Cina, internet è la nuova frontiera del traffico d'armi

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Pechino (Cina), 29 aprile 2012 – Cinquantasette fucili, centomila pezzi di armi e 240 chili di materiale esplosivo. A tanto ammonta il traffico di armi contestato a Zhou Zhaoping, trentunenne cittadino della provincia di Juangsu, nella parte orientale della Repubblica Popolare Cinese, a cui spetterà da ora in poi il titolo di primo trafficante d'armi on-line.

Con i suoi tre negozi virtuali, come scrive Massimiliano Ferraro su Narcomafie[1], nel giro di due anni e mezzo Zhou ha rifornito 1500 persone tra Asia, Stati Uniti ed Europa, sfruttando non solo alcune falle nella normativa cinese – che comunque vieta ai civili di possedere armi, munizioni, esplosivi e persino alcuni tipi di coltelli e dove la violazione di tale divieto porta alla carcerazione tra i tre ed i sette anni e, in alcune circostanze particolari, anche alla pena di morte – ma anche strumenti con cui chiunque, al giorno d'oggi, fa i conti: le chat, dove riceveva gli ordini e la rete delle aziende di spedizione, che non hanno mai fatto i dovuti controlli. Servizi che, come sempre più spesso viene denunciato, stanno diventando uno dei principali vettori per il traffico internazionale di droga. I dettagli finali – relativi per lo più a spedizione e banca di appoggio per i pagamenti – venivano invece definiti tramite telefono, attraverso il classico uso di parole in codice.

Una volta arrestato, Zhou ha confessato di aver iniziato la sua “carriera” comprando e rivendendo solo parti di armi, ricambi per le pistole cinesi per la precisione. Una volta capito quanto questo business potesse fruttare – molte migliaia di yuan – ha deciso di allargare la propria offerta anche ad armi intere, pistole e fucili in particolare e, come riporta il già citato articolo, «persino della polvere da sparo artigianale, ottenuta ovviamente seguendo delle istruzioni presenti sul web».

Note
[1] Internet, il mondo segreto dei trafficanti di armi cinesi di Massimiliano Ferraro, Narcomafie, 27 aprile 2012

Ad un passo dal gotha. Quando Provenzano si offrì allo Stato

foto: dirittiepartecipazione.it
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Palermo, 29 aprile 2012 – Due milioni di euro ed il silenzio sulla notizia per trenta giorni. Sono queste le condizioni fissate dall'allora vertice più alto di Cosa Nostra: Bernardo Provenzano. “zu Binnu”, infatti, agli inizi del nuovo millennio si era arreso, o almeno questa era la deduzione più logica derivante dalla trattativa intavolata con lo Stato, tra il 2003 ed il 2005.
A dare la notizia è Rocco Vazzana sull'ultimo numero del settimanale Left[1].

Ci sono stati almeno tre incontri – racconta l'articolo – tra un emissario del boss, un commercialista di cui non si conosce l'identità, e gli alti vertici della Direzione Nazionale Antimafia, che proprio in quegli anni videro il passaggio di testimone da Pier Luigi Vigna all'attuale titolare della carica, Piero Grasso.
È proprio quest'ultimo, lo scorso 14 dicembre, a raccontare questa storia. L'occasione è l'audizione del Consiglio Superiore della Magistratura, che stava indagando su Alberto Cisterna – che di Grasso era il vice – accusato dal collaboratore di giustizia Nino Lo Giudice[2], meglio noto come “Nino il nano”, che nell'ottobre 2010 si auto-accusò di tutti gli attentati ai magistrati di Reggio Calabria pur senza essere in grado di spiegarne il movente, di aver concesso i domiciliari al fratello Maurizio in cambio di denaro. Notizia che viene smentita da quest'ultimo attraverso una serie di note scritte sul social network facebook[3].
«Quando nell'ottobre del 2005 presi il posto del procuratore Vigna» - ha raccontato Grasso davanti al Csm - «mi fu prospettata, da parte dei colleghi, la situazione di un informatore, di un qualcuno che voleva rendere delle dichiarazioni e collaborare per la cattura di Provenzano». Un informatore che comunque, precisa l'attuale reggente della Procura nazionale antimafia «sembrava più un truffatore che altro. Infatti feci questo colloquio investigativo ma poi nel tempo scoprii che altri due in precedenza erano stati fatti da Vigna e dai sostituti Cisterna e Macrì».

Nel primo dei tre incontri di quella che senza troppa fatica si può chiamare “trattativa”, quello in cui Vigna è ancora alla Procura, il boss detta le regole per la resa: una somma di denaro che si aggirava intorno ai due milioni di euro, silenzio stampa per un mese – il tempo di rivelare ciò che sapeva, secondo la ricostruzione fatta da Vincenzo Macrì al settimanale – e il divieto di avere a che fare con giudici di Palermo, motivo per il quale gli interrogatori vengono fatti, oltre che da Vigna e Grasso, anche da Cisterna e Vincenzo Macrì, procuratore generale di Ancona, entrambi calabresi

Processo Iblis, Lombardo in aula per ascoltare le lacune di D'Aquino

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foto: lettera43.it
Catania, 29 aprile 2012 - Lo aveva dichiarato ed ha mantenuto la promessa. Ieri, infatti, il presidente della Regione Raffaele Lombardo – che nei giorni scorsi aveva preso la parola all'Ars, per comunicare la sua vicenda giudiziaria «all'Assemblea ed al popolo siciliano»[1] - si è presentato in aula per partecipare all'udienza del processo che lo vede coinvolto insieme al fratello Angelo, deputato nazionale del Movimento per le Autonomie per i reati di voto di scambio aggravato e concorso esterno in associazione mafiosa, procedimento aperto all'interno del processo “Iblis”.

È durata cinque ore l'udienza che ha visto sul banco dei testimoni Luigi Cataldo, maresciallo della sezione anticrimine dei carabinieri di Catania e Gaetano D'Aquino, collaboratore di giustizia appartenuto al clan Cappello. Proprio le difficoltà della videoconferenza di quest'ultimo hanno prolungato l'udienza, costringendo infine a rinviare l'audizione al 15 maggio, data in cui è fissata la prossima udienza.

Il maresciallo, che si è occupato delle intercettazioni ambientali e telefoniche relative ad un periodo compreso tra il 2007 ed il 2010 ed entrate poi nel processo “Iblis”, ha confermato che al summit mafioso a cui queste fanno riferimento, tenutosi nel 2008 – anno delle elezioni regionali vinte da Raffaele Lombardo - nella masseria di Ramacca di proprietà del geologo Giovanni Barbagallo hanno partecipato anche tre noti esponenti della mafia: Alfio Stiro, referente di Salvatore Tucio, detto “Turi di l'ova”, condannato in via definitiva per associazione mafiosa; Vincenzo Aiello, capo di Cosa Nostra a Catania e Pasquale Oliva. Barbagallo, poi, è stato più volte fotografato dai carabinieri mentre entrava ed usciva dalla segreteria politica dei fratelli Lombardo.

Molto più ampia è stata invece la testimonianza di D'Aquino, durata circa quattro ore. Dopo aver esposto il suo curriculum criminale, che lo ha visto – nel 1992 – passare dal clan Pillera al clan dei Cappello, riconosciuto dalla 'ndrangheta ma non da Cosa Nostra e di cui D'Aquino fu fatto sgarrista «una specie di capo. Un ruolo che poteva essere assegnato solo a chi aveva già commesso un omicidio».
In merito ai suoi rapporti con la politica, il collaboratore ha evidenziato come questa non abbia mai fatto conto su di lui, «arrestato qualche mese dopo aver compiuto diciotto anni e quindi subito interdetto dal voto», ma come lui invece la politica l'abbia usata parecchio. «Lavoravo come sorvegliante per la cooperativa Creattività e il mio capo, Peter Santagati, lamentava sempre che i politici dell'Mpa pretendevano troppi posti di lavoro per far sopravvivere la cooperativa.

Quando lo Stato è peggio della mafia: lo scandalo Telejato

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Partinico (Palermo), 29 aprile 2012 – Dove non arrivò la mafia, ci pensò lo Stato. Che in certi casi – troppi, ad essere sinceri – non si capisce bene dove finisca l'una e inizi l'altro. Dopo la “Trattativa” dei primi anni Novanta, quella seguita all'epoca stragista, oggi l'alleato delle famiglie mafiose si chiama con un termine inglese: “switch off”, che è un modo come un altro per dire: “Ok, ora basta. Chiudete baracca e burattini”. Per edulcorare ancora di più la pillola l'hanno chiamato “Beauty contest”, come fosse una sfilata di moda. Tipo “Miss Italia” o cose simili.

«Non sono riuscite a fermarci le intimidazioni mafiose e ci ferma una legge dello Stato. Non ci è stato concesso di fare domanda, i termini scadevano oggi». La commenta così la chiusura della sua televisione, Pino Maniaci. La notizia è, ormai, certa: a giugno Telejato, quella “televisione antimafia in tre stanze” chiuderà i battenti perché, come vuole la legge, non è riuscita ad attrezzarsi per passare al digitale terrestre, insieme ad altre duecento emittenti “comunitarie”.
Permettetemi di essere franco: finché chiude una televisione il cui palinsesto è basato principalmente sulle televendite può dispiacere, a livello umano, per chi ci ha lavorato fino a quel giorno, ma una in più una in meno fa poca differenza.

Chiudere una voce antimafia è diverso. Profondamente diverso.
Chiudere una voce antimafia è come quegli omicidi fatti da Cosa nostra, dalle 'ndrine o dalla camorra che vengono fatti passare per “questioni di corna”;
Chiudere una voce antimafia è come quando gli alti vertici della Procura di Palermo volevano caricare il giudice Giovanni Falcone di processi semplici perché con il suo modo di fare, con il suo modo di controllare anche gli “intoccabili” della Palermo che conta, avrebbe sicuramente rovinato l'economia palermitana.

