giovedì 15 marzo 2012

Processo Rostagno, in aula le incertezze di Marino Mannoia e Di Carlo

foto: salvatoreloleggio.blogspot.com

Trapani, 15 marzo 2012 – Le porte dell'Aula Falcone del Tribunale trapanese si sono aperte, ieri, per la venticinquesima udienza del processo per l'omicidio di Mauro Rostagno, ucciso a Valderice il 26 settembre 1988.
Prima di addentrarci nella cronaca di quanto avvenuto, è bene sottolineare un aspetto “a margine”. Per la prima volta, infatti – come segnalato anche nel gruppo facebook che tiene aggiornati gli interessati sul processo – ad assistere al dibattimento c'era, accompagnato dai docenti, anche un gruppo di studenti dell'istituto “Biagio D'Amico” di Trapani, a riprova che non servono grandi prove di coraggio o “eroi” per tenere viva la memoria e la cultura antimafia.

Venendo alla cronaca dell'udienza, il primo a salire sul banco dei testimoni dalla Corte d'Assise di Trapani – seppur in maniera indiretta, essendo collegato in videoconferenza da una località segreta – è stato Francesco Marino Mannoia, detto “Mozzarella” o “'U dutturi” essendo, all'epoca della sua militanza nella famiglia di Santa Maria di Gesù (facente riferimento al “Principe di Villagrazia” Stefano Bontade) uno dei pochi a saper raffinare l'eroina e pentitosi – a seguito dello sterminio parte della sua famiglia, come avvenuto per Tommaso Buscetta - nel 1989, dal febbraio 2010 per la giustizia italiana è un uomo libero.
La sua audizione è andata a rilento in quanto, a seguito dell'ampio lasso di tempo trascorso tra questa testimonianza e lo svolgimento dei fatti, il teste non è riuscito a ricordare con certezza vari fatti di cui aveva parlato in precedenza. In merito alla vicenda, pur nell'incertezza, Mannoia ha raccontato che il lavoro giornalistico di Rostagno veniva spesso commentato all'interno di Cosa Nostra, dove forte era interesse di Mariano Agate, boss di Mazara del Vallo, nel volerne mettere a tacere le denunce. «Non posso dire che Mariano Agate è coinvolto nell'omicidio, sebbene all'interno dell'organizzazione il semplice manifestare un malumore stava a significare che quella persona andava eliminata», ha concluso il collaboratore di giustizia.

È stata poi la volta di Francesco Di Carlo, entrato nei primi anni settanta nella famiglia di Altofonte, appartenente al mandamento di San Giuseppe Jato e dunque in quegli anni “giurisdizione” corleonese attraverso Bernardo Brusca, capomandamento e padre del più noto Giovanni detto “lo scannacristiani”. È proprio il sangue versato dal gruppo dei viddani – l'anno è il 1982 – che fa “dimettere” Di Carlo dal suo ruolo di capofamiglia all'interno di Cosa Nostra per trasferirsi a Londra per volere di Totò “u curtu” Riina, in una sorta di vero e proprio esilio. A Trapani, negli anni Settanta, al vertice della famiglia c'era Salvatore Minore, a cui successe proprio quel Vincenzo Virga oggi seduto sul banco degli imputati come mandante dell'omicidio.
Nella capitale inglese Di Carlo ci rimane fino al 1996, passando la maggior parte del suo soggiorno in carcere, a seguito di una condanna a venticinque anni per traffico internazionale di stupefacenti. Con il ritorno in Italia arriva anche la decisione di collaborare con la giustizia.

Durante il soggiorno londinese, comunque, oltre ai familiari Di Carlo è in contatto anche con Benedetto Capizzi e Giovanni Caffri – ucciso nel 1996 e cognato di Andrea Di Carlo, fratello del collaboratore – ai quali avrebbe chiesto informazioni sull'omicidio di Mauro Rostagno, avendo così la conferma che l'idea si sviluppò all'interno di Cosa Nostra e non, come dicevano i giornali, in altri ambienti (come quel filone che voleva l'omicidio maturato all'interno di Lotta Continua a seguito dell'omicidio Calabresi[1]). «Mauro Rostagno» - ha detto Di Carlo - «dava fastidio a Mariano Agate per le sue continue denunce in televisione. Lo stesso Agate ebbe a lamentarsi dei continui attacchi di Rostagno[2]. «Con questo» - ha concluso - «non voglio dire che Mariano Agate è coinvolto nel delitto»

Prima di concludere l'udienza è stata sciolta la riserva sulle dichiarazioni rese da Rosario Spatola. Prossima udienza prevista tra due settimane, 28 marzo, quando saranno ascoltati il maresciallo dei carabinieri Beniamino Cannas e Carla Rostagno, sorella di Mauro.

Note
[1] Mauro Rostagno e l’onore di Lotta continua. Alcune paginette ingiallite riemerse in aula a Trapani di Paolo Brogi, brogi.info, 18 febbraio 2011
[2] http://www.infooggi.it/articolo/omicidio-rostagno-sbagliata-la-pista-trapanese/21285/;

mercoledì 14 marzo 2012

La Dia: il porto di Palermo è Cosa Nostra. Scattano i provvedimenti preventivi

foto: palermo.repubblica.it
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/la-dia-il-porto-e-cosa-nostra-scattano-i-provvedimenti-preventivi/25623/

Palermo, 14 marzo 2012 – Quello dei porti – Gioia Tauro e la 'ndrangheta sono lì a testimoniarlo[1] – è uno dei principali interessi coltivati dalla criminalità organizzata.
Prima della parziale vendita avvenuta lo scorso anno, alla società “New Port”, operante nell'area del porto palermitano, era stata chiesta una vera e propria “bonifica” da individui che la mettevano a serio rischio infiltrazioni. Quaranta dei 157 soci, infatti, avevano precedenti per mafia. La cessione di alcuni rami d'azienda alla “Portitalia srl” ed alla “Tcp srl”, a cui sono affidate la distribuzione delle merci, i trasporti e la logistica all'interno dell'area era parsa però solo un'operazione di facciata, come ha sottolineato il procuratore aggiunto della Direzione Distrettuale Antimafia palermitana Vittorio Terresi, che ha poi precisato come questo sia di fatto un provvedimento preventivo «che ha la durata di sei mesi, rinnovabile per altri sei» e che potrebbe portare anche ad un nulla di fatto. «Se non si ravviseranno le paventate infiltrazioni i beni saranno restituiti agli originari amministratori» - ha concluso il procuratore - «Se invece si riscontra effettivamente l'infiltrazione, le società e i beni potranno essere sequestrate e confiscate» come prevede il nuovo codice antimafia.

Proprio grazie alla scoperta dei “rappresentanti” di Cosa Nostra portate avanti dalla Direzione Investigativa Antimafia e dalla prefettura di Palermo è stato possibile sospendere l'amministrazione delle tre società ed al sequestro dei beni di quattro soci della “New Port”, società nella quale si trovavano gli esponenti delle famiglie. A far partire le indagini è stato il fatto che la New Port «diventata una scatola vuota», come dice il colonnello Giuseppe D'Agata, capocentro della Direzione Investigativa Antimafia palermitana, «abbia ceduto i rami d'azienda alle altre due società oggetto della sospensione dell'amministrazione. Ci sono gli stessi soci, gli stessi organi direttivi, i rami d'azienda sono stati acquisiti nella stessa data, hanno la stessa sede e, soprattutto, hanno programmato un pagamento molto comodo (216 rate mensili, ndr) che non considera nemmeno gli interessi».

Ma chi sarebbero, potenzialmente, gli esecutori di questo nuovo “tavolino”?

Per il mandamento di Porta Nuova c'erano Girolamo Buccafusca, 55 anni, accusato di associazione e traffico di droga, destinatario dell'obbligo di soggiorno per quattro anni e sottoposto al sequestro dei beni, diventato effettivo nel 2008, ed il cugino, omonimo ma nato sei anni dopo.

Operazione "Sistema 2", l'accusa chiede due anni per Borella per favoreggiamento aggravato

Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/operazione-sistema-2-laccusa-chiede-due-anni-per-borella-per-favoreggiamento-aggravato/25591/

Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), 14 marzo 2012 – Ha chiesto di essere giudicato con il rito abbreviato l'imprenditore Carlo Borella, ex presidente dell'Associazione nazionale costruttori edili (Ance) Messina, per poter rispondere dell'accusa di favoreggiamento aggravato di associazione mafiosa. Stessa richiesta per Alfio Giuseppe Castro, uomo di raccordo tra le famiglie catanesi di Cosa Nostra e quelle barcellonesi, oggi collaboratore di giustizia.

È questo il risultato dell'udienza preliminare dell'operazione “Sistema 2”, con la quale sono stati portati alla luce una serie di estorsioni da parte della famiglia mafiosa di Barcellona ad imprenditori di Messina.
Le indagini scattarono dopo le dichiarazioni di un imprenditore costretto a pagare il pizzo al clan. Da lì venne di fatto scoperto un vero e proprio sistema con il quale uomini del clan imponevano la “messa a posto” a chi vinceva le gare per l'assegnazione degli appalti pubblici nella zona, come nel caso della “Mediterranea Costruzioni”, impegnata nei lavori per il centro commerciale di Milazzo, il cui titolare versava al clan trentamila euro, divisi in tre tangenti da pagare a Natale, Pasqua e Ferragosto.

