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Guatemala, Ríos Montt condannato ad 80 anni per il genocidio degli indigeni Maya Ixiles

foto: abc.es

Città del Guatemala (Guatemala) – Cinquanta anni per genocidio e trenta per crimini contro l'umanità. È questa la decisione – storica – presa due giorni fa dalla corte guatemalteca contro l'ex dittatore Efraín Ríos Montt (nella foto), 86 anni, che ha già reso nota la volontà di ricorrere in appello. Assolto, invece, l'ex capo dei servizi segreti, José Mauricio Rodríguez Sánchez. Presente al processo anche Rigoberta Menchú, che proprio per aver portato all'attenzione internazionale il genocidio fu insignita del Nobel per la pace nel 1992.

Avvenimento altrettanto storico è che a giudicare Montt sia stato un tribunale nazionale e non, come spesso avvenuto anche nella storia recente, un tribunale internazionale, così come l'aver dato - attraverso questa senteza - conferma a quanto denunciato dall'Onu e dalla Chiesa Cattolica: quanto avvenuto in Guatemala non fu solo una guerra civile durata più tre decenni (dal 1960 al 1996) ma un vero e proprio genocidio.

Iniziato a gennaio 2012, il processo verteva su 15 massacri – dei 266 iniziali - avvenuti durante i sedici mesi del regime nel dipartimento del Quiché, nordest del paese, dove furono massacrati dalla dittatura 1.771 indigeni Maya-Ixiles - di cui quasi la metà bambini tra zero e dodici anni - accusati dal regime di supportare la guerriglia di sinistra dell'Unidad Revolucionaria Nacional Guatemalteca (URNG).
Fondamentali, per la condanna definitiva, sono state le molte donne che hanno testimoniato sulle torture e soprattutto sugli stupri sistematici – 1.400 quelli oggetto del processo - che subivano, «prima dai soldati sani e solo alla fine da quelli ammalati di sifilide e gonorrea», come ha raccontato una donna all'epoca adolescente.

Montt, salito al potere con un colpo di stato militare il 23 marzo 1982 e sostituito, sedici mesi dopo, tramite un altro colpo di stato dei militari guidato dal generale ed ex ministro della Difesa Oscar Humberto Mejía Victores, pur continuando ad avere un ruolo di primo piano fino al suo ritiro a vita privata nel gennaio 2012, ha sempre negato ogni addebito sulle stragi, incolpando l'esercito, delle cui azioni non era sempre messo al corrente. Tesi che non può comunque essere completamente smentita alla luce della distruzione, avvenuta nel 1985, di tutti i documenti “compromettenti”, episodio che rende impossibile definire la reale catena di comando dei massacri, nella quale però forte fu la pressione esercitata su Montt da Ronald Reagan, allora Presidente degli Stati Uniti, volta ad evitare che il Centroamerica diventasse una delle basi del comunismo internazionale, che poteva contare già sul Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale del Nicaragua e su Fidel Castro a Cuba. 

Deeqa Aden Gures, morte (accidentale?) di una mediatrice culturale

Torino - 2 ottobre 2012, ore 3 del mattino. Una telecamera di sicurezza ha appena ripreso una donna, sul ponte che da piazza Vittorio Veneto porta alla cattedrale della Gran Madre. Dopo qualche passo incerto si ferma e si accascia al suolo, senza rialzarsi più. Un minuto e mezzo dopo un'automobile la travolgerà, forse uccidendo Deeqa Aden Gures, 39 anni, mediatrice culturale appartenente ad una delle famiglie più ricche ed importanti della Somalia, conosciuta come l'”angelo dei rifugiati”, in particolare di quei rifugiati somali che, riproponendo la divisione in clan che ne distingue la società, grazie a lei erano riusciti ad unirsi per difendere insieme i loro diritti.

Il “forse uccidendo” non è un refuso né un errore. Perché fino ad ora, a sette mesi di distanza, l'unica certezza è che Deeqa è morta con la testa schiacciata. Il perché, il come ed il chi rimangono un mistero. Per questo – e per portare la vicenda all'attenzione di cittadini e mezzi di informazione – è stato costituito il “Comitato per la verità su Deeqa”. Forte è, infatti, la volontà di fare chiarezza, in particolare di Luigi Tessitore, marito della donna e consulente per il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), che all'agenzia di stampa Redattore Sociale ha tentato di spiegare i tanti misteri legati a questa morte.

Innanzitutto l'idea che il claudicare sia da ricondurre all'alcol. «Il pm, con un giro di parole a mio avviso poco edificante vorrebbe darci a intendere che fosse ubriaca: sarebbe caduta priva di sensi, in una sorta di coma etilico, e in seguito investita» anche se, evidenzia Tessitore, «Il tasso alcolico era dello 0,3, ossia l'equivalente di una birra piccola». È per questo, probabilmente, che la Procura della Repubblica di Torino ha chiesto l'archiviazione del caso.
Inoltre un mistero rimane anche l'investimento. L'autopsia non è riuscita a determinare se le ferite al cranio siano da attribuire alle ruote dell'automobile o ad eventuali percosse tramite bastone o mazza da baseball, in quanto non ci sono tracce di pneumatico sul cranio né sul luogo sono stati rinvenuti sangue e materia organica, tanto da rendere incerta persino la dinamica dell'investimento, impossibile da chiarire anche con le riprese della telecamera, le cui immagini non sono nitide.

Sempre più forte diventa il timore che questo non sia un incidente ma un omicidio, date anche le minacce che nelle tre settimane precedenti la morte la donna aveva ricevuto fisicamente e telefonicamente anche in maniera palese, come quel “Deeqa verrà fatta fuori stanotte” scritto il 30 settembre addirittura su Twitter.

Risvolti indicibili della crisi economica: il boom del traffico di organi

foto: queryonline.it
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Belgrado (Serbia), 24 giugno 2012 – È quasi una costante. Ogni crisi porta con sé un mercato illegale, nero, come si suol dire. È stato così per la crisi dell'Europa dell'Est a seguito della dissoluzione dell'Unione Sovietica, che ha dato il via ad uno dei più fiorenti mercati illegali del mondo, quello delle armi appartenute all'esercito che marciava sulla Piazza Rossa di Mosca.
È così, o quanto meno sembra essere così, per la crisi economica che sta strozzando i popoli dell'Europa Occidentale che, come scriveva nei giorni scorsi Massimiliano Ferraro su Ecoinchiesta[1], sembra stia portando ad un vero e proprio boom di uno dei mercati illegali più disumani ai quali si possa pensare: quello degli organi.

A lanciare l'allarme è Dan Bilefsky del New York Times[2] che racconta la storia di Pavle e Daniella Mircov, costretti a vendere un rene – messo all'asta per 30.000 euro – dopo che il signor Pavle ha perso il proprio lavoro in uno stabilimento di carne di Belgrado ed aver visto la propria richiesta per lavorare come cameriere respinta, e quando non arriva il lavoro non arrivano nemmeno i soldi per pagare le bollette. Così il servizio telefonico gli ha tagliato la linea e la famiglia Mircov vive praticamente al buio per riuscire a pagare la bolletta dell'elettricità. «Quando devi mettere il pane in tavola» - ha raccontato Pavle Mircov a Bilefsky - «vendere un rene non sembra poi un sacrificio così grande». Quando si è costretti a scegliere tra la legge e la disperazione, solitamente, è quest'ultima a prendere il sopravvento al momento delle decisioni.