Chiudere una voce antimafia, poi, vuol dire anche un'altra cosa: mettere a repentaglio la vita di chi quella voce in questi anni ha fatto in modo che fosse forte, che si alzasse anche oltre le minacce, le botte e le macchine bruciate.

C'era stato, qualche settimana fa, quel tal candidato alla carica di sindaco di Palermo, Tommaso Dragotto, che aveva annunciato che Telejato la salvava lui. Solo che poi, tanto per far capire che la politica lui la sa fare davvero, alle parole non sono seguiti fatti concreti. E questo, permettetemi una piccola digressione dal tema, dovrebbe far pensare chi alle prossime elezioni avrebbe intenzione di votarlo.

I funerali di Telejato saranno celebrati il prossimo 30 giugno, quando la Sicilia passerà al digitale terrestre. Un minuto dopo quel signore con i baffi, che spesso – per chi come me non è siciliano – si fa anche fatica a capire quando commenta le notizie in dialetto, sarà un uomo in pericolo. Ancora più di quanto non lo sia stato fino ad ora.
Perché, come diceva Giovanni Falcone, «si muore quando si è lasciati soli». Che è esattamente quello che lo Stato farà il prossimo 30 giugno.
Qualunque cosa accadrà dopo non sarà da attribuire alla mafia. Sarà colpa dello Stato. Che in certi casi – troppi, ad essere sinceri – non si capisce bene dove finisca l'una e inizi l'altro.

"Cementificio" Catania, stavolta tocca all'Oasi del Simeto

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Catania, 28 aprile 2012 – Nuovo capitolo della saga del “cementificio” Catania. Dopo Piazza dei Martiri e i parcheggi[1], infatti, una nuova colata di cemento è previsto per la riserva naturale di Oasi del Simeto, il cui polmone verde è già da tempo compromesso – come denuncia Legambiente – da micro-discariche[2] e amianto[3].

Il nome tecnico è “Programma di Riqualificazione Urbana e di Sviluppo Sostenibile del Territorio” (da ora P.r.u.s.s.t.). Tradotto significa 588,30 ettari di verde (in aggiunta ai villaggi abusivi, che già interessano circa 346 ettari) dell'area di protezione della riserva naturale sostituiti dal grigio cemento di negozi, ristoranti, complessi residenziali, centri estetici, un campo da golfo, uno specchio d'acqua artificiale e – naturalmente – alberghi fino a quaranta piani. Il tutto nella zona B della riserva, creata proprio per a protezione di quest'ultima.
Progetto datato 1999 e che scadrà il 31 dicembre 2013. Tempo, insomma, ce n'è poco. E l'occasione della tornata elettorale, prevista tra circa un anno, è perfetta per chiudere la pratica.

Quattro le aree di intervento, dette “aree risorsa”, previste:

1) “Porto canale”, un porto turistico da 1200 posti con annesso specchio d'acqua artificiale, un cantiere navale, un albergo da quindici o venti piani, strutture sportive, aree commerciali, yacht club, centro benessere, un centro fieristico navale ed un complesso residenziale - “Borgo marinaro” - con “verde privato” e zone destinate a viabilità e parcheggi;
2) Il Golf Resort che, come dice il nome stesso, sarà un immenso – e dispendioso per le risorse idriche – campo da golf, che sorgerà su un terreno agricolo, sul quale è prevista anche “Le colture del Mediterraneo”, un progetto ispirato alle coltivazioni tipiche della Sicilia che prevede colture artificiali e abitazioni richiamanti l'edilizia araba e delle antiche masserie siciliane. Anche in questo caso previsti ristoranti, negozi e nuovi edifici da costruire;
3) Il Parco del Mediterraneo: sei aree tematiche di cui una, come scritto nel progetto, prevede la costruzione di «una grande area alberghiera immersa nel verde, 30/40 piani, situata nell'area più grande, insediata nella posizione maggiormente vantaggiosa e paesaggisticamente e panoramicamente suggestiva dell'intera zona, ovvero quella che si affaccia sulla parte centrale dell'Oasi con tanto di area benessere nella zona sud»;
4) La zona turistico-ricreativa, che sarà destinata a beauty farm, solarium, residenze, un ippodromo ed attrezzature balneari, essendo questa zona – situata lungo la fascia adiacente ai cento metri della riserva – l'unica in cui è consentita la balneazione.

Messico, “Metros” contro “Rojos”. Linea di confine Golfo

foto: elnuevoheraldo.com
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Città del Messico (Messico), 23 aprile 2012 – La scorsa settimana[1] abbiamo visto come i cartelli della droga si stiano preparando al tramonto del sexenio governativo di Felipe Calderón Hinojosa, riequilibrandosi per dare il benvenuto a chi, a luglio, prenderà il posto dell'attuale presidente. Oggi andremo ad approfondire uno degli aspetti che caratterizzano la vita dei cartelli: le scissioni interne. Per farlo, ancora una volta supportati dagli articoli del settimanale “Proceso” ci addentreremo in quello che è il cartello più vecchio tra quelli attualmente operativi: il Cártel del Golfo, formatosi già negli anni Quaranta ed oggi comandato da José Eduardo Costilla Sánchez, detto “El Coss” o, per gli ex amici, “El Judas”.

Facciamo, innanzitutto, un po' di storia: nel 2003 viene arrestato Osiel Cárdenas Guillén, detto – tra i tanti alias con i quali è conosciuto – “el Mata-amigos” (l'”ammazza amici”) per aver ucciso Salvador Gómez, suo amico personale con il quale comandava il cartello dal 1996, anno dell'arresto del vecchio leader Juan García Abrego. A Cárdenas Guillén, che nel 2007 è stato estradato negli Stati Uniti, dove dovrà scontare una pena di venticinque anni di carcere[2], si deve la creazione del braccio armato formato da ex componenti dell'esercito che, staccatisi dal Cártel del Golfo, diventerà noto come “Los Zetas”.
A quel punto il cartello passa nelle mani di Antonio Ezequiel Cárdenas Guillén, meglio noto come “Tony Tormenta” e Samuel Flores Borrego, detto “Metro 3”, al quale rimaneva il controllo sulla piazza di Reynosa.
Proprio questa piazza diventa il motivo dello scontro. Nel 2010, infatti, Costilla Sánchez – stando alla ricostruzione fatta da un testimone al giornalista Jorge Carrasco Araizaga - cerca un accordo con Nazario González, detto “El Chayo” o “El mas loco”, ucciso in uno scontro a fuoco con la polizia il 9 dicembre 2010 ad Apatzingán, nello Stato di Michoacán e fino a quel momento leader de La Familia Michoacana. Il patto prevedeva che “El Chayo” inviasse propri sicari a Reynosa, per combattere contro i Los Zetas, dando così origine al “blocco” oggi capeggiato dal Cártel de Sinaloa. In cambio, agli uomini di González veniva dato il via libera per lo sfruttamento della Ribereña (la “costiera”), strada fondamentale per il traffico di droga nella zona nord-est del Messico, mettendo in connessione il sud del paese con la frontiera texana. Accordo, questo, che non vede il favore né di Tony Tormenta né di Metro 3.

Catania, l'ospedale "di famiglia"

foto: lnx.cataniapolitica.it
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Catania, 22 aprile 2012 – 1.027 euro per un «sistema di compressione large e medium», 1.382 euro di «materiale per suturatrici», altri 42.021 euro per «applicatori di clip monouso, forbici, kit per colecistectomia e reti per rinforzo parietale», per un totale di 900 mila euro solo per il 2011. È questa, pubblicata da Antonio Condorelli sull'ultimo numero del mensile “S” la lista della spesa fatta dall'azienda ospedaliera Garibaldi di Catania, la più grande della Sicilia orientale. Una struttura con sale operatorie all'avanguardia nel pieno centro catanese, diventata nel tempo punto di riferimento per tutta la parte orientale dell'isola. Ma si sa che il problema – in un settore delicato e politicamente strategico come quello della sanità italiana – non è tanto quello delle strutture, quanto chi le gestisce.

L'”appaltatuni”. «Una vicenda grave, forse una delle più tristi del panorama catanese riguardo la collusione tra funzionari pubblici e criminalità organizzata», disse durante il processo d'appello tenutosi a gennaio l'avvocato Maria Licata, legale dell'azienda ospedaliera costituitasi parte civile nel processo per la costruzione della residenza universitaria Tovalieri e del nuovo complesso ospedaliero Garibaldi, per un affare da 120 miliardi di lire che portò anche all'arresto di Stefano Cusumano, detto “Nuccio”, all'epoca sottosegretario al Tesoro ed esponente dell'Unione Democratica per la Repubblica, partito di centro formato sotto il governo Prodi del 1998 dall'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga e che vedeva tra i suoi rappresentanti anche il partito di Rocco Buttiglione e quello di Clemente Mastella.

Tutto inizia dodici anni fa, quando l'imprenditore Vincenzo Randazzo, definito dall'ex capo di Cosa Nostra agrigentina - oggi collaboratore di giustizia - Maurizio Di Gati, durante la sua testimonianza in merito al processo “Iblis” «a nostra disposizione per quanto riguarda i lavori di Catania», che aveva contattato gli agrigentini «perché aveva avuto difficoltà con la famiglia dei Santapaola»[1] ed il suo collega lombardo Giulio Romagnoli si spartiscono quello che all'epoca era il più grosso appalto di Catania.
Cusumano e Giuseppe Castiglione, assessore regionale all'Industria, vennero arrestati dalla Direzione investigativa antimafia, che indagò anche un altro senatore dell'Udr, Giuseppe Firrarello, suocero di Castiglione. Le accuse mosse loro dall'antimafia – concorso in turbativa d'asta e concorso esterno in associazione mafiosa

La solitudine di Giovanni Falcone (1988)


Una piccola "chicca" storica, trovata cercando tutt'altro negli archivi di You Tube.