Due anni e mezzo per Borella e tre anni e due mesi per Castro, al quale sono state assegnate le attenuanti per la collaborazione, sono le richieste del pubblico ministero della Direzione Distrettuale Antimafia di Messina Giuseppe Verzera, che ha chiesto il rinvio a giudizio anche per Carmelo D'Amico, reggente del clan, e Biagio Raffa, geometra della Demoter, società di proprietà di Borella al quale viene contestata l'emissione di false fatturazioni per ventimila euro.
Stralciata invece la posizione del capo dei “Mazzarroti” Tindaro Calabrese, che però è soggetto ad altri procedimenti nell'ambito delle indagini antimafia.

Avrebbe riciclato soldi per Messina Denaro, la Dia chiede la fine dell'impero Valtur

Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/avrebbe-riciclato-soldi-per-messina-denaro-la-dia-chiede-la-fine-dellimpero-valtur/25588/

Palermo, 14 marzo 2012 – I collaboratori che lo accusano hanno nomi pesanti, anzi pesantissimi: Nino Giuffré, detto “Manuzza”, ex capo mandamento di Caccamo e tra i più fidati uomini di Bernardo Provenzano, Angelo Siino, autore del “tavolino” con cui Cosa Nostra si spartiva gli appalti negli anni Ottanta e conosciuto per questo come il ministro dei Lavori Pubblici dell'organizzazione siciliana e Giovanni Ingrasciotta, profondo conoscitore dei segreti della famiglia Messina Denaro.
L'accusato è il 78enne cavaliere castelvetranese Carmelo Patti, dal 1998 patron di Valtur, la più famosa azienda italiana del turismo, commissariata da alcuni mesi a seguito del pesante indebitamento di oltre 300 milioni di euro l'anno[1].

Gli accusatori sono gli uomini della Direzione Investigativa Antimafia di Palermo, che negli ultimi mesi hanno setacciato il patrimonio del cavaliere riscontrando «una inquietante sperequazione fra redditi e investimenti», per la quale era stato richiesto il sequestro immediato dei suoi beni, tra cui una ventina di villaggi turistici, abitazioni e terreni tra le provincie di Trapani e Pavia per un valore totale di cinque miliardi di euro. Il Tribunale delle misure di prevenzione trapanese, però, ha ritenuto necessario fissare un procedimento in camera di consiglio, prevista per il prossimo 20 aprile.
Passato dall'indotto Fiat alla gestione del colosso del turismo, secondo il rapporto della Dia la sua carriera sarebbe iniziata proprio grazie ai Messina Denaro, da qui l'accusa di esserne un prestanome.

Il nome di Patti – come confermerebbe la ricostruzione di Siino, che ha sostenuto di aver preso parte ad un incontro tra lo stesso Patti e Francesco Messina Denaro, padre di Matteo ed ex capomandamento di Castelvetrano – due anni fa è entrato anche nell'operazione contro la famiglia belicina denominato “Golem 2”[2], allorquando i magistrati vollero capire perché tra i più stretti collaboratori di patti ci fosse Michele Alagna, fratello della compagna dell'”inafferrabile” Matteo Messina Denaro.

Note
[1] Valtur con 300 milioni di debiti a rischio fallimento, si studia piano salvataggio Il Mattino, 6 ottobre 2011;
[2] Operazione Golem 2. Giuseppe Linares svela i retroscena, Malitalia.it, 16 marzo 2010

martedì 13 marzo 2012

Processo Iblis, la Procura vuole confermare la richiesta di archiviazione dei fratelli Lombardo

Catania, 13 marzo 2012 – La Procura di Catania, tramite i procuratori aggiunti Michelangelo Patanè e Carmelo Zuccaro, sulla base della “sentenza-Mannino” ha confermato al giudice per le indagini preliminari Luigi Barone la richiesta di archiviazione per il presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo e per il fratello Angelo, parlamentare nazionale del Movimento per le Autonomie, in merito all'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Richiesta alla quale si sono naturalmente aggiunti anche i collegi degli avvocati difensori.

Intanto il giudice Barone ha richiesto l'acquisizione delle testimonianze dei tre collaboratori di giustizia sentiti in video-conferenza durante l'udienza del 6 marzo scorso di fronte al Tribunale monocratico, cioè Maurizio Di Gati, Francesco Ercole Iacona e Maurizio La Rosa, che si è avvalso della facoltà di non rispondere[1].
L'udienza camerale è stata aggiornata al 28 marzo.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/03/processo-iblis-parlano-gli-ex-uomini.html

domenica 11 marzo 2012

Quei 13 milioni su cui litiga l'antiracket siciliano

foto: narcomafie.it

Palermo, 11 marzo 2012 - Tredici milioni e quattrocentomila euro. A tanto ammonta il finanziamento che il ministero dell'Interno ha concesso alla Federazione delle Associazioni Antiracket (Fai), ad Addiopizzo ed a Confindustria Sicilia per portare avanti le proprie attività contro il racket e l'usura.
Assieme al finanziamento, però, sono arrivate anche le polemiche. La Rete per la Legalità – che comprende quarantaquattro associazioni, non solo siciliane – ha denunciato come siano poco chiari i criteri con i quali sono stati selezionati i beneficiari, dato anche il fatto che questi sono stati scelti senza bando pubblico. Per questo la Rete ha chiesto un incontro alla ministra Cancellieri al fine di esporre le proprie perplessità e proposte. «Costituiremo a breve un osservatorio sulla trasparenza dove metteremo tutti gli atti pubblicati in materia di finanziamenti al settore. L'obiettivo è quello di far sapere a tutti e in maniera trasparente quanto accade nel mondo dell'antiracket e antiusura. A questo si aggiungerà un monitoraggio continuo di tutti gli elementi attuativi del Fondo», ha detto Lino Busà, presidente di Sos Impresa, durante la conferenza stampa tenutasi in Senato lo scorso 7 marzo.
Analizzando l'iter con cui si è arrivati al finanziamento, Busà ci ha tenuto a sottolineare di non contestare lo scopo, ma di voler evitare che si crei un movimento antiracket di serie A e uno di livello più basso, «principio che indebolisce il senso stesso della nostra azione di contrasto alle mafie e di tutela agli imprenditori e ai collaboratori che denunciano».

In attesa dei fondi, comunque, non si ferma il lavoro dell'antimafia sociale. Quella politico-giudiziaria, invece, sembra essersi presa una piccola pausa dopo gli ultimi avvenimenti[1].

“Pizzo sei morto”, hanno urlato i bambini di Brancaccio in questi giorni, in una manifestazione organizzata da Addiopizzo e dall'associazione antiracket Libero Futuro, che tra venerdì e ieri ha visto, oltre alla “sfilata” attraverso corso dei Mille o viale Picciotti anche l'allestimento di due gazebo informativi in piazza Torrelunga. «Brancaccio», hanno detto gli organizzatori, «rimane ancora una zona molto resistente, ma ci sono anche dei segnali positivi, a cominciare dalle nuove generazioni che oggi hanno fatto sentire la loro voce».

Mentre a Brancaccio le nuove generazioni sono scese in strada contro il pizzo, chi la mafia la combatte da tempo – come Ignazio Cutrò, testimone di giustizia o associazioni come quella delle “Agende Rosse” di Agrigento o “Ad Est” - hanno organizzato una scorta civica per Salvatore Vella, sostituto procuratore che in passato si è occupato di delicate inchieste sulla mafia tra Sciacca, Marsala e Palermo e che ora, in servizio ad Agrigento, si è visto revocare l'auto blindata. «Il nostro ruolo», hanno spiegato i portavoce della scorta, «sarà cercare di far capire alle Istituzioni che siamo in un momento delicato e bisogna fare di tutto per salvaguardare l'incolumità dei magistrati antimafia. Lanciamo un appello alla politica agrigentina, come al solito insensibile a questi temi, affinché si attivi in fretta per risolvere la questione.»

Note
[1] Palermo, i giorni della faida(elettorale), InfoOggi.it, 10 marzo 2012

Traffico di hashish, smantellata rete di trafficanti ispano-siciliana


Trapani, 11 marzo 2012 - Smantellata un'organizzazione internazionale ispano-siciliana dedita al traffico di stupefacenti che dalla Spagna introduceva ingenti quantità di hashish nel trapanese, punto d'approdo l'aeroporto Trapani-Birgi.
L'operazione era iniziata lo scorso giugno, quando proprio all'aeroporto gli uomini della Guardia di Finanza, grazie ai cani antidroga, avevano arrestato due “muli” spagnoli provenienti da Girona (Barcellona) di 34 e 38 anni, che avevano ingerito complessivamente due chili di droga attraverso l'ingerimento di 310 ovuli (da qui il termine “mulo”) per un valore commerciale di trenta mila euro.