Certo, la Serbia non è esattamente il paese più ricco d'Europa, ma molti esperti sostengono che la crisi economica stia spostando il centro di questo mercato, tradizionalmente basato in paesi come la Cina, l'India, il Brasile o le Filippine (come dimostrò un docufilm del 2009 del regista Roberto Orazi e di Alessandro Gilioli, giornalista de L'Espresso[3]), in paesi come la Grecia, la Spagna, l'Italia o gli Stati Uniti, dove negli ultimi tempi sono stati registrati molti casi di espianto di organi dai sans-papier.

«Grazie alla crisi finanziaria globale il traffico di organi è un mercato in espansione», ha raccontato al New York Times Jonathan Ratel, avvocato dell'Unione Europea che ha rappresentato l'accusa in un processo contro sette persone accusate di aver adescato persone povere dalla Turchia e dal Kosovo nel 2008 costringendoli a vendere i propri reni dietro la falsa promessa della riscossione di 20.000 euro.

Genova non è finita, dieci nessuno trecentomila

foto: www.genova24.it
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Genova, 17 giugno 2012 – Sono passati undici anni dal G8 di Genova e dalla “macelleria messicana”, come vennero definite le torture e le violenze perpetrate ai danni dei manifestanti da qualcuno che lo Stato italiano non ha ancora trovato, mentre chi gestiva l'ordine pubblico in quei giorni è stato promosso anche per i servigi resi in quell'occasione.
A undici anni di distanza, però, c'è ancora chi le conseguenze di quei fatti le paga sulla propria pelle, come i dieci manifestanti accusati di “devastazione e saccheggio” - un reato istituto in realtà per fini politici durante il regime fascista - e condannati in secondo grado a pene che vanno dagli otto ai tredici anni di carcere, per un totale complessivo di cento anni di carcere (neanche avessero rubato tramite banca).
«Lanciamo questo appello a tutte e tutti» - si legge in un comunicato di Radio OndaRossa[1] - «alle e ai 300 mila che erano in piazza a Genova in quel luglio del 2001 e a quelle migliaia che non hanno smesso di lottare (sognare), per aprire da qui al prossimo 13 luglio, giorno dell'udienza in Cassazione per i compagni condannati per devastazione e saccheggio, una campagna che ponga l'accento su quanto sia politica la scelta discrezionale della magistratura di ricorrere al reato di devastazione e saccheggio». Dieci i possibili capri espiatori; nessuno, il numero dei condannati tra coloro che perpetrarono le torture; trecentomila, il numero di coloro che invasero le strade di Genova nel luglio di undici anni fa.
Proprio a loro, e a tutte e tutti coloro che non sono indifferenti al mondo che li circonda, è rivolto l'appello che pubblichiamo di seguito:

APPELLO ALLA SOCIETÀ CIVILE E AL MONDO DELLA CULTURA

La gestione dell'ordine pubblico nei giorni del G8 genovese del luglio del 2001, rappresenta una ferita ancora oggi aperta nella storia recente della repubblica italiana.

Dieci anni dopo l'omicidio di Carlo Giuliani, la "macelleria messicana" avvenuta nella scuola Diaz, le torture nella caserma di Bolzaneto e dalle violenze e dai pestaggi nelle strade genovesi, non solo non sono stati individuati i responsabili, ma chi gestì l'ordine pubblico a Genova ha condotto una brillante carriera, come Gianni De Gennaro, da poco nominato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

Mentre lo Stato assolve se stesso da quella che Amnesty International ha definito "la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale", il prossimo 13 luglio dieci persone rischiano di diventare i capri espiatori e vedersi confermare, in Cassazione, una condanna a cento anni di carcere complessivi, in nome di un reato, "devastazione e saccheggio", che rappresenta uno dei tanti detriti giuridici, figli del codice penale fascista, il cosiddetto Codice Rocco.

Un reato concepito nel chiaro intento, tutto politico, di perseguire chi si opponeva al regime fascista. Oggi viene utilizzato ipotizzando una "compartecipazione psichica", anche quando non sussiste associazione vera e propria tra le persone imputate. In questo modo si lascia alla completa discrezionalità politica degli inquirenti e dei giudici il compito di decidere se applicarlo o meno.

E' inaccettabile che, a ottant'anni di distanza, questa aberrazione giuridica rimanga nel nostro ordinamento e venga usata per condannare eventi di piazza così importanti, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone, come le mobilitazioni contro il G8 a Genova nel 2001.

Non possiamo permettere che dopo dieci anni Genova finisca così, per questo facciamo appello al mondo della cultura, dello spettacolo, ai cittadini e alla società civile a far sentire la propria voce firmando questo appello che chiede l'annullamento della condanna per devastazione e saccheggio per tutti gli imputati e le imputate.

Per una battaglia che riguarda la libertà di tutte e tutti.

Assemblea di supporto ai e alle 10 di Genova 2001

Qui per aderire all'appello


Note
[1] Genova non è finita, dieci nessuno trecentomila, Radio OndaRossa, 5 giugno 2012

Se Don Milani fosse ministro dell'Istruzione

foto: ilcorpodelledonne.net
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Roma, 17 giugno 2012 – Secondo il rapporto dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro pubblicato in occasione della Giornata mondiale contro il lavoro minorile (che si celebra il 12 giugno) sono 215 i milioni di bambini costretti a lavorare per sopravvivere. Tra questi, almeno 5 milioni di essi sono costretti ai lavori forzati, nei quali sono comprese le nuove forme di schiavitù minorile come lo sfruttamento sessuale, la schiavitù per debiti o l'uso dei bambini nei conflitti armati. La cifra, evidenziano dall'organizzazione, è senza dubbio sottostimata.
La distanza maggiore tra le promesse derivanti dalle varie Convenzioni redatte in questi anni si ha nei settori dell'economia cosiddetta informale, nella quale rientrano ad esempio i minori utilizzati nelle zone rurali e agricole, dove fin da subito bambini e bambine vengono utilizzati dalle famiglie in chiave economica privilegiando il lavoro piuttosto che l'istruzione scolastica.
Pochissimi poi, denuncia il rapporto, i casi di lavoro minorile che arrivano davanti ai Tribunali nazionali.

«Lavoro dignitoso per i genitori e istruzione per i bambini e le bambine sono elementi indispensabili per lo sradicamento del lavoro minorile» dice Juan Somavia, direttore generale dell'Ilo, per il quale bisogna continuare «sulla strada tracciata nella road map adottata a L'Aia nel 2010 che prevedeva l'eliminazione delle peggiori forme di lavoro minorile entro il 2016».

Non bisogna, però, commettere l'errore di credere che questo tipo di problema riguardi solo paesi poveri o in fase di sviluppo.
Se in questi paesi, infatti, vige ancora l'idea secondo la quale bambini e bambine “rendano di più” a lavorare i campi piuttosto che a stare dietro a libri e compiti a casa per l'intera giornata, in un paese che si ritiene sviluppato come l'Italia il nostro sistema scolastico, attaccato negli anni da entrambe le parti politiche, governo dei professori incluso, sta tornando ad essere di élite, dove bambini con disagi e i tantissimi figli di migranti – ai quali si aggiungono bambine e bambine di famiglie colpite dalla crisi economica – rappresentano oggi quel sottoproletariato a cui una volta la scuola era preclusa.

