le bande criminali più o meno organizzate. Ieri ci siamo concentrati sulla prima fase, quella cioè relativa ai sequestri ed ai primi “contatti” con il mondo romano. Oggi invece ci occuperemo del passaggio successivo, quando cioè le 'ndrine iniziano ad avere una struttura per i sequestri di persona più strutturata, passo che ha permesso poi alla 'ndrangheta di diventare la principale organizzazione criminale italiana e tra le più importanti al mondo.

Il Raccordo (calabro)anulare. Quando la 'ndrangheta rapisce Paul Getty III nessuno – né il giornalismo, né gli inquirenti – ne capiscono l'importanza. D'altronde, è il pensiero generale, una banda che invia una lettera in cui chiede il pagamento del riscatto dove tutte le lettere “h” sono scritte nei posti sbagliati non può avere una struttura poi così organizzata alle spalle.
Eppure, in quegli anni – gli anni Settanta – di gruppi organizzati che si danno da fare nel campo dei sequestri ce ne sono parecchie. Se fossero tutti “cani sciolti”, probabilmente, a lungo andare inizierebbero a pestarsi i piedi. Nel solo triennio 1979-1981, nella capitale, sono quattordici i sequestrati che tornano liberi. Capita anche che nello stesso territorio vengano gestiti più sequestri contemporaneamente, come accade con la banda di Laudovino De Sanctis, detto Lallo Lo Zoppo, che però è davvero poco organizzata.

La prima volta che si inizia a parlare di 'ndrangheta nella capitale è l'estate del 1975, quando – nella notte tra il 29 e 30 giugno - viene rapito l'armatore Giuseppe D'Amico, erede di una dinastia del salernitano che faceva affari nella capitale già ai tempi del Papa Re. Dagli anni Trenta trasportano legname dalla Russia, anche se dalla loro dichiarazione dei redditi il business non sembra andare poi così bene. La 'ndrangheta, quando sequestra l'armatore – portandolo a bordo di una betoniera nella “fortezza aspromontana” - chiede inizialmente otto miliardi di lire, scontati quasi immediatamente fino alla comunque ragguardevole cifra di tre miliardi.
Alla fine ,secondo i giornali, la famiglia paga un miliardo di lire, anche se i D'Amico negano tutto. Sta di fatto che il 12 agosto Giuseppe D'Amico torna ad essere un uomo libero.
I giornali, in quei giorni, hanno iniziato a parlare di una “mafia” calabrese che sarebbe dietro al sequestro. Dicono ci sia addirittura Gerolamo Piromalli, detto “Momo”, uno dei capi assoluti di quella “mafia”. Interrogato dal capo della squadra Mobile, il dottor Elio Cioppa, Piromalli nega tutto, naturalmente.

Chi invece sembra esserci aver partecipato al sequestro “oltre ogni ragionevole dubbio” è Tiberio Cason, detto “il boss di Centocelle”. Gli inquirenti che stanno lavorando al caso D'Amico sono talmente convinti che ci sia lui dietro il rapimento che nel luglio 1978 accusano Francesco Pagano di concorso in sequestro di persona. Ma Pagano, a quel tempo, fa il direttore al carcere di Regina Coeli, lo stesso carcere in cui sarebbe detenuto Cason durante il periodo del sequestro. Secondo la ricostruzione dei magistrati di Vibo Valentia Cason sarebbe uscito – con il beneplacito di Pagano – compiuto il sequestro e poi sarebbe tornato tranquillamente in cella, come se nulla fosse.
La storia finisce con Pagano interrogato, inutilmente, per trenta ore (alle quali vanno annessi almeno un paio di anni di sospetti comunque non supportati da prove concrete) e Cason morto, insieme al fratello Lorenzo, il 4 novembre del 1983, quando vengono uccisi nell'area del Tuscolano. Tiberio Cason, peraltro, era già stato “avvertito” nei mesi precedenti, quando – come avviene oggi – era stato gambizzato, utilizzando così un metodo che non passa mai di moda. Come nel caso di Flavio Simmi[1] , peraltro noto dalle parti dell'antimafia per essere in rapporti non solo con il gruppo di Michele Senese[2] ma anche con i catanesi, in particolare con Francesco D'Agati, noto – tra le altre cose – per essere stato il cassiere dell'”ambasciatore romano di Cosa Nostra” Pippo Calò).