Dopo l'arresto i due hanno iniziato a collaborare con le autorità italiane, consentendo loro di scoprire l'intero organigramma della rete di trafficanti e permettendogli di arrestare il palermitano Vincenzo Affronti, 53 anni, ed i trapanesi Andrea Iraci, 61enne e Nino La Torre, di 43 anni, ritenuti i vertici dell'organizzazione. I tre sono stati quindi raggiunti da un'ordinanza di custodia cautelare in carcere.[MORE] Nel corso delle perquisizioni delle loro abitazioni sono stati sequestrati altri 52 grammi di hashish, in parte già pronti per essere ingeriti.

sabato 10 marzo 2012

Chiuse le indagini del procedimento "Gotha-Pozzo 2". Smantellata la mafia barcellonese

Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), 10 marzo 2012 – Nei mesi di giugno e luglio dello scorso anno, una serie di arresti di boss, affiliati e fiancheggiatori aveva apportato seri danni a Cosa Nostra barcellonese. Iniziavano così le operazioni “Gotha” e “Pozzo 2”, considerate le più importanti operazioni antimafia compiute nel messinese negli ultimi anni.
Nei giorni scorsi Angelo Cavallo, Fabio D'Anna, Vito Di Giorgio e Giuseppe Verzera, sostituti procuratori della Direzione Distrettuale Antimafia hanno chiuso le indagini, facendole confluire in un unico procedimento che coinvolge trentuno indagati – i ventinove arrestati del blitz più due indagati a piede libero - per associazione mafiosa finalizzata ad omicidi, occultamento di cadaveri, estorsioni, detenzione di armi, minacce e danneggiamento.

Con le operazioni di giugno il Reparto operativo speciale (Ros) dei carabinieri aveva di fatto smantellato la famiglia mafiosa barcellonese – la più potente di Messina ed unica a poter intessere rapporti con le famiglie di Palermo, al cui vertice era arrivato il boss Tindaro Calabrese, dopo la “promozione” di Salvatore Lo Piccolo a capo delle famiglie palermitane – e sequestrato beni per un valore di circa 150 milioni di euro, colpendo così anche la “costola” di Mazzarrà Sant'Andrea e dando il via ad una vera e propria esondazione di pentiti, in particolare da parte del boss dei “mazzarroti” Carmelo Bisognano e di Alfio Giuseppe Castro, ritenuto il referente messinese delle famiglie di Catania, le cui rivelazioni hanno permesso di ricostruire sia l'organigramma militare che quello economico-finanziario della famiglia, retto dal pregiudicato Carmelo D'Amico e per il quale è stata accertata l'esistenza di un cartello di imprese che in questi anni è riuscito a mettere le mani sul raddoppio del tratto ferroviario Messina-Patti, il tratto del metanodotto San Pietro Clarenza-San Giovanni La Punta, la riqualificazione di una parte del lungomare di Milazzo o la realizzazione di alcune strade ad Oliveri attraverso il sistematico utilizzo della turbativa d'asta finalizzato al controllo degli appalti pubblici, che ha portato all'arresto ed alla confisca dei beni per gli imprenditori Giuseppe Isgrò, Giovanni Rao, Filippo Barresi, Salvatore “Sem” Di Salvo, Mario Aquilia e Francesco Scirocco. Questi ultimi due avrebbero peraltro utilizzato operazioni di sovrafatturazione e contabilizzazione di operazioni inesistenti per giustificare il pizzo richiesto agli altri imprenditori.

Bisognano e Santo Gullo, collaboratore del boss entrato a far parte anche lui della lunga schiera di “pentiti” barcellonesi, hanno poi raccontato dell'esistenza di un vero e proprio “cimitero mafioso“ a Mazzarrà Sant'Andrea, nel quale furono seppelliti alcuni degli scomparsi durante la guerra di mafia degli anni Novanta.

Dell'Utri. Dopo 18 anni arriva la sentenza che non c'è

Palermo, 10 marzo 2012 – Durante i giorni che precedevano l'udienza in Cassazione, gli organi di stampa avevano evidenziato come per l'ex senatore Marcello Dell'Utri l'arresto fosse più di un'ipotesi. Per questo, quando la corte ha espresso il suo giudizio per più di qualcuno la sorpresa è stata molta, dato che in pochi probabilmente si aspettavano che, come fosse una partita del gioco dell'oca, la Suprema Corte rimandasse tutto direttamente al via, riportando il processo ad un nuovo appello che dovrà celebrarsi con una nuova corte non oltre il 2014, anno in cui il reato andrà in prescrizione. I legali dell'ex senatore, comunque, assicurano di non volersene avvantaggiare.

Difesa e Accusa dalla stessa parte (più o meno). Il procuratore generale Francesco Iacoviello, già nei giorni precedenti alla sentenza aveva chiesto di accogliere il ricorso presentato dalla difesa di Dell'Utri - mettendosi così accusa e difesa dalla stessa parte - e rigettare l'inasprimento della pena richiesto dalla Procura di Palermo. La quinta sezione della Suprema Corte, dove molte sono state le polemiche legate al presidente Aldo Grassi, fedelissimo di Corrado Carnevale, detto “l'ammazza sentenze”, ha accolto in pieno la richiesta del procuratore, che ha basato quella che per qualcuno è diventata una vera e propria arringa difensiva sul fatto che descrivere Marcello Dell'Utri come il terminale politico di Cosa Nostra sia un buon modo per vendere giornali ma che «non significa nulla» in quanto nella sentenza d'appello non sarebbe precisato il «contributo specifico dato dallo stesso al sistema mafioso».

In attesa di conoscere il testo della sentenza, fugando così ogni dubbio, le ipotesi che hanno potuto portare a questa decisione – al di là dell'aspetto dottrinale sull'uso del reato di “concorso esterno in associazione mafiosa” - riguardano o un vizio processuale, cosa che impone un nuovo processo, oppure un difetto nella motivazione della sentenza del grado precedente, che impone il ritorno in Corte d'appello per un nuovo giudizio nel merito.

Mettendo in discussione non tanto lo specifico processo, ma soprattutto l'essenza stessa del concorso esterno, «un reato indefinito al quale ormai non crede più nessuno», potrebbe crearsi un pericoloso precedente per i tantissimi altri processi basati su questo reato, dando il via ad una sorta di vero e proprio “libera tutti”.

Il concorso esterno. «Manifestazioni di connivenza e di collusione da parte di persone inserite nelle pubbliche istituzioni possono eventualmente realizzare condotte di fiancheggiamento del potere mafioso, tanto più pericoloso quanto più subdole e striscianti, sussumibili, a titolo concorsuale, nel delitto di associazione mafiosa». Fu con queste parole che nel 1987, data in cui si celebrava il processo maxi-ter a Cosa Nostra, i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino crearono il reato di concorso esterno in associazione mafiosa.

giovedì 8 marzo 2012

Strage di via D'Amelio, quattro nuovi arresti per una nuova ricostruzione?

Caltanissetta, 8 marzo 2012 – È composto da 1670 pagine il primo passo del nuovo procedimento sulla strage di via D'Amelio, iniziato questa mattina con la notifica di quattro ordinanze di custodia cautelare da parte degli uomini della Direzione Investigativa Antimafia, firmati dal giudice per le indagini preliminari Alessandra Giunta della Procura di Caltanissetta.
Dopo aver scoperto il depistaggio del falso pentito Vincenzo Scarantino nei mesi scorsi[1], la Procura si è basata sulle deposizioni di Gaspare Spatuzza, l'ex killer di Brancaccio che rubò la Fiat 126 su cui fu piazzato poi l'esplosivo. Grazie alla sua testimonianza, infatti, è stato possibile non solo scarcerare sei persone accusate inizialmente dell'esecuzione dell'attentato, ma anche riformulare alcuni dei punti fermi della ricostruzione fin qui nota.

Ad essere stati raggiunti dal provvedimento, questa mattina, sono stati Salvino Madonia, accusato di aver partecipato, nel dicembre 1991, alla riunione della Cupola in cui si decise di dare il via al periodo stragista ed indagato anche per l'omicidio di Libero Grassi e la bomba alla villa del giudice Giovanni Falcone all'Addaura, al boss Vittorio Tutino, che insieme a Spatuzza rubò l'automobile e Salvatore Vitale, che sarebbe stato il “basista” dell'organizzazione, abitando nello stesso stabile della madre del giudice Paolo Borsellino.
Provvedimenti sono stati presi anche nei confronti di Calogero Pulci, oggi pentito, accusato di calunnia aggravata perché con le sue dichiarazioni avrebbe dato riscontro alla ricostruzione di Scarantino.
Rimane indagato a piede libero Maurizio Costa, il meccanico a cui Spatuzza si rivolse per sistemare i freni dell'autobomba, per il quale la Procura aveva chiesto l'arresto.

Ciancimino, l'inaffidabile. Il lavoro portato avanti in quest'ultimo periodo dal procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, dagli aggiunti Domenico Gozzo e Amedeo Bertone, dai sostituti Nicolò Marino, Gabriele Paci e Stefano Luciani in collaborazione con la squadra della Direzione Investigativa Antimafia guidata dal vice-questore aggiunto Ferdinando Buceti, ha innanzitutto definito come quella di Massimo Ciancimino – al contrario di quello che pensano a Palermo – sia una vera e propria “pseudo collaborazione”, volta più a tutelare i suoi interessi e quelli di Cosa Nostra che non quelli dello Stato. L'unico merito che gli viene reso, è di aver «contribuito a risvegliare la memoria di persone che, pur non direttamente chiamate in causa da lui, forse temevano che fosse a conoscenza di vicende inerenti la trattativa di cui essi erano stati testimoni privilegiati e che in precedenza non avevano mai rivelato ad alcuno».

mercoledì 7 marzo 2012

Processo Iblis, parlano gli ex uomini d'onore

Catania, 7 marzo 2012 – Nuova udienza del filone dell'inchiesta “Iblis” volto a chiarire la posizione del presidente della Regione Raffaele Lombardo e di suo fratello Angelo, deputato del Movimento per le Autonomie.
A parlare ieri, in videoconferenza, sarebbero dovuti essere Maurizio Di Gati, ex capo della Cosa Nostra agrigentina, Francesco Ercole Iacona, ex esponente della famiglia mafiosa di Caltanissetta ed il gelese Maurizio La Rosa, che però si è avvalso della facoltà di non rispondere in quanto «estraneo ad ogni tipo di consorteria mafiosa», come ha sottolineato il suo avvocato, Dino Milazzo.