Espulsi dal sistema scolastico (facendo in molte zone un enorme favore alla criminalità organizzata, sempre disponibile ad accogliere manovalanza giovane[1]) ed impossibilitati dunque a formarsi nella loro maturazione culturale né in quella materialmente spendibile una volta entrati in un mondo del lavoro diventato anch'esso un “lusso per pochi”, tra i 15 ed i 24 anni – come evidenziava Lorella Zanardo su “Il corpo delle donne” due giorni fa[2] – vanno ad incrementare le fila di quell'esercito di ragazze e ragazzi che non studia e non lavora (detti NEET, acronimo di Not in Employment, Education or Training). Nel nostro paese, dove la percentuale è la più alta d'Europa ed in aumento proprio per effetto della crisi economica, sono oltre due milioni, come denuncia Sofia Basso in un articolo pubblicato sull'ultimo numero del settimanale Left[3].
Quello dei NEET rappresenta un problema sociale con il quale sarà bene iniziare a fare i conti al più presto, in Italia come nel resto del mondo, considerando che questo fenomeno è – allo stesso tempo – effetto e causa di tutta una serie di altri problemi sociali che società che vogliono essere realmente democratiche non possono permettersi. Sono effetto – come abbiamo visto – di dinamiche di esclusione (scolastica e lavorativa) che ricadono poi sull'intera comunità di appartenenza ma sono anche causa stessa della crisi essendo spesso costretti a fare affidamento solo su aiuti economici derivanti dai familiari (la vecchia “paghetta” di mamma e papà, per intendersi) in un sistema dove il fulcro di tutto sono, ancora una volta, le politiche che ruotano intorno all'idea che la società ha della scuola, intesa nel suo ruolo di educatrice sociale prima ancora che culturale.

Più che di tanti Don Milani – come chiede “disperatamente” Lorella Zanardo – io credo, c'è bisogno che un Don Milani venga fatto ministro dell'Istruzione (per ora, con Marco Rossi Doria, ci siamo fermati al sottosegretariato).

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2011/10/scuole-al-margine.html;
[2] Cercasi Don Milani disperatamente, Il corpo delle donne, 15 giugno 2012;
[3] Neet generation. Gioventù sprecata di Sofia Basso, settimanale Left, 16 giugno 2012

Tra "biscotti" e cani randagi, Mahmoud Sarsak rimane illegalmente nelle carceri israeliane

foto: baruda.net
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Striscia di Gaza (Palestina), 16 giugno 2012 – Mentre l'Italia si interroga sul “biscotto croato-spagnolo”, reiterando così quella vecchia abitudine del dare la colpa dei propri fallimenti (sportivi e non) a complotti altrui piuttosto che a demeriti propri e che poco ha a che fare con il concetto di sportività, c'è un giocatore che rischia di morire.

No, niente episodi di violenza calcistica né di tifosi difficilmente etichettabili come tali.
Lui si chiama Mahmoud Sarsak, è un calciatore professionista palestinese (gioca anche in nazionale) di 25 anni, detenuto illegalmente nelle carceri israeliane dal 2009. Da ormai novantadue giorni è in sciopero della fame contro quella che in Israele si chiama “detenzione amministrativa”, un atto che permette agli israeliani di detenere Mahmoud senza che contro di lui – o contro altri palestinesi sottoposti a questo regime carcerario – sia stata mossa alcuna accusa o sia stato portato davanti ad una corte per essere processato.

La storia. Mahmoud viene arrestato il 22 luglio del 2009 a Beit Hanoun, valico nord della Striscia di Gaza mentre si dirigeva – con tanto di autorizzazione concessa dagli israeliani a poter oltrepassare il valico – nella West Bank per firmare un contratto con il Balata Youth Club semplicemente sulla base di un sospetto, a cui gli israeliani hanno dato il nome di “legge dei combattenti illegali” e che permette di detenere gli abitanti della striscia in maniera illegale, senza che se ne conoscano le ragioni e senza una data prevista per la scarcerazione. Il calciatore è infatti accusato di appartenere al Jihad Islam, nonostante Israele non sia in grado di produrre alcuna prova di tali accuse.
Come molti suoi connazionali, Mahmoud ha iniziato una protesta attraverso lo sciopero della fame, che ormai si protrae da 92 giorni, con tutti i rischi che ciò comporta. Secondo fonti mediche, infatti, ha perso 25 chili, sviene spesso ed il battito cardiaco si fa sempre più debole. Questa protesta gli ha portato inoltre gravi danni ad alcuni organi, così da interrompere il suo sogno di indossare la magia del suo paese in una competizione internazionale (che nel caso della Palestina significa anche portare all'attenzione internazionale anche il problema del conflitto israelo-palestinese).
Insieme a lui, le carceri israeliane detengono altre 4.600 persone, di cui circa 300 sottoposti a “detenzione amministrativa” e molti bambini, che vengono arrestati (spesso solo per aver lanciato un sasso), torturati e sottoposti ad elettroshock.

Operazione anti pedo-pornografia "Strike", 109 indagati tra Italia e Germania

foto: loschiaffo.org
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Catania, 16 giugno 2012 – Centonove indagati ed otto arresti in flagranza di reato. È questo il – parziale – risultato dell'operazione portata avanti dalla Procura distrettuale catanese in collaborazione con la locale Polizia Postale denominata “Strike”, avviata nel 2010 in ben quarantaquattro città italiane e che ha portato nei giorni scorsi a smantellare un'ampia rete pedopornografica tra Italia e Germania.

«È il risultato di una lunga e complessa operazione di indagine internazionale che, nell'ambito dei reati compiuti via internet, richiede la collaborazione della polizia giudiziaria anche straniera», ha evidenziato il sostituto procuratore catanese Marisa Scavo, specializzata nella lotta alla pedofilia. «Per questo dal 2009, quando la competenza ad investigare su reati di pedopornografia on-line è stata affidata a tutte le procure distrettuali, è stato necessario formare delle squadre investigative sovranazionali che, collaborando tra loro, arginassero questo fenomeno sempre più diffuso. E con dati allarmanti».

L'operazione è da ritenersi tutt'altro che conclusa. «La Procura della Repubblica di Catania» - ha spiegato il procuratore capo Giovanni Salvi - «ha segnalato alla Germania un sito in cui era possibile scambiare file di tipo pornografico che coinvolgevano diversi minori. Da qui si è proceduto, con la collaborazione della polizia tedesca, prima all'identificazione dei soggetti coinvolti e poi al sequestro del materiale e agli arresti».
Proprio questo sito, che in soli due mesi ha registrato oltre 44mila accessi alla sezione “Teen group”, sarebbe stato il punto di contatto della rete pedopornografica italo-tedesca, anche se non è difficile prevedere il coinvolgimento di cittadini di altri stati. Nello stesso periodo è stata monitorata l'attività del server Donkey2000, un altro dei canali preferiti dalla rete pedopornografa secondo gli inquirenti.

Ad alcuni degli arrestati – ai quali vengono contestati i reati di divulgazione e detenzione di immagini di pornografia minorile - sono state sequestrate quantità impressionanti di questo materiale, come i 436mila file pedo-pornografici autoprodotti da un informatico napoletano, «che riprendeva, a loro insaputa, degli adolescenti mentre si spogliavano nel bagno di casa sua prima delle attività fisiologiche». Molti, inoltre, i video sequestrati ritraenti bambini o minori in età preadolescenziale – per i quali sono ancora in corso gli accertamenti tecnico-investigativi volti a stabilirne la nazionalità - costretti ad atti sessuali.
Proprio per questo, dicono gli inquirenti, saranno aperti molti filoni di indagine.