Operazione “Mustra”, in carcere il clan dei figli d'arte

foto: glpress.it
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Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), 22 aprile 2012 – Tutto è partito la scorsa estate, quando i carabinieri fermarono ad un posto di blocco Salvatore Campisi, 27 anni, con in tasca ancora i cinquecento euro di pizzo intascato da un bar di Terme Vigliatore, dopo che il titolare del locale che aveva sporto denuncia. Soldi che, è emerso dalle indagini, servivano a dare sostentamento ai vecchi capi in carcere.
Da lì i carabinieri, dopo un lavoro lungo due anni, sono risaliti ad un nuovo gruppo emergente tra le famiglie mafiose barcellonesi, che si stava facendo strada dopo gli arresti eccellenti delle operazioni che, in questi ultimi mesi, hanno decapitato il vecchio gotha di Barcellona Pozzo di Gotto e dei Mazzarroti, come “Gotha” e “Pozzo 2”, poi confluite in uno stesso procedimento – il “Gotha-Pozzo 2”[1], appunto. Proprio due degli appartenenti alla “vecchia guardia” come Carmelo Bisognano e Santo Gullo, nomi di spicco dei barcellonesi oggi collaboratori di giustizia[2], hanno dato un deciso contributo alle indagini.

A capo del nuovo gruppo proprio Campisi, figlio di Agostino, arrestato durante l'operazione “Vivaio”[3] e ritenuto elemento di spicco dei Mazzarroti, il clan di Mazzarrà Sant'Andrea e Salvatore Foti, figlio di quel Carmelo Vito arrestato durante “Pozzo 2”. Oltre ai due, nell'operazione, denominata “Mustra” (“fretta”, in dialetto), sono stati arrestati anche Vincenzo Campisi, imprenditore trentenne fratello di Salvatore; il ventenne Carmelo Maio, detto “Spillo”; Vincenzo Sboto, 30 anni, Antonio Vaccaro Notte, 20 anni; Nunziato Siracusa, 42 anni e Stefano Puliafito, 23 anni, arrestato in provincia di Modena, dove si trovava per lavoro. Dovranno rispondere di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione, violenza privata, lesioni e danneggiamento.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/03/chiuse-le-indagini-del-procedimento.html;
[2] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/04/operazione-gotha-pozzo-2-chiuse-le.html;
[3] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/03/mafia-e-discariche-sedici-condanne.html;

Il party "modello Cosa Nostra" ed il favoreggiamento culturale alla mafia

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Catania, 22 aprile 2012 - «Quella stessa terra che lo scorso 7 aprile ha intitolato una piazza a nostro padre ucciso dalla mafia a Catania il 9 novembre 1995, oggi lo dimentica e lo uccide un'ennesima volta, con una festa in maschera. Abbiamo pensato, creduto, sperato di sbagliarci. Ma purtroppo non è così». A parlare in questo modo – l'unico possibile, a volerla dire tutta – sono Flavia e Fabrizio, figli di Serafino Famà, avvocato penalista catanese ucciso per ordine di Giuseppe Di Giacomo, all'epoca reggente del clan Laudani attraverso una lettera aperta che i due fratelli hanno scritto al Presidente della Provincia di Catania, al Sindaco di San Giovanni La Punta nonché al Questore ed al Presidente del Tribunale di Catania[1].

Il “Villa Paradiso dell'Etna”, uno dei locali più conosciuti e frequentati a Catania, ha infatti pensato bene di organizzare il “Baciamo le mani party” (ora ribattezzato “Siamo siciliani party”), «che vuole ricordare ed inneggiare alla Sicilia del passato, di stampo prettamente agricolo che poi esportò fuori dai confini tante illustri personalità ma anche alcune particolari caratteristiche fatte di vossignoria e mammasantissima». Una festa – sulle scontate note del “Padrino” – nella quale gli uomini dovranno indossare coppola e gilet mentre le donne dovranno vestirsi come nel film di Francis Ford Coppola. Obbligatorio, per gli uomini, presentarsi con un pizzino in tasca, così da entrare meglio nella parte.
Suggerirei agli organizzatori di basare il menu della serata sulla cicoria, così da rendere ancora più realistica la serata in puro stile “zu Binnu” e soci[2].

«Non è solo un party, di per sé di cattivo gusto» - scrivono Flavia e Fabrizio Famà - «ma è un messaggio che si lancia ai giovani, un modo di far credere che coppola e pizzini, che peraltro si invita ad indossare alla serata, definiti quali “accessori che rispecchiano la sicilianità”, siano solo divertente folklore da imitare e non parte integrante di una becera mentalità di violenza, prevaricazione, sopraffazione del più debole, ripudio delle regole, odio. La storia della Sicilia da tramandare, da imitare, dovrebbe essere quella di chi si è battuto per la legalità, per la giustizia, per l'uguaglianza, per una società migliore per tutti noi, quella della gente onesta che giorno per giorno fa il proprio dovere». «La Sicilia della cultura, di personaggi come Giovanni Verga, Leonardo Sciascia, Luigi Pirandello, Andrea Camilleri, esempi di una terra che sa esprimere la bellezza dei valori morali ed è questa che sentiamo appartenerci, questa quella che noi vogliamo ricordare e tramandare. Questa è la nostra Sicilia», conclude la lettera.

Processo parcheggi Catania, l'accusa presenta i quesiti per la nuova perizia

foto: comuniclab.it
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Catania, 21 aprile 2012 – Nei giorni scorsi, parlando del processo sui parcheggi catanesi[1] avevamo visto come al centro del dibattimento fosse stata posta la perizia che portò, in primo grado, all'assoluzione dell'ex sindaco Scapagnini – all'epoca dei fatti anche Commissario straordinario per il rischio sismico e per l'emergenza traffico – Salvatore D'Urso, ex direttore dell'ufficio speciale per l'emergenza traffico e sicurezza sismica, tre componenti della Commissione di valutazione tecnico-giuridica (Giovanni Laganà, Salvatore Fiore e Mario Arena) nonché degli imprenditori Ennio Virlinzi, Domenico “Mimmo” Costanzo e del fratello Sebastiano, rappresentanti legali delle ditte che avrebbero dovuto realizzare i progetti. La perizia fu giudicata da Giuseppe Gennaro, l'allora pubblico ministero, «insufficiente ad accertare la questione». Per questo l'accusa – rappresentata ora dal sostituto procuratore generale Domenico Platania – ne ha richiesta una nuova, che dovrà rispondere ai sei quesiti presentati dallo stesso procuratore nella giornata di ieri, ovvero:

1) Se le procedure per la scelta del promotore e successivamente del concessionario nei quattro progetti di finanza per cui è processo siano state conformi alle norme di legge e di regolamento che all'epoca dei fatti disciplinavano la materia, tenuto anche conto dei poteri di deroga conferiti al Sindaco di Catania, quale Commissario Straordinario per il rischio sismico e l'emergenza traffico, all'articolo 2 della Ordinanza della Presidenza del Consiglio dei ministri numero 3259 del dicembre 2002;

2) Se i progetti elaborati e presentati dalle imprese concorrenti alla gara per la scelta del promotore possedevano i requisiti di economicità prescritti dalla legge e se dette imprese offrivano adeguate garanzie finanziarie per la successiva realizzazione dell'opera, effettuando partitamente la valutazione comparativa della convenienza economico-reddituale;

3) Se le modifiche progettuali pattuite successivamente alla concessione per i parcheggi Europa e Lupo abbiano comportato una modifica sostanziale dell'opera pubblica, tale da rendere necessaria una riapertura della gara per la tutela della par condicio con altri concorrenti anche potenzialmente interessanti alla realizzazione dell'opera;

4) Se le modifiche progettuali per i parcheggi Europa e Lupo possano avere comportato un danno per il Comune di Catania ovvero un ingiusto vantaggio patrimoniale per le imprese conseguenziale alla diversa redditività delle botteghe commerciali rispetto alla gestione degli stalli di superficie;

5) Se possa considerarsi conforme alla normativa in tema di finanza di progetto, nonché alla tutela della par condicio tra i partecipanti alla gara, anche potenziali, con riferimento al parcheggio Asiago, la modifica del sito di realizzazione effettuata dal promotore, rispetto a quello previsto nella fase prodromica, con il progetto esecutivo oggetto della gara ad evidenza pubblica per la assegnazione della concessione, e se tale modifica abbia potuto comportare un danno per l'ente pubblico ovvero un vantaggio patrimoniale ulteriore ed indebito per i promotori, nel caso in cui (come poi verificatosi) risultassero comunque aggiudicatari;

6) Se, per il parcheggio Verga, sia stata assegnata dal Commissario Straordinario e dal Responsabile Unico del Procedimento alla impresa aggiudicataria, in violazione dell'articolo 832 codice civile, un'area pubblica appartenente in parte al demanio dello Stato e della quale il Comune di Catania non aveva la disponibilità.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/04/catania-nuova-perizia-sui-parcheggi.html

Misilmeri, l'operazione "Sisma" fa dimettere diciassette consiglieri comunali

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Misilmeri (Palermo), 21 aprile 2012 - «Ribadisco la totale fiducia nel lavoro prezioso e meticoloso che la magistratura sta svolgendo con l'indagine Sisma in merito ai fatti giudiziari che riguardano la città di Misilmeri, e dalla quale emergono contatti, in particolare, tra il presidente del Consiglio comunale ed esponenti mafiosi. Ma voglio con forza affermare che l'Amministrazione comunale non può essere nemmeno sfiorata dal sospetto che abbia ceduto a pressioni criminali» afferma Piero D'Ai, sindaco di Misilmeri, che si trova però a fare i conti con un Consiglio comunale che ha, di fatto, provveduto allo scioglimento prima dell'eventuale interessamento del ministero dell'Interno.