La domanda che i pubblici ministeri avrebbero voluto rivolgere a quest'ultimo sarebbe suonata più o meno così: «A Gela c'era la stessa situazione di Agrigento e Caltanissetta?».
La risposta che non è arrivata sarebbe andata poi ad aggiungersi a quanto detto proprio da Maurizio Di Gati durante la sua deposizione. «L'ordine» - ha detto l'attuale collaboratore di giustizia - «era quello di votare Movimento per le Autonomie, perché era un partito ben portato a Catania, in provincia e in tutta la Sicilia orientale». Quello che gli inquirenti avrebbero voluto sapere da La Rosa era, dunque, se anche a Gela sia mai arrivato l'ordine di sostenere il partito di Raffaele Lombardo e, soprattutto, cosa abbia avuto – o almeno chiesto – in cambio Cosa Nostra.
La risposta, peraltro, sarebbe andata a costituire la base per la decisione in merito all'eventuale archiviazione del reato di concorso esterno in associazione mafiosa per i due fratelli, posizione stralciata da tempo[1].

«Il Movimento per le Autonomie era un buon partito perché era abbastanza nuovo» - ha proseguito Di Gati - «e, ci dicevano, ben portato da tutti noi uomini d'onore. Sapevamo che, se avessimo avuto bisogno, ci saremmo potuti rivolgere a loro». Tra gli esponenti del partito a cui le famiglie si potevano rivolgere c'era Calogero Lo Giudice, passato dall'Unione di Centro al movimento di Lombardo nel 2001 dopo il coinvolgimento – insieme al padre Vincenzo, ex deputato regionale Udc – nell'operazione “Alta mafia”[2], da cui poi è stato assolto.
Le famiglie agrigentine, ha detto Di Gati, avevano puntato su di lui per favori personali e, soprattutto, per l'ottenimento degli appalti pubblici, su cui lo stesso collaboratore di giustizia si è soffermato, spiegando la pratica della “messa a posto”: le imprese che vogliono lavorare in una determinata zona non solo devono pagare il pizzo alla famiglia che ha il controllo di quel territorio, ma devono anche acquistare i materiali da ditte imposte da Cosa Nostra.

lunedì 5 marzo 2012

Cosa Nuova(d'importazione). EmigranTriadi

Roma – Seconda parte del nostro approfondimento sulla “Cosa Nuova d'importazione”, cioè su quali sono le organizzazioni criminali straniere che operano sul nostro territorio. Dopo aver descritto come sono strutturate le organizzazioni criminali cinesi, in questa seconda parte cercheremo di capire come queste si muovono nel nostro paese e quanto sono fondati gli allarmi che ormai da tempo istituzioni come la Direzione Investigativa Antimafia, o le associazioni operanti in questo campo, stanno lanciando.

EmigranTriadi. Nel nostro paese, le prime comunità cinesi arrivano già dopo la prima guerra mondiale, fino al blocco totale imposto durante l'epoca maoista. Sarà Deng Xiaoping – attraverso le zone economiche speciali della parte meridionale della Cina – a ridare slancio al fenomeno, con molti abitanti delle zone agricole, come quella dello Zhejiang, che prendono la via dell'Europa.
In Italia – come è possibile leggere sulla relazione del primo semestre 2011 della Direzione Investigativa Antimafia – la percentuale più ampia di “cittadini cinesi segnalati per reati associativi” è la Toscana (con il 28 per cento di cittadini segnalati), dove Prato contende a Milano la palma di “capitale” dell'immigrazione cinese. Proprio la Lombardia, con il 21,3 per cento è la seconda regione dove più alto è questo tasso (entrambe, come sappiamo, sono anche le regioni dove è più alto il numero di immigrati dalla Cina), seguite poi da Friuli Venezia Giulia (18,7 per cento), Marche (14,7 per cento) e Lazio (12 per cento)

Eroina, come abbiamo visto [LINK], poi droghe sintetiche, migranti e denaro. Sono queste le principali voci di guadagno delle Triadi.
Dapprima il traffico di esseri umani, con un tragitto che arriva nelle grandi metropoli del vecchio continente passando per Mosca, Praga o il corridoio adriatico anche attraverso l'utilizzo dei visti turistici, con i quali, ad esempio, i migranti venivano fatti sbarcare direttamente a Fiumicino. Poi, dagli anni Ottanta, quando le Triadi si sono già ampiamente instaurate sul nostro territorio, attraverso quello che rimane uno dei loro “punti forti”: la falsificazione. Prima, nell'ambito del business degli esseri umani, passaporti e permessi di soggiorno, poi – quando viene saldato il sodalizio con la camorra - merci di qualunque tipo, come ha dimostrato l'operazione della Direzione Investigativa Antimafia denominata “Muraglia cinese”, che nel 2008 ha evidenziato l'alleanza tra i cinesi ed il clan di Forcella anche attraverso una società con sede nel quartiere romano dell'Esquilino[1].

domenica 4 marzo 2012

Cosa Nuova(d'importazione). Viaggio al centro della Triade

foto: ibossdichinatown.blogspot.com
Roma – Agli inizi dello scorso mese (prima puntata andata in pubblicazione il 6 febbraio), abbiamo iniziato a raccontarvi quali sono gli attori che in questi mesi stanno movimentando la vita della “Roma criminale”, cercando di capire quanta forza reale abbia quella che l'associazione antimafia Libera ha chiamato “Cosa Nuova”. Da tempo, però, gli esperti dell'antimafia lanciano anche un altro allarme: quello sulla sempre maggior presenza delle organizzazioni criminali straniere nel nostro territorio e le cui ambasciate, naturalmente, sono presenti anche – in maniera più o meno profonda – anche nello scenario criminale romano[1]. Ma per capire come le Triadi sono sbarcate nel Belpaese è bene fare alcuni lunghi passi indietro nel tempo.

29 luglio 1983. Mentre a Palermo Antonino Madonia – appartenente al mandamento di Resuttana, “ala-corleonese” di Cosa Nostra - uccideva il giudice Rocco Chinnici, un altro dei giudici che in quegli anni combatteva la mafia, Giovanni Falcone, si trovava a Bangkok, in Thailandia, per avere conferma di alcuni movimenti di denaro e droga tra la Sicilia e la Svizzera avvenuti poco più di un anno prima. Ad essere interrogato è Koh Bak Kin, cinese di Singapore, tra i più importanti narcotrafficanti dell'epoca e considerato uno dei fornitori più fidati delle famiglie siciliane. Sarebbe proprio lui, sostengono i magistrati, ad aver aperto il mercato dell'eroina a Cosa Nostra, con i primi viaggi intercontinentali di Kin, noto anche come Kim, Antonio e Antony Ko, che avvengono già nella prima metà degli anni Settanta.
Il narcotrafficante ha contatti con il clan Riccobono di Partanna Mondello, con Gaspare Mutolo che ne è il contatto diretto in Sicilia e con Gianfranco Urbani, detto “Er Pantera”, il cui curriculum annovera rapporti con il clan catanese dei Santapaola, la reggenza della versione romana della 'ndrina calabrese dei De Stefano e della Banda della Magliana.

Proprio grazie all'eroina comprata dal connubio Koh Bak Kin-Cosa Nostra (che al trafficante paga un “prezzo di favore”) la banda poté dare il via a quella scalata al potere criminale più volte raccontata in film e libri. Insieme alla droga, comunque, Kin si porta appresso anche un'altra cosa: le Triadi cinesi.

Battesimo tra mito e realtà. Narra la leggenda – come racconta Yari Selvetella nel suo Roma. L'impero del crimine - che il mito della nascita del crimine organizzato cinese sia da ricercare tra i monaci buddisti del tempio di Shaolin, provincia dell'Henan, nella zona centrale dell'attuale Repubblica Popolare Cinese, che proprio nel tempio avevano instaurato la prima sede clandestina della resistenza agli invasori manciù nel 1644.

Iblis, l'arresto di Vincenzo Santapaola e il bivio dell'"affaire Lombardo"

foto: peacelink.it
Catania – Vincenzo Santapaola, detto “Enzuccio” o “Enzu u nicu”, 43enne figlio del boss Benedetto “Nitto” Santapaola, è stato arrestato ieri dai carabinieri del Raggruppamento operativo speciale di Catania dopo che il 28 febbraio il Tribunale del riesame aveva confermato l'ordinanza di custodia cautelare – nell'ambito dell'inchiesta denominata “Iblis” sui presunti rapporti tra mafia, politica ed imprenditoria – emessa dal giudice per le indagini preliminari su richiesta della Procura.