In questi giorni, intanto, l'associazione Meter Onlus di don Fortunato Di Noto – a rischio chiusura per i tagli previsti nell'ultima legge di stabilità redatta dalla Regione[1] - ha reso noto il report sull'attività nei primi cinque mesi del 2012 redatto insieme all'Osservatorio mondiale contrasto alla pedofilia (OSMOCOP) specializzato nell'elaborazione dei flussi di dati internet, che hanno visto un vero e proprio boom di siti pedopornografici nel mondo, che evidenzia l'esistenza di 4.148 siti segnalati (2612 domini generici, 1.043 domini specifici e 493 gruppi sui social networks) con al primo posto il continente asiatico – Cina, Taiwan e Sri Lanka i paesi segnalati - seguito poi dal nostro continente, dove le segnalazioni arrivano da Russia, Austria, Lituania, Polonia, Spagna, Italia, Grenada-Caraibi, Montenegro, Germania, Svezia, Francia e Belgio; dal continente americano, dove il maggior traffico pedopornografico è stato registrato negli Stati Uniti; dall' Oceania, con l'Isola di Tonga, ed infine dal continente africano, con Libia, Somalia e Nigeria come paesi maggiormente segnalati.
Ventisei, infine, i casi trattati dal Centro di ascolto e di accoglienza dell'associazione siracusana, tra i quali non solo quelli di sospetti abusi sessuali ma anche inerenti a difficoltà relazionali in famiglia o a figli contesi in separazioni.

Note
[1] Meter, associazione contro la pedofilia, rischia di chiudere di Elisa Mirabile, InfoOggi.it, 31 maggio 2012

"Chiamiamola tortura". Campagna per l'introduzione del reato di tortura nell'ordinamento giuridico italiano

In Italia la tortura non è reato. In assenza del crimine di tortura non resta che l’impunità.
La violenza di un pubblico ufficiale nei confronti di un cittadino non è una violenza privata. Riguarda tutti noi, poiché è messa in atto da colui che dovrebbe invece tutelarci, da liberi e da detenuti.
Sono venticinque anni che l’Italia è inadempiente rispetto a quanto richiesto dalla Convezione contro la tortura delle Nazioni Unite, che il nostro Paese ha ratificato: prevedere il crimine di tortura all’interno degli ordinamenti dei singoli Paesi.
Quanto accaduto nel 2001 alla scuola Diaz ha ricordato a tutti che la tortura non riguarda solo luoghi lontani ma anche le nostre grandi democrazie. Il caso di Stefano Cucchi, la recente sentenza di un giudice di Asti e tanti altri episodi dimostrano che riguarda anche l’Italia.
Per questo chiediamo al Parlamento di approvare subito una legge che introduca il crimine di tortura nel nostro codice penale, riproducendo la stessa definizione presente nel Trattato Onu. Una sola norma già scritta in un atto internazionale. Per approvarla ci vuole molto poco.


Per aderire:
segreteria@associazioneantigone.it oppure clicca qui

Cartoline da Melilla. Benvenuti nella Fortezza Europa

foto: canalsolidario.org
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Ciudad Autónoma de Melilla (Spagna), 20 maggio 2012 – «In questo momento» - scriveva mercoledì scorso Patricia Simón su Periodismo Humano[1] - «almeno una ventina di persone si sono nascoste in alcuni nascondigli di Melilla, probabilmente in alcuni terreni che proteggono la città e fanno da anticamera alle valli che la isolano dal continente africano».

Due mesi fa, il 10 marzo, cinquantadue congolesi sono stati espulsi da Madrid e riportati nella Repubblica Democratica del Congo, da dove erano partiti addirittura sei anni prima in fuga dal più povero territorio dell'Africa e dalle sue guerre.
Il timore, in tutti, è quello di essere rinchiusi nel Centro di Identificazione ed Espulsione (in spagnolo Centros de Internamientos de Extranjeros) di Melilla, enclave spagnola situata in territorio marocchino – dove il tempo massimo di detenzione è di sessanta giorni – e soprattutto essere rimpatriati nella Repubblica Democratica per essere incarcerati, come oppositori politici del regime di Joseph Kabila Kabange, nel Centro Penitenziario di Rieducazione Makala di Kinshasa, considerato il carcere più pericoloso del mondo. Fino a pochi anni fa morivano di fame almeno dieci persone al giorno. Per questo era nota come la “prigione della morte”.
Il Marocco – così come la Libia di Gheddafi e la Tunisia di Ben Ali – ha acconsentito alla politica di subappalto del controllo transfrontaliero voluto dall'Unione Europea in cambio dei fondi MEDA, istituiti nell'ambito del Processo di Barcellona (o Partenariato Euro-Mediterraneo) nel 1995[2].

Istituiti già nel 1985 e definiti dalla legge «privi di carattere penitenziario», sul territorio spagnolo sono stati costruiti nove centri per migranti[3] (quello di Melilla è del 1998), anche se la Asociación pro derechos humanos de Andalucía ha documentato l'esistenza di almeno altri due centri fantasma – nella zona di Almería e nelle Canarie – senza essere in grado di definire quanti altri centri “fantasma” esistano sul territorio, data la scontata difficoltà nel reperire informazioni. Come per la situazione italiana, gli attivisti denunciano non solo il regime di carcerazione illegale, ma anche la mancanza di interpreti che possano informare i migranti sui loro diritti (in particolare quello di asilo) nonché l'improvvisazione e l'inefficienza sanitaria. Nel 2008, infine, la Spagna ha inserito nel proprio ordinamento la cosiddetta “Direttiva della Vergogna”, che ha portato a 18 mesi il periodo massimo di detenzione dei migranti sans papier in attesa di rimpatrio.

"Diaz" quotidiane. Viaggio nelle "carceri per sans papiers"

foto: tuttosquat.net
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LAMPEDUSA, 6 maggio 2012 – «Non aver elencato, almeno nei titoli di coda del film Diaz, i nomi dei funzionari di pubblica sicurezza processati e condannati, mi ha fatto ricordare il rapporto finale sui desaparecidos in Argentina, presentato all'opinione pubblica senza l'allegato con i nomi dei responsabili dei crimini, e un proverbio: la vipera morde chi è scalzo», scriveva su Il Manifesto, due giorni fa Luis Mario Borri, in merito al film di Daniele Vicari che – da quel che si legge in giro – è ben altra cosa da quella denuncia sociale che il sottotitolo - “don't clean up this blood”, “non pulire questo sangue” - preannunciava. Ma da Genova 2001 di tempo ne è passato. Perché, allora, “addomesticare” un film che avrebbe potuto invece essere ben altra cosa?

Da Genova 2001, comunque, le “Diaz” si sono moltiplicate. Oggi si chiamano Centri di Identificazione ed Espulsione, luoghi nei quali i migranti entrano solo perché scappati da paesi in guerra o da paesi “instabili”, dove non c'è il tempo di fare domanda scritta per avere i documenti in regola. Anche perché spesso il posto in cui farla neanche c'è.
Arrivano in Italia e vengono reclusi in questi centri, dove dalla scorsa estate si può rimanere rinchiusi anche un anno e mezzo senza aver commesso alcun reato penale (al massimo si tratta di un illecito amministrativo). E mentre si aspetta ci si ritrova in mezzo a pestaggi non denunciati per paura – quando non vengono direttamente investiti dai mezzi delle forze dell'ordine come avvenuto al Centro di Santa Maria Capua Vetere, nel casertano[1] - psicofarmaci, sedativi dietro sbarre alte sette metri e filo spinato. È stato registrato più di un caso in cui a finire in questi centri siano ragazzi nati e cresciuti in Italia da genitori stranieri, in quanto l'Italia dà la cittadinanza a ragazzi nati da genitori italiani all'estero, che magari con il nostro paese non hanno il minimo contatto (ma che molto aiutano i governi con il voto delle “circoscrizioni estere”) trattando i cosiddetti “G2”, i figli di genitori non italiani nati però nel nostro territorio, come veri e propri “stranieri nella loro nazione”, come cantava nel 2006 Amir, rapper di padre egiziano ma romano di nascita e accento.
Una situazione denunciata sia dalla commissione Diritti Umani del Senato, che lamenta anche l'assenza del reato di tortura nel nostro ordinamento, e dall'Organizzazione delle Nazioni Unite. Non proprio quelle che si definirebbero “organizzazioni estremistiche”.
Tutto, peraltro, viene fatto senza che ai giornalisti venga permesso di entrare.

