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Somalia: dall'altro lato della pirateria

Un appunto su un pezzo di carta, una nave mercantile ed un uomo, rinchiuso in uno stanzone anonimo arredato solo con una sedia, le corde che gli legano mani e piedi al pavimento e al soffitto e qualche telo appoggiato al muro.
La storia recente della Somalia, “Stato fallito” dal 2010, può essere raccontata partendo da uno qualsiasi di questi tre elementi. Il punto di arrivo sarà comunque uno di quei velocissimi skiff a motore che i pirati usano per attaccare le navi delle grandi compagnie mercantili che nel Golfo di Aden, Oceano Indiano, hanno trovato una rotta fondamentale per i propri affari. Mettendo in collegamento l’Europa all’Asia attraverso il corridoio che lo lega al Canale di Suez, il Golfo permette di non circumnavigare il continente africano abbattendo così i costi del commercio mondiale, che al 90% viaggia via mare. Nel 2009, per far fronte alla minaccia della pirateria somala, è stato creato nell’area l’International Recommended Transit Corridor, il corridoio di transito consigliato e controllato dalle forze militari della coalizione internazionale.

Qui le due parti, per The Blazoned Press
La minaccia dell'1%
Le opportunità nascoste dietro la pirateria somala

La politica del land grabbing crea una crisi umanitaria globale (BlogLive.it)

Questo articolo è uscito su Bloglive.it il 4 novembre 2013

Uscire da una crisi generandone altre, anche più gravi. È questo, in sintesi, quanto avviene con il land grabbing, la politica di accaparramento delle terre portata avanti – soprattutto in Africa – dai Paesi sviluppati o in via di sviluppo per far fronte alla crisi economica. Una risposta che porta con sé la distruzione di interi ecosistemi sociali ed ambientali, migrazioni e violenza, in quella che in molti definiscono una nuova forma di colonialismo.

In questo sistema, evidenzia un dossier dell’associazione Re:Common – figlia della Campagna per la riforma della Banca Mondiale – a giocare un ruolo di primo piano c’è l’Italia, superata solo dalla Gran Bretagna tra quelli che il rapporto realizzato lo scorso anno da Giulia Franchi e Luca Manes definisce senza mezzi termini gli arraffaterre.

Jatropha: il nuovo corso del Made in Italy
Al centro degli affari italiani, soprattutto in Africa, la Jatropha Curcas, un arbusto velenoso considerato per anni “la nuova frontiera della sostenibilità”. I fautori del suo utilizzo, infatti, sostengono che la sua coltivazione non crei alcun tipo di ostacolo o pericolo per la sicurezza alimentare. I semi di questa pianta producono un olio che, pur non commestibile, può essere utilizzato come combustibile o trasformato in biodiesel. È questo il business che fa gola ai governi, Italia inclusa.

Negli anni varie ricerche hanno però ridimensionato il potere “sostenibile” della Jatropha, le cui aspettative di rendimento sono fortemente disattese per il forte uso di acqua, pesticidi e fertilizzanti per la coltivazione industriale. Un mercato dal segno spesso negativo influenzato anche dalla speculazione.

Inoltre, la coltivazione di questa pianta porta all’emissione di alti livelli di anidride carbonica – rendendo di fatto nulli risparmi economici e vantaggi ambientali – nonché alla violazione di diritti umani dei quali, però, ben poche tracce si trovano nei media, nonostante il land grabbing porti ad economie locali distrutte; comunità indigene sfollate nei campi di reinsediamento, arresti arbitrari, torture e governi che stringono accordi migliori con gli investitori stranieri che con le proprie popolazioni.

The Coltan Corporation of War


foto:coltanproblemas.wix.com

La lotta contro il potere è la lotta della memoria contro la dimenticanza.
[Milan Kundera - Il libro del riso e dell'oblio]

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Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo) - Obbiettivo Damasco. È questo, oggi, il primo punto dell'agenda di media, governi e settore militare. Ma se quell'obbiettivo lo spostiamo - lungo la linea di quei "dieci centimetri di distanza dallo schermo televisivo" di cui parlava Bernardo Valli - ci rendiamo conto che, ad oggi, esiste una guerra tanto importante quanto volutamente ignorata, fatta di gruppi terroristici (pudicamente chiamati "ribelli") finanziati e guidati da governi e imprese nazionali straniere nel disinteresse quasi completo della sempre più inutile "comunità internazionale". Una guerra che tocca tutti: pacifisti, guerrafondai e disinteressati talmente importante da essere la base della società moderna: la guerra per il coltan.

Rubini dalla Birmania (300.000.000 di dollari guadagnati dalla giunta militare nel solo 2006 nonostante l'embargo); coltan dalla Repubblica Democratica del Congo (con un fiorente mercato illegale che si sta sviluppando tra Colombia, Brasile e Venezuela); bauxite - elemento base dell'alluminio - dalla Guinea; smeraldi dalla Colombia e litio - il "petrolio del futuro" - dall'Afghanistan. Sono questi i nuovi "diamanti insanguinati", minerali il cui mercato si basa sullo sfruttamento, su rapporti economici più o meno legali con regimi non-democratici o sul diretto finanziamento di conflitti ormai più che decennali. Tra tutti, ruolo paradigmatico spetta alla Repubblica Democratica del Congo, uno dei Paesi più ricchi di risorse naturali al mondo saccheggiato fin dai tempi di Leopoldo II (1885, dallo "Stato libero del Congo" il re belga preleva avorio, caucciù, olio di palma, cotone). Ad essere colpita principalmente è la regione orientale del Kivu, passata dall'essere il deposito del paese con i suoi rifornimenti di carne e verdure per Kinshasa (distante 1500 chilometri) a granaio degli sfruttatori, che hanno trovato in Goma – capoluogo della regione del Nord Kivu - un perfetto centro di raccolta ed esportazione. Dei cinquanta conflitti attivi in Africa nel 2001, circa il 25% può essere inserito tra le "guerre per le risorse" che, come evidenziato dalla giornalista ed attivista britannica Katharine Ainger «portano beneficio solo a piccole oligarchie, locali o internazionali, a uomini d'affari ed élite internazionali».