Durante la latitanza – Santapaola era infatti riuscito a sfuggire al blitz del 3 novembre 2010 – lo stesso Tribunale aveva annullato l'ordine di arresto, decisione che aveva portato la Procura catanese a ricorrere in Cassazione che, ribaltando la decisione del Tribunale, aveva ripristinato la validità dell'ordine di arresto, anche a seguito della decisione di un altro Tribunale del riesame, che ritenendo ancora valide le esigenze cautelari, aveva ripristinato l'ordine di arresto eseguito ieri.

L'accusa che gli viene mossa è quella di essere stato il punto di riferimento di Vincenzo Aiello, attualmente al vertice della cosca catanese ed entrato anche lui nell'operazione “Iblis”. Secondo gli inquirenti quest'ultimo avrebbe avuto accesso diretto alla segreteria politica di Angelo Lombardo, parlamentare e fratello del governatore della Regione Raffaele Lombardo.
Immediata la replica dello studio legale Strano Tagliareni, difensore di “Enzu u nicu”, che ha evidenziato come il ripristino dell'ordine di carcerazione «rappresenta l'ennesima dimostrazione di quanto risulti difficile, a volte impossibile, giudicare un uomo invece di un cognome». «Con amarezza», continuano i legali in una nota diffusa dalle agenzie, «dobbiamo constatare che non basta condurre una vita onesta e svolgere una lecita attività lavorativa, come certificato da rapporti della polizia di Stato, per ottenere di essere giudicati in base alle proprie azioni, invece che in base a pregiudizi».
Le operazioni “Orsa Maggiore” (1993, che indagava sulle vicende delle famiglie catanesi tra gli anni Settanta e Novanta)[1], “Orione 2” (agosto 1999, operazione volta a bloccare la faida in atto tra i Santapaola e i corleonesi) e l'operazione “Plutone” del 2007[2], dove Vincenzo Santapaola venne accusato di avere un ruolo di primo piano all'interno della famiglia Santapaola-Ercolano attraverso il controllo delle estorsioni insieme al fratello Francesco e ad altri, raccontano una storia diversa.

sabato 3 marzo 2012

Processo Rostagno, i "grandi nomi" entrano in scena

foto: antimafiaduemila.com
Trapani – «Durante il periodo del finto sequestro Sindona, Licio Gelli venne a Palermo e per un giorno intero sparì, non si seppe dove andò, il professor Barresi mi disse poi che Gelli era andato a Trapani ad incontrare i fratelli trapanesi». È iniziata con il “carico da novanta” la nuova udienza del processo volto a stabilire la verità sull'omicidio di Mauro Rostagno, ucciso a Valderice il 26 settembre 1988 dalla mafia trapanese.

Sul banco dei testimoni, questa volta, Angelo Siino, ministro dei lavori pubblici di Totò Riina ed inventore del cosiddetto tavolino con cui Cosa Nostra si spartiva gli appalti nell'isola durante gli anni Novanta ed oggi diventato collaboratore di giustizia. Forse solo un personaggio con il suo curriculum poteva permettersi, di fatto, di dare una sostanziale svolta al processo, dando – come scrive Rino Giacalone su Malitalia[1] - «per la prima volta un riscontro concreto su un preciso “danno” che Rostagno aveva prodotto alle connessioni più pericolose esistenti nel trapanese, quelle tra mafia e massoneria, i cosiddetti, veri, “poteri forti”».
Fino ad ora, di nomi importanti, nel processo, se ne erano visti pochi. Quello di Gelli, per l'epoca in cui si sono svolti i fatti, è davvero un nome che conta. Ma cosa c'era andato a fare, il Gran Maestro della P2, a Trapani (dove, è bene ricordare, lo stesso Rostagno stava indagando su un'altra loggia massonica, la Iside2)? «Con i fratelli trapanesi» - ha continuato Siino - «Gelli venne a parlare del progetto di golpe che si voleva mettere in atto, ma in realtà non era un vero golpe, è molto più facile dire chi non voleva partecipare, così pochi erano i contrari, in realtà più che un golpe era un ricatto che si voleva compiere nei confronti di Andreotti».
A Trapani, peraltro, Gelli aveva incontrato anche Mariano Agate, boss di Mazara del Vallo che in tasca aveva anche la tessera della massoneria.

«Francesco Messina Denaro (capo della mafia belicina e padre dell'attuale “ricercato numero uno”Matteo, ndr) una volta disse che Puccio Bulgarella aveva un giornalista terribile che gli scappava tutto dalla bocca. Questo giornalista era Mauro Rostagno. Per conquistare la mia attenzione contro Rostagno mi disse che questo dalla tv parlava degli appalti, lo faceva per farmi intervenire in questa situazione e io intervenni. Parlai con Puccio Bulgarella (editore di Rete Tele Cine, la televisione per la quale lavorava Rostagno, ndr). Una prima volta lo scopo fu raggiunto, Rostagno calmò gli interventi in tv, ma poi subito dopo si scatenò di nuovo».

«Mauro non commentava quello che era già cronaca, incideva molto sul costume. Non denunciava fatti nuovi. Era una scelta sua quella di fare cambiare costume alla gente. Il suo era un tratto nuovo di fare giornalismo difficile da rintracciare in altri», è stata la testimonianza di Caterina Ingasciotta Bulgarella, vedova dell'editore. «L'ultima volta che ci siamo visti» - ha continuato la testimone - «Mauro mi disse che aveva qualcosa di particolare che non poteva essere detto televisivamente e questo qualche ora prima del delitto. Credo che riguardasse un'inchiesta che stava facendo a Marsala. Era l'ultima cosa che stava facendo».

Note
[1] Processo Rostagno: Gelli fu a Trapani, Mauro lo aveva scoperto di Rino Giacalone, Malitalia, 1 marzo 2012

domenica 26 febbraio 2012

Cosa Nuova. Il patto dell'ortofrutta

fonte:corriereortofrutticolo.it
Roma – Seconda parte dell'approfondimento “siciliano” su Cosa Nuova. Nella prima parte[1] ci siamo soffermati sul chi abbia portato, fin dagli anni Settanta, le famiglie di Cosa Nostra nella capitale e nel Lazio. Oggi, invece, spostandoci al post-Calò, ci soffermeremo sul come, partendo da quello che sembra essere stato un vero e proprio “patto dell'ortofrutta”.

Arance, mandarini, pomodori e kalashnikov. Uno degli interessi nevralgici di Cosa Nostra, nel Lazio, è il Mof, acronimo che sta ad indicare il Mercato Ortofrutticolo di Fondi, in provincia di Latina, considerato uno dei principali snodi – se non il principale – per il passaggio di frutta e verdura tra nord e sud Italia.
Nei mesi scorsi, però, gli inquirenti hanno scoperto un paio di cose interessanti, su quel mercato. Dopo una complessa indagine portata avanti dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli e dalla Squadra Mobile ed il Centro Operativo della Direzione Investigativa Antimafia della capitale in collaborazione con i loro omologhi napoletani e trapanesi, infatti, si è scoperto che a quei bancali di frutta e verdura si erano interessati anche i Casalesi di “Sandokan” Schiavone e Cosa Nostra (famiglia Riina-Messina Denaro, principalmente), che hanno rinsaldato la propria alleanza – sancita fin dai tempi di Bardellino e della “mafia pre-corleonese”[2] – tramite il controllo (o quanto meno il tentativo di controllare) il trasporto su gomma dei prodotti del mercato ortofrutticolo da e per la Sicilia, attraverso società quali la “Paganese Trasporti” di San Marcellino, nel casertano, il cui titolare – Costantino Pagano – sarebbe direttamente riconducibile a Francesco Schiavone e a Luigi Schiavone, detto “Cicciariello”, o la “Lazialfrigo” di Giuseppe, Luigi e Melissa D'Alterio (riconducibile anch'essa alla “Paganese Trasporti”). Anche loro riconducibili, secondo gli investigatori - che li hanno accusati di associazione per delinquere di stampo mafioso, violenza, minacce – ai Casalesi a cui sarebbero direttamente affiliati.

Tra un chilo di mandarini e un cesto di insalata, gli autoarticolati che uscivano dal Mof – dove è stato accertato la criminalità controllasse sei società utilizzate per lavare i proventi del narcotraffico – venivano caricati anche Ak-47, kalashnikov, mitragliatori pesanti Breda, lanciarazzi e migliaia di munizioni (materiale sequestrato dalla Mobile di Caserta nel 2006) il cui acquisto era fatto da Pagano per nome e conto dei Casalesi (ala-Del Vecchio) importate dalla Bosnia sfruttando la complicità di militari che prestavano servizio nel paese durante le nostre “missioni di pace”.

Intimidazione nel ragusano, la mafia cambia rotta?

foto: palermomania.it
Santa Croce Camerina (Ragusa) – Sarebbero da ricollegare all'intimidazione avvenuta nei giorni scorsi ad una ditta di costruzioni in legno i colpi di kalashnikov esplosi contro un'azienda di prodotti ortofrutticoli ed il ristorante della piazza di Punta Secca, località resa famosa da qualche anno dal regista Alberto Sironi, che l'ha scelta per ambientarci la trasposizione televisiva delle storie del commissario Salvo Montalbano.
Sentiti dai carabinieri, i titolari degli esercizi fatti oggetto di intimidazione hanno però escluso precedenti richieste di estorsione che potrebbero dare conferme a quella che sembra essere un primo accenno di escalation della criminalità locale.