Export di armi, i conti non tornano


Roma - Il Consiglio dell'Unione Europea ed il Parlamento europeo l'hanno inserito sulla Gazzetta Ufficiale all'ultimo momento utile e senza troppa pubblicità, come fosse un semplice atto burocratico come gli altri, eppure la “XIII Relazione annuale sul controllo delle esportazioni di tecnologia e attrezzature militari[1] meriterebbe forse qualche attenzione in più, in particolare sulle cifre.

Armi e diritti umani. Nonostante una diminuzione del 21 per cento, le autorizzazioni (licenses) all'esportazione di materiali militari hanno raggiunto la cifra di 31,7 miliardi di euro. Sono stati principalmente i paesi dell'Unione Europea a permettere la diminuzione, passando dagli oltre 13 miliardi di euro del 2009 ai circa 9 del 2010 a seguito della crisi economica, che ha portato alcuni paesi europei a ridurre il budget nel campo militare. Di queste, poco meno della metà (48,8 per cento, pari a 15,5 miliardi di euro) sono state inviate verso i paesi del Sud del mondo.

È sulla questione “diritti umani”, comunque, che l'Unione Europea chiede di porre l'attenzione, chiedendo ai singoli stati di “valutare la posizione del paese destinatario in rapporto ai pertinenti principi stabiliti dagli strumenti internazionali in materia di diritti umani”, in particolare – continua il report – bisognerebbe porre l'accento sulle autorizzazioni verso quei paesi che, durante l'anno appena concluso, sono state teatro di sollevazioni popolari come l'Arabia Saudita (2,4 miliardi di euro), l'Oman (1,16 miliardi), l'Algeria (933 milioni), la Libia (293 milioni), l'Egitto (211 milioni) e il Bahrain (56 milioni).

Dati non dati. Il report si concentra anche su un altro – e forse ancor più interessante – aspetto. «I totali della “riga C” (le consegne)» - sostiene il report - «non riflettono le effettive esportazioni di armamenti dell'Unione». Paesi come Grecia, Danimarca, Germania e Regno Unito infatti da alcuni anni non forniscono più i dati. Una mancanza sospetta in particolare per questi ultimi due paesi, tra i maggiori esportatori europei e internazionali di sistemi militari.

Tra le “anomalie” non poteva mancare l'Italia. Mentre il paese si interroga sull'utilità – economica e sociale – dell'acquisto degli F-35[2] infatti, i dati ufficiali forniti dalla nostra Presidenza del Consiglio parlano di un valore di 2.754 milioni di euro – cifra in linea con quanto veniva dichiarato negli anni precedenti - ma ha segnalato all'Unione Europea esportazioni per soli 615 milioni di euro.

«Considerate queste reiterate mancanze» - scrive Giorgio Beretta sul sito unimondo.org - «la Relazione dell'Unione Europea sulle esportazioni militari appare oggi, a tredici anni dall'entrata in vigore del Codice di Condotta, un documento pressoché inservibile per poter analizzare con precisione le effettive esportazioni di armamenti dei paesi dell'Unione. Occorre ormai chiedersi se queste più che carenze e anomalie non siano invece un subdolo e reiterato boicottaggio dell'unico documento ufficiale dell'Unione che dovrebbe essere in grado di esplicitare con precisione informazioni di ampio interesse che concernono la politica estera e di difesa dei paesi europei».SB

Note
[1] XIII Relazione annuale sul controllo delle esportazioni di tecnologia e attrezzature militari, Gazzetta ufficiale dell'Unione Europea. 30 dicembre 2011;
[2] Taglia le ali alle armi!, Rete Italiana per il Disarmo, 21 settembre 2011;

Edilizia e agricoltura, il boom dei caporali


Roma, 17 novembre 2011 – 550mila è il numero dei lavoratori che – in particolare nel settore agricolo e dell'edilizia – vivono situazioni di caporalato.
Nel settore agricolo, che “occupa” circa 400mila lavoratori, la pratica del lavoro nero incide per il 90 per cento al Sud Italia, per il 50 per cento al Centro e per il 30 per cento al Nord.

Nel settore agricolo “pulito”, secondo i dati Inps i lavoratori occupati sono circa un milione, di cui il 40 per cento è composto da donne ed il 10 per cento da lavoratori non comunitari. A livello contrattuale però, sono proprio questi ultimi a subire i maggiori danni, dato che oltre il 70 per cento di loro non raggiunge le cinquantuno giornate lavorative necessarie ai fini previdenziali.

Quasi due milioni invece sono gli occupati del settore agricolo, di cui poco più della metà – 1,2 milioni – soggetti a lavoro dipendente. È però questo il settore in cui maggiori sono i metodi di ricatti, che vanno da contratti part-time solo sulla carta, al sottoinquadramento al “caporalato a squillo”[1] fino al classico pagamento fuoribusta ed agli infortuni passati – nei casi meno gravi – come permessi.

«A causa della crisi dell'assistenza di investimenti, della frammentazione e del sistema di gare al massimo ribasso» - dicono dai sindacati - «le organizzazioni criminali hanno potuto investire indisturbate denaro da ripulire e proprie imprese. L'ultimo grande business è quello della gestione della manodopera».

Sanzioni per i datori di lavoro che utilizzano il caporalato, in primis l'esclusione dagli appalti pubblici per quanto riguarda il settore edile e tutele per i lavoratori che denunciano tali situazioni sono le due richieste presentate dalla Cgil al nuovo governo Monti, richieste che fanno seguito all'introduzione, lo scorso agosto, del reato di caporalato.

All'incontro organizzato dalla Cgil era presente anche Ivan Saignet, lo studente di Ingegneria a Torino che la scorsa estate ha guidato la rivolta dei braccianti stagionali nel salento. «Siamo arrivati alla legge contro il caporalato perché abbiamo scioperato, noi bloccheremo le loro distribuzioni, la battaglia si vincerà sul campo. Non solo l'opinione pubblica deve essere sensibilizzata, anche i lavoratori non sanno quali sono i loro diritti». «Sono andato la prima volta a Nardò a raccogliere angurie e pomodori per pagare le tasse universitarie» - continua - «Il primo giorno ho dovuto dormire per terra perché le tende erano già occupate dai miei compagni. C'erano ghanesi, tunisini, marocchini, burkinabè, maliani. Mi hanno spiegato come funziona l'ingaggio per lavorare e ho incontrato il caporale dopo due giorni, mi ha chiesto i documenti originali per andare a fare il contratto, l'ho trovato strano, perché a Torino quando lavoro bastano le fotocopie. Lo ha chiesto ad altre settanta persone e dopo dieci giorni è ritornato». Tempo necessario – come riporta l'agenzia Redattore Sociale[2] – per dare i documenti sequestrati agli irregolari che già lavorano nei campi, permettendogli così di passare indenni gli eventuali controlli.

«Se vogliamo tirarci fuori dal baratro non possiamo riproporre le ricette fallimentari degli ultimi tre anni» - dice Walter Schiavella, segretario generale Fillea Cgil - «Per l'edilizia questo ha voluto dire: zero investimenti e deregolazione selvaggia, riduzione del volume degli investimenti del 36 per cento e con l'accentuazione della frammentazione produttiva».