«In questo momento ci sono più dipendenti da telefono cellulare o internet che da eroina, cocaina, alcol o tabacco. Ed è successo in meno di venti anni. Prova solo ad immaginare un mondo senza cellulari né computer». A dirlo è Peter Corckenham, fittizio presidente della altrettanto fittizia multinazionale statunitense Dall&Houston (dietro ai cui nomi in molti vedono l'ombra reale della Halliburton e dell'ex vicepresidente statunitense Dick Cheney) inventato dal giornalista e scrittore spagnolo Alberto Vázquez-Figueroa in "Por mil millones de dolares" e ripreso poi nel successivo "Coltan" che pone al centro, attraverso la finzione di un thriller narrativo, proprio il minerale su cui ruota quasi interamente il mondo moderno.

In un quarto dei circa 50 conflitti attivi nel 2001, le materie prime hanno giocato un ruolo chiave.
(Katherine Ainger)

Cellulari, computer portatili, elettronica per auto ma anche - per il suo contenuto radioattivo e di uranio - protesi per anca, ferri chirurgici, strumentazione per laboratori chimici, reattori nucleari e parti di missili sono solo alcune delle tecnologie che non esisterebbero senza il tantalio, un metallo resistente al calore, ottimo conduttore di corrente e resistente a quasi tutti gli acidi la cui polvere è il vero oggetto dei desideri delle società che utilizzano il coltan (il cui nome deriva dal composto tra la tantalite nella quale il tantalio è contenuto e la columbite) per realizzare condensatori ad elevato tasso di risparmio energetico. Un piccolo passo contro la crisi energetica che corrisponde ad un grande passo verso lo sfruttamento e la distruzione dell'ambiente.

Il suo valore dipende dalla percentuale in tantalite (di solito tra il 20 ed il 40%) e dal suo tenore in ossido di tantalio (solitamente tra il 10 ed il 60%). Nel 1999 il prezzo di questo minerale variava tra i 7 ed i 9 dollari al chilo. A gennaio 2000 era già salito ad un importo che variava tra i 65 ed i 90 dollari. A fine 2000, in concomitanza con lo sviluppo delle nuove tecnologie di massa (cellulari e Playstation 2) il coltan veniva venduto a 835 dollari al chilogrammo, tornando ad aggirarsi sui 90 dollari ad ottobre 2001.

L'occhio cieco della "Pubblica Opinione Organizzata".
La firma dei contratti delle grandi multinazionali però è possibile solo grazie alle migliaia di contadini che abbandonano le proprie terre, ai prigionieri a cui viene promesso uno sconto di pena ed ai tantissimi bambini - tra i 5.000 ed i 6.000 secondo il programma di aiuto dell'ong Save the Children - che formano il primo gradino della piramide dello sfruttamento commerciale.
Sono proprio questi ultimi a subire maggiormente gli effetti di questo sistema essendo nei fatti i veri "minatori". I loro corpi permettono di potersi muovere meglio degli adulti nei fori scavati nelle colline - vere e proprie miniere a cielo aperto - abbattendo i già bassissimi costi di estrazione per le società, che li pagano circa 2 euro a settimana rivendendo il coltan estratto a poco più di 450 dollari al chilo. Questo però non sembra bastare all'opinione pubblica occidentale concentrata sui bambini vittime delle armi chimiche del regime di Bashar al-Assad (le cui immagini sono state in alcuni casi prelevate direttamente dalla guerra in Iraq) ma che non rivolge la stessa indignazione e condivisione verso le piccole vittime del turismo sessuale occidentale o di sfruttamento minorile, nel lavoro come nella guerra. Anche l'indignazione è diventata un fenomeno mediatico.

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Per una "controstoria" dell'invasione in Afghanistan. Intervista ad Enrico Piovesana

foto: articolo11.net

Kabul (Afghanistan) - La guerra in Afghanistan ha avuto - e continuerà ad avere con la nuova missione "Resolute Support" - cause ben diverse da quelle che le "diplomazie mediatico-militari" hanno raccontato in questi dodici anni. Fronteggiare i talebani non significava democratizzare il Paese né combattere il terrorismo. La guerra in Afghanistan è stata, in buona sostanza, una gigantesca "guerra di mercato": quella per il controllo dell'oppio. Ne abbiamo parlato con Enrico Piovesana, (nella foto) giornalista professionista e reporter di guerra specializzato in armi e conflitti.

Partiamo da quello che ormai sembra essere un dato di fatto: per il contingente occidentale in Afghanistan il problema dell'oppio non è eradicarlo.
In Afghanistan, americani e alleati hanno scelto fin dal 2001 di non immischiarsi nelle campagne di eradicazione delle coltivazioni di papavero, lasciando che se ne occupasse la polizia afgana. “Non distruggeremo le piantagioni di papavero - spiegherà alla stampa internazionale l’assistente strategico del generale americano Stanley McChrystal - perché non possiamo colpire la fonte di sussistenza della popolazione di cui vogliamo conquistare la fiducia”. Questa semplice verità verrà pubblicamente affermata più volte nel corso degli anni dai vertici militari e politici di Washington. 
Questo “non interventismo” - ben rappresentato dalle tante immagini dei soldati occidentali in pattuglia tra i campi di papavero, magari fermi a chiacchiere con i contadini intenti a raccogliere oppio - è stato criticato per la sua ovvia ricaduta negativa sul contrasto alla produzione di oppio ed eroina. A smorzare queste le critiche, però, c’è sempre stata l’attenuante dall’aspetto ‘umanitario’ di tale decisione, vale a dire il riguardo - per quanto strumentale - nei confronti delle condizioni di vita della popolazione. 

Chi trae vantaggio da questa politica di “non interventismo”?
Questo laissez-faire non si limita ai contadini che sopravvivono grazie all’oppio, ma riguarda anche i signori della droga che gestiscono il narcobusiness afgano. Alla fine del 2001 questi warlord – reclutati dalla CIA per attaccare i talebani, come ha scritto lo storico americano Alfred McCoy - guidavano la resistenza armata anti-talebana nota come Alleanza del Nord, un fronte armato multietnico dominato dai tagichi del maresciallo Mohammed Qasim Fahim e dagli uzbechi del generale Abdul Rashid Dostum.