È proprio alla luce di questa sensazione che il comandante provinciale dei carabinieri, Salvatore Gagliano, ha disposto una vasta operazione di controllo del territorio che ha coinvolto più di un centinaio di uomini tra Santa Croce Camerina, Comiso, Modica e Scicli, nei quali si sono riscontrati numerosi posti di blocco, controllo dei pregiudicati e varie perquisizioni domiciliari, operazioni che si sono concluse con gli arresti di Mario Caruso, 54 anni, residente a Ragusa ma originario di Noto, sorpreso a Comiso in possesso di sei chilogrammi di marijuana e per Fitouri Sokmani, 24 anni, arrestato a Santa Croce con addosso 18 grammi di hashish.

Due fori di proiettile e sei bossoli, sono stati trovati di fronte al ristorante dopo la segnalazione di due cittadini, presentatisi in caserma per denunciare gli spari sentiti la notte precedente.

La mafia, nel ragusano, c'è sempre stata, basti considerare l'importanza che, per le organizzazioni criminali, ricopre il mercato ortofrutticolo di Vittoria (rientrato nella più ampia inchiesta “Sud Pontino” che ha coinvolto anche il mercato ortofrutticolo di Fondi, a Latina) o lo scioglimento per infiltrazione mafiosa del comune di Scicli già nel 1993, ma fino ad ora si era sempre resa invisibile, alimentando maggiormente l'ala “affaristica” che non quella militare.
Capire il perché di questo cambio di rotta può essere il primo passo per bloccare l'escalation violenta sul nascere.

Processo Mori-Obinu, la deposizione di Mancino porta allo "scontro" tra ex ministri?

foto: siciliainformazioni.com
Palermo - «Non ho mai avuto conoscenza di una trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra, nessuno me ne aveva mai parlato e se qualcuno lo avesse fatto mi sarei opposto e ne avrei parlato con il Presidente della Repubblica e con il Presidente del Consiglio e avrei chiesto un dibattito in Consiglio dei ministri». Non ha aggiunto niente di più di quel che ha sempre detto l'ex ministro dell'Interno (1992-1994, governi Amato e Ciampi) Nicola Mancino, chiamato venerdì a deporre nel processo al generale dei carabinieri Mario Mori ed al colonnello Mauro Obinu[1], accusati entrambi di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra.

Stesso discorso per la vicenda-Borsellino, dove l'ex ministro ha sempre detto di non poter escludere la possibilità di aver incontrato l'ex magistrato, ma di non averne certezza, «anche il giudice Aliquò (Vittorio Aliquò, che insieme a Paolo Borsellino raccolse la testimonianza di Gaspare Mutolo, della famiglia mafiosa di Partanna[2], ndr) che era con lui ha riferito che ci stringemmo la mano ma non parlammo».

Rispondendo alle domande di Basilio Milio, avvocato difensore di Mori e Obinu, Mancino ha anche detto di non aver mai sentito nominare il fantomatico “Signor Franco” (o “signor Carlo”, che secondo la ricostruzione del “Fatto Quotidiano”[3] sarebbe l'ex console onorario Moshe Gross), l'uomo dei servizi segreti che secondo le numerose ricostruzioni di Massimo Ciancimino sarebbe fin dal 1971 l'uomo di collegamento tra le istituzioni e Cosa Nostra ed il cui nome è finito, nel 2010, nel registro degli indagati delle procure di Caltanissetta e Firenze in merito alle bombe del 1993 identificato[4] in di una fotografia pubblicata all'interno di un articolo per la presentazione di una nuova automobile tenutasi in Vaticano, da un magazine romano a distribuzione gratuita.

L'ex ministro ricorda invece molto bene l'incontro avvenuto con Calogero Antonio Mannino, all'epoca ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno, pochi giorni dopo l'omicidio dell'europarlamentare democristiano Salvo Lima[5] (ucciso a Palermo il 12 marzo 1992) il quale, preoccupato dall'omicidio-Lima, disse a Mancino di essere il prossimo sulla lista degli omicidi politici di Cosa Nostra.
Lo stesso Mannino che, nei giorni immediatamente precedenti alla deposizione dell'ex ministro dell'Interno è stato raggiunto da un avviso di garanzia della Procura della Repubblica di Palermo, che lo ha indagato per «violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario» ipotizzando una serie di pressioni da parte dello stesso per alleggerire il regime del 41bis.

Quattro arresti in Spagna portano alla fine della mafia serba?

foto:newstimes.com
Valencia (Spagna) - «Con questa notizia siamo ad un passo dalla vittoria sul crimine organizzato». Ha commentato così il presidente della Repubblica serbo Boris Tadić l'arresto, avvenuto lo scorso 9 febbraio a Valencia, in Spagna, di quattro suoi connazionali sospettati di appartenere al clan di Zemun, uno dei più importanti clan della criminalità organizzata serba che – come per la mafia siciliana, dalla quale ha peraltro ripreso anche il nome (Naša Stvar) – prende il nome dal proprio “mandamento”.

Uno degli arrestati – Vladimir Milisavljević, detto “Vlada il matto” - è stato condannato in contumacia nei due più importanti processi al crimine organizzato portati a termine fino ad ora dalla Procura speciale per il crimine organizzato di Belgrado e che gli sono costati una condanna a 35 anni nel processo per l'omicidio del premier Zoran Djindjiić avvenuto il 12 marzo 2003, quando il premier venne ucciso da un cecchino del clan, Zvezdan Jovanović ed altri 40 anni per i crimini degli “Zemunci” (nome con cui sono conosciuti gli appartenenti al clan).

Le autorità spagnole erano sulle tracce del gruppo - capeggiato dal 2003 da Luka Bojović (nella foto), detto “il fornaio”, anch'egli arrestato a Valencia - da un anno e mezzo, periodo nel quale preziosa si è rivelata la collaborazione con i loro colleghi serbi ed olandesi. I quattro arrestati sono sospettati di furto, traffico internazionale di stupefacenti, riciclaggio di denaro sporto e numerosi omicidi.
Le perquisizioni nell'appartamento utilizzato dal boss hanno portato alla scoperta di un vero e proprio arsenale: tre fucili mitragliatori da assalto, nove pistole semiautomatiche, caricatori e munizioni, nonché mezzo milione di euro in contanti.

Legato politicamente al presidente del Partito radicale serbo Vojislav Šešelj – attualmente imputato all'Aja per crimini di guerra – il gruppo di Bojović era inserito nel traffico di droga, nella prostituzione e nei sequestri di persona. In Spagna il “fornaio” sarebbe accusato di essere dietro a due carichi di cocaina, provenienti dall'Argentina, sequestrati a maggio ed a novembre dello scorso anno i cui guadagni sarebbero probabilmente entrati anche nelle casse delle 'ndrine calabresi, che ai serbi hanno affidato l'intero indotto della distribuzione della polvere bianca.
Il suo arresto sarebbe però frutto anche di un “aiutino” arrivato dalle carceri olandesi, dove dalla fine del 2011 soggiorna Miloš Bata Petrović, considerato il reggente della mafia serba in Olanda.

Cosa Nuova. Il "nodo" Calò

foto: nottecriminale.wordpress.com
Roma – Ottavo capitolo del nostro viaggio nella guerra di mafie che sta insanguinando le strade romane da qualche mese. Dopo aver attraversato le rotte della camorra e della 'ndrangheta verso la capitale (i cui approfondimenti trovate a fondo pagina), scendiamo ancora più giù, attraversando lo Stretto di Messina per sbarcare in Sicilia. Ma partiamo, di nuovo, dalla Città Eterna.

29 marzo 1985. Quartiere della Balduina. Una Fiat Uno di colore bianco si è appena fermata in via Tito Livio[1] e Mario Aglialoro, il conducente – che abita in un attico al civico 76 - ne è appena sceso quando gli uomini della Polizia di Stato gli mettono le manette ai polsi. Non era la prima volta che le forze dell'ordine tentavano di arrestarlo. Ci avevano già provato – qualche tempo prima – appostandosi in via delle Carrozze, nelle vicinanze di piazza di Spagna dove Aglialoro, che di professione fa l'antiquario ed è un esperto giocatore nel mercato immobiliare, possiede un altro appartamento nel quale gli uomini delle forze dell'ordine hanno sequestrato trecento milioni di lire in contanti insieme a litografie di Renato Guttuso e tele di Pompeo Girolamo Betoni, pittore toscano della fine del '700 che valgono, ciascuna, intorno ai duecento milioni di lire. Ma di Aglialoro, in quell'appartamento, neanche l'ombra.
Si sente talmente sicuro, a Roma, che – raccontano le cronache – quando gli agenti lo arrestano, l'antiquario gli chiederà come abbiano fatto a trovarlo. Si sente sicuro come fosse a casa sua.
Per quanto Roma sia diventata già dagli anni Settanta la sua seconda casa, l'anagrafe lo vuole nato a Palermo, dove l'anno successivo all'arresto sarà implicato nel Maxi-processo.