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2011/10/mafie-del-nord-in-arrivo-il-caporal-sms.html;
[2] "I caporali sanno che il permesso di soggiorno è l’arma di ricatto”: la testimonianza, Redattore Sociale, 16/11/2011

Mafie del nord, in arrivo il "Caporal sms"


Modena, 24 ottobre 2011 – La mafia, al nord, non esiste. O almeno questo è quello che credono in molti. E al nord, dicono questi “molti”, si lavora bene. Posto fisso e stipendio in orario. Ma il “posto fisso”, come scriveva qualche giorno fa Laura Galesi sul sito “Terrelibere.org” (Laura Galesi, "Cinque euro l’ora, benvenuti nel caporalato al Nord", terrelibere.org, 15 ottobre 2011, http://www.terrelibere.org/terrediconfine/cinque-euro-l-ora-benvenuti-nel-caporalato-al-nord) è quello di chi sta seduto a casa ad aspettare che qualcuno lo chiami a lavorare. Come a Rosarno, a Nardò e nelle altre zone in cui si lavora sotto caporale.

Lo chiamano “caporalato a squillo”, è uno dei modi in cui si crea quel “made in Italy” che in tanti ancora apprezzano ma che di fatto di italiano, sempre più spesso, ha solo l'etichetta. È il sistema su cui si basa l'industria della macellazione o dei trasporti emiliana, così come quella edilizia delle finte partite Iva lombarde. «Qui non emergono fatti eclatanti come quelli di Rosarno» - spiega Umberto Franciosi della Federazione Lavoratori Agroindustria (Flai) della Cgil modenese - «ma la presenza della mafia si manifesta anche attraverso il lavoro nero ed il nuovo caporalato».

Funziona così: un sms avvisa la sera prima i lavoratori migranti della destinazione del lavoro, così da evitare quegli assembramenti di migranti alle prime luci dell'alba che equivalevano a gridare ai quattro venti che in quella piazza si stava esercitando il reato di caporalato. Il vantaggio di un tipo di sfruttamento di questo tipo sono i 12 euro in meno che l'azienda – chiamarla cooperativa suona eccessivo – risparmia per ogni operaio. Molto spesso, data la denominazione sociale, tra i soci compaiono proprio quei migranti che in realtà svolgono un vero e proprio lavoro di subordinazione. «È una filiera viziata» - continua Franciosi - «perché i migranti sono costretti a fare parte di cooperative delle quali sono soci, anche versando solo un euro. Si tratta di una forma anomala di cooperativa, perché i soci non partecipano alle assemblee sociali e non hanno il contratto specifico, ma sono inquadrati come lavoratori che si occupano di logistica. Tra le due tipologie contrattuali c'è una differenza di circa 2mila euro l'anno a livello contributivo e, in quanto soci lavoratori, possono scendere sotto la soglia contrattuale in casi di emergenza».

I caporali del nord si sostituiscono di fatto alle agenzie interinali e le finte cooperative possono, nella più completa illegalità, affittare i propri lavoratori ad altre aziende. Lavoratori che, spesso, si ritrovano a svolgere lavori completamente diversi da quelli per i quali sono stati chiamati.
Nelle aziende di macellazione emiliane, ad esempio, dove un'alta percentuale di lavoratori provengono dallo Sri Lanka, dalla Nigeria, dal Ghana o dai paesi dell'Europa dell'Est, un migrante prende 11 euro l'ora quando dovrebbe prenderne più del doppio. D'altronde che i diritti sindacali nei loro confronti siano pura utopia non è così difficile da capire. Per loro non esistono leggi sulla sicurezza, ed il corso di formazione inizia la prima volta che ti mettono davanti ad una macchina per tagliare le carni, anche se non ne hai mai vista una prima e non sai nemmeno dove si accende. La loro busta paga, netta, è di 1500 euro, ma i due terzi di quella cifra passano come “trasferta Italia” sulla quale non si applicano contributi né premi, e quello che arriva nei loro portafogli non supera mai i 500 euro.
A Milano le cose non sono poi così diverse. Nella capitale del “caporalato sms” tra il 30 ed il 40% della manodopera in edilizia lavora in nero, e quindici lavoratori su cento vengono reclutati tramite i caporali. I manovali migranti in Lombardia prendono dieci euro l'ora per prestazioni straordinarie, notturne o festive, comprese ferie, malattie e tredicesima per i lavoratori rumeni. Ma, stando a quanto già dal 2008 denuncia la Cisl lombarda, nelle loro tasche arrivano meno di cinque euro l'ora.

Il rischio di denuncia, d'altronde, è molto vicino allo zero. Da una parte le ritorsioni mafiose, dall'altra le leggi nazionali in materia di immigrazione costituiscono spesso il doppio cappio di illegalità al quale i migranti sono costretti a sottostare per lavorare.

Palermo, il porto e quelle navi-lager


Palermo, 26 settembre 2011 – Nuovo capitolo della lotta all'immigrazione clandestina combattuta dalla politica italiana. Dopo aver creato i Centri di permanenza temporanea (Cpt) con la legge Turco-Napolitano del 1998 trasformati in Centri di identificazione ed espulsione (Cie) con la Bossi-Fini, da qualche giorno sono stati creati anche i centri di raccolta galleggianti.

Per evitare nuove proteste da parte dei migranti rinchiusi a Lampedusa e della cittadinanza, il governo italiano ha pensato bene di smistare i detenuti coinvolti nell'incendio del Centro di identificazione ed espulsione dei giorni scorsi su tre traghetti bloccati nel porto di Palermo finché non sarà possibile rimpatriarli. Per questo il Viminale ha deciso di requisire il molo di Santa Lucia per due settimane, ed è lì che sono state fatte attraccare la Moby Fantasy, l'Audacia e la Moby Vincent. Queste ultime due si troverebbero ancora nell'area dei cantieri navali del porto, mentre la Moby Fantasy, partita poco prima della mezzanotte di sabato 24 settembre è giunta questa mattina al porto di Cagliari, dove si trova il centro di prima accoglienza Elmas, che quindi viene trasformato in un altro Centro di identificazione.

Sono 700 i tunisini sorvegliati a vista dagli agenti delle forze dell'ordine – tutti in assetto anti-sommossa – ai quali sono stati sequestrati i cellulari ed è impedito anche solo di mettere piede sul ponte. «Viste da fuori sembrano navi vuote», ha dichiarato Fulvio Vassallo Paleologo, avvocato dell'Associazione studi giuridici sull'immigrazione che segue gli immigrati. Ogni giorno in cento vengono presi e portati all'aeroporto per essere rimpatriati. «Ma i rimpatri di massa sono vietati dall'articolo 4 della Convenzione europea per i diritti dell'uomo», ha spiegato l'avvocato.

Il Viminale non permette alle organizzazioni non governative o agli avvocati né di salire a bordo né di parlare con gli immigrati, che a quanto riporta il sito Terrelibere.org, sono stivati nei saloni delle navi, e potrebbero usufruire solo di due bagni ogni 50 persone, e le docce non funzionano.

«Rinchiudere i migranti tunisini in una nave che è un “non luogo” fuori da qualsiasi classificazione di legge e da ogni controllo giurisdizionale» - ha dichiarato Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell'Arci - «significa tenerli prigionieri senza che un giudice ne abbia confermato la detenzione».

Oltre ai cellulari sequestrati, alle persone detenute – non soltanto di nazionalità tunisina – non viene fornito alcuno strumento (lamette, forchette metalliche) che possa essere utilizzato per pratiche autolesionistiche.

Secondo le denunce delle associazioni che si battono per la chiusura di questi lager del terzo millennio, le navi configurerebbero la violazione dell'articolo 5 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, l'articolo 13 della Costituzione italiana, gli articoli 2, 13 e 14 del Testo Unico sull'immigrazione ed il regolamento delle Frontiere Schengen, il quale impone che gli atti di respingimento siano individuali dando la possibilità di farsi assistere da un difensore.