Nei giorni scorsi, infatti, proprio a seguito dell'operazione del Reparto operativo e del Nucleo investigativo dei carabinieri di Palermo sono arrivate le dimissioni di ben diciassette dei venti consiglieri comunali per “senso di responsabilità e nel rispetto della cittadinanza”[1]. L'indagine aveva portato martedì scorso all'arresto di Francesco Lo Gerfo, Mariano Falletta, Stefano Polizzi e Vincenzo Ganci[2] e che coinvolgono anche Giuseppe Cimò, presidente del Consiglio comunale accusato di essere stato eletto con i voti di Cosa Nostra ed aver agevolato la cosca guidata da Lo Gerfo nell'aggiudicazione di alcuni appalti attraverso Ganci, candidato al Consiglio comunale in una lista - “Amo Palermo”- a sostegno della candidatura di Marianna Caronia e descritto dagli inquirenti come l'anello di congiunzione tra politica e mafia.

«Questa storia mi ha solo danneggiata» - ha detto Marianna Caronia in un'intervista video a livesicilia.it (che trovate all'inizio di questo articolo), che ha più volte evidenziato di aver denunciato il fatto già a fine marzo, dopo che il responsabile della lista aveva ricevuto una mail da un certo “Giggi”, che metteva in guardia proprio su Ganci: «Signora Caronia, lei è attenta alle candidature della sua lista, ma le sfugge un nome che rappresenta la spazzatura. Si tratti di Ganci vicino ai mafiosi». Un nome sfuggito anche ai “controlli antimafia” fatti all'interno della sua lista, come quell'autocertificazione, evidentemente falsa alla luce dell'operazione dei giorni scorsi, prodotta dallo stesso Ganci.
Oltre al danno, come vuole quel vecchio e noto detto, arriva anche la beffa: «Abbiamo chiesto formalmente di eliminare Ganci dalla nostra lista» - ha precisato Marianna Caronia durante l'intervista - «ma ci è stato detto che, se non è lui a tirarsi fuori, non è possibile. Così sono costretta a tenere nella mia lista una persona che non voglio. I cui voti non mi interessano». Gli elettori che vorranno votarla, dunque, si regolino di conseguenza.

Note
[1] Fiume di dimissioni: Decade il consiglio comunale, misilmeriblog.it, 19 aprile 2012;
[2] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/04/misilmeri-loperazione-sisma-blocca-le.html;

Gela, sequestrati due milioni di euro in beni ad imprenditore vicino a Stidda e Cosa Nostra

foto: quotidianodigela.it
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Gela (Caltanissetta), 21 aprile 2012 – Beni per due milioni di euro sequestrati dalla Direzione investigativa antimafia nissena a Giuseppe Trubia, imprenditore 41enne gelese ritenuto «in stretto rapporto di fiducia» con esponenti della Stidda – Francesco Morteo, e Pietro La Cognata, rispettivamente zio e cognato dell'imprenditore apparteneti alla famiglia stiddara dei Cavallo-Paolello - e di Cosa Nostra.

Trubia, recentemente assolto dall'accusa di intestazione fittizia dei beni, è sospettato di essere non solo “vicino”, ma addirittura organico alla Stidda, alla quale avrebbe messo a disposizione le proprie aziende per il riciclaggio dei proventi illeciti, utilizzando le stesse anche per il finanziamento della latitanza di alcuni esponenti di Cosa Nostra. Proprio la parentela con i due stiddari – specializzati nelle estorsioni e condannati in via definitiva per associazione mafiosa – avrebbe permesso a Trubia di ottenere commesse ed appalti per le sue imprese. «Le indagini patrimonali» - scrivono gli investigatori . «hanno messo in luce significativi elementi di convincimento in ordine alla sproporzione tra i redditi dichiarati ed i beni acquistati».

Emesso dalla sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Caltanissetta su richiesta del procuratore Sergio Lari e dell'aggiunto Domenico Gozzo, il provvedimento ha portato al sequestro del cinquanta per cento della Itc srl, impresa edile affidataria di opere pubbliche, di un'azienda agricola per la coltivazione di cereali, due terreni, la metà di tre aree agricole a disposizione dell'imprenditore, quattro fabbricati, quattordici conti correnti bancari e quattro polizze assicurative.

La metro di Palermo in mano a Cosa Nostra. Ma le Ferrovie non bloccano i lavori

foto: livesicilia.it
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Palermo, 18 aprile 2012 – I lavori della metropolitana di Palermo sono in mano a Cosa Nostra (ne avevamo parlato, per quanto riguarda il passante Brancaccio-Carini, a gennaio[1]), ma per Rete Ferroviaria Italiana – gruppo Ferrovie dello Stato – «non è conveniente interrompere i lavori», anche se questo significa palesemente finanziare la mafia, alla modica cifra di 464 milioni di euro, cifra – decurtata di un quarto dagli iniziali 599 milioni di euro – messa adesso a disposizione di S.i.s. Spa (alla cui porta molti politici di entrambi gli schieramenti hanno bussato per ottenere posti per parenti ed amici), Geodata spa e Sintagma, ditte dell'Associazione temporanea di imprese “Nodo di Palermo s.c.p.a.” che ha subappaltato alle società organiche a Cosa Nostra.

Nonostante la «sussitenza di tentativi di infiltrazioni mafiose» (come si legge in un documento stilato dall'azienda e messo a disposizione dal quotidiano “Repubblica”[2]) dunque, i lavori andranno avanti come prima, come se quelle aziende fossero “pulite”.
I lavori andranno avanti nonostante Andrea Impastato, che prima di essere arrestato – come scrivevamo già a gennaio - attraverso la “Prime Iniziative” e la “Medi Tour” ha fatto in tempo a fornire il calcestruzzo, lo stesso di cui chiedeva Salvatore Lo Piccolo, “il barone”, a Provenzano in quel pizzino che fece poi scattare le indagini. E si continuerà a lavorare nonostante le trivellazioni sono state affidate ad una ditta legata al boss di Prizzi Tommaso Cannella e nonostante gli stretti legami emersi nel corso delle indagini tra boss e funzionari del consorzio che gestisce i lavori – ed i soldi – di quello che è attualmente il più grande appalto palermitano.

«Il recesso del contratto comporterebbe la perdita dei finanziamenti europei, l'inasprimento dei disagi che la popolazione residente è chiamata a sopportare con i cantieri aperti, oltre che la conseguente necessità di mettere in sicurezza le tratte interessate dai lavori» ha scritto nella delibera l'ingegner Andrea Cucinotta, referente del progetto per le Ferrovie.
Come dice il vecchio adagio “lo spettacolo deve continuare”. Per le Ferrovie anche l'appalto.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/01/metropolitana-di-palermo-silurato-il.html;
[2] Il documento dell'ingegnere Cucinotta, repubblica.it, 15 aprile 2012

Misilmeri, l'operazione "Sisma" blocca le intenzioni di voto di Cosa Nostra

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Misilmeri (Palermo), 17 aprile 2012 – “Popolari di Italia Domani” popolari anche tra gli uomini di Cosa Nostra verrebbe da dire. È noto infatti – seppur mediaticamente poco seguito – il processo in corso al leader del partito, l'ex ministro dell'Agricoltura Saverio Romano[1], di cui Misilmeri costituirebbe uno dei principali bacini elettorali, descritto come uomo a disposizione della famiglia di Villabate da alcuni collaboratori di giustizia, su tutti Nino Giuffré e Angelo Siino, nomi pesanti all'interno del gotha corleonese.

In queste ore i carabinieri del Reparto operativo e del Nucleo investigativo palermitano stanno eseguendo quattro ordinanze di custodia cautelare nei confronti di Francesco Lo Gerfo, indicato come il capomafia di Misilmeri dopo l'arresto di Antonino Spera (capo mandamento di Belmonte Mezzagno interessato dal tentativo di riformare la Commissione provinciale di Palermo, poi bloccato dall'operazione “Perseo”[2]), Mariano Falletta, Stefano Polizzi – presunto referente della cosca di Bolognetta – e Vincenzo Ganci. Ci sarebbe anche una quinta ordinanza, per Antonino Messicati Vitale, boss di Villabate – mandamento passato sotto il controllo della famiglia di Misilmeri dopo anni di “appartenenza” alla consorteria mafiosa di Bagheria, «facendo registrare un evocativo ritorno agli assetti storici di Cosa Nostra», a detta degli inquirenti - che però si è già dato alla latitanza, soggiornando già da dicembre in Sudafrica. A tutti vengono contestati i reati di associazione mafiosa - “concorso esterno”, per Ganci - ed estorsione.

«Le indagini hanno dimostrato che Lo Gerfo, dopo aver indirizzato i voti della consorteria mafiosa e fatto eleggere nell'amministrazione comunale persone a lui vicine, è riuscito a far sì che le stesse ricoprissero ruoli istituzionali nevralgici, come quelli di presidente (Giuseppe Cimò) e vice presidente (Giampiero Marchese) del consiglio comunale di Misilmeri, creando dunque i giusti presupposti per controllare e indirizzare le scelte della pubblica amministrazione in favore degli interessi propri e dell'associazione da lui capeggiata», ha scritto il giudice per le indagini preliminari Luigi Petrucci nell'ordinanza di custodia cautelare, accogliendo le richieste del procuratore aggiunto Ignazio De Francisci e dei pubblici ministeri Lia Sava, Nino Di Matteo, Geri Ferrara e Marzia Sabella.