Scontro al vertice. All'anagrafe palermitana, infatti, il signor Mario Aglialoro è registrato con un altro nome, Giuseppe, e con un altro cognome, Calò. Lo stesso Giuseppe Calò – detto Pippo – conosciuto nel mandamento di Porta Nuova come “La Salamandra” o “il cassiere di Cosa Nostra”. La mafia siciliana, infatti, non solo lo inserisce nella Commissione[2] – l'organo direttivo della Cupola – ma mette nelle sue mani l'ala finanziaria, inviandolo a Roma a lavare il denaro proveniente dai traffici illeciti e dalle prime partite di droga.
Da Porta Nuova con lo stesso compito, ma in direzione Buenos Aires, Argentina, è partito anche un altro dei futuri “grandi nomi” della mafia siciliana: Tommaso Buscetta, detto “il boss dei due mondi”, l'ex amico diventato il grande accusatore dell'intera organizzazione.

sabato 18 febbraio 2012

Le intercettazioni di "Iblis" entrano nel processo ai fratelli Lombardo

Catania – Esattamente una settimana fa[1] parlavamo di come la corte d'Assiste catanese, ritenendosi non competente a giudicare la maggior parte degli imputati nel procedimento ordinario, avesse di fatto diviso il processo denominato “Iblis” in quattro filoni.
Il procedimento, però, avrebbe anche un quinto “filone”, quello cioè legato ai fratelli Lombardo, la cui posizione nel procedimento venne stralciata e derubricata a settembre da concorso esterno in associazione mafiosa[2] in un'accusa per voto di scambio relativamente alle elezioni alla Camera del 2008 ed alla relativa campagna elettorale in favore di Angelo Lombardo, deputato nazionale del Movimento per le Autonomie.

Ieri il giudice monocratico della quarta sezione catanese Michele Fichera ha dichiarato ammissibili tra le prove del processo – la cui ripresa è prevista per il prossimo 6 marzo - anche le intercettazioni telefoniche ed ambientali inizialmente inserite nel fascicolo di “Iblis”, accogliendo così le richieste dell'accusa, composta dai procuratori aggiunti Michelangelo Patanè e Carmelo Zuccaro e rigettando quanto richiesto dagli avvocati difensori.
Tra le tante intercettazioni, della cui trascrizione si occuperà il perito Lucio Antonino Tamburello, che dunque verranno messe a disposizione, saranno soprattutto una decina quelle su cui si concentrerà il dibattimento. In una in particolare, stando a quanto sostenuto dal procuratore Zuccaro durante l'ultima udienza, si sentirebbe il boss di Ramacca Rosario Di Dio sostenere «di non voler più sostenere Raffaele Lombardo in altre campagne elettorali, dopo alcuni suoi comportamenti». Al perito, a partire da ieri, sono stati messi a disposizione trenta giorni per effettuare il lavoro.

Nella prossima seduta saranno poi sentiti anche altri tre imputati, per un reato connesso al voto di scambio, tra cui tre collaboratori di giustizia – il gelese Saverio Maurizio La Rosa, il nisseno Francesco Ettore Iacona e l'ex capomafia agrigentino Maurizio Di Gati – che, stando a quanto riferito dal procuratore aggiunto Michelangelo Patanè, si cercherà di ascoltare in aula e non in videoconferenza. Sarà analizzata in un'udienza a porte chiuse – calendarizzata per il prossimo primo marzo – la posizione dei due fratelli in rapporto con il procedimento “Iblis”, in quanto il giudice per le indagini preliminari Luigi Barone non ha accolto la richiesta di archiviazione in merito al reato di concorso esterno in associazione mafiosa.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/02/catania-i-quattro-filoni-del-processo.html;
[2] http://senorbabylon.blogspot.com/2011/09/lombardo-non-fu-concorso-esterno-per.html

mercoledì 15 febbraio 2012

Cosa Nuova. L'industria dei sequestri di persona

Roma – Seconda ed ultima tappa (la prima la trovate qui) sul modo in cui la 'ndrangheta è arrivata a Roma, influenzandone – insieme alle altre mafie, italiane e straniere – le bande criminali più o meno organizzate. Ieri ci siamo concentrati sulla prima fase, quella cioè relativa ai sequestri ed ai primi “contatti” con il mondo romano. Oggi invece ci occuperemo del passaggio successivo, quando cioè le 'ndrine iniziano ad avere una struttura per i sequestri di persona più strutturata, passo che ha permesso poi alla 'ndrangheta di diventare la principale organizzazione criminale italiana e tra le più importanti al mondo.

Il Raccordo (calabro)anulare. Quando la 'ndrangheta rapisce Paul Getty III nessuno – né il giornalismo, né gli inquirenti – ne capiscono l'importanza. D'altronde, è il pensiero generale, una banda che invia una lettera in cui chiede il pagamento del riscatto dove tutte le lettere “h” sono scritte nei posti sbagliati non può avere una struttura poi così organizzata alle spalle.
Eppure, in quegli anni – gli anni Settanta – di gruppi organizzati che si danno da fare nel campo dei sequestri ce ne sono parecchie. Se fossero tutti “cani sciolti”, probabilmente, a lungo andare inizierebbero a pestarsi i piedi. Nel solo triennio 1979-1981, nella capitale, sono quattordici i sequestrati che tornano liberi. Capita anche che nello stesso territorio vengano gestiti più sequestri contemporaneamente, come accade con la banda di Laudovino De Sanctis, detto Lallo Lo Zoppo, che però è davvero poco organizzata.

La prima volta che si inizia a parlare di 'ndrangheta nella capitale è l'estate del 1975, quando – nella notte tra il 29 e 30 giugno - viene rapito l'armatore Giuseppe D'Amico, erede di una dinastia del salernitano che faceva affari nella capitale già ai tempi del Papa Re. Dagli anni Trenta trasportano legname dalla Russia, anche se dalla loro dichiarazione dei redditi il business non sembra andare poi così bene. La 'ndrangheta, quando sequestra l'armatore – portandolo a bordo di una betoniera nella “fortezza aspromontana” - chiede inizialmente otto miliardi di lire, scontati quasi immediatamente fino alla comunque ragguardevole cifra di tre miliardi.
Alla fine ,secondo i giornali, la famiglia paga un miliardo di lire, anche se i D'Amico negano tutto. Sta di fatto che il 12 agosto Giuseppe D'Amico torna ad essere un uomo libero.
I giornali, in quei giorni, hanno iniziato a parlare di una “mafia” calabrese che sarebbe dietro al sequestro. Dicono ci sia addirittura Gerolamo Piromalli, detto “Momo”, uno dei capi assoluti di quella “mafia”. Interrogato dal capo della squadra Mobile, il dottor Elio Cioppa, Piromalli nega tutto, naturalmente.

Chi invece sembra esserci aver partecipato al sequestro “oltre ogni ragionevole dubbio” è Tiberio Cason, detto “il boss di Centocelle”. Gli inquirenti che stanno lavorando al caso D'Amico sono talmente convinti che ci sia lui dietro il rapimento che nel luglio 1978 accusano Francesco Pagano di concorso in sequestro di persona. Ma Pagano, a quel tempo, fa il direttore al carcere di Regina Coeli, lo stesso carcere in cui sarebbe detenuto Cason durante il periodo del sequestro. Secondo la ricostruzione dei magistrati di Vibo Valentia Cason sarebbe uscito – con il beneplacito di Pagano – compiuto il sequestro e poi sarebbe tornato tranquillamente in cella, come se nulla fosse.
La storia finisce con Pagano interrogato, inutilmente, per trenta ore (alle quali vanno annessi almeno un paio di anni di sospetti comunque non supportati da prove concrete) e Cason morto, insieme al fratello Lorenzo, il 4 novembre del 1983, quando vengono uccisi nell'area del Tuscolano. Tiberio Cason, peraltro, era già stato “avvertito” nei mesi precedenti, quando – come avviene oggi – era stato gambizzato, utilizzando così un metodo che non passa mai di moda. Come nel caso di Flavio Simmi[1] , peraltro noto dalle parti dell'antimafia per essere in rapporti non solo con il gruppo di Michele Senese[2] ma anche con i catanesi, in particolare con Francesco D'Agati, noto – tra le altre cose – per essere stato il cassiere dell'”ambasciatore romano di Cosa Nostra” Pippo Calò).

La famiglia Simmi, dunque, fa parte di quell'immenso indotto che permette alla criminalità organizzata di riciclare e reinvestire il denaro di provenienza illecita. Quel denaro che, ad esempio, ha permesso alla 'ndrina degli Alvaro di appropriarsi del prestigioso Café de Paris[3], compiendo di fatto l'intero processo di maturazione criminale che ha portato le 'ndrine dai tempi dell'”Anonima” e dei sequestri a quella dei contratti d'appalto legali passando attraverso la gestione, in compartecipazione con i cartelli messicani, di una vastissima parte del mercato della droga.


