Visualizzazione post con etichetta carceri segrete. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta carceri segrete. Mostra tutti i post

Somalia: dall'altro lato della pirateria

Un appunto su un pezzo di carta, una nave mercantile ed un uomo, rinchiuso in uno stanzone anonimo arredato solo con una sedia, le corde che gli legano mani e piedi al pavimento e al soffitto e qualche telo appoggiato al muro.
La storia recente della Somalia, “Stato fallito” dal 2010, può essere raccontata partendo da uno qualsiasi di questi tre elementi. Il punto di arrivo sarà comunque uno di quei velocissimi skiff a motore che i pirati usano per attaccare le navi delle grandi compagnie mercantili che nel Golfo di Aden, Oceano Indiano, hanno trovato una rotta fondamentale per i propri affari. Mettendo in collegamento l’Europa all’Asia attraverso il corridoio che lo lega al Canale di Suez, il Golfo permette di non circumnavigare il continente africano abbattendo così i costi del commercio mondiale, che al 90% viaggia via mare. Nel 2009, per far fronte alla minaccia della pirateria somala, è stato creato nell’area l’International Recommended Transit Corridor, il corridoio di transito consigliato e controllato dalle forze militari della coalizione internazionale.

Qui le due parti, per The Blazoned Press
La minaccia dell'1%
Le opportunità nascoste dietro la pirateria somala

Camp Nama: la base degli orrori anglo-americani in Iraq

foto: orianomattei.blogspot.com
Londra – Dopo Abu Ghraib, dopo lo scandalo di Base España, adesso è l'esercito britannico a doversi sedere sul banco degli imputati per la guerra in Iraq. Pochi giorni fa, il ministro degli Esteri britannico William Hague aveva vietato ai colleghi del governo di parlare del conflitto durante il decimo anniversario dell'invasione dell'Iraq. Ieri, infatti, il Guardian ha raccontato degli abusi perpetrati dai militari britannici e statunitensi a Camp Nama, situato presso il Baghdad International Airport e quartier generale della Task Force 121, a cui i britannici partecipavano con membri dello Special Boat Service (SBS) e dello Special Air Service (SAS)

Oltre trenta i militari di questa task force finiti sotto inchiesta – undici quelli rimossi in via definitiva - per i metodi di gestione dei dentenuti. Il gruppo era stato creato per interrogare quei prigionieri iracheni sospettati di essere in possesso di informazioni sensibili sulle inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e su Abu Musab al-Zarqawi, all'epoca ai primi posti della lista dei ricercati americani. Persino il Pentagono si lamentò per i metodi di interrogatorio e detenzione particolarmente brutali. Tra questi la “black room”, la sala delle torture completamente dipinta di nero, senza finestre e con dei ganci che pendevano dal soffitto molto simile a quella che si vede nelle scene iniziali di Zero Dark Thirty, il film di Katheryn Bigelow dello scorso anno sull'omicidio di Osama Bin Laden. Come si apprende inoltre da alcune testimonianza raccolte da Human Right Watch, tra le peculiarità di Camp Nama c'era “il canile”, un centinaio di celle larghe due metri e alte un metro e mezzo dove i detenuti erano costretti a stare accucciati, nelle quali la temperatura notturna andava spesso sotto zero e di giorno – grazie alle lamiere dei tetti – era altissima.

Prima tappa – insieme a Base España, dove era di stanza il contingente spagnolo – verso la più famosa Abu Ghraib o verso la base aerea afghana di Bagram. Ad aprile 2004 scoppia lo scandalo delle fotografie della vergogna, pochi giorni dopo la Task Force viene rinominata, diventando Task Force 6-26. Un cambio di nome – non l'unico – necessario a confondere gli avversari ma soprattutto impedire alla corte marziale di poter identificare i membri per condannarli individualmente per gli abusi.