Su tutte spicca la posizione di Ganci, candidato al consiglio comunale nella lista “Amo Palermo” a sostegno della candidatura di Marianna Caronia dei “Popolari di Italia Domani” il quale, pur non essendo “organicamente inserito” in Cosa Nostra, avrebbe fornito «un contributo dotato di effettiva rilevanza causale ai fini del rafforzamento dell'associazione mafiosa e del più efficace raggiungimento dei suoi scopi criminali».

Università "dei veleni" Catania, il doppio ruolo dell'Ateneo

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Catania, 15 aprile 2012 – «L'ambiente non è solo un bene di interesse pubblico, ma è anche fondamentale per la persona e il cittadino che può subire un danno sia personale che sociale». Per questo il presidente della Terza sezione penale del Tribunale etneo Ignazio Barbino ha deciso di ammettere il Codacons, l'associazione Cittadinanzattiva e la Cgil – che essendo un sindacato, è sempre legittimata alla tutela della salute dei lavoratori – come parti civili nell'ambito del processo sui veleni al padiglione 12 del dipartimento di Farmacia dell'Università, balzato agli onori della cronaca come la “facoltà dei veleni” e che vede la contestazione dei reati di disastro ambientale, falso e gestione di discarica non autorizzata ad Antonio Domina, ex direttore amministrativo dell'Università, Lucio Mannino, dirigente dell'ufficio tecnico, Vittorio Franco, direttore del dipartimento di Scienze farmaceutiche ed all'epoca dei fatti capo della commissione permanente per la sicurezza nella facoltà, Marcello Bellia, Francesco Paolo Bonina, Fulvio La Pergola, Giovanni Puglisi e Giuseppe Ronsisvalle, rei di non aver verificato l'effettiva sicurezza delle strutture dell'ateneo, per un periodo che va dal 2004 al 2007.
Si scoprì, infatti, che il sottosuolo del padiglione della Cittadella universitaria era totalmente impregnato dai versamenti dei rifiuti tossici espulsi dal laboratorio della facoltà ed invece che confluire in un sistema fognario sicuro, i tubi di scolo scaricavano direttamente nel terreno.

La corte ha deciso di accettare come parte civile anche lo stesso ateneo, perché «il comportamento dei dipendenti non può coincidere con quello dell'ente. Al massimo si può parlare di concorso di colpa», come ha sottolineato il giudice.

In merito alle posizioni delle famiglie e delle presunte vittime, sono stati ammessi come parte civile i genitori di Rosario Manna, ex ausiliario della facoltà, nonché gli ex studenti Saverio Bosco e Melissa Urrata, che vanno ad aggiungersi a chi era già stato ammesso durante la fase preliminare, cioè arla Gennaro e Concetta Di Stefano, figlia e moglie di Giovanni Gennaro; Giorgio Spadaro e Marcella Calabrese, genitori di Agostino Agnone ex studente di Ingegneria, la cui sede si trova accanto al dipartimento di Farmacia; gli ex studenti e dottorandi Sara Schiavolena, Cinzia Patrizia Lopes e la sorella Elena.
Sono state invece respinte le richieste da parte di Federica e Dario Galioto, figli di Maria Concetta Sarvà; degli ex studenti Giovanni Zappalà, Salvatore Leocata, Francesco Vitagliano e del padre Alfredo nonché del fratello di Emanuele Patanè, Andrea, il dottorando morto nel 2003 a 29 anni per un tumore al polmone e che, attraverso il suo memoriale, ha reso possibile aprire un secondo filone d'inchiesta per il reato di omicidio colposo e lesioni colpose.

Messico, la fine del sexenio calderonista ed i nuovi equilibri tra i cartelli

foto: cubiform.org
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Città del Messico (Messico), 15 aprile 2012 – Comunque vada a finire, per i messicani tra pochi mesi si chiuderà un'epoca. A luglio, infatti, qualunque sarà il risultato delle elezioni per il rinnovamento di presidente e Congresso, si chiuderà il sexenio di Felipe Calderón Hinojosa e, con esso, la sua più che fallimentare “guerra al narcotraffico”, che verrà forse ricordata solo per i suoi oltre sessantamila morti. Per intenderci, circa il doppio delle persone che la dittatura militare argentina riuscì a far sparire tra il 1976 ed il 1983, tanto per rimanere nello stesso continente.
Quello che invece non cambierà, né per i messicani né per il loro futuro governo è il rapporto con i cartelli della droga, che non solo sono passati praticamente indenni attraverso questo sexenio ma – come scriveva a febbraio la rivista Proceso – escono dal periodo calderonista spesso rafforzati.

Attualmente, come ricordava il giornalista Ricardo Ravelo, la nuova mappa del narcopotere (che va in qualche modo ad aggiornare quanto scrivo, lo scorso ottobre su InfoOggi.it nell'articolo “Narcotraffico in Messico, da El Chapo ai Los Zetas”[1]) vede più della metà del paese – anche se nessuna zona può dirsi immune – in mano ai cinque cartelli principali, cioè i due cartelli più potenti, ovvero Los Zetas, presenti in ventuno stati su trentadue e Cártel de Sinaloa, integrato da cartelli “minori” come La Resistencia, il Cártel Guadalajara Nueva Generación e i cosiddetti Matazetas, presente in diciannove stati, seguiti dal Cártel de Juárez, il più antico tra i cartelli attualmente attivi in Messico (fu fondato da Pablo Acosta Villareal già negli anni Settanta) presente anch'esso in diciannove dei trentadue stati sotto il comando del “Viceré” Vicente Carrillo Fuentes, il Cártel del Golfo, che con i suoi ventiquattro stati controllati è quello con la copertura territoriale maggiore nonostante la sua reale forza sia minata da forti divisioni interne che negli ultimi mesi lo hanno praticamente scisso in due gruppi differenti e La Familia Michoacana – o, più semplicemente, La Familia – dichiarata sciolta già due volte dalle autorità governative nonostante sia il cartello cresciuto di più durante il sexenio, che attraverso un'ampia rete di collaboratori e prestanome controlla dieci stati.
Esistono poi una serie di cartelli considerati minori perché hanno perso il loro ruolo nella gerarchia del narcopotere, come il Cártel de Tijuana, o perché di recente formazione, come il Cártel del Pacifico Sur o l'Indipendente di Acapulco, formatisi entrambi da scissioni interne al cartello dei fratelli Beltrán Leyva – oggi rappresentati dal primo dei due – che si stanno combattendo per il controllo di Acapulco e della zona turistica di Zihuatanejo, o il gruppo noto come los Caballeros Templarios (“cavalieri templari”, in italiano), nati all'interno de La Familia nel marzo 2011 e diventato il più sanguinario tra i cartelli a pari merito con i Los Zetas.

Vittoria, revocata autorizzazione a ditta nell'ambito dei lavori all'Autoporto di contrada Crivello

foto: ragusanews.com
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Vittoria (Ragusa), 15 aprile 2012 - «Vogliamo tutti i nostri appalti, ed a maggior ragione uno così importante come quello dell'autoporto, scevri da qualunque contiguità o sospetto. La nostra è legalità vera e sostanziale, non di forma; perciò le informative antimafia sono state e saranno sempre la nostra guida in materia di appalti».
Ai proclami ha fatto seguire i fatti il sindaco Giuseppe Nicosia, che nei mesi scorsi aveva chiesto agli inquirenti di essere costantemente aggiornato sulle eventuali vicinanze tra le ditte che lavorano alla realizzazione del autoporto di contrada Crivello – progetto valutato intorno ai quindici milioni di euro - e Cosa Nostra. Nei giorni scorsi, infatti, facendo seguito all'indagine partita dalla Prefettura ragusana e poi passata alla Direzione Investigativa Antimafia di Catania, ha revocato l'autorizzazione temporanea concessa a febbraio ad una delle ditte interessate dai lavori. Stessa richiesta era arrivata, d'altronde, anche da Giuseppe Ingallina, rappresentante legale della «Autoporto Vittoria Scarl», la ditta principale a cui sono stati affidati i lavori.

La revoca arriva al termine delle indagini iniziate lo scorso marzo con il sequestro di due cave di ghiaia e sabbia e di tre mezzi del movimento terra e nelle quali erano state riscontrate varie violazioni in materia ambientale.

Catania, nuova perizia sui parcheggi mentre il Tar blocca il centro commerciale sul lungomare

foto: ctzen.it
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Catania, 15 aprile 2012 – Dopo il rinvio di marzo, davanti ai giudici della terza sezione della Corte d'Appello catanese è iniziato ne giorni scorsi il secondo grado del processo riguardante i progetti dei parcheggi, che in primo grado – conclusosi il 30 marzo dello scorso anno – aveva visto l'assoluzione di tutti gli imputati ed il dissequestro delle aree del cantiere, cioè l'ex sindaco ed attuale parlamentare del Popolo della Libertà Umberto Scapagnini in qualità di commissario per l'emergenza traffico, Salvatore D'Urso, all'epoca dei fatti direttore dell'ufficio speciale per l'emergenza traffico e sicurezza sismica, tre componenti della Commissione di valutazione tecnico-giuridica dei progetti, cioè Giovanni Laganà, Salvatore Fiore e Mario Arena, nonché gli imprenditori Ennio Virlinzi, Francesco Domenico “Mimmo” Costanzo e suo fratello Sebastiano.