La famiglia Simmi, dunque, fa parte di quell'immenso indotto che permette alla criminalità organizzata di riciclare e reinvestire il denaro di provenienza illecita. Quel denaro che, ad esempio, ha permesso alla 'ndrina degli Alvaro di appropriarsi del prestigioso Café de Paris[3], compiendo di fatto l'intero processo di maturazione criminale che ha portato le 'ndrine dai tempi dell'”Anonima” e dei sequestri a quella dei contratti d'appalto legali passando attraverso la gestione, in compartecipazione con i cartelli messicani, di una vastissima parte del mercato della droga.


(7 – Continua)

Note
[1] Uomo ucciso a Roma, giallo sulla valigetta, TgCom24, 7 luglio 2011;
[2] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/02/michele-senese-il-puparo-con-laccento.html;
[3] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/02/roma-aperto-il-laboratorio-cosa-nuova_05.html

Pignatone trasferito a Roma. La "prova del nove" che nella Capitale è in corso una guerra di mafie

fonte:siciliainformazioni.com
Roma - Renato Cortese e Giuseppe Pignatone (quest'ultimo nella foto). Uno è stato fino a pochi giorni fa il capo della squadra Mobile, l'altro il procuratore capo di Reggio Calabria. Entrambi, da qualche giorno, sono stati trasferiti nella capitale. Da una terra di 'ndrangheta alla Capitale, a riprova ulteriore che quella che sta avvenendo oggi per le sue strade non è più una guerra di mafie solo per alcuni organi di informazione.

«Sono combattuto fra l'attesa di andare a Roma dove mi aspettano non solo un incarico importante allo Sco (il Sistema Centrale Operativo della Polizia di Stato, ndr) ma anche gli affetti familiari, e il dispiacere di lasciare il gruppo di lavoro che mi ha affiancato in questi anni». Ha voluto commentare così il suo trasferimento Renato Cortese. Pignatone, invece, ci ha tenuto a sottolineare che, finché la sua nomina non sarà effettiva continuerà a lavorare per Reggio Calabria. Dopo il voto unanime ricevuto dalla Commissione per gli incarichi direttivi del Consiglio superiore della magistratura – un evento molto raro e che dunque dà l'idea di come negli anni il procuratore abbia saputo svolgere al meglio i compiti di volta in volta assegnatigli – mancano ora il parere consultivo del Guardasigilli, Paola Severino, e la ratifica del Consiglio superiore. Pura formalità, salvo imprevisti dell'ultima ora.

Il motivo del loro trasferimento è chiaro: cercare di replicare il lavoro fatto contro la 'ndrangheta calabrese in questi ultimi quattro anni, quando tutte le 'ndrine della città sono finite nel mirino del duo, che ha messo a segno molti colpi importanti non solo nell'ambito delle indagini sull'ala militare ma anche sul versante dei rapporti tra le 'ndrine, la politica e l'economia più o meno legale, tra i quali il “re dei videopoker”, Gioacchino Campolo o l'arresto dell'ex assessore del Comune reggino, Giuseppe Plutino, operazione che ha di fatto dato il via all'iter per la richiesta dell'invio dei commissari[1] e, successivamente, per lo scioglimento del Comune di Reggio Calabria, che potrebbe diventare il primo capoluogo ad essere colpito da tale provvedimento.
Il procuratore, soprattutto, è stato “attenzionato” dai clan, che gli hanno fatto rinvenire un bazooka vicino al Palazzo di giustizia (il 5 ottobre 2010) e più di un ordigno esplosivo nei pressi dello stesso edificio.