Mogadiscio-Kabul, la lunga strada della (mala)cooperazione

foto: ilcaffegeopolitico.net

Provincia dell'Helmand (Afghanistan) - «Alle rispettabili popolazioni di Helmand. I soldati dell'ISAF e dell'Esercito Nazionale Afghano (ANA) non distruggeranno i campi di papavero. Loro sanno che molta gente dell'Afghanistan non ha scelta nella coltivazione del papavero. L'Isaf e l'Ana non desiderano impedire alla gente di guadagnarsi i mezzi per il loro sostentamento».
Aprile 2007, due stazioni radio della provincia di Helmand, Afghanistan meridionale, trasmettono questo messaggio. A commissionarlo non uno dei tanti signori della droga locali ma l'esercito britannico.

La vicenda fece infuriare qualche ufficiale afghano per un po', venne bollata come “sfortunato incidente” e tutto si chiuse lì, come se niente fosse. E dire che il contingente occidentale ci aveva anche provato a far cambiare coltura agli agricoltori afghani che, pur non avendo assimilato dopo 12 anni di invasione il senso occidentale della “democrazia”, gli affari li sanno fare benissimo. Si era tentato, infatti, di sostituire i campi di oppio da dove arriva tra l'80 ed il 90% dell'eroina che circola sui tavoli dei locali e nelle feste private del mondo intero con coltivazioni di grano e riso ma, come riportava lo scorso aprile Rod Nordland sul New York Times, gli agricoltori ricavavano 43 centesimi dal grano, 1,25 dollari dal riso e 203 dollari al chilo dall'eroina. Con profitti da massimizzare per sfamare le famiglie la scelta è scontata, anche alla luce del forte indebitamento verso i signori della droga i quali, venute meno le colture e sfumati gli affari monetari in seguito all'”edittodel Mullah Omar, hanno dato vita a fenomeni di debt marriage, costringendo gli agricoltori a sanare i debiti prendendosi le figlie degli agricoltori per sposarle o renderle schiave.

Afghanistan, Cristiano Congiu è morto davvero per criminalità comune?

foto: pbs.org

Valle del Panshir (Afghanistan) - Ieri abbiamo iniziato a parlare dell'omicidio del tenente colonnello Cristiano Congiu, arrivato in Afghanistan nel 2007 come ufficiale della Direzione centrale dei servizi antidroga con il compito di indagare sulle esportazioni di oppio e lì ucciso, il 3 giugno 2011, in circostanze tutt'altro che chiare.

Notizie certe. Si è parlato – lo fa Il Messaggero il 12 agosto 2011 – della volontà di Congiu di entrare nel mercato degli smeraldi attraverso la costituzione di una società con Francesca Violetta Cisotto, confermando così la versione dei fatti di quest'ultima. Secondo l'articolo, i due avrebbero chiesto anche di aprire un conto corrente presso una banca tedesca utilizzata dall'ambasciata italiana a Kabul all'allora ambasciatore Claudio Glaentzer (da gennaio 2012 all'ambasciata italiana di Atene), il quale dopo aver acconsentito ha rivisto la sua posizione esigendo la chiusura del conto.
Fino a prova contraria, gli smeraldi non usano ammalarsi, e dunque non hanno bisogno di medicinali. Non si spiega, allora, perché il tenente colonnello avesse chiesto ad un amico farmacista di Pontecorvo di metterlo in contatto con le case farmaceutiche per la fornitura di medicinali. Poco più di due mesi prima, il 5 giugno, lo stesso giornale aveva parlato della volontà del tenente di aprire un ospedale per bambini mutilati, in un articolo dal titolo “Un segugio antidroga chiamato Rambo”[1]. Lo stesso giornale peraltro - come riportato da Giorgia Pietropaoli nel suo libro "Missione Oppio. Afghanistan: cronache e retroscena di una guerra persa in partenza” edito da Alpine Studio nel 2013 - riesce a dare due versioni di uno stesso dettaglio: «Nello stesso giorno, il 12 agosto 2011, ha pubblicato due notizie contrastanti: nell'articolo pubblicato online[...]si sostiene che il tenente volesse comprare una miniera di smeraldi; l'edizione cartacea, invece, riporta la presunta testimonianza della Cisotto che afferma che era la sua società, la Aet, a voler acquistare la miniera». «Oppure sono stati gli inquirenti ad aver fatto un po' di confusione»[2].

La società fantasma. Dal sito della Advanced Engineering Technologies (Aet) Internationals, che dà l'impressione di essere stato fatto in fretta e furia, si può leggere che la società lavora per governo statunitense, principali contractors di Washington, organizzazioni umanitarie internazionali e istituzioni afghane, senza specificare oltre.

Afghanistan, 52 macchie di sangue sulla bandiera italiana. Più una

foto: ilmessaggero.it

Valle del Panshir (Afghanistan) – Due colpi di arma da fuoco mentre tentava di difendere la donna che lo accompagnava. Anzi no, morte a seguito di pestaggio. Dinamiche non così simili, ma il corpo è stato cremato. Perché nessuno possa scoprire la verità su una delle 53 macchie di sangue sulla bandiera tricolore issata in Afghanistan. 53 come il conto delle vittime militari – non le uniche, come vedremo in seguito – del nostro intervento nella missione Isaf.

A differenza di chi è morto o è rimasto ferito per un ordigno artigianale, gli ormai ben noti Improvised explosive device (IED), la macchia dell'assassinio del tenente colonnello Cristiano Congiu (nella foto) è diversa. Più scura e dai contorni indefiniti, esattamente come i motivi che lo hanno portato alla morte.

A Kabul ci era arrivato nel 2007, lavorava all'ambasciata come ufficiale della Direzione Centrale dei servizi antidroga. Il suo compito era quello di indagare sulla produzione di droga destinata all'esportazione.
Nel 2010, insieme a Rosario Aitala, giudice e consulente del Ministero degli Affari Esteri per le aree di crisi ed il crimine organizzato, della droga afghana ne aveva anche scritto nel febbraio 2010 sulla rivista italiana di geopolitica Limes, con un articolo dal titolo più che eloquente: “La droga ha vinto”.
La frase più importante di questo omicidio, però, il tenente Congiu la scrive su Facebook: «vogliono farmi tacere».