Sulla tortura. Processo alla civiltà democratica


«Venganza». «Vendetta». È questa la definizione - più o meno - condivisa nel dibattito spagnolo in merito all'"affaire Bin Laden". È stata la mossa migliore eliminarlo dopo averlo a lungo cercato (operazioni "Search&Destroy" si chiamano in gergo) o forse sarebbe stato meglio - nell'ottica europea, patria dei "diritti umani universali" - prenderlo vivo e processarlo dinanzi alla Corte di Giustizia de L'Aja?
Nel dibattito mondiale le domande sull'operazione che ha portato al supposto (dato che non sono ancora state divulgate prove effettivamente valide) omicidio dello sceicco del terrore è in pieno svolgimento. A rinfocolare un dibattito ancora nel vivo ci hanno pensato le ultime rivelazioni dei media, che ormai danno per certo che tutto sia partito dalle confessioni - estorte con la tortura - di un detenuto "di lusso" di Guantánamo Bay: Khaled Sheik Mohammed, considerato la mente degli attacchi aerei dell'11 settembre.

Prima di addentrarci nello specifico, però, è opportuno ricordare che il Khaled Sheik Mohammed è la stessa persona arrestata in Pakistan nel 2003 e soggiornante presso il "carcere" di Guantánamo dal 2006, peraltro in stato di assoluto isolamento. Come è possibile, dunque, che una persona esclusa dalle dinamiche quaediste da cinque anni in territorio cubano-statunitense conosca quel che avviene in Pakistan, non esattamente dietro l'angolo? Qui esistono - a mio modo di vedere - tre ipotesi fattibili: a) Osama Bin Laden è da anni in Pakistan (ed a questo punto si potrebbe discutere se i governi di Pervez Musharraf e di Yousaf Raza Gillani succedutisi in questo decennio ne fossero al corrente o meno); b) l'isolamento di Guantánamo non è poi così "isolato" e dunque le notizie nel network quaedista circolano tranquillamente anche tra i detenuti; c) quella della confessione è una notizia farlocca venduta ai giornalisti per chiudere la faccenda.

Quel che comunque fa discutere in America ed in Gran Bretagna - dove ormai da anni ci si interroga sui risvolti etici e morali dei conflitti - è se sia stato giusto o meno utilizzare metodi di tortura per estorcere le informazioni che hanno portato all'eliminazione del nemico pubblico numero uno. Insomma, la questione è delle più classiche: il fine giustifica i mezzi?

In memory of Osama Bin Laden...delle parole e del mistero della foto falsa


Osama Bin Laden è stato ucciso. Lo ha annunciato in conferenza stampa il Presidente Barack Obama. Ma la morte dello "sceicco del terrore" e capo del network terroristico di Al Quaeda in circa dieci anni di conflitto è stata annunciata già troppe volte per essere presa come notizia "indiscutibile". Infatti, anche questa volta...
Quella qui sopra è la foto che "ufficializza" la notizia: Osama Bin Laden - lo "sceicco del terrore" - è morto. C'è addirittura l'intervento del Presidente Barack Obama a rendere ancor più vera la notizia. Ma è davvero così? Bin Laden è davvero morto questa volta?

A voler essere onesti, ormai dovremmo aver perso il conto di tutte le volte in cui hanno annunciato la morte dello sceicco ma, come - giustamente - potrebbe obiettare qualcuno, questa volta c'è una prova inconfutabile: un'immagine.
E qui il primo "scoop": la fonte è Maso Notarianni (dunque PeaceReporter, "circuito" Emergency e per questo una fonte "al di sopra di ogni sospetto"...più o meno) - che ci racconta che quella foto è un falso. Palese.
Il file sarebbe stato salvato - dal sito "unconfirmedsources"- come "20060923-torturedosama.jpg" e dunque risalirebbe addirittura al 23 settembre del 2006. Se questo è vero, se - cioè - questa fotografia risale al 2006, torna in auge in tutt'altra ottica quanto sosteneva nel 2007 l'ex Primo Ministro pakistano Benazir Bhutto:
secondo la quale, appunto, lo sceicco sarebbe stato assassinato ben prima della sua cattura ad Abbotabad, nella zona nord del Pakistan, annunciata nelle scorse ore.
Delle due l'una: o Maso Notarianni ha preso una cantonata - rimettendo dunque in discussione la "credibilità" di una fonte come PeaceReporter e, dunque, di tutto il "circuito mediatico" di Emergency - oppure gli americani, coadiuvati dai media mainstream, ci stanno raccontando l'ennesima menzogna.

Poi c'è quel salvataggio: "torturedosama". Anche chi con l'inglese ci litiga da sempre arriva facilmente a capire cosa significhino quelle due parole: "Osama torturato". "Da chi?", "Quando?", "Dove?" mi sembrano le domande minime da dover fare in questo caso. Perché se "Osama è stato torturato" allora ci dovrà essere per forza un torturatore, ed altrettanto naturalmente ci saranno stati un tempo ed un luogo in cui tali torture sono state perpetrate. Abbozzare delle risposte - che comunque non troverebbero conferma - su tempi e luoghi è inutile. Un po' meno probabilmente è tentare di dare risposte sulla paternità delle (eventuali) torture. Chi avrebbe - il condizionale è d'obbligo - torturato lo sceicco del terrore? Gli americani, che dunque lo avrebbero già in consegna da anni ed userebbero dei "fake", dei fantocci per perpetrare l'occupazione del suolo afghano (e non sarà certo questa foto a far tornare a casa le truppe, dato che la "guerra al terrore" e l'occupazione sono due cose separate...)?

Lo stupro non è un reato. Se porti una divisa...

Sottotitolo: la giustizia non fa parte di un sistema di potere

«Una sera di agosto, prima delle proteste del 13 - ha detto la ragazza - l'ispettore Addesso venne in camera mia mentre stavo dormendo, s'infilò nel letto e iniziò a toccarmi».
A dirlo, anzi a denunciarlo durante un processo qualche mese fa fu Joy, una ragazza nigeriana che, arrivata in Italia - come tante, come troppe - con l'illusione di un lavoro e poi finita nel giro dello sfruttamento e della prostituzione era per questo passata attraverso l'inferno dei Centri di Identificazione ed Espulsione, mentre i suoi aguzzini continuano a rimanere impuniti. D'altronde siamo pur sempre il paese in cui le vittime sono dipinte come carnefici ed i carnefici come eroi nazionali...

Quell'ispettore Addesso - Vittorio Addesso per essere precisi - in servizio presso il C.I.E. di via Corelli a Milano questa mattina ha "subito" il processo (con la formula del rito abbreviato) per quella violenza sessuale.
La sentenza non ha fatto altro che confermare due cose: a) che in questo paese i reati in divisa rimangono impuniti (e la lista diventa sempre più lunga, dalle finte molotov introdotte alla Diaz ai tantissimi pestaggi in carcere che in alcuni casi - comunque troppi - si trasformano in omicidi); b) che l'unica legge vigente in Italia è la legge del più forte. Cioè di chi indossa una divisa.
Perché Vittorio Addesso ha ottenuto un'assoluzione "con formula piena", per cui potrà riprovarci di nuovo, magari dietro la promessa di una riduzione del soggiorno al centro, la stessa promessa che aveva fatto a Joy.

La storia di Joy la potete leggere qui: http://senorbabylon.blogspot.com/2010/03/per-la-liberta-dinformazione-si-ma-di.html, per cui non sto a ripetervela.

Si fa un gran parlare della dignità delle donne italiane per il caso Ruby. Si fanno appelli, si promuovono - o quantomeno si cerca di promuovere - azioni collettive per fronteggiare l'idea di donna-oggetto che l'Italia sembra avere adottato come modello culturale, si va in televisione a chiedersi "se non ora quando?".

