Visualizzazione post con etichetta elezioni Messico 2012. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta elezioni Messico 2012. Mostra tutti i post

I panni sporchi di Peña Nieto

foto: solo-opiniones.com
Città del Messico (Messico) – Pri vince, Pan e Prd perdono. Enrique Peña Nieto vince, Andrés Manuel Lopez Obrador perde, di nuovo. Come nel 2006, quando il sistema consolidato dei brogli elettorali portò all'epoca calderonista, alla “guerra al narcotraffico” che ha fatto più di 60.000 morti in sei anni lasciando mano libera al Cártel de Sinaloa di Joaquín “El Chapo” Guzmán Loera, diventato in questi sei anni “l'imprendibile” perché a nessuno è mai interessato catturarlo realmente. Tanto è vero che la mattina del 20 gennaio 2001 – epoca in cui Guzmán Loera non è ancora il narcotrafficante più importante del Messico ed è detenuto presso il carcere di Puente Grande, nello Stato di Jalisco – Guzman Loera non scappa in modo rocambolesco come racconta la versione ufficiale del governo ma, semplicemente, esce dalla porta principale, con la complicità di circa 70 persone all'interno del carcere, come documenta la giornalista d'inchiesta messicana Anabel Hernández ne “Los Señores del Narco”[1] (libro non reperibile in italiano). Tra coloro che all'epoca chiusero ambedue gli occhi sulla vicenda c'era Vicente Fox, da poco eletto presidente il quale, come è sempre la Hernández a raccontare[2] ha per questo ricevuto ben 20 milioni di dollari.

Proprio Fox era stato l'uomo che aveva chiuso la lunghissima epoca del Partido Revolucionario Institucional (che di rivoluzionario, comunque, ha solo il nome) durata qualcosa come 70 anni e che oggi torna a scrivere un nuovo capitolo della storia messicana attraverso la “telecracia peñista”, come la definisce Jenaro Villamil, giornalista per la rivista Proceso. Ma andiamo con ordine.

Peña Nieto, il vecchio che avanza. In questi giorni in Italia su Enrique Peña Nieto si è scritto poco, e quel poco è stato spesso scritto anche male, arrivando ad etichettarlo come “rivoluzionario” solo in base al nome del suo partito.
Nato nel 1966 ad Atlacomulco, nel nord dello Stato del Messico, avvocato, gaffeur[3], noto playboy con cinque figli – due dei quali avuti fuori dal matrimonio – e svariate relazioni (tutte da confermare le voci che ne vorrebbero alcune omosessuali), due matrimoni entrambi chiacchierati: la sua prima moglie è infatti morta in circostanze più che misteriose mentre la seconda è la nota attrice di telenovelas Angélica Rivera. Nota la sua vicinanza all'Opus Dei.

A lui i poteri che governano il Messico – tra cui anche quello dei cartelli della droga, che hanno optato per una vera e propria tregua elettorale durante il voto – hanno affidato le chiavi per riportare il Partido Revolucionario al potere, chiudendo almeno per il momento l'epoca del PAN (Partido Acción Nacional, il partito di centro-destra di cui fanno parte sia Vicente Fox che Felipe Calderón Hinojosa, ultimi due presidenti in carica).

Messico, “Metros” contro “Rojos”. Linea di confine Golfo

foto: elnuevoheraldo.com
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/messico-metros-contro-rojos-linea-di-confine-golfo/27004/

Città del Messico (Messico), 23 aprile 2012 – La scorsa settimana[1] abbiamo visto come i cartelli della droga si stiano preparando al tramonto del sexenio governativo di Felipe Calderón Hinojosa, riequilibrandosi per dare il benvenuto a chi, a luglio, prenderà il posto dell'attuale presidente. Oggi andremo ad approfondire uno degli aspetti che caratterizzano la vita dei cartelli: le scissioni interne. Per farlo, ancora una volta supportati dagli articoli del settimanale “Proceso” ci addentreremo in quello che è il cartello più vecchio tra quelli attualmente operativi: il Cártel del Golfo, formatosi già negli anni Quaranta ed oggi comandato da José Eduardo Costilla Sánchez, detto “El Coss” o, per gli ex amici, “El Judas”.