Omicidio in due versioni. Il tenente colonnello viene ucciso il 3 giugno del 2011. Il 19 sarebbe dovuto tornare in Italia.
La prima versione dell'omicidio parla di due colpi di arma da fuoco, uno al petto ed uno al viso, esplosi verso Congiu che, insieme alla donna che lo accompagnava, stava subendo un tentativo di rapina. Con il passare delle ore la versione cambia, e il tenente colonnello viene ucciso non a seguito di rapina ma per una rissa scoppiata tra lui ed un “noto eroinomane” - stando alla ricostruzione fatta dal senatore Mohammed Faizi – al quale Congiu avrebbe sparato due colpi mandandolo in coma. Dopodiché i parenti dell'uomo avrebbero sparato a Congiu per rappresaglia. Perché dopo 12 anni di invasione in Afghanistan lo Stato di diritto è stato ampiamente assimilato dalla cultura afghana, evidentemente...

Poi i dettagli dell'omicidio cambiano ancora. A smentire questa volta ci pensa Karamuddin Karim, governatore del Panshir, secondo il quale sarebbe stato un pestaggio – e non un omicidio tramite arma da fuoco – ad uccidere il tenente.
A questo punto arriva anche la versione di Mohtaudin, il giovane a cui Congiu avrebbe sparato.

BigPharma: il grande elettore tra Obama e Bush

foto:www.supplementcounsel.com

Washington (Stati Uniti) - Le case farmaceutiche hanno avuto un ruolo nella decisione di scatenare la guerra in Afghanistan, dove nel 1999 il Mullah Omar vietava la produzione di oppio? È la domanda che ci stiamo ponendo in questo lungo approfondimento. Dopo aver visto come le case farmaceutiche siano da annoversarsi tra i principali "grandi elettori" dei governi statunitensi, indipendentemente dal colore, oggi entriamo più nel dettaglio, tornando là dove l'Afghanistan è diventato uno scenario di guerra: la scrivania di George W. Bush.

L'ex presidente, stando ai dati dei “Top recipients” del Center for Responsive Politics (CRP), era al primo posto alle elezioni del 2004 con 1.125.915 milioni di dollari (il democratico John Kerry, che lo sfidava, con 684.423 dollari arriva secondo anche in questa classifica).

Da questi dati è possibile fare almeno due considerazioni: innanzitutto che per capire come andranno le presidenziali del 2016 bisognerà guardare più ai finanziamenti di BigPharma che a idraulici o campagne elettorali porta a porta, e che le case farmaceutiche hanno una particolare “abilità” nel finanziare maggiormente il candidato scelto da quel “volere popolare” che, mai come in questo caso, diventa espressione “poetica e suggestiva”, parafrasando Giorgio Gaber. Ma i rapporti tra Presidenti e case farmaceutiche, naturalmente, non si chiude solo alla voce “grandi finanziatori”, anzi.

Quelle mail che scottano. Nel 2009 scoppia il caso: il periodo è quello delle discussioni relative alla Riforma Sanitaria, approvata solo lo scorso anno. Una serie di e-mail pubblicate dal New York Times svelarono i lavori “diplomatici” tra Nancy-Ann DeParle, consulente di Obama sul testo della riforma e i più potenti lobbisti delle multinazionali del farmaco. Lo scopo, naturalmente, quello di far passare la legge. In cambio BigPharma chiese – ottenendola - una sola cosa: avere mano libera sui prezzi di alcune medicine.

EliBush. Ancor più interessanti, anche per una semplice questione temporale, sono però i rapporti tra le case farmaceutiche e l'Amministrazione Bush che ha materialmente iniziato la campagna militare d'Afghanistan.

Se noti sono i rapporti della Pfizer con l'ex Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld attraverso la G.D. Searle&Company - di cui dal 1997 è stato presidente fin quando non è stato chiamato da George W. Bush - meno lo sono probabilmente i rapporti tra quest'ultimo e la Eli Lilly. Il padre ha fatto parte del consiglio di amministrazione della società mentre Bush jr ha prelevato da questa sia l'ex governatore dell'Indiana (e responsabile per le operazioni nel Nord America) Mitch Daniels che Randall L. Tobias, che della società è stato presidente. Jacob Lew, dallo scorso febbraio Segretario di Stato, è invece l'uomo della casa farmaceutica nell'amministrazione Obama.

L'oppio afghano finanzia le campagne elettorali (statunitensi)?

fonte: Center for Resposive Politics (foto: www.ecominoes.com)

Washington (Stati Uniti) - Quanto ha inciso il ruolo delle grandi case farmaceutiche nel dare il via all'invasione dell'Afghanistan? Una domanda che solo all'apparenza può apparire “complottista” e che diventa lecita se si considera il ruolo giocato dai brevetti per l'accesso ai farmaci essenziali o il progetto di Auschwitz II, quando la Bayer utilizzava i deportati come “porcellini d'india” per testare i medicinali e che, sommati insieme, danno una risposta eloquente alla domanda.

Il seggio di BigPharma. Nel 2013 la Pharmaceutical Research and Manufactorers of America (PhRMA), uno dei più influenti gruppi di pressione a Washington con 20 lobbisti e 48 società rappresentante ha impiegato oltre 5 milioni di dollari in attività di lobbying, posizionandosi al sesto posto tra i gruppi di pressione verso il Congresso americano in quanto a capacità di investimento secondo il Center for Responsive Politics (da ora CRP). Dal 1998 ad oggi, stando ai dati del think tank americano, con i suoi circa 2 miliardi e 500 milioni di dollari il settore farmaceutico è quello che più si è speso – ed ha speso – per influenzare la politica statunitense, senza guardare troppo al colore politico dei candidati. Una interessante coincidenza vuole che l'attività di pressione sia iniziata proprio quando in Afghanistan il Mullah Omar emanava un decreto (ne parlavamo nella prima parte di questo articolo) che nel giro di due anni portò al crollo della produzione di oppio nel paese.