Un venerdì come tanti - fotoracconto dalla Palestina (da FreePalestine)

A Capodanno una delegazione di FreePalestine si è recata nei Territori Occupati. Questo il loro (foto)racconto.


Siamo partit* in quattro di Free Palestine Roma ma all’aereoporto di Tel Aviv due di noi sono stati fermati e successivamente rimpatriati con un’espulsione per 5 anni. L’arbitrarietà e l’arroganza con cui questo è avvenuto sono tipici di Israele. La motivazione è stata che una dei due era stata già stata espulsa in aprile (cosa non vera perchè era stata fermata a casa di una signora sotto sgombero, ma aveva ricevuto solo un’ammonizione a stare fuori da quella zona per una settimana ma non un’espulsione) e per lui perchè viaggiavano insieme.

Con una buona dose di incazzatura siamo arrivate nella casa rimasta tagliata fuori dal muro che in quel punto separa la zona di Betlemme da quella di Gerusalemme, tutta la vita degli abitanto di questa casa la famiglia, il lavoro, sono al di là del check point. Questo chech point in 10 gg l’abbiamo passato tantissime volte, mettendoci ore o minuti a discrezione del soldato di guardia. Da una parte si esce a piedi e da una parte in macchina.

Dopo le 10 di sera, dalla parte pedonale, quasi sempre la guardia fa finta di non esserci, così aspetti un’ora chiamando inutilmente prima che qualcuno decida di premere il pulsante che apre il primo tornello e da’ accesso alla zona del metal detector, dove perdi almeno altri 10 minuti perchè continua a suonare e tu non sai più che cazzo devi toglierti .. I palestinesi devono infilare la mano in una gabietta e compare la loro faccia sul monitor della guardia, a noi basta mostrare il passaporto, ci rivestiamo bestemmiando e usciamo dall’altra parte.

Il centro Amal al Mustakbal di Aida Camp funziona bene, la mattina c’è la scuola per i bambini fino a tre anni, il pomeriggio i corsi di dabka (la danza tradizionale che si balla a tutte le età) e inglese per quelli più grandi. Con i soldi raccolti in italia si stanno facendo molti lavori di ristrutturazione e messa a norma, si pagano le bollette, si cerca di dare un rimborso alle volontarie che ci lavorano. Insieme ai bambini facciamo 2 murales

Esclusi e ammassati: cronache dal campo rom di via Salone, Roma

 
Questi sono alcuni stralci del rapporto "Esclusi e ammassati", una ricerca sul c.d. "Piano nomadi" svolta dall'associazione "21 Luglio" con particolare riferimento al campo di via Salone a Roma dove, grazie alle politiche razziste del Comune - che si inseriscono comunque all'interno delle ben note derive razziste del paese intero - associate alla completa ignoranza su quello che è il mondo romanì si sta creando un piccolo laboratorio di (dis)integrazione sociale utile solo a legittimare repressione e ben noti stereotipi.

Credo sia interessante leggerlo non solo perché è una delle rare occasioni in cui - per usare uno dei più classici slogan - si dà "voce ai senza voce", ma anche perché possiamo renderci conto che quelle stesse istanze che rivendicano (diritti, casa, istruzione, lavoro...) sono esattamente le stesse istanze per le quali noi lottiamo e scendiamo in piazza tutti i giorni. Perché dobbiamo continuare a tenere ben presente che i doveri esistono laddove vengono concessi e tutelati anche i diritti,

Esclusi e ammassati
Rapporto di ricerca sulla condizione dei minori rom nel villaggio attrezzato di via di Salone a Roma



Quadro normativo e politico

[1]. Il 21 maggio 2008, il presidente del Consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi, in seguito agli attacchi avvenuti ai danni degli abitanti di alcuni insediamenti rom a Ponticelli (Napoli)2 , ha emanato il DPCM denominato Dichiarazione dello stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nel territorio delle regioni Campania, Lazio e Lombardia3. Il 30 maggio 2008, il presidente del Consiglio ha inoltre emanato tre ordinanze per l’attuazione del decreto nelle regioni di Lombardia, Lazio e Campania4 con cui i prefetti di Milano, Roma e Napoli sono stati nominati «Commissari delegati per la realizzazione di tutti gli interventi necessari al superamento dello stato di emergenza».


[2]. Secondo il decreto del 21 maggio 2008 lo stato di emergenza sarebbe dovuto durare fino al 31 maggio 2009. Il 28 maggio 2009 è stato emanato un altro decreto del presidente del Consiglio dei ministri che ha prorogato lo stato di emergenza al 31 dicembre 2010, estendendolo anche alle regioni del Piemonte e del Veneto5. Inoltre, il 1° giugno 2009 sono state emanate altre due ordinanze di attuazione del decreto di emergenza con cui i prefetti delle città di Torino e Venezia sono stati nominati «Commissari delegati per la realizzazione di tutti gli interventi necessari al superamento dello stato di emergenza» per le regioni di Piemonte e Veneto6.

Di campi rom, stati-nazione e amianto...

«Si lamentano degli zingari? Guardateli come vanno in giro a supplicare l'elemosina di un voto! Ma non ci vanno a piedi, hanno autobus che sembrano astronavi, treni, aerei. E guardateli quando si fermano a pranzo o a cena: sanno mangiare con coltello e forchetta e con coltello e forchetta si mangeranno anche i vostri risparmi. L'Italia appartiene a cento uomini, siamo sicuri che questi cento uomini appartengano all'Italia?»

No, queste parole non rappresentano la dichiarazione di questo o quell'antipolitico. A pronunciarle – anzi, per essere precisi a scriverle (http://www.fondazionedeandre.it/zingari.htm) – fu Fabrizio De André che, tra le tantissime perle che ci ha regalato, ha scritto anche la struggente “Khorakhanè”.
Durante il concerto al Teatro Brancaccio, quello che erroneamente viene considerato come il suo ultimo concerto, ebbe a dire che «(il popolo rom) sarebbe un popolo da insignire con il Nobel per la pace per il solo fatto di girare per il mondo senza armi da oltre duemila anni».
E c'è qualcuno a cui anche solo a sentirli nominare viene il vomito...

Si chiama Clarissa Lombardi, è consigliera del PdL per la circoscrizione est della città di Prato e, qualche giorno fa ha così commentato il furto della borsa dalla sua auto da parte di un indefinito “qualcuno”.
Forse sarò anche banale, ma a me le cose che fanno venire il vomito sono altre: la mafia e le altre forme di criminalità organizzata insieme a chi le tutela a livello istituzionale, chi sfrutta gli altri per mero vantaggio personale (e qui guardo proprio in casa – partitica – della suddetta: http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/economia/2010/10-agosto-2010/operai-cinesi-senza-stipendio-lavorano-sasch-cenni—1703552415435.shtml), chi comanda bombardamenti a distanza di chilometri per un paio di firme su un contratto, eccetera eccetera eccetera.
E poi c'è l'ignoranza. Non quella di chi non ha avuto la possibilità di andare a scuola per mancanza di possibilità economiche, come succedeva fino a qualche decennio fa a noi italiani o, perché, se ci andasse verrebbe perennemente dileggiato e perseguitato per colpa di uno stereotipo, proprio come succede ai bambini ed alle bambine rom. Se foste costretti ad andare in una scuola in cui tutti i giorni vi chiamano con i peggiori appellativi e vi tengono in disparte senza che voi abbiate fatto qualcosa di male come vi sentireste? Sareste così felici di andare a scuola?
L'ignoranza che mi fa vomitare è quella di chi, pur sapendo quel che succede, si gira dall'altra parte o sfrutta, da una posizione di privilegio, l'ignoranza altrui.