Facciamo, innanzitutto, un po' di storia: nel 2003 viene arrestato Osiel Cárdenas Guillén, detto – tra i tanti alias con i quali è conosciuto – “el Mata-amigos” (l'”ammazza amici”) per aver ucciso Salvador Gómez, suo amico personale con il quale comandava il cartello dal 1996, anno dell'arresto del vecchio leader Juan García Abrego. A Cárdenas Guillén, che nel 2007 è stato estradato negli Stati Uniti, dove dovrà scontare una pena di venticinque anni di carcere[2], si deve la creazione del braccio armato formato da ex componenti dell'esercito che, staccatisi dal Cártel del Golfo, diventerà noto come “Los Zetas”.
A quel punto il cartello passa nelle mani di Antonio Ezequiel Cárdenas Guillén, meglio noto come “Tony Tormenta” e Samuel Flores Borrego, detto “Metro 3”, al quale rimaneva il controllo sulla piazza di Reynosa.
Proprio questa piazza diventa il motivo dello scontro. Nel 2010, infatti, Costilla Sánchez – stando alla ricostruzione fatta da un testimone al giornalista Jorge Carrasco Araizaga - cerca un accordo con Nazario González, detto “El Chayo” o “El mas loco”, ucciso in uno scontro a fuoco con la polizia il 9 dicembre 2010 ad Apatzingán, nello Stato di Michoacán e fino a quel momento leader de La Familia Michoacana. Il patto prevedeva che “El Chayo” inviasse propri sicari a Reynosa, per combattere contro i Los Zetas, dando così origine al “blocco” oggi capeggiato dal Cártel de Sinaloa. In cambio, agli uomini di González veniva dato il via libera per lo sfruttamento della Ribereña (la “costiera”), strada fondamentale per il traffico di droga nella zona nord-est del Messico, mettendo in connessione il sud del paese con la frontiera texana. Accordo, questo, che non vede il favore né di Tony Tormenta né di Metro 3.

Messico, la fine del sexenio calderonista ed i nuovi equilibri tra i cartelli

foto: cubiform.org
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/messico-la-fine-del-sexenio-calderonista-ed-i-nuovi-equilibri-tra-i-cartelli/26677/

Città del Messico (Messico), 15 aprile 2012 – Comunque vada a finire, per i messicani tra pochi mesi si chiuderà un'epoca. A luglio, infatti, qualunque sarà il risultato delle elezioni per il rinnovamento di presidente e Congresso, si chiuderà il sexenio di Felipe Calderón Hinojosa e, con esso, la sua più che fallimentare “guerra al narcotraffico”, che verrà forse ricordata solo per i suoi oltre sessantamila morti. Per intenderci, circa il doppio delle persone che la dittatura militare argentina riuscì a far sparire tra il 1976 ed il 1983, tanto per rimanere nello stesso continente.
Quello che invece non cambierà, né per i messicani né per il loro futuro governo è il rapporto con i cartelli della droga, che non solo sono passati praticamente indenni attraverso questo sexenio ma – come scriveva a febbraio la rivista Proceso – escono dal periodo calderonista spesso rafforzati.

Attualmente, come ricordava il giornalista Ricardo Ravelo, la nuova mappa del narcopotere (che va in qualche modo ad aggiornare quanto scrivo, lo scorso ottobre su InfoOggi.it nell'articolo “Narcotraffico in Messico, da El Chapo ai Los Zetas”[1]) vede più della metà del paese – anche se nessuna zona può dirsi immune – in mano ai cinque cartelli principali, cioè i due cartelli più potenti, ovvero Los Zetas, presenti in ventuno stati su trentadue e Cártel de Sinaloa, integrato da cartelli “minori” come La Resistencia, il Cártel Guadalajara Nueva Generación e i cosiddetti Matazetas, presente in diciannove stati, seguiti dal Cártel de Juárez, il più antico tra i cartelli attualmente attivi in Messico (fu fondato da Pablo Acosta Villareal già negli anni Settanta) presente anch'esso in diciannove dei trentadue stati sotto il comando del “Viceré” Vicente Carrillo Fuentes, il Cártel del Golfo, che con i suoi ventiquattro stati controllati è quello con la copertura territoriale maggiore nonostante la sua reale forza sia minata da forti divisioni interne che negli ultimi mesi lo hanno praticamente scisso in due gruppi differenti e La Familia Michoacana – o, più semplicemente, La Familia – dichiarata sciolta già due volte dalle autorità governative nonostante sia il cartello cresciuto di più durante il sexenio, che attraverso un'ampia rete di collaboratori e prestanome controlla dieci stati.
Esistono poi una serie di cartelli considerati minori perché hanno perso il loro ruolo nella gerarchia del narcopotere, come il Cártel de Tijuana, o perché di recente formazione, come il Cártel del Pacifico Sur o l'Indipendente di Acapulco, formatisi entrambi da scissioni interne al cartello dei fratelli Beltrán Leyva – oggi rappresentati dal primo dei due – che si stanno combattendo per il controllo di Acapulco e della zona turistica di Zihuatanejo, o il gruppo noto come los Caballeros Templarios (“cavalieri templari”, in italiano), nati all'interno de La Familia nel marzo 2011 e diventato il più sanguinario tra i cartelli a pari merito con i Los Zetas.