Il loro trasferimento, comunque, non significa certo che il lavoro a Reggio sia finito. Tutt'altro. «Non c'è una sola fetta sociale vergine e i rischi di contagio sono costanti» - aveva detto proprio il procuratore all'apertura dell'anno giudiziario - «Ciò è essenzialmente dovuto al crescente ruolo degli enti locali, agli appalti, alle assunzioni, alla fornitura dei servizi, nel quadro del controllo del territorio che le cosche perseguono. Interfacciarsi con i politici, per la 'ndrangheta, significa governare la clientela che aumenta il suo potere e il suo “riconoscimento sociale”».
È questa l'eredità (pesante) che Pignatone lascia al suo successore calabrese, sperando che possa solo migliorare. Sono in molti, peraltro, a vedere nella nomina anche un aspetto del lungo periodo: la successione del procuratore a Piero Grasso alla Procura nazionale antimafia. Ma questo avverrà solo nel 2013.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/01/reggio-calabria-arriva-la-commissione.html

Michele Senese, il "puparo" con l'accento napoletano

Roma – Seconda ed ultima parte del viaggio nella genìa camorristica di Cosa Nuova. Nella precedente puntata (a fondo pagina le parti fin qui pubblicate) siamo partiti dalla “Bella società riformata” per fermarci nel pieno della guerra tra i cutoliani e il cartello della Nuova Famiglia. Mentre a Napoli, a Caserta e nelle altre città campane si sparava, a Roma piano piano si formava un clan il cui potere è ancora intatto, nonostante gli arresti del 2009 che l'hanno di fatto decapitato. È questa la storia del clan Senese.

Michele Senese – detto anche lui, come Zaza, “'O Pazzo” - durante la prima guerra di camorra fa il killer. Nel 1982 molti collaboratori di giustizia assoceranno il suo nome ad almeno tre omicidi: quello di Alfonso Capatano, ucciso a Nola a gennaio e quelli di Raffaele e Vincenzo Ferrara a Casoria nel mese di settembre.
Senese aveva iniziato qualche anno prima con le rapine, insieme al cognato Antonio Gaglione, appartenente ai clan dell'area di Caivano-Marcianise, Antonio Balsamo e Gennaro Tuccillo.

Il primo a mettere gli occhi addosso al gruppo è il clan Moccia, appartenente alla galassia della Nuova Famiglia che oggi, sotto la guida di Anna Mazza, controlla la zona nord-est di Napoli, tra cui la famigerata piazza di spaccio di Parco Verde (di cui scrivevo a settembre[1].
Senese nel clan fa presto carriera, tanto da potersi presto sedere allo stesso tavolo con boss del calibro di Carmine Alfieri, Pasquale Galasso e Angelo Moccia (di cui Senese è uomo di fiducia). Sono proprio questi a mandarlo a Roma, insieme al suo gruppo, alla ricerca di Enzo Casillo.

È a questo punto che “'O Pazzo” inizia a frequentare sempre di più la capitale, tanto da insediarvisi definitivamente sul finire degli anni Ottanta, quando agli omicidi ed all'attività estorsiva – pratiche da “manovalanza” - aggiunge quelli che diventeranno i suoi passatempi preferiti, cioè traffico internazionale di stupefacenti (hashish e cocaina in particolare), gestione del gioco d'azzardo, acquisto di attività commerciali come strumento di reimpiego dei capitali illeciti e controllo del banco dei pegni. Di lì a qualche anno – anche con l'ausilio dei grandi importatori come il clan Gallo o quello degli Abate – non c'è grammo di droga a Roma che non sia passato prima tra le mani del gruppo di Senese.
Più aumenta il potere, per i Senese, più si avvicina anche per loro il “battesimo della faida”, che avviene nel 1996, quando Michele Senese decide di appoggiare il clan dei Belforte (appartenenti alla galassia dei Casalesi) nella guerra con i Piccolo per il controllo dell'area di Marcianise, nel casertano.

Cosa Nuova. Canta Napoli e Roma risponde (col botto)

Roma – Quarto appuntamento con la storia della guerra di mafie che, da mesi, sta insanguinando le strade della capitale (in fondo al post trovate i link per le puntate precedenti). Iniziamo oggi un viaggio nella cronologia di “Cosa Nuova”, cercando di capire attraverso nomi, fatti e circostanze, come è stato possibile creare quella che per importanza criminale è ormai assurta a quinta mafia. Questo nostro viaggio parte da chi, per questioni principalmente territoriali, a “Cosa Nuova” è vicino: la camorra.