Nello scorso biennio (2011-2012) tra le società che hanno aperto di più i cordoni della borsa troviamo la Pfizer e la Abbott Laboratories, quest'ultima fino allo scorso anno in contatto con l'amministrazione Obama attraverso William Daley, capo di gabinetto dell'attuale Presidente fino alle dimissioni, che aveva preso nel 2011 il posto di Rahm Emanuel. Oltre a tale incarico – in aggiunta ad una attività nel settore privato che lo ha portato nel consiglio di amministrazione della AL e in quello della J.P. Morgan Chase – Daley aveva ricoperto il ruolo di Segretario al commercio sotto l'amministrazione Clinton (1993-2001).

Con 1.929.465 milioni di dollari, Barack Obama risulta essere il candidato che ha ricevuto più finanziamenti dal settore farmaceutico nel 2012, seguito con un finanziamento di 1.802.513 milioni di dollari proprio da quel Mitt Romney che lo ha sfidato alle elezioni qualche mese fa. Discorso non troppo diverso da quanto avvenuto per quelle che dovevano essere le “elezioni del cambiamento”, che vedono ancora Barack Obama al primo posto per finanziamenti (2.475.336 milioni di dollari), seguito dall'altro sfidante diretto John McCain (826.802 dollari), Hillary Clinton (780.489 dollari) e Romney (376.361).

Nel 2001, all'epoca della guerra in Afghanistan, l'inquilino della Casa Bianca non era Barak Obama ma George Walker Bush. Per "grandi elettori" come le case farmaceutiche, l'unica differenza è il nome verso cui indirizzare i finanziamenti.

[3 - Continua domani]

Già pubblicati:
[1-Afghanistan, l'editto anti-oppio e lo "strano" tempismo di una guerra che non finirà, 9 luglio]
[2- Il Signor Smith svela la "Missione oppio". Intervista a Giorgia Pietropaoli, 10 luglio]

Il Signor Smith svela la "Missione oppio". Intervista a Giorgia Pietropaoli

foto: popoff.globalist.it
Kabul (Afghanistan) - La guerra in Afghanistan scoppiata nel 2001 con la caccia ad Osama Bin Laden e le Torri Gemelle non c'entra nulla. C'entra, e molto, con i risultati dell'”editto” emanato dal Mullah Omar che avevano praticamente cancellato la produzione di oppio dell'Afghanistan, principale serbatoio di riferimento per traffici internazionali e produzione di medicinali. Ne parliamo con Giorgia Pietropaoli, autrice di “Missione Oppio. Afghanistan: cronache e retroscena di una guerra persa in partenza” edito da Alpine Studio nel 2013.

Voglio partire da una domanda provocatoria: il suo libro inizia con la testimonianza del "signor Smith", ma le chiedo: come si può essere sicuri, da lettori, che questi esista davvero e non sia uno "strumento letterario" utile per strutturare poi tutto il libro?
Domanda legittima ma non provocatoria. Provocatorio è il nome che ho dato alla mia fonte, Mr Smith: insomma, chi crederebbe a uno che si chiama Mr. Smith? Ma il mio non è un romanzo. È un saggio d’inchiesta. E se non ci fosse stato Mr. Smith non esisterebbe nemmeno il capitolo che tratta le case farmaceutiche. Ho iniziato la mia ricerca in questo senso proprio partendo dalle parole di questa fonte che, voglio ricordarlo, è un militare che addestrava un reparto dell’esercito afghano. Purtroppo non è la prima volta che qualcuno mi fa una domanda del genere. Il lettore deve aver fiducia nel compito del giornalista, che è quello di verificare se ciò che sta dicendo una fonte è vero. Mettiamola così: quel primo capitolo è il racconto dell’esperienza di un soldato (non dirò il grado) che ha vissuto l’Afghanistan sulla propria pelle, in prima persona. Gli si può credere oppure no. Io ho scelto di credergli e ho cercato di approfondire alcuni indizi che sembravano interessanti e sui quali fino a quel momento non avevo mai riflettuto. E da questa indagine sono usciti documenti, coincidenze, rapporti interessanti che rendono la testimonianza di Smith valida. Non dobbiamo dimenticare che le fonti anonime sono sempre esistite nella storia del giornalismo ed hanno aiutato a rivelare grandi storie, scandali, notizie. Penso alla gola profonda di Bob Woodward e al ruolo che ebbe nel Watergate.

Perché un libro di “cronache e retroscena di una guerra persa in partenza” scritto ora, quando secondo i più diffusi media occidentali il 2014 costituirà la conclusione della missione?
Il conflitto è iniziato nel 2001. Ben dodici anni fa. E non è ancora terminato. Se c’è un momento adatto per tirare le somme, per fare un bilancio è proprio questo. Lo scopo del mio libro è in parte questo: quali sono stati i risultati ottenuti con questa guerra? Il 2014 non sarà l’anno in cui ci ritireremo definitivamente dall’Afghanistan e metteremo fine alle ostilità. Come sempre, questa idea è frutto del modo di fare informazione dei mass media occidentali che, pur di fare propaganda a questa o quella fazione, danno le informazioni in maniera sbagliata o incompleta. Nel 2014 terminerà la missione Isaf, questo si. Ma è già pronto il nuovo piano che lo sostituirà, il “Resolute Support”, che scatterà alla fine del 2014. Rimarranno le truppe (anche se in minore quantità), rimarranno le basi, rimarranno i nostri militari che lavoreranno per gli stessi scopi di Isaf. Hanno solo cambiato la veste, utilizzando un altro nome, ma la sostanza è sempre la stessa.