Tutto nasce nel 2002, quando Scapagnini – nella doppia veste di sindaco e commissario – predisponeva un piano di alleggerimento del volume del traffico urbano attraverso aree di sosta e parcheggi di scambio. Le zone prescelte per queste aree – entrate nelle indagini della Procura e del Gruppo d'investigazione sulla criminalità organizzata (il Gico) della Guardia di Finanza – furono Piazza Europa (di cui parlavamo un paio di settimane fa[1]), Piazza Lupo, Piazza Giovanni Verga e via Asiago, per un progetto che vide in tutto la progettazione di nove parcheggi cittadini sfruttando gli 850 milioni di euro messi a disposizione dal governo, al cui vertice c'era Silvio Berlusconi.
L'accusa contesta non solo l'uso della gestione emergenziale – accentrata nelle mani di Scapagnini e D'Urso – come espediente per realizzare opere altrimenti non cantierabili, ma anche – e soprattutto – il modo in cui furono assegnati gli appalti in project financing, con il quale si permette ai privati che si occupano della realizzazione delle opere pubbliche, di poterne avere un tornaconto economico per un certo periodo di tempo. Ma, secondo la Procura, a questo punto i piani originari vennero cambiati, modificando la destinazione d'uso dei parcheggi. Per il parcheggio di Piazza Europa, ad esempio, fu previsto un quarto piano rispetto ai tre concordati, nonché la creazione di un'area commerciale intorno al parcheggio. Così come il parcheggio che sarebbe dovuto sorgere in via Asiago venne letteralmente spostato sotto piazza Ariosto.
A D'Urso vengono contestate varie irregolarità, come l'aver fissato in soli undici giorni il termine per la presentazione delle domande per concorrere alla gara d'appalto

Gela, nell'ambito del processo "Leonina" si scopre il progetto di morte per Calogero Speziale

foto: palermo.repubblica.it
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Gela (Caltanissetta), 14 aprile 2012 – Cosa Nostra avrebbe preparato un piano per uccidere Calogero Speziale, deputato del Partito Democratico e presidente della Commissionre Regionale Antimafia. A dirlo i collaboratori di giustizia Crocifisso Smorta e Carmelo Billizzi del clan Emmanuello, chiamati a deporre nell'ambito del processo “Leonina societas” in corso nell'aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo e volto a fare luce sugli interessi della mafia gelese sulla squadra di calcio di Gela, la Juveterranova. Tutto nacque, nel 1998, dal mancato agguato a Fabrizio Lisiandra, allora presidente della squadra, sul quale Cosa Nostra faceva pressioni sia per avere la disponibilità del club che cercava affannosamente nuovi proprietari per evitare il fallimento e che militava in serie C2, sia per costringerlo a fare entrare gli Emmanuello nel consorzio di imprese nell'orbita dell'Ente Nazionale Idrocarburi che operavano al petrolchimico, il Consorzio Nazionale Servizi di Bologna, retto nel gelese proprio da Lisciandra.

Proprio a Bilizzi sarebbe stato assegnato il ruolo di esecutore materiale dell'omicidio, da realizzarsi durante una festa nella villa nelle campagne gelesi di proprietà di amici del deputato, attentato fallito solo perché Speziale a quella festa poi non ci andò, come confermato anche in una precedente deposizione da “Nino D'Angelo”, al secolo Rosario Trubia, ex reggente degli Emmanuello. Smorta ha anche rivelato che la mano di matrice mafiosa fu l'incendio dell'automobile del deputato nel 1998, dovuto all'opposizione all'ingresso nella Giunta comunale di Roberto Alabiso, anch'egli appartenente ai democratici e cognato dei fratelli Emanuele e Filippo Sciascia, imprenditori con interessi negli appalti e considerati appartenenti al clan entrati nell'inchiesta “In&Out” del 2006.

«È una notizia inquietante che conferma l'impegno di Speziale nella lotta alla criminalità organizzata e per il riscatto del territorio gelese. Non bisogna assolutamente abbassare la guardia e sono sicuro che Speziale continuerà, con rigore, anche nella qualità di presidente della Commissione Antimafia all'Ars, a promuovere tutte le iniziative necessarie per la legalità» ha detto il segretario regionale dei democratici, Giuseppe Lupo.

Processo Iblis, udienza fissata al 9 maggio mentre scoppia un'altra "grana" per Raffaele Lombardo

foto: narcomafie.it
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Catania, 14 aprile 2012 – È stata fissata per il prossimo 9 maggio alle 15.30 – a poche ore dallo spoglio del primo turno delle elezioni amministrative siciliane – l'udienza preliminare per il filone del processo Iblis sulla posizione di Raffaele ed Angelo Lombardo in merito alle accuse di concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio aggravato dal favoreggiamento della mafia.
Ad occuparsi di questo nuovo procedimento sarà Marina Rizza, che nel suo curriculum può annoverare la disposizione della custodia cautelare in carcere per Elio Rossitto, ex ideologo del Movimento per le Autonomie, accusato da un video delle Iene di aver chiesto favori sessuali in cambio di voti alti ad una studentessa dell'università di Catania nonché il rinvio a giudizio per numerosi boss, colletti bianchi e potenti della borghesia catanese.
Il 9 maggio, dunque, le parti si presenteranno davanti al giudice per le rispettive richieste, saranno poi i legali del governatore a dover decidere se intraprendere la strada del rito abbreviato o meno.

E intanto un'altra bufera sta per abbattersi sul solo Raffaele Lombardo, accusato dal collaboratore di giustizia Maurizio Avola di presunti incontri con esponenti del clan catanese dei Santapaola in un'epoca «anteriore e prossima all'1 gennaio 1993».
Sono dunque tre, attualmente, i processi in cui è coinvolto il governatore siciliano: quello per voto di scambio semplice, quello all'interno del procedimento “Iblis” per concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio aggravato – per il quale nelle scorse settimane il giudice per le indagini preliminari Luigi Barone ha disposto l'imputazione coatta (nelle note il link[1] del testo integrale dell'ordinanza) – e, adesso, questo per associazione mafiosa.

Note
[1] http://www.sudpress.it/wp-content/uploads/2012/04/14/esclusivo-lordinanza-lombardosintegrale/ordinanza-gip-copy1.pdf

Mafia, nasce l'archivio digitale in memoria di Pio La Torre

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Roma, 14 aprile 2012 - «L'omicidio di Pio La Torre è stato un delitto politico-mafioso, con connotazioni terroristiche ed intimidatorie, come riconosciuto anche durante il processo. È stata uccisa una persona che ha cercato d'incidere senza subire la pressione dei gruppi mafiosi: un elemento d'innovazione nella realtà siciliana, che rischiava di mettere in pericolo gli interessi mafiosi».
Con queste parole Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia, ha voluto di fatto battezzare l'archivio digitale[1] dedicato alla memoria dell'ex parlamentare del partito comunista[2], ucciso da Cosa Nostra il 30 aprile 1982 al quale si deve la proposta l'ingresso nel nostro ordinamento giuridico del reato di associazione mafiosa e della confisca dei beni agli appartenenti ai clan. L'archivio – promosso dal Centro Pio La Torre in collaborazione con dalle presidenze di Camera e Senato, dalla Commissione parlamentare antimafia e dalla Fondazione Camera dei Deputati – conterrà non solo il testo della legge Rognoni-La Torre e, naturalmente, gli atti del processo per il suo omicidio nonché quelli degli altri omicidi di mafia, da Peppino Impastato a Rocco Chinnici la cui fruizione sarà aperta a tutti.

«Il portale» - ha spiegato il presidente del Centro La Torre, Vito Lo Monaco - «è il risultato di una feconda collaborazione tra diverse istituzioni nazionali e regionali, associazioni culturali private e pubbliche che vanno tutte ringraziate per aver messo a disposizione idee ed esperti. Attraverso l'analisi delle carte è storicamente rintracciabile quel filo logico che spiega la ragione unica delle stragi e degli assassini politici del dopoguerra, generata dall'opposizione a ogni cambiamento sociale e politico»

Durante la cerimonia, non sono mancate né le medaglie d'oro al merito civile, che il presidente della Repubblica Napolitano ha consegnato a Franco La Torre e Rosa Casanova, vedova di Rosario Di Salvo, collaboratore ed autista dell'ex parlamentare, anch'egli rimasto ucciso nell'agguato né le immancabili promesse di rito, come quella del presidente della Commissione parlamentare antimafia, Giuseppe Pisanu, per il quale «è tempo di codificare reati come la corruzione tra privati e l'auto-riciclaggio, sostituire l'incerto reato di concorso esterno in associazione mafiosa con quello più specificato di favoreggiamento aggravato», parole che risuonano ormai da tempo nei consessi più disparati, ma che aspettano ancora di essere portate sul piano dei fatti concreti.

Note
[1] http://archiviopiolatorre.camera.it/;
[2] 27 anni fa, l'omicidio La Torre di Giuseppe Bascietto, 30 aprile 2009

Sgarbi: "La mafia in Sicilia la vede solo Attilio Bolzoni". Comunicato stampa

foto: arezzoweb.it
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Cefalù (Palermo), 9 aprile 2012 - Nei giorni scorsi[1] avevamo scritto della candidatura dell'ex sindaco di Salemi Vittorio Sgarbi ad identica carica a Cefalù per le prossime elezioni evidenziando - come scriveva anche Attilio Bolzoni dalle pagine della versione on-line del quotidiano La Repubblica - come anche in questo caso tra i suoi sostenitori ci sia un personaggio "chiacchierato". A Salemi Pino Giammarinaro, a Cefalù Giuseppe Giusi Farinella. Oggi pubblichiamo il comunicato stampa con la lunghissima replica di Vittorio Sgarbi. Ai lettori trarre le dovute ed opportune conclusioni sulla vicenda.

«Io non so dove sia la mafia in Sicilia. E non l’ho mai incontrata. Lo saprà Attilio Bolzoni che ne parla.

So però bene dov’è l’antimafia e come lavora nell’ingiustizia e contro i cittadini, con arroganza e prepotenza.

Lo so da quando quattro magistrati indagarono me e Tiziana Maiolo in concorso esterno in associazione mafiosa in Calabria, senza alcun fondamento e costretti ad archiviare tutto dopo otto mesi con l’intervento del procuratore generale Pierluigi Vigna.

Pensavo che un errore bastasse. E invece l’arbitrio e la violenza di questa antimafia impunita, che agisce con metodi mafiosi, non hanno limiti e si manifestano con atti infondati in nome dello Stato contro una inerme cittadinanza.

