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Trattativa stato-mafia, a decidere sarà Morosini. Intanto il Csm censura Scarpinato

foto: livesicilia.it
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Palermo - Sarà Piergiorgio Morosini il giudice dell'udienza preliminare per l'inchiesta sulla trattativa tra Stato e cosa nostra, dopo che martedì scorso i magistrati Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Lia Sava e Francesco del Bene avevano chiesto il rinvio a giudizio per i mafiosi Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Antonino Cinà, gli uomini appartenenti all'Arma che – secondo la ricostruzione fatta dalla Procura – avrebbero materialmente realizzato le fasi della trattativa, cioè Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni nonché i politici Calogero Mannino, Marcello Dell'Utri, tutti accusati di “violenza o minaccia a corpo politico dello Stato” nonché con l'accusa di falsa testimonianza e concorso esterno in associazione mafiosa, rispettivamente, l'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino e Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo e principale teste dell'inchiesta che, comunque, non pochi dubbi ha suscitato nel corso delle sue varie ricostruzioni.

A Palermo fin dagli anni '90, segretario nazionale di Magistratura Democratica (la corrente di sinistra della magistratura), Morosini nel Palazzo di Giustizia ha ricoperto prima il ruolo di giudice della sesta sessione per poi divenire giudice per le indagini preliminari nel 2005, occupandosi spesso di indagini su mafia e politica, come il processo “Gotha”[1] o quelli che hanno coinvolto l'ex governatore della Regione Cuffaro e l'ex ministro Saverio Romano.

Tra le possibili parti civili, oltre al consiglio dei ministri pro tempore, potrebbero esserci l'ex capo della Polizia Gianni De Gennaro – in quanto calunniato da Massimo Ciancimino[2] – e la famiglia dell'ex democristiano Salvo Lima, ucciso da cosa nostra il 12 marzo 1992 a Mondello.
L'udienza ci sarà, presumibilmente, entro metà ottobre.

Intanto la Procura si appresta a vivere una vera e propria rivoluzione. Ufficiale infatti il disimpegno – in direzione Guatemala – del procuratore aggiunto Antonio Ingroia, con il Consiglio superiore della magistratura che ha dato parere definitivo ieri (17 voti a favore, 4 contrari e le astensioni del primo presidente e del procuratore generale della Cassazione). Le sue indagini verranno probabilmente affidate ad un altro dei vice di Francesco Messineo, il procuratore aggiunto Vittorio Teresi, attuale titolare delle inchieste sulla mafia agrigentina. Tra settembre ed ottobre a liberare la scrivania potrebbe essere anche un altro procuratore aggiunto, Ignazio De Francisci

Trattativa stato-mafia, la Procura di Palermo chiede 12 rinvii a giudizio

foto: wakeupnews.eu
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Palermo - Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Massimo Ciancimino, Antonino Cinà, Giuseppe De Donno, Marcello Dell'Utri, Nicola Mancino, Calogero Mannino, Mario Mori, Bernardo Provenzano, Salvatore Riina, Antonio Subranni. Sarebbe questo l'elenco dei componenti la camera di compensazione che avrebbe gestito la trattativa tra cosa nostra e gli organi dello Stato, stando almeno alla Procura di Palermo, che ieri ha chiesto per tutti il rinvio a giudizio.

Il principale reato contestato è quello di violenza o minaccia a corpo politico, amministrativo o giudiziario (articolo 338 codice penale), realizzata attraverso «l'organizzazione e l'esecuzione di stragi, omicidi e altri gravi delitti (alcuni dei quali commessi e realizzati) ai danni di esponenti politici e delle istituzioni».

A dare il via al tutto sarebbe stato, agli inizi del 1992, Calogero Mannino, mosso dalla paura di venire ammazzato come il compagno di partito Salvo Lima[1]. Sarebbe stato proprio l'ex ministro democristiano il primo a caldeggiare l'idea dell'alleggerimento del 41bis.
Dopo Mannino ad entrare in scena sarebbero stati gli uomini dell'Arma dei carabinieri – gli ufficiali Mario Mori e Giuseppe De Donno ed il capo del Raggruppamento Operativo Speciale, Antonio Subranni – ai quali sarebbero state affidate le operazioni “diplomatiche”, cioè il contatto diretto con cosa nostra, avvenuto per il tramite di Vito Ciancimino, che nella ricostruzione della Procura assume il ruolo di ambasciatore duplice, dello Stato quando si fa relatore delle istanze istituzionali presso i vertici di cosa nostra e dell'organizzazione mafiosa quando parla con gli uomini dello Stato, esponendo quelle istanze che poi diverranno note come il “papello”. È a questa fase che si lega l'accusa mossa a Massimo Ciancimino, segretario particolare del sindaco del “Sacco di Palermo”.

Se cosa nostra cambia strategia lo Stato diventa più tollerante verso la mafia. Questa è, in soldoni, la richiesta tramutatasi poi in accordo, con il mancato rinnovo di trecento provvedimenti di 41bis da un lato e l'inizio della strategia di “inabissamento” di Provenzano, nella quale a questo punto potrebbe essere lecito ripescare qualche domanda fatta negli anni in merito alla cattura di Totò “'u curtu”, la cui strategia violenta in questo sistema diventa un intralcio al mantenimento dell'accordo[2].
In questa fase, dicono gli inquirenti, un ruolo viene giocato anche da Francesco Di Maggio e Vincenzo Parisi, all'epoca dei fatti rispettivamente capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e della Polizia, non interessati alla richiesta di rinvio a giudizio solo perché già deceduti.