Afghanistan, l'editto anti-oppio e lo "strano" tempismo di una guerra che non finirà

 Vi sono due storie: la storia ufficiale, menzognera, che ci viene insegnata, la storia ad 'usum delphini', e la storia segreta,dove si trovano le vere cause degli avvenimenti, una storia vergognosa.
(Honoré de Balzac, "Illusioni perdute", 1843)


Kabul (Afghanistan) - No, dall'Afghanistan non ce ne andremo. La notizia del ritiro delle truppe occidentali il prossimo anno è un falso. O, per meglio dire, un “verosimile”. Se ne andrà la missione Isaf, ma non le truppe, che rimarranno ufficialmente per «proseguire l'assistenza e l'addestramento delle forze di sicurezza afghane», stando alle dichiarazioni fatte a fine giugno dal ministro della Difesa Mario Mauro in un incontro con i pari-ruolo tedesco ed afghano e che segue il vertice Nato tenutosi il 4 e 5 giugno a Bruxelles, dove è stata definita la missione “Resolute Support”. L'Italia rimarrà in gioco attraverso l'invio di un contingente di 500-700 unità, nonostante non vi sia stato alcun passaggio in Parlamento e, dunque, alcuna possibilità di rendere noto alla popolazione l'ennesimo vilipendio all'articolo 11 della nostra carta costituzionale. [qui e qui]
Al nostro Paese, che assumerà un ruolo di primo piano, toccherà il controllo dell'area occidentale dell'Afghanistan, dove attualmente l'Italia già ha la responsabilità delle province di Herat, Farah, Badghis e Ghor. A Stati Uniti e Germania, gli altri due paesi che guideranno la missione, spetteranno rispettivamente la responsabilità della zona meridionale ed orientale e dell'area settentrionale.

Nonostante i proclami dall'Afghanistan, dunque, nessuno se ne andrà. Anche perché, in questi dodici anni di guerra, c'è un enorme – e in parte inquietante per l'Italia – non detto: Bin Laden, le armi chimiche di Saddam, la democrazia non sono mai entrate nell'agenda americane, sostituite da un'unica parola: droga.

Source: UNODC and UNODC/MCN opium surveys 1994-2001.
The high-low lines represent the upper and lower bounds of the 95% confidence interval.

Approfondimento:  Afghanistan: Lessons from the Last War. The making of U.S. Policy, 1973-1990, di Steve Galser, 9 Ottobre 2001

L'editto afghano. «Da quando abbiamo preso il controllo dell'Afghanistan la produzione di oppio è passata dalle 3400 tonnellate del 2002 alle 8200 tonnellate dell'anno scorso [il 2007, ndr]» [Riccardo Iacona, “La guerra infinita”].

Perché siamo così ipocriti sulla guerra? (gen. Fabio Mini - TEDxReggioEmilia, 8 ottobre 2011)

Vi sono due storie: la storia ufficiale, menzognera, che ci viene insegnata, la storia ad 'usum delphini', e la storia segreta, dove si trovano le vere cause degli avvenimenti, una storia vergognosa.
(Honoré de Balzac, "Illusioni perdute", 1843)

Cecenia, don't clean up the truth

foto: Russian Justice Initiative
Groznyj (Cecenia) - Per far capire agli americani dove fossero i Balcani che si apprestava a bombardare, Bill Clinton si presentò in televisione con una mappa geografica. Qualche anno prima la stessa operazione era stata fatta da Richard Nixon, anch'egli munito di cartina per presentare ai telespettatori americani dove fosse il Vietnam.
Si è dovuto invece limitare ad un semplice comunicato Petr Gandalovič, ambasciatore della Repubblica Ceca, costretto ad evidenziare come il suo paese non abbia niente a che fare con la Cecenia (qui la cartina realizzata da Foreign Policy).

Non solo gli americani, però, peccano di ignoranza verso la Cecenia, divenuta un vero e proprio buco nero mediatico iniziato con il “patto antiterrore” tra George W. Bush e Vladimir Putin del 2002. Un aiuto nella guerra al terrore del presidente americano in cambio dell'oblio su quanto accade in Cecenia o nei paesi vicini, vittime della “cecenizzazione” dell'area caucasica. Un patto che ora, grazie alla “declinazione cecena” dell'attentato di Boston (di cui abbiamo parlato nella prima parte di questo approfondimento), potrebbe permettere all'ex KGB di chiudere definitivamente la questione ammantandola dietro ad un nuovo capitolo della “guerra al terrore”. Mentre sullo sfondo si staglia il profilo delle Olimpiadi invernali del 2014 che si terranno a Soci, poco lontano dal nord del Caucaso. Debellare la malapianta cecena è, dunque, un obiettivo più che concreto per Putin, che con le cancellerie occidentali dalla sua, deve ora convincere solo l'opinione pubblica internazionale.


Cecenia: lo scenario del conflitto
Un'operazione che non può avvenire se non con argomentazioni più che convincenti – come la possibilità di un terrorismo ceceno libero di mettere bombe in Occidente potrebbe essere – data la necessità di dover coprire le innumerevoli violazioni dei diritti umani perpetrate contro la popolazione civile. Nonostante la Cecenia non viva più in un conflitto aperto pur essendo, secondo vari commentatori, un vero e proprio genocidio dimenticato (approfondimento in allegato), come quello armeno, il regime di Ramzan Kadyrov – uomo di Putin arrivato a governare la piccola Repubblica caucasica dopo la “normalizzazione” voluta da Mosca – continua ad avere la principale opposizione nelle madri dei civili torturati, scomparsi (più di 10.000 persone) o uccisi (tra i quali 35.000 bambini, numero più alto dei desaparecidos argentini) nei campi “di filtraggio” o per mano delle “unità di pulizia dei boschi”, nome utile a coprire veri e propri squadroni della morte come i “Kadyrovity”, direttamente riconducibili all'attuale presidenze Ramzan Kadyrov. «Il terrorismo islamico è sicuramente un problema in Cecenia, ma è sbagliato ricondurre tutta la crisi a questa minaccia. Non si devono confondere cause e conseguenze: la causa del conflitto ha radici profonde e lontane, mentre il terrorismo è un sottoprodotto della guerra», denunciava in un'intervista del 2006 a SwissInfo Andreas Gross, all'epoca relatore speciale per la Cecenia al Consiglio d'Europa.