Camorra alla sbarra. Di mala napoletana, nel Lazio, si inizia a parlare addirittura agli inizi del secolo scorso. Nel 1911, infatti, viene celebrato a Viterbo (per cercare di eliminare quanto più possibile eventuali “interessamenti” della criminalità verso la corte) il primo processo di camorra, che allora si chiamava “Bella società riformata”. Cinque anni prima, nel 1906, a Torre del Greco venne rinvenuto il corpo senza vita di Gennaro Cuocolo, la testa fracassata a suon di bastonate ed il corpo martoriato da quaranta colpi di coltello e stiletto. A poche ore da quel ritrovamento, anche il corpo della moglie, Maria Cutinelli, fu rinvenuto privo di vita a Napoli. Oltre ad essere noti per furti negli appartamenti, i due, erano anche basisti della camorra. Il processo – che all'epoca ebbe una vastissima enfasi mediatica e, si scoprirà in seguito, fu viziato da una quantità indefinibile di manipolazione delle prove – porterà l'anno successivo ad una condanna complessiva di 354 anni di reclusione. Ad Enrico Alfano e Giovanni Rapi – boss il primo, maestro elementare ed usuraio il secondo – che la sera prima dell'omicidio erano stati visti cenare proprio con Cuocolo, vengono comminati trent'anni di carcere, a Gennaro Abbatemaggio detto “'O Cucchierello”, confidente della polizia e “pentito” sulle cui dichiarazioni si basò tutto il processo, di anni ne dettero cinque.

Il baule. Durante le perquisizioni domiciliari, comunque, i carabinieri trovarono del materiale decisamente interessante e che, dissero, se divulgato avrebbe fatto tremare i polsi a più di un notabile, a Napoli come a Roma, come le cambiali rilasciate a noti cravattari della camorra da funzionari e magistrati. Ci sarebbe anche un baule, sequestrato a Ciro Vittozzi, prete e boss a tempo perso (o viceversa) che conterrebbe le prove dei legami tra la criminalità e le istituzioni. Ma questo, guarda caso, sparisce. E nessuno lo trova più.
I primi sentori di camorra, nella capitale, erano comunque arrivati una decina di anni prima, nel 1901.

Diplomazia criminale firmato Cosa Nuova

Roma - Terzo appuntamento con il nostro approfondimento sulla guerra di mafie romana[1][2]. Prima di andare ad approfondire le “biografie da emigrazione” delle organizzazioni, è bene porsi una semplice, quanto fondamentale, domanda: cosa ha spinto fin dagli anni Settanta le organizzazioni criminali a spingersi verso la Capitale?

Le organizzazioni criminali, in maniera diretta o indiretta – come nel caso delle mafie estere attraverso “delegazioni diplomatiche” - nella capitale e nella regione ci sono tutte. I primi insediamenti di camorra, 'ndrangheta e Cosa Nostra si devono alle latitanze, come nel caso dei Bardellino, che consideravano il Sud-Pontino nient'altro che una continuazione del loro territorio, o con i soggiorni obbligati, che hanno permesso, ad esempio, alla criminalità di mettere le mani sul mercato ortofrutticolo più grande del Sud Italia, cioè quello di Fondi, in provincia di Latina, dove sembra sia avvenuta una vera e propria spartizione della merce: le arance a Cosa Nostra, i pomodori alle 'ndrine, le mele annurche alla camorra.
È stato proprio partendo da questo che, in maniera più o meno voluta, le cosche si sono ritrovate con un'intera regione di cui poter usufruire, utilizzandola anche come “territorio neutro” sul quale dipanare le loro controversie, interne o esterne che fossero.