(7 – Continua)

Note
[1] Uomo ucciso a Roma, giallo sulla valigetta, TgCom24, 7 luglio 2011;
[2] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/02/michele-senese-il-puparo-con-laccento.html;
[3] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/02/roma-aperto-il-laboratorio-cosa-nuova_05.html

Cosa Nuova. L'Aspromonte, l'ottavo colle di Roma

Roma – Nuovo appuntamento con il nostro approfondimento sulla guerra che in questi mesi si sta combattendo tra le mafie nella capitale (a fondo pagina l'elenco delle puntate già pubblicate).
Partiamo, innanzitutto, da quella che appare come una vera e propria conferma a quello che ipotizzavamo nel primo articolo di questo lungo approfondimento[1] quando ci chiedevamo se, per i trentatré morti ammazzati del 2011 – ai quali vanno già aggiunti più di dieci morti in questa manciata di giorni del 2012 – si dovesse parlare di criminalità di basso profilo, di “cani sciolti” come li chiamava qualcuno o se, al contrario, quei morti facessero parte di una guerra “organizzata” tra le organizzazioni criminali presenti sul territorio romano. La conferma di quest'ultima ipotesi, dicevamo, è arrivata nei giorni scorsi non solo dai grandi media (Presa Diretta di Riccardo Iacona su tutti[2]) ma anche a livello istituzionale, con il trasferimento dei due uomini che in questi ultimi quattro anni hanno tentato di tagliare la testa alla “Piovra” calabrese, cioè Renato Cortese, ex capo della Mobile di Reggio Calabria e, soprattutto, il giudice Giuseppe Pignatone, sul quale pende una duplice ipotesi: da un lato quella della “promozione” per il lavoro svolto a Reggio in questi anni, dall'altro il trasferimento in altra sede di chi, quel lavoro, lo stava facendo troppo bene (sul modello della decisione del Csm tra i giudici Antonino Meli e Giovanni Falcone[3]). Per capire quale delle due ipotesi sia quella valida, non resta che aspettare di conoscere il nome del suo sostituto.

B come...sequestro. Nell'attesa ci spostiamo da Roma e dalla Calabria per trasferirci in Sicilia, precisamente a Catania, terra di “cavalieri”[4], di mafia e di Pippo Baudo. Cosa c'entra Baudo con l'arrivo delle mafie a Roma? «Un giorno un tizio di Platì mi offrì un miliardo per partecipare al sequestro del noto presentatore televisivo Pippo Baudo. Io dovevo portarlo al primo benzinaio dell'autostrada Reggio Calabria-Salerno». A parlare, di fronte ai giudici (come poi riporteranno nei giorni successivi i giornali[5]) è Claudio Severino Samperi, pentito ed affiliato al clan dei Santapaola, conterranei del presentatore. Sarebbero stati proprio loro, con il boss Nitto in testa, ad opporsi al suo rapimento da parte di quella che, all'epoca dei fatti – i primi anni Novanta – veniva chiamata ancora “Anonima sequestri”. «Dopo aver interrotto i rapporti con Berlusconi neanche avrei potuto pagare», dirà il presentatore in un intervista rilasciata per il quotidiano “La Sicilia” del suo amico e socio Mario Ciancio Sanfilippo, da tempo ormai considerato uno di quegli uomini che, nel catanese, ha raccolto l'eredità di personaggi come Francesco Finocchiaro, Gaetano Graci, Carmelo Costanzo e Mario Rendo, che Giuseppe Fava, in un articolo pubblicato sulla rivista “I Siciliani” aveva ribattezzato “I quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa”[6].

Insomma, Baudo è intoccabile. Stando almeno alle ricostruzioni di pentiti e giornalisti all'epoca. Ma quello, per l'”Anonima” non è solo un sequestro. O, quanto meno, non è un sequestro come gli altri. Più che un sequestro, infatti, quella è un'autorizzazione a procedere. Ma i catanesi dicono che no, la Sicilia non è terra di rapimenti. Quello è l'Aspromonte, in Calabria. È da lì che parte la 'ndrangheta. Sono più di duecento, tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Novanta, i sequestri di 'ndrangheta (su un totale di oltre cinquecento sequestri fatti in quel periodo in Italia[7]). In quegli anni arrivano più di quattro miliardi dal rapimento dell'industriale napoletano Carlo De Feo[8], rapito agli inizi del 1983 a Casavatore e rilasciato nelle campagne di Oppido Mamertina, Reggio Calabria, nel febbraio dell'anno successivo; altri cinque arrivano dal sequestro di Carlo Celadón[9], allora ventenne vicentino tenuto in ostaggio per quasi due anni. Con i soldi del rapimento di John Paul Getty III[10], nipote di Jean Paul Getty, fondatore della compagnia petrolifera americana “Getty Oil” a Bovalino, a Reggio Calabria, ci tirano su direttamente un quartiere. “Quartiere Paul Getty” lo chiamano, con non poco disprezzo, i reggini.

Con quei soldi le 'ndrine iniziano a creare il loro impero. Droga, edilizia, movimento terra, pale meccaniche, betoniere. Nella capitale ci erano già andati per il rapimento di Paul Getty III, ma è con questi mezzi che le 'ndrine iniziano a modificare il loro accento, passando dal calabrese al romano.

(6 - Continua)

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/02/roma-finita-la-pax-di-cosa-nuova.html;
[2] MalaRoma, Presa Diretta, 5 febbraio 2012;
[3] Antonino Meli 14 voti, Giovanni Falcone 10. (19/1/1988: il resoconto della seduta del Consiglio superiore della magistratura), http://digilander.libero.it/inmemoria/;
[4] I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa, di Giuseppe Fava, I Siciliani, 1 gennaio 1983;
[5] I boss volevano arruolare Baudo , di Alfio Sciacca, Corriere della Sera, 29 dicembre 1993;
[6] Ma è possibile liberarsi dalla mafia a Catania?, di Mimmo Cosentino, terrelibere.org, 4 giugno 2007;
[7] Il triangolo di Platì, di Gianluigi Nuzzi e Claudio Antonelli, tratto da "Metastasi";
[8] Una nuova cosca ha rapito De Feo di Pantaleone Sergi, La Repubblica, 13 giugno 1984;
[9] Celadon, ostaggio dimenticato, La Repubblica, 31 dicembre 1989;
[10] http://it.wikipedia.org/wiki/John_Paul_Getty_III

sabato 11 febbraio 2012

Pignatone trasferito a Roma. La "prova del nove" che nella Capitale è in corso una guerra di mafie

fonte:siciliainformazioni.com
Roma - Renato Cortese e Giuseppe Pignatone (quest'ultimo nella foto). Uno è stato fino a pochi giorni fa il capo della squadra Mobile, l'altro il procuratore capo di Reggio Calabria. Entrambi, da qualche giorno, sono stati trasferiti nella capitale. Da una terra di 'ndrangheta alla Capitale, a riprova ulteriore che quella che sta avvenendo oggi per le sue strade non è più una guerra di mafie solo per alcuni organi di informazione.

«Sono combattuto fra l'attesa di andare a Roma dove mi aspettano non solo un incarico importante allo Sco (il Sistema Centrale Operativo della Polizia di Stato, ndr) ma anche gli affetti familiari, e il dispiacere di lasciare il gruppo di lavoro che mi ha affiancato in questi anni». Ha voluto commentare così il suo trasferimento Renato Cortese. Pignatone, invece, ci ha tenuto a sottolineare che, finché la sua nomina non sarà effettiva continuerà a lavorare per Reggio Calabria. Dopo il voto unanime ricevuto dalla Commissione per gli incarichi direttivi del Consiglio superiore della magistratura – un evento molto raro e che dunque dà l'idea di come negli anni il procuratore abbia saputo svolgere al meglio i compiti di volta in volta assegnatigli – mancano ora il parere consultivo del Guardasigilli, Paola Severino, e la ratifica del Consiglio superiore. Pura formalità, salvo imprevisti dell'ultima ora.

Il motivo del loro trasferimento è chiaro: cercare di replicare il lavoro fatto contro la 'ndrangheta calabrese in questi ultimi quattro anni, quando tutte le 'ndrine della città sono finite nel mirino del duo, che ha messo a segno molti colpi importanti non solo nell'ambito delle indagini sull'ala militare ma anche sul versante dei rapporti tra le 'ndrine, la politica e l'economia più o meno legale, tra i quali il “re dei videopoker”, Gioacchino Campolo o l'arresto dell'ex assessore del Comune reggino, Giuseppe Plutino, operazione che ha di fatto dato il via all'iter per la richiesta dell'invio dei commissari[1] e, successivamente, per lo scioglimento del Comune di Reggio Calabria, che potrebbe diventare il primo capoluogo ad essere colpito da tale provvedimento.
Il procuratore, soprattutto, è stato “attenzionato” dai clan, che gli hanno fatto rinvenire un bazooka vicino al Palazzo di giustizia (il 5 ottobre 2010) e più di un ordigno esplosivo nei pressi dello stesso edificio.

Il loro trasferimento, comunque, non significa certo che il lavoro a Reggio sia finito. Tutt'altro. «Non c'è una sola fetta sociale vergine e i rischi di contagio sono costanti» - aveva detto proprio il procuratore all'apertura dell'anno giudiziario - «Ciò è essenzialmente dovuto al crescente ruolo degli enti locali, agli appalti, alle assunzioni, alla fornitura dei servizi, nel quadro del controllo del territorio che le cosche perseguono. Interfacciarsi con i politici, per la 'ndrangheta, significa governare la clientela che aumenta il suo potere e il suo “riconoscimento sociale”».
È questa l'eredità (pesante) che Pignatone lascia al suo successore calabrese, sperando che possa solo migliorare. Sono in molti, peraltro, a vedere nella nomina anche un aspetto del lungo periodo: la successione del procuratore a Piero Grasso alla Procura nazionale antimafia. Ma questo avverrà solo nel 2013.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/01/reggio-calabria-arriva-la-commissione.html