Camp Nama: la base degli orrori anglo-americani in Iraq

foto: orianomattei.blogspot.com
Londra – Dopo Abu Ghraib, dopo lo scandalo di Base España, adesso è l'esercito britannico a doversi sedere sul banco degli imputati per la guerra in Iraq. Pochi giorni fa, il ministro degli Esteri britannico William Hague aveva vietato ai colleghi del governo di parlare del conflitto durante il decimo anniversario dell'invasione dell'Iraq. Ieri, infatti, il Guardian ha raccontato degli abusi perpetrati dai militari britannici e statunitensi a Camp Nama, situato presso il Baghdad International Airport e quartier generale della Task Force 121, a cui i britannici partecipavano con membri dello Special Boat Service (SBS) e dello Special Air Service (SAS)

Oltre trenta i militari di questa task force finiti sotto inchiesta – undici quelli rimossi in via definitiva - per i metodi di gestione dei dentenuti. Il gruppo era stato creato per interrogare quei prigionieri iracheni sospettati di essere in possesso di informazioni sensibili sulle inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e su Abu Musab al-Zarqawi, all'epoca ai primi posti della lista dei ricercati americani. Persino il Pentagono si lamentò per i metodi di interrogatorio e detenzione particolarmente brutali. Tra questi la “black room”, la sala delle torture completamente dipinta di nero, senza finestre e con dei ganci che pendevano dal soffitto molto simile a quella che si vede nelle scene iniziali di Zero Dark Thirty, il film di Katheryn Bigelow dello scorso anno sull'omicidio di Osama Bin Laden. Come si apprende inoltre da alcune testimonianza raccolte da Human Right Watch, tra le peculiarità di Camp Nama c'era “il canile”, un centinaio di celle larghe due metri e alte un metro e mezzo dove i detenuti erano costretti a stare accucciati, nelle quali la temperatura notturna andava spesso sotto zero e di giorno – grazie alle lamiere dei tetti – era altissima.

Prima tappa – insieme a Base España, dove era di stanza il contingente spagnolo – verso la più famosa Abu Ghraib o verso la base aerea afghana di Bagram. Ad aprile 2004 scoppia lo scandalo delle fotografie della vergogna, pochi giorni dopo la Task Force viene rinominata, diventando Task Force 6-26. Un cambio di nome – non l'unico – necessario a confondere gli avversari ma soprattutto impedire alla corte marziale di poter identificare i membri per condannarli individualmente per gli abusi.

Segreto di Stato e diritto alla difesa. Corte Europea chiamata ad esprimersi sul caso Abu Omar

Strasburgo (Francia) – Unico condannato in via definitiva per favoreggiamento aggravato nel caso del sequestro di Abu Omar – l'ex imam di Milano prelevato da uomini della Cia e del Sismi il 17 settembre 2003 e trasferito in Egitto grazie alla extraordinary rendition - ora il colonnello Luciano Seno si rivolge alla Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo. Al centro della richiesta una questione destinata a far discutere e, probabilmente, a creare un precedente: il rapporto tra segreto di Stato e diritto alla difesa.

L'inchiesta scaturita dalla vicenda – qui riassunta dal Sole24Ore - condotta dai pubblici ministeri Armando Spataro e Ferdinando Enrico Pomarici, portò il 12 febbraio 2012 la IV sezione della Corte d'appello di Milano a condannare a dieci anni il generale Niccolò Pollari, all'epoca direttore dei servizi segreti militari italiani, a nove anni al vice Marco Mancini, e a sei anni gli agenti Giuseppe Ciorra, Raffaele Di Troia e Luciano Di Gregori, con risarcimento di un milione di euro per l'ex imam e di 500.000 euro per la moglie.

Al centro della richiesta una questione destinata a far discutere e, probabilmente, a creare un precedente: il rapporto tra segreto di Stato e diritto alla difesa.

Il colonnello ha dichiarato durante il procedimento di non potersi difendere dall'accusa di favoreggiamento per l'esistenza del segreto di Stato sugli interna corporis del Sismi, ed i giudici non hanno chiesto alla Presidenza del Consiglio di scioglierlo dal vincolo del silenzio, rendendo così impossibile la difesa. L'imputato è stato comunque condannato a due anni e otto mesi di reclusione «senza l'opportunità di provare la propria innocenza», come hanno evidenziato Enzo Cannizzaro, ordinario di Diritto Internazionale all'Università La Sapienza di Roma e l'avvocato Luigi Panella che rappresentano il colonnello Seno.
Se la Corte europea accetterà il reclamo, il procedimento potrebbe essere riaperto, portando ad una eventuale revisione della condanna.

Procedimento che viene osteggiato anche nei confini nazionali. La Corte Costituzionale ha infatti dichiarato ammissibile il ricorso presentato per conflitto di attribuzione dal governo nei confronti della Cassazione e della Corte d'appello. Al centro ancora il segreto di Stato. Il governo ha infatti presentato ricorso dopo che la Cassazione, lo scorso 19 settembre, ha annullato i proscioglimenti per gli indagati, rinviando ad un nuovo processo d'appello.

A dieci anni dall'invasione, Guardian e BBC Arabic svelano la guerra sporca irachena

Baghdad (Iraq) - Mentre la Spagna aspetta gli esiti dell'inchiesta aperta dal ministro della Difesa in merito al video sulle torture pubblicato da El País qualche giorno fa, in Gran Bretagna il ministro degli Esteri William Hague vieta ai membri del governo di parlare della guerra in Iraq durante il decimo anniversario dell'invasione. Attraverso una lettera privata - si legge sul sito aperto dai Radicali per raccontare i retroscena sull'assassinio di Saddam Hussein - ha ricordato ai membri del governo che la posizione comune è quella di non farsi coinvolgere «in quelle controverse questioni che condussero il Regno Unito in un conflitto che spaccò il Paese e che ha causato la morte di quasi 200 soldati britannici e decine di migliaia di iracheni». L'intento è quello di aspettare la pubblicazione del rapporto finale dell'inchiesta guidata da tre anni da Sir John Chilcot per esprimersi sul coinvolgimento britannico nella guerra.


qui il documentario in versione integrale: James Steele: America's mystery man in Iraq

Scoppia, inoltre, l'ennesimo scandalo americano. Grazie ad un'indagine realizzata in collaborazione tra il Guardian e la BBC Arabic durata 15 mesi, si scopre infatti che il Pentagono ha inviato in Iraq due colonnelli - veterani delle “dirty wars” statunitensi in America Centrale - per creare una rete di centri di detenzione e tortura necessari ad ottenere informazioni dai ribelli. Si tratta, stando alla ricostruzione britannica, di James Steele, 58enne che ha partecipato alle guerre in Salvador e Nicaragua e James H. Coffmann, anch'egli veterano statunitense, che riferiva direttamente a David Petraeus, ex capo della Cia.