Il ricatto di Mancino e i dubbi sullo scontro Napolitano-Procura di Palermo

foto: zenzeroquotidiano.it
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Roma – Ho bisogno di aiuto. E lo dico senza alcuna vergogna. Ho bisogno che qualcuno mi aiuti a capire come funziona il sistema che tiene in equilibrio il potere istituzionale italiano. Perché io avevo sempre pensato che il Presidente della Repubblica avesse un determinato ruolo nel nostro ordinamento.

Adesso, invece, ho scoperto che un semplice ex ministro dalla memoria corta ed indagato per falsa testimonianza[1] può permettersi il lusso di trattare quella che dai libri di diritto rimane la più alta figura istituzionale a mo' di maggiordomo, imponendogli – dietro un non troppo velato ricatto – il suo volere. Come chiamare, se non “ricatto”, quella considerazione che Nicola Mancino fa al telefono con il magistrato Loris D'Ambrosio – tra i principali consiglieri di Giorgio Napolitano – denunciando di essere rimasto solo e, come tale, meritevole di protezione in quanto, in caso contrario «potrebbe chiamare in causa altre persone»[2]?

Un'altra cosa che non capisco è se questo potere che si arroga Mancino dipenda dal caso particolare o dal poco rispetto di alcuni esponenti politici verso le istituzioni. Mi spiego meglio: è fatto storico che le istituzioni di questo paese siano state utilizzate da più di un loro esponente per scopi che di istituzionale avevano ben poco, ma forse – come scriveva qualche giorno fa Valter Rizzo sul Fatto Quotidiano – il problema non è nelle istituzioni in quanto tali, ma negli individui chiamati a rappresentarle.
«sono personalmente convinto» - scriveva Rizzo[3] - «che entrambi [gli ex presidenti Einaudi e Pertini, ndr], di fronte a telefonate come quelle di Mancino avrebbero attaccato il telefono, mandando l’interlocutore a farsi benedire. Perché l’attuale inquilino del Quirinale non l’ha fatto?»

Veniamo così al punto centrale dello scontro tra Giorgio Napolitano e la Procura di Palermo, le intercettazioni. Ed anche qui arrivano i dubbi. Innanzitutto sulla ricostruzione fatta dal Quirinale, laddove si scomodano predecessori – Luigi Einaudi, appunto – a futura memoria, per evitare che possano crearsi pericolosi precedenti «grazie ai quali accada o sembri accadere che egli [Napolitano, ndr] non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione gli attribuisce», come si legge nella nota ufficiale emessa.
Ragioniamoci un attimo: se io parlo al telefono non posso sapere se il mio interlocutore è intercettato o meno.

Ad un passo dal gotha. Quando Provenzano si offrì allo Stato

foto: dirittiepartecipazione.it
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Palermo, 29 aprile 2012 – Due milioni di euro ed il silenzio sulla notizia per trenta giorni. Sono queste le condizioni fissate dall'allora vertice più alto di Cosa Nostra: Bernardo Provenzano. “zu Binnu”, infatti, agli inizi del nuovo millennio si era arreso, o almeno questa era la deduzione più logica derivante dalla trattativa intavolata con lo Stato, tra il 2003 ed il 2005.
A dare la notizia è Rocco Vazzana sull'ultimo numero del settimanale Left[1].

Ci sono stati almeno tre incontri – racconta l'articolo – tra un emissario del boss, un commercialista di cui non si conosce l'identità, e gli alti vertici della Direzione Nazionale Antimafia, che proprio in quegli anni videro il passaggio di testimone da Pier Luigi Vigna all'attuale titolare della carica, Piero Grasso.
È proprio quest'ultimo, lo scorso 14 dicembre, a raccontare questa storia. L'occasione è l'audizione del Consiglio Superiore della Magistratura, che stava indagando su Alberto Cisterna – che di Grasso era il vice – accusato dal collaboratore di giustizia Nino Lo Giudice[2], meglio noto come “Nino il nano”, che nell'ottobre 2010 si auto-accusò di tutti gli attentati ai magistrati di Reggio Calabria pur senza essere in grado di spiegarne il movente, di aver concesso i domiciliari al fratello Maurizio in cambio di denaro. Notizia che viene smentita da quest'ultimo attraverso una serie di note scritte sul social network facebook[3].
«Quando nell'ottobre del 2005 presi il posto del procuratore Vigna» - ha raccontato Grasso davanti al Csm - «mi fu prospettata, da parte dei colleghi, la situazione di un informatore, di un qualcuno che voleva rendere delle dichiarazioni e collaborare per la cattura di Provenzano». Un informatore che comunque, precisa l'attuale reggente della Procura nazionale antimafia «sembrava più un truffatore che altro. Infatti feci questo colloquio investigativo ma poi nel tempo scoprii che altri due in precedenza erano stati fatti da Vigna e dai sostituti Cisterna e Macrì».

Nel primo dei tre incontri di quella che senza troppa fatica si può chiamare “trattativa”, quello in cui Vigna è ancora alla Procura, il boss detta le regole per la resa: una somma di denaro che si aggirava intorno ai due milioni di euro, silenzio stampa per un mese – il tempo di rivelare ciò che sapeva, secondo la ricostruzione fatta da Vincenzo Macrì al settimanale – e il divieto di avere a che fare con giudici di Palermo, motivo per il quale gli interrogatori vengono fatti, oltre che da Vigna e Grasso, anche da Cisterna e Vincenzo Macrì, procuratore generale di Ancona, entrambi calabresi