La specialità di questa antimafia in vetrina sono gli «odori» e le «aure», registrati da giornalisti compiacenti, prima a Salemi dove un indagato per riciclaggio, non per mafia, da decenni attivo sulla scena politica del trapanese in modo palese, dà origine allo scioglimento del comune per infiltrazioni mafiosa e della «criminalità organizzata». Un uomo solo è in questi teoremi, la «criminalità organizzata».
Naturalmente Bolzoni sa benissimo che la mafia è in sonno, inattiva, distratta, a Salemi, da almeno vent’anni. Però, in perfetta malafede, s’interessa all’«ombra di Pino», per ricordarne il potere sul Comune che non ha avuto, nonostante avesse democraticamente presentato liste post-democristiane, ottenendo, sempre democraticamente, la maggioranza dei consiglieri comunali.

Gli sfugge che i suoi affari, che io non conosco, nella sanità pubblica e privata, sono sotto osservazione nel periodo 2001-2005, quando nessuno si preoccupò di sciogliere il Comune e quando ancora io non ero sindaco.

Dovrà ora rispondere, con il ministro dell’Interno in tribunale, di menzogne del genere: «Questi (Giammarinaro) partecipando alle riunioni di giunta, ed avvalendosi di fidati esponenti della compagine elettiva, sui quali esercita il proprio ascendente, è riuscito a condizionare l’attività»

Operazione “Addio Pizzo 5”, sequestrati beni per 13 milioni di euro all'imprenditore Cataldo

foto: siciliainformazioni.com
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Palermo, 8 aprile 2012 – L'Ufficio misure di prevenzione-Sezione patrimoniali della questura di Palermo ed il Gruppo d'investigazione sulla criminalità organizzata (Gico) della Guardia di Finanza hanno posto sotto sequestro beni per 13 milioni di euro all'imprenditore palermitano Salvatore Cataldo, 63 anni, accusato di appartenere alla cosca di Carini, come raccontato da Francesco Briguglio e Gaspare Pulizzi, collaboratori di giustizia che hanno riferito dei legami tra l'imprenditore ed i fratelli Pipitone che comandano il clan. Tali rapporti hanno poi trovato riscontro nelle indagini della Squadra Mobile di Palermo conclusesi con l'operazione denominata “Addio Pizzo 5”, nella quale Cataldo fu arrestato, il 13 dicembre 2010, insieme ad altre sessantadue persone.

All'imprenditore viene contestato, oltre a varie estorsioni, anche l'occultamento del cadavere di Giovanni Bonanno, vittima di “lupara bianca” nel gennaio 2006 - «perché aveva fatto sparire soldi dalla cassa del mandamento di cui era responsabile (cioè quello di Resuttana, ndr)» secondo quanto riferito da Gaspare Pulizzi - ed i cui resti vennero trovati in un terreno appartenente ad un'impresa di costruzioni facente capo all'imprenditore, che nel 1999 si era macchiato dello stesso reato, occultando i corpi di Antonino Failla e Giuseppe Mazzamuto, uccisi nella sua abitazione per ordine dei Lo Piccolo.

Tra i beni sequestrati figurano sette aziende, quasi tutte operanti nel settore edile ed utilizzate, secondo gli inquirenti, per perseguire interessi patrimoniali mafiosi più altri ventisette immobili cinque conti correnti e diciannove autoveicoli.

Cefalù, Sgarbi si candida con lo stesso copione di Salemi?

foto: palermo.repubblica.it
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Cefalù (Palermo), 7 aprile 2012 – Da Salemi se ne era dovuto andare per lo scioglimento del Comune e per quel piccolo “problemino” di Pino Giammarinaro, chiacchierato ex democristiano entrato più volte in procedimenti antimafia, ora Vittorio Sgarbi ci riprova a Cefalù, dove è sostenuto da tre liste civiche per le elezioni di maggio. Ed il copione è lo stesso di Salemi.

Insieme alle liste civiche, infatti, ad appoggiare il critico d'arte c'è anche Giuseppe Giusi Farinella, detto “Oro colato” famoso imprenditore – e dunque “notabile” della zona – appartenente alla famiglia mafiosa omonima di San Mauro Castelverde. Suo cugino, anch'egli di nome Giuseppe, è in carcere con sentenza definitiva per le stragi di Capaci e via D'Amelio, mentre per lui arrivò il mandato spiccato da Giovanni Falcone vent'anni fa e condannato nel 1988 dalla Cassazione a quattro anni e sei mesi per associazione mafiosa, estorsione, porto abusivo d'armi e materiale esplodente e sospettato di aver dato rifugio al “Papa” di Cosa Nostra, alias Michele Greco.
Oltre ad “Oro colato” - come evidenzia Attilio Bolzoni dalle pagine on-line di Repubblica – a sostenere Sgarbi ci sarebbe anche Antonello Antinoro dei Popolari di Italia Domani, condannato a due anni di reclusione per voto di scambio a dicembre.

Intanto il Ministero degli Interni ha inviato al tribunale di Trapani la relazione di scioglimento del comune amministrato da Sgarbi, nella quale – come riportano alcune agenzie di stampa – si leggerebbero le dirette colpe dell'ex sindaco, accusato di aver «reso possibile, se non addirittura agevolato» lo sviamento dell'attività amministrativa attraverso le ripetute assenze dal territorio e le deleghe affidate a Pino Giammarinaro in merito alla gestione dell'attività amministrativa dell'ente.

Dati i fatti, qualora dovesse essere eletto non rimarrà che capire se oltre al “copione-Giammarinaro”, da Salemi Sgarbi si porterà dietro anche la Commissione d'accesso del Ministero dell'Interno per l'ennesimo scioglimento.

Processo Iblis, Lombardo si dimetterà "un minuto prima" della decisione del giudice

foto: sudpress.it
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Catania, 7 aprile 2012 – È stata depositata nei giorni scorsi la richiesta di rinvio a giudizio per il presidente della Regione Raffaele Lombardo e suo fratello Angelo, deputato nazionale del Movimento per le Autonomie da parte della Procura di Catania, dopo che il giudice per le indagini preliminari Luigi Barone aveva deciso di non accogliere la richiesta di archiviazioni dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio aggravato, disponendo per entrambi l'imputazione coatta[1]. La decisione era giunta a seguito di una semplice constatazione logica, in quanto secondo il giudice è impensabile che per dieci anni Cosa Nostra abbia investito sul Movimento per le Autonomie e sui Lombardo senza avere nulla in cambio ma continuando a stipulare accordi mafia-politica per le competizioni elettorali successive. «Gli elementi sin qui esaminati e le relative considerazioni svolte», aveva scritto il giudice nelle sue conclusioni, «offrono, dunque, a questo decidente, un ulteriore elemento indiziario, che indubbiamente dovrà essere approfondito nel corso dell'istruttoria dibattimentale, ma che presenta, allo stato, una pregnanza tale da non consentire, “ex se”, l'archiviazione del procedimento».

In attesa di sapere quando ci sarà la nuova udienza preliminare e a quale giudice sarà ora affidato il fascicolo, in una conferenza stampa tenutasi ieri il presidente della Regione ha annunciato che si dimetterà un minuto prima della decisione del giudice, qualunque essa sia. «Affronterò la sentenza da libero cittadino» ha risposto Lombardo ai giornalisti presenti, alla luce di quello che definisce «un castello di carte che non sarà difficile far saltare e smontare». «A questa gentaglia» - si è difeso il presidente della Regione dalle pagine del quotidiano La Sicilia riferendosi ai pentiti che lo accusano, come Maurizio Di Gati - «non ho dato confidenza, né direttamente né indirettamente, e mi fa schifo perfino che debbano pronunciare il mio nome». Da qui la più che probabile denuncia per calunnia o falso nei confronti dello stesso Di Gati e dell'altro collaboratore di giustizia, Eugenio Sturiale.

L'unica “condizione” chiesta da Lombardo è che la decisione sull'eventuale rinvio a giudizio venga presa entro la fine di aprile.
La decisione delle dimissioni “a prescindere” sarebbe stata presa dietro suggerimento dei magistrati appartenenti alla giunta del presidente, in particolare di quel Massimo Russo a cui andrebbero le funzioni qualora arrivassero la richiesta di rito abbreviato e l'autosospensione del presidente della Regione.
Le dimissioni, naturalmente, andrebbero ad influenzare – e non poco – le tornate elettorali in Sicilia, sia le comunali di maggio che le regionali che andrebbero anticipate. All'Assemblea Regionale Siciliana, peraltro, non sono in pochi a vedere di buon occhio questa eventualità. Il Parlamento nazionale, infatti, sta vagliando la legge che taglia il numero dei deputati, ed anticipare le elezioni in Sicilia significherebbe anche evitare il taglio di una ventina di seggi e di tutti i benefit a questi collegati.

Qualora dovesse arrivare il rinvio a giudizio, l'uscita di scena di Lombardo da ruoli istituzionali permetterebbe di salvaguardare l'alleanza politica che lo ha sostenuto, che potrebbe ripresentarsi al voto di novembre cambiando semplicemente il candidato di riferimento (si fanno i nomi del già citato Russo, di Beppe Lumia o di Sergio D'Antoni).

A questo punto, però, la domanda è d'obbligo: perché aspettare quel “minuto prima” e non dimettersi subito?

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/03/processo-iblis-imputazione-coatta-per.html

Porto di Palermo, restituite le autorizzazioni alle società preventivamente sospese dall'antimafia

foto: palermo.repubblica.it
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Palermo, 7 aprile 2012 – Lo scorso 14 marzo la Direzione investigativa antimafia e la prefettura di Palermo avevano chiesto di sospendere l'amministrazione di tre società operanti nel porto palermitano in quanto quaranta dei 157 soci avevano precedenti per mafia[1]. L'individuazione di questi “rappresentanti” aveva indotto gli inquirenti a lanciare l'allarme sulla potenziale spartizione del porto da parte delle famiglie di Cosa Nostra palermitana.

Nei giorni scorsi, però, l'Autorità portuale di Palermo ha revocato l'annullamento delle concessioni e delle autorizzazioni per la “Portitalia srl”, la “TCP-Terminal Containers Palermo srl” e la “CSP-Compagnia Servizi Portuali srl”, che dunque sono rientrate in possesso delle autorizzazioni necessarie per poter lavorare all'interno dei porti di Palermo e Termini Imerese.

La sospensione delle società – che all'interno del porto si occupano di attività logistica, trasporti e distribuzione merci – era stata decisa in applicazione del nuovo codice antimafia, che ha introdotto la possibilità di definire provvedimenti preventivi qualora gli inquirenti ravvisino potenziali infiltrazioni della criminalità organizzata.

«Si tratta di un importante passo avanti nel lavoro dell'Amministrazione giudiziaria che fin da subito ha lavorato per garantire la continuità aziendale» - ha commentato l'Amministratore giudiziario, avvocato Gaetano Cappellano Seminara - «L'ottenimento delle certificazioni e la restituzione delle autorizzazioni è la prova della fiducia delle istituzioni nei confronti dell'Amministrazione giudiziaria, grazie alla quale i lavoratori portuali potranno continuare a svolgere le loro attività nell'interesse delle aziende clienti e di tutto l'indotto».

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/03/la-dia-il-porto-di-palermo-e-cosa.html

Stati Uniti, venticinque anni al "mercante di morte" Viktor Bout

foto: it.euronews.com
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New York, 7 aprile 2012 – Quando lo arrestarono, nel 2008, gli uomini della Drug Enforcement Administration si trovarono davanti un uomo che poco aveva a che fare con Nicolas Cage, l'attore a cui Andrew Niccol affidò nel 2005 il ruolo del trafficante d'armi protagonista in “Lord of war”, personaggio di fantasia fortemente ispirato al “Mercante di morte” russo Viktor Bout, fin dai primi anni Novanta considerato il più pericoloso trafficante d'armi al mondo insieme al siriano Monser al-Kassar, noto come “il principe di Marbella”.
Per l'ex ufficiale dell'aeronautica militare russa ed ex Kgb[1] ora, si apriranno le porte del carcere americano che lo ospiterà per i prossimi venticinque anni, tanti quanti ne ha comminati la Corte di New York a cui era affidato il processo conclusosi nei giorni scorsi.

Nel marzo 2008, dopo una lunga e laboriosa operazione portata avanti dagli uomini dell'antidroga americana, che si erano spacciati per appartenenti alle Farc colombiane, in collaborazione con la polizia thailandese, quella rumena, quella di Curacao (Antille olandesi), l'intelligence danese ed il dipartimento di giustizia americano, Bout venne arrestato in Thailandia mentre vendeva ai finti colombiani un vero e proprio arsenale di guerra, come ha constatato il Southern District of New York, che nei capi d'imputazione parla settecento-ottocento missili terra-aria, oltre ventimila fucili AK-47, elicotteri di fabbricazione russa, dieci milioni di pallottole, cinque tonnellate di esplosivo plastico C-4, aerei ultraleggeri dotati di lanciagranate e svariate tipologie di armi pesanti per un valore complessivo di numerosi milioni di euro.
A ciò, continua il Southern District, va aggiunta l'aggravante di voler realizzare – insieme ai finti Farc - azioni terroristiche contro militari e cittadini americani in Colombia.

Per i suoi traffici Bout si era dotato di un impero composto da holding finanziarie con sede in Europa, Africa, Stati Uniti e negli Emirati Arabi Uniti e aziende come la “Aerocom” o la “Airbus”, una consistente flotta di aerei cargo utilizzati ufficialmente per trasportare cibo e medicinali – ma che in realtà servivano per lo più al trasporto delle armi - lavorando anche per i governi occidentali, come durante la missione “Restore Hope” in Somalia tra il 1992 ed il 1993. Proprio alla “Airbus”, attraverso una controllata della “Halliburton” il governo statunitense avrebbe affidato il trasporto dei militari durante la “campagna” irachena.

Continuano, invece, le ricerche di Richard Ammar Chichakli, cittadino libanese con passaporto americano considerato il braccio destro di Bout ed inserito nella lista dei più pericolosi latitanti del mondo. Insieme a Bout è accusato di riciclaggio di denaro e della ripetuta vendita di armi all'ex presidente liberiano Charles Taylor nella prima metà degli anni novanta in cambio dei cosiddetti “diamanti insanguinati” illegalmente estratti dalle miniere della Liberia e della Sierra Leone[2].

Note
[1] Viktor Bout: aerei, diamanti e armi. Al via il processo al “Mercante della Morte” di Gaetano Liardo, liberainformazione.org, 8 ottobre 2008;
[2] Liberia: dai diamanti insanguinati alla polvere bianca di Gaetano Liardo, liberainformazione.org, 22 febbraio 2010

Operazione "Gotha-Pozzo 2", chiuse le indagini sui collaboratori di giustizia

foto: laprovinciamessina.it 
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Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), 1 aprile 2012 – Con le loro ricostruzioni avevano permesso di smantellare la famiglia barcellonese di Cosa Nostra, portando a conoscenza degli inquirenti gli affari dei “Mazzarroti”. Ora Carmelo Bisognano, Santo Gullo ed Alfio Giuseppe Castro dovranno rispondere dell'accusa di associazione mafiosa, come richiesto dai sostituti procuratori della Direzione distrettuale antimafia di Messina Giuseppe Verzera, Fabio D'Anna, Angelo Cavallo e Vito Di Giorgio chiudendo le indagini sul filone dei collaboratori di giustizia nell'ambito del procedimento “Gotha-Pozzo 2”, che all'inizio dello scorso mese aveva indagato trentuno persone tra capi, affiliati e semplici fiancheggiatori della famiglia barcellonese[1].

Carmelo Bisognano, ex reggente dei “Mazzarroti”, si è autoaccusato dell'uccisione di Sebastiano Lupica, avvenuta a Tripi nel 1994. A Santo Gullo invece vengono contestati l'omicidio di Antonino Ballarino, avvenuto a Mazzarrà Sant'Andrea nel 1993 e le esecuzioni di Carmelo Triscari Barberi del gennaio 1996 e Santo Munafò del giugno 1997, avvenuti entrambi nella masseria del tortoriciano Salvatore Calcò Labruzzo a Basicò. Tutti e tre i corpi sono stati rinvenuti nel “cimitero di mafia” di cui parlano i due collaboratori fin dal dicembre del 2010 e fino ad allora sconosciuto agli inquirenti.

Oltre agli omicidi, a Bisognano vengono anche contestate le estorsioni al titolare della “Gas spa” avvenuta a Terme Vigilatore tra il 2000 ed il 2001, che si vide costretto a consegnare al boss somme di cento milioni di lire in almeno due occasioni.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/03/chiuse-le-indagini-del-procedimento.html

Arrestato in Thailandia Vito Palazzolo, considerato il tesoriere dei Corleonesi

foto: blogsicilia.it
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Palermo, 1 aprile 2012 – Arrestato due sere fa all'aeroporto di Bangkok Robert von Palace Kolbatschenko, meglio noto come Vito Roberto Palazzolo, 64enne originario di Terrasini, considerato il tesoriere dei Corleonesi negli anni Ottanta e Novanta, tanto da essere entrato nella celeberrima indagine portata avanti dal giudice Giovanni Falcone denominata “Pizza Connection”, con la quale si accertò il ruolo centrale che Cosa Nostra aveva assunto nella raffinazione e nel traffico di eroina.

Condannato in via definitiva nel 2009 a nove anni per associazione mafiosa, viveva ormai da anni a Johannesburg, in Sudafrica in quanto nel paese non esiste il reato di associazione mafiosa – che ha sempre negato l'estradizione - fino al momento dell'arresto ha gestito le sorgenti idriche dalle quali si imbottiglia l'acqua, chiamata “Eau de vie”, fornita in esclusiva alla “South African Airways”. Nell'impero che è riuscito a costruirsi durante tutta la sua latitanza e che ora è scandagliato al millimetro da parte degli inquirenti, anche una società di sicurezza, chiamata “The Security” e costituita da cittadini russi e marocchini, un immenso allevamento di struzzi ed una riserva di caccia frequentata da facoltosi personaggi locali.
Oltre a questi, gli interessi di Palazzolo arrivano fino all'Angola attraverso la “Rcb Corporation L.d.a.” operante nel campo dello sfruttamento minerario e la “Von Palace diamonds cutters”, operante nel settore del taglio di diamanti e di cui è titolare.

L'arresto è stato possibile grazie al lavoro congiunto del Reparto operativo e della Mobile di Palermo, del Raggruppamento operativo speciale di Roma in collaborazione con il Servizio per la cooperazione internazionale di Polizia romano anche grazie alle indagini, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia palermitana, condotte tramite intercettazioni telematiche sui più importanti social network (facebook in primis) e tramite il più “classico” uso di fonti confidenziali.

Palazzolo è, come riporta Repubblica.it, attualmente in stato di “trattenimento temporaneo” in una cella dell'ufficio immigrazione dell'aeroporto thailandese, in attesa che i due paesi si mettano d'accordo per la sua estradizione verso l'Italia. Decisione, per niente scontata, che arriverà però solo lunedì mattina. Da non scartare, infatti, è anche l'ipotesi che il giudice thailandese che dovrà decidere opti per l'estradizione verso il Sudafrica, dato che con il nuovo alias Palazzolo è cittadino di quel paese.