Base España, l'anticamera di Abu Ghraib

Diwaniya (Iraq)  – «Ignorare l'orrore conduce solo a ripetere l'errore». Concludeva così Miguel González sul quotidiano spagnolo El País qualche giorno fa. L'orrore dura in tutto 46 secondi.[MORE]  
La cella è quella della Base España di Diwaniya, principale installazione militare spagnola durante la prima fase dell'invasione dell'Iraq, alla quale la Spagna – allora governata da José María Aznar del Partido Popular – partecipò dall'agosto 2003, senza l'avallo dell'ONU (come tutta la guerra) e, soprattutto, contro il volere dell'opinione pubblica nazionale.

foto: elpais.com
Ai 1.300 militari che formavano la Brigada Plus Ultra venne distribuito il “Procedimiento de detención y actuación con el personal detenido”, un manuale che definiva come “durante e dopo la detenzione si applica la violenza minima imprescindibile”, pur nel “rispetto dei diritti del detenuto”, come riporta l'articolo del quotidiano spagnolo.
Quello stesso manuale parlava inoltre di intolleranza verso torture o altri trattamenti “crudeli, inumani e degradanti”, delle quali però né il generale Fulgencio Coll Bucher – comandante della Brigada e in seguito Capo di Stato Maggiore dell'Esercito di terra – né i due ministri della Difesa succedutisi all'epoca – Federico Trillo del PP e José Bono del  Partido Socialista Obrero Español – hanno mai avuto notizi. Il manuale, inoltre, non includeva alcun controllo super-partes, lasciando la decisione di dove porre il confine tra tortura e rispetto dei diritti del detenuto (e per estensione dei diritti umani tout court) al “buon giudizio” ed al “sentimento comune” dell'ufficiale al comando.

Stando a quanto raccontano testimoni consultati da El País, le cinque celle di cui si componeva il centro di detenzione – dove venivano inviati i detenuti per crimini contro la coalizione – ospitavano spesso più di del numero massimo di detenuti. I turni di guardia erano inoltre a rotazione, così che potevano capitare situazioni nelle quali un militare si trovava a controllare al suo potenziale attentatore del giorno prima, con tutto ciò che questo significa.
Undici morti in dieci mesi – quanto il contingente spagnolo subì tra agosto 2003 e maggio 2004 – danno il quadro della tensione che si registrava tra i militari, che subirono 40 attacchi in 50 giorni a partire dal 4 aprile 2004, data in cui viene attaccata la base Al Andalus a Najaf, una delle zone in cui operavano i militari spagnoli.

Granai di guerra. L'errore lessicale tra welfare e warfare

L'Italia, a mio avviso, deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai, sorgente di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame. Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello a tutti i popoli della terra. Questa la strada, la strada della pace che noi dobbiamo seguire.
 [Dal giuramento e messaggio del Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Seduta comune di Camera e Senato del 9 luglio 1978]

Roma - Nell'ultima puntata di PresaDiretta, Riccardo Iacona è andato ad intervistare Pierre Sprey, progettista dell'F-16, il quale ha dettagliato quanto l'antimilitarismo ed il pacifismo italiano denunciano da tempo: i “famigerati” F-35 di cui in campagna elettorale tutti dicono di volersi disfare (ma che solo Radicali e Italia dei Valori hanno tentato di contrastare in Parlamento) hanno una stabilità ed una sicurezza minori anche a confronto di un aeroplanino di carta. 

Dietro gli aerei, però, si muove tutto il sistema della spesa militare, “l'invariata spesa asociale” che illustra il Libro bianco sulle spese militari 2012  realizzato dalla campagna Sbilanciamoci!

La scelta di aver partecipato al programma per questi velivoli – il cui costo è passato dai 62 milioni di dollari delle previsioni ai 170 del gennaio 2011 – come semplice sub-fornitore della statunitense Lockheed Martin, ha messo l'Italia (e Finmeccanica, braccio del nostro reale ministero degli Esteri, composto dalle poche grandi imprese ad avere mercato internazionale) ai margini della realizzazione dell'Airbus, considerato il principale programma industriale e tecnologico sviluppato dall'aeronautica civile in Europa, dando però una chiave di lettura ben definita sul ruolo che il nostro sistema politico vuol dare al Paese.
In merito agli F-35, inoltre, è interessante notare come John McCain – non certo una colomba – abbia rivisto la propria posizione definendo il progetto uno «scandalo» e una «tragedia». Delle due l'una: o i falchi statunitensi sono più intelligenti delle colombe italiane – o magari meno legati al potere della lobby militare – oppure l'essere stato in guerra, al contrario dei nostri politici, rende più realisti.
Il problema non è tanto l'acquisto di questi velivoli quanto il paradigma che ormai questi rappresentano, dietro al quale si nasconde la visione della politica militare (e, per riflesso, di pace) italiana e del ruolo del nostro paese sullo scenario internazionale.

L'errore lessicale. Sanità, istruzione, pensioni. Sono solo tre delle voci che hanno subito tagli per effetto della crisi economico-finanziaria dal 2008, da quando la spesa sociale è scesa di otto volte in cinque anni, passando da 1.600 milioni di euro della fase iniziale della crisi in Italia a meno di 200 milioni quest'anno. Un chiaro segnale del disinteresse verso lo stato sociale degli ultimi governi in favore del comparto militare, nel quale non si è registrato alcun effetto di crisi.

Spese militari - Presa Diretta

Tra gli inutili F-35 e gli effetti del Poligono di Quirra, Presa Diretta - nella puntata dello scorso 3 febbraio - è andata ad indagare, suscitando anche qualche polemica, nelle spese militari italiane.