Estrapolare i boss dai loro territori – era questa l'idea alla base dei soggiorni obbligati al centro e al nord Italia – ha avuto però più lati negativi che positivi. Non solo infatti, come le cronache giudiziarie hanno più volte raccontato, i boss continuavano a comandare anche da lontano, ma slegarli dal loro contesto di riferimento in termini territoriali e soprattutto dal retaggio simbolico-culturale, ha permesso la nascita di alleanze trasversali, come avvenuto tra calabresi e campani per il mercato della droga sul litorale romano e nel Basso Lazio. Sul fronte transnazionale, invece, nigeriani e colombiani si occupano – in partnership con la 'ndrangheta (soprattutto con la 'ndrina dei Gallace, come evidenziato dall'operazione “Appia-Mithos”) – del trasporto della cocaina sul territorio, delegando poi ad algerini e marocchini lo spaccio al dettaglio e quello della cannabis, così come “patti della coca” sono stati rilevati con i serbi e con gli albanesi, alleatisi con la camorra, in particolare con il clan dei Gallo-Cavaliere di Torre Annunziata.
Fiumicino con l'aeroporto nonché Viterbo e Civitavecchia per il traffico via mare costituiscono le porte d'ingresso della droga nella regione.

Roma, aperto il "laboratorio Cosa Nuova". Dagli anni Settanta

foto: nottecriminale.wordpress.com
Roma - Continuiamo il nostro approfondimento su quella che sempre più sembra essere una vera e propria guerra di mafie[1]. Prima di entrare nello specifico, andando a guardare come le mafie – italiane ed estere – si siano insediate nella Capitale fin dagli anni Settanta, è necessario prima fare il punto su cosa sia e quanta forza – criminale ed economica – abbia oggi quella che l'associazione “Libera” nel suo dossier[2] ha chiamato “Cosa Nuova”.
Un bar ed una corda. È da qui che riparte la nostra storia.

Eravamo quattro amici (degli amici) al bar. L'anno è il 2009, siamo a luglio. La Città Eterna si sveglia con uno dei tanti blitz della Guardia di Finanza che mette i sigilli a una decina di locali – valore totale sui 200 milioni di euro - tra cui il “Café de Paris” di via Veneto, uno dei locali più in vista della città che da solo vale poco più di un quarto del sequestro. È qui, tra questi tavoli, che Federico Fellini crea – almeno nel nome – i “paparazzi”, quelli che poi si vedranno spaccare le macchine fotografiche in una storica rissa con le guardie del corpo di Frank “The Voice” Sinatra.
Oggi, passata quell'epoca e con il bar in amministrazione giudiziaria, da quegli stessi tavolini si ordinano quotidianamente l'olio coltivato nella Piana di Gioia Tauro, il vino corleonese o la pasta casertana. Tutti prodotti che arrivano dalle terre confiscate alla criminalità organizzata attraverso il circuito di Libera[3].
Tra “The Voice” e i prodotti dell'organizzazione, infatti, nel bar c'è passata la 'ndrangheta. 'Ndrina degli Alvaro, “ramo” Testazza, per l'esattezza[4]. Il bar, come hanno appurato gli inquirenti, è stato venduto nel 2005 a Damiano Villari, barbiere calabrese trasferitosi nella capitale e diventato il più importante dei prestanome della 'ndrina per il numero di intestazioni fittizie e l'elevato spessore delinquenziale, come si legge nell'ordinanza di arresto in seguito all'operazione “Rilancio”, avviata dal Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri nel 2007 e culminata, appunto, nel blitz del 2009. Villari – insieme ad altri ventisette prestanome – era il braccio, la mente era invece il boss Vincenzo Alvaro, considerato il capo cosca a Cosoleto (comune del reggino sciolto nel 1997).

Roma, finita la pax di "Cosa Nuova"?


foto: nottecriminale.wordpress.com

ROMA - Dicono che Roma non sia Palermo. Ed è un po' come quella vecchia storia che la mafia, in certi posti, è solo un'invenzione dei media. Eppure a Roma, nel 2011, ci sono stati più morti che a Palermo, a Napoli o a Reggio Calabria. Trentatré morti violente. Trentatré morti ammazzati. Troppi per una città che, dicono, sia semplicemente una città allo sbaraglio, una città che – con il passaggio politico da Veltroni ad Alemanno – ha perso in sicurezza. Trentatré morti ammazzati li trovi nei resoconti dei telegiornali da posti come Baghdad, Kabul o il Kosovo degli anni Novanta. Ma quelli sono – o sono stati – paesi in guerra. In tempo di guerra trentatré morti ammazzati basta un attentato per farli. Ma in tempo di pace no, in tempo di pace è più difficile.
Eppure quei trentatré morti ammazzati ci sono. Come ci sono stati a Palermo, a Napoli e a Reggio Calabria. Ma quelli nemmeno erano tempi di pace. Anche Palermo, Napoli e Reggio Calabria hanno conosciuto le loro guerre. “Faide” le chiamano, come se ammazzarsi tra clan sia meno importante. Anche perché, lo abbiamo sentito dire tutti almeno una volta, «finché si ammazzano tra di loro...».

