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Perché siamo così ipocriti sulla guerra? (gen. Fabio Mini - TEDxReggioEmilia, 8 ottobre 2011)

Vi sono due storie: la storia ufficiale, menzognera, che ci viene insegnata, la storia ad 'usum delphini', e la storia segreta, dove si trovano le vere cause degli avvenimenti, una storia vergognosa.
(Honoré de Balzac, "Illusioni perdute", 1843)

Il gastronomo del Viminale - Federico Umberto D'Amato (La Storia siamo noi, 6 giugno 2013)

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E’ stato per trent’anni il più autorevole funzionario dell’Ufficio Affari Riservati, di fatto, il servizio segreto del Ministero dell’Interno. Bonario e spietato, curioso e discreto, Federico Umberto D’Amato è stato l’uomo di fiducia degli americani, lo spione di Botteghe Oscure, il primo civile ammesso alla Nato e, secondo i suoi accusatori, la figura dietro agli scandali finanziari, alle trame oscure e alle stragi che hanno attraversato il paese. Una vera e propria ombra del potere. Una figura che ha fatto delle informazioni un’affilata arma del potere. Il suo scopo sapere tutto di tutti soprattutto di quelli che il potere lo detengono.

Guatemala, Ríos Montt condannato ad 80 anni per il genocidio degli indigeni Maya Ixiles

foto: abc.es

Città del Guatemala (Guatemala) – Cinquanta anni per genocidio e trenta per crimini contro l'umanità. È questa la decisione – storica – presa due giorni fa dalla corte guatemalteca contro l'ex dittatore Efraín Ríos Montt (nella foto), 86 anni, che ha già reso nota la volontà di ricorrere in appello. Assolto, invece, l'ex capo dei servizi segreti, José Mauricio Rodríguez Sánchez. Presente al processo anche Rigoberta Menchú, che proprio per aver portato all'attenzione internazionale il genocidio fu insignita del Nobel per la pace nel 1992.

Avvenimento altrettanto storico è che a giudicare Montt sia stato un tribunale nazionale e non, come spesso avvenuto anche nella storia recente, un tribunale internazionale, così come l'aver dato - attraverso questa senteza - conferma a quanto denunciato dall'Onu e dalla Chiesa Cattolica: quanto avvenuto in Guatemala non fu solo una guerra civile durata più tre decenni (dal 1960 al 1996) ma un vero e proprio genocidio.

Iniziato a gennaio 2012, il processo verteva su 15 massacri – dei 266 iniziali - avvenuti durante i sedici mesi del regime nel dipartimento del Quiché, nordest del paese, dove furono massacrati dalla dittatura 1.771 indigeni Maya-Ixiles - di cui quasi la metà bambini tra zero e dodici anni - accusati dal regime di supportare la guerriglia di sinistra dell'Unidad Revolucionaria Nacional Guatemalteca (URNG).
Fondamentali, per la condanna definitiva, sono state le molte donne che hanno testimoniato sulle torture e soprattutto sugli stupri sistematici – 1.400 quelli oggetto del processo - che subivano, «prima dai soldati sani e solo alla fine da quelli ammalati di sifilide e gonorrea», come ha raccontato una donna all'epoca adolescente.

Montt, salito al potere con un colpo di stato militare il 23 marzo 1982 e sostituito, sedici mesi dopo, tramite un altro colpo di stato dei militari guidato dal generale ed ex ministro della Difesa Oscar Humberto Mejía Victores, pur continuando ad avere un ruolo di primo piano fino al suo ritiro a vita privata nel gennaio 2012, ha sempre negato ogni addebito sulle stragi, incolpando l'esercito, delle cui azioni non era sempre messo al corrente. Tesi che non può comunque essere completamente smentita alla luce della distruzione, avvenuta nel 1985, