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Michele Senese, il "puparo" con l'accento napoletano

Roma – Seconda ed ultima parte del viaggio nella genìa camorristica di Cosa Nuova. Nella precedente puntata (a fondo pagina le parti fin qui pubblicate) siamo partiti dalla “Bella società riformata” per fermarci nel pieno della guerra tra i cutoliani e il cartello della Nuova Famiglia. Mentre a Napoli, a Caserta e nelle altre città campane si sparava, a Roma piano piano si formava un clan il cui potere è ancora intatto, nonostante gli arresti del 2009 che l'hanno di fatto decapitato. È questa la storia del clan Senese.

Michele Senese – detto anche lui, come Zaza, “'O Pazzo” - durante la prima guerra di camorra fa il killer. Nel 1982 molti collaboratori di giustizia assoceranno il suo nome ad almeno tre omicidi: quello di Alfonso Capatano, ucciso a Nola a gennaio e quelli di Raffaele e Vincenzo Ferrara a Casoria nel mese di settembre.
Senese aveva iniziato qualche anno prima con le rapine, insieme al cognato Antonio Gaglione, appartenente ai clan dell'area di Caivano-Marcianise, Antonio Balsamo e Gennaro Tuccillo.

Il primo a mettere gli occhi addosso al gruppo è il clan Moccia, appartenente alla galassia della Nuova Famiglia che oggi, sotto la guida di Anna Mazza, controlla la zona nord-est di Napoli, tra cui la famigerata piazza di spaccio di Parco Verde (di cui scrivevo a settembre[1].
Senese nel clan fa presto carriera, tanto da potersi presto sedere allo stesso tavolo con boss del calibro di Carmine Alfieri, Pasquale Galasso e Angelo Moccia (di cui Senese è uomo di fiducia). Sono proprio questi a mandarlo a Roma, insieme al suo gruppo, alla ricerca di Enzo Casillo.

È a questo punto che “'O Pazzo” inizia a frequentare sempre di più la capitale, tanto da insediarvisi definitivamente sul finire degli anni Ottanta, quando agli omicidi ed all'attività estorsiva – pratiche da “manovalanza” - aggiunge quelli che diventeranno i suoi passatempi preferiti, cioè traffico internazionale di stupefacenti (hashish e cocaina in particolare), gestione del gioco d'azzardo, acquisto di attività commerciali come strumento di reimpiego dei capitali illeciti e controllo del banco dei pegni. Di lì a qualche anno – anche con l'ausilio dei grandi importatori come il clan Gallo o quello degli Abate – non c'è grammo di droga a Roma che non sia passato prima tra le mani del gruppo di Senese.
Più aumenta il potere, per i Senese, più si avvicina anche per loro il “battesimo della faida”, che avviene nel 1996, quando Michele Senese decide di appoggiare il clan dei Belforte (appartenenti alla galassia dei Casalesi) nella guerra con i Piccolo per il controllo dell'area di Marcianise, nel casertano.

Cosa Nuova. Canta Napoli e Roma risponde (col botto)

Roma – Quarto appuntamento con la storia della guerra di mafie che, da mesi, sta insanguinando le strade della capitale (in fondo al post trovate i link per le puntate precedenti). Iniziamo oggi un viaggio nella cronologia di “Cosa Nuova”, cercando di capire attraverso nomi, fatti e circostanze, come è stato possibile creare quella che per importanza criminale è ormai assurta a quinta mafia. Questo nostro viaggio parte da chi, per questioni principalmente territoriali, a “Cosa Nuova” è vicino: la camorra.

Camorra alla sbarra. Di mala napoletana, nel Lazio, si inizia a parlare addirittura agli inizi del secolo scorso. Nel 1911, infatti, viene celebrato a Viterbo (per cercare di eliminare quanto più possibile eventuali “interessamenti” della criminalità verso la corte) il primo processo di camorra, che allora si chiamava “Bella società riformata”. Cinque anni prima, nel 1906, a Torre del Greco venne rinvenuto il corpo senza vita di Gennaro Cuocolo, la testa fracassata a suon di bastonate ed il corpo martoriato da quaranta colpi di coltello e stiletto. A poche ore da quel ritrovamento, anche il corpo della moglie, Maria Cutinelli, fu rinvenuto privo di vita a Napoli. Oltre ad essere noti per furti negli appartamenti, i due, erano anche basisti della camorra. Il processo – che all'epoca ebbe una vastissima enfasi mediatica e, si scoprirà in seguito, fu viziato da una quantità indefinibile di manipolazione delle prove – porterà l'anno successivo ad una condanna complessiva di 354 anni di reclusione. Ad Enrico Alfano e Giovanni Rapi – boss il primo, maestro elementare ed usuraio il secondo – che la sera prima dell'omicidio erano stati visti cenare proprio con Cuocolo, vengono comminati trent'anni di carcere, a Gennaro Abbatemaggio detto “'O Cucchierello”, confidente della polizia e “pentito” sulle cui dichiarazioni si basò tutto il processo, di anni ne dettero cinque.

Il baule. Durante le perquisizioni domiciliari, comunque, i carabinieri trovarono del materiale decisamente interessante e che, dissero, se divulgato avrebbe fatto tremare i polsi a più di un notabile, a Napoli come a Roma, come le cambiali rilasciate a noti cravattari della camorra da funzionari e magistrati. Ci sarebbe anche un baule, sequestrato a Ciro Vittozzi, prete e boss a tempo perso (o viceversa) che conterrebbe le prove dei legami tra la criminalità e le istituzioni. Ma questo, guarda caso, sparisce. E nessuno lo trova più.
I primi sentori di camorra, nella capitale, erano comunque arrivati una decina di anni prima, nel 1901.