È proprio in quei momenti, quando iniziano ad “ammazzarsi tra di loro”, che bisogna alzare il livello di attenzione, ancor più di quanto non si stia attenti nei periodi in cui la criminalità organizzata si siede ad un tavolo a trattare e non sceglie la via delle armi. Dato il livello di penetrazione dei clan in molti settori dell'economia legale, comunque, l'attenzione – giudiziaria, giornalistica, civile – è evidentemente ancora troppo bassa. Perché quando quel tavolo salta e piuttosto che gli stradari cittadini con cui si spartiscono le città qualcuno inizia a posarci sopra un kalashnikov o una pistola vuol dire che qualcosa di lì a poco cambierà. È successo con le vecchie famiglie siciliane e i Corleonesi, con la guerra tra i cutoliani e la Nuova Famiglia prima e con quella tra i Casalesi e gli Scissionisti dopo a Napoli o con i Libri-Tegano e i Condello-Serraino a Reggio Calabria. “Guerra di mafia” scrivevano i cronisti a Palermo, a Napoli o a Reggio Calabria quando in redazione arrivava la chiamata che ce n'era stato un altro, di morto ammazzato.
E ad ogni morto ammazzato per le strade siciliane, campane o calabresi c'era qualcuno – da qualche altra parte – a cui tremavano i polsi. Come i parlamentari comprati a suon di voti scambiati a Roma, ad esempio. O come tutti quei piccoli o grandi imprenditori che, a Roma come a Milano come a Reggio Emilia, con la criminalità organizzata ci hanno sempre campato, e anche bene.

Capita, però, che anche in queste altre città si facciano dei morti ammazzati. Forse ha ragione Luigi De Ficchy, procuratore capo di Tivoli, sul fatto che dietro ad ognuno di quei trentatré morti ammazzati nella capitale non ci debba per forza essere la criminalità organizzata. Eppure ad andare un po' più in profondità, a grattar via quella patina da “semplice città insicura” che media e politica hanno scelto per Roma, si può leggere una storia un po' diversa. Una storia che, da Palermo, da Napoli, da Reggio Calabria così come dall'estero porta – memore di quel vecchio detto – nella capitale. Insieme alla via della droga, delle armi e del denaro da lavare.
Qualcuno lo sarà davvero un omicidio “casuale”. Ma capire che oggi, a Roma, si assiste ad una nuova guerra di mafie – al plurale, e non è un refuso – può essere il primo passo per bloccare l'ascesa dei nuovi corleonesi, dei nuovi scissionisti o della nuova 'ndrangheta. Perché, è evidente a volerlo leggere, con la caduta di un sistema di potere – quello berlusconiano – non è solo il sistema degli equilibri politici che si sta riorganizzando. C'è anche, e soprattutto, il riequilibrio di quel sistema criminale che, con il voto, mette propri afferenti in Parlamento, nei consigli regionali o in quelli comunali.

È alla luce di queste considerazioni che credo utile provare a raccontare – in maniera comunque non definitiva, dato che mentre scriviamo per le strade della capitale si continua ad uccidere, rapinare e gambizzare - proprio quella storia che in pochi, ammaliati dai riflettori del governo tecnico e delle polemiche che si porta dietro, sembra vogliano (o abbiano la possibilità di) raccontare.
Perché per qualcuno – a livello politico e mediatico – Roma oggi è semplicemente preda di un gruppo di “cani sciolti” che si sono messi a sparare. Senza apparente motivo. Per qualcun altro, invece, a Roma da un po' di tempo è stato aperto un laboratorio. Il “laboratorio Cosa Nuova”.