A dieci anni dall'invasione, Guardian e BBC Arabic svelano la guerra sporca irachena

Baghdad (Iraq) - Mentre la Spagna aspetta gli esiti dell'inchiesta aperta dal ministro della Difesa in merito al video sulle torture pubblicato da El País qualche giorno fa, in Gran Bretagna il ministro degli Esteri William Hague vieta ai membri del governo di parlare della guerra in Iraq durante il decimo anniversario dell'invasione. Attraverso una lettera privata - si legge sul sito aperto dai Radicali per raccontare i retroscena sull'assassinio di Saddam Hussein - ha ricordato ai membri del governo che la posizione comune è quella di non farsi coinvolgere «in quelle controverse questioni che condussero il Regno Unito in un conflitto che spaccò il Paese e che ha causato la morte di quasi 200 soldati britannici e decine di migliaia di iracheni». L'intento è quello di aspettare la pubblicazione del rapporto finale dell'inchiesta guidata da tre anni da Sir John Chilcot per esprimersi sul coinvolgimento britannico nella guerra.


qui il documentario in versione integrale: James Steele: America's mystery man in Iraq

Scoppia, inoltre, l'ennesimo scandalo americano. Grazie ad un'indagine realizzata in collaborazione tra il Guardian e la BBC Arabic durata 15 mesi, si scopre infatti che il Pentagono ha inviato in Iraq due colonnelli - veterani delle “dirty wars” statunitensi in America Centrale - per creare una rete di centri di detenzione e tortura necessari ad ottenere informazioni dai ribelli. Si tratta, stando alla ricostruzione britannica, di James Steele, 58enne che ha partecipato alle guerre in Salvador e Nicaragua e James H. Coffmann, anch'egli veterano statunitense, che riferiva direttamente a David Petraeus, ex capo della Cia.

Base España, l'anticamera di Abu Ghraib

Diwaniya (Iraq)  – «Ignorare l'orrore conduce solo a ripetere l'errore». Concludeva così Miguel González sul quotidiano spagnolo El País qualche giorno fa. L'orrore dura in tutto 46 secondi.[MORE]  
La cella è quella della Base España di Diwaniya, principale installazione militare spagnola durante la prima fase dell'invasione dell'Iraq, alla quale la Spagna – allora governata da José María Aznar del Partido Popular – partecipò dall'agosto 2003, senza l'avallo dell'ONU (come tutta la guerra) e, soprattutto, contro il volere dell'opinione pubblica nazionale.

foto: elpais.com
Ai 1.300 militari che formavano la Brigada Plus Ultra venne distribuito il “Procedimiento de detención y actuación con el personal detenido”, un manuale che definiva come “durante e dopo la detenzione si applica la violenza minima imprescindibile”, pur nel “rispetto dei diritti del detenuto”, come riporta l'articolo del quotidiano spagnolo.
Quello stesso manuale parlava inoltre di intolleranza verso torture o altri trattamenti “crudeli, inumani e degradanti”, delle quali però né il generale Fulgencio Coll Bucher – comandante della Brigada e in seguito Capo di Stato Maggiore dell'Esercito di terra – né i due ministri della Difesa succedutisi all'epoca – Federico Trillo del PP e José Bono del  Partido Socialista Obrero Español – hanno mai avuto notizi. Il manuale, inoltre, non includeva alcun controllo super-partes, lasciando la decisione di dove porre il confine tra tortura e rispetto dei diritti del detenuto (e per estensione dei diritti umani tout court) al “buon giudizio” ed al “sentimento comune” dell'ufficiale al comando.

Stando a quanto raccontano testimoni consultati da El País, le cinque celle di cui si componeva il centro di detenzione – dove venivano inviati i detenuti per crimini contro la coalizione – ospitavano spesso più di del numero massimo di detenuti. I turni di guardia erano inoltre a rotazione, così che potevano capitare situazioni nelle quali un militare si trovava a controllare al suo potenziale attentatore del giorno prima, con tutto ciò che questo significa.
Undici morti in dieci mesi – quanto il contingente spagnolo subì tra agosto 2003 e maggio 2004 – danno il quadro della tensione che si registrava tra i militari, che subirono 40 attacchi in 50 giorni a partire dal 4 aprile 2004, data in cui viene attaccata la base Al Andalus a Najaf, una delle zone in cui operavano i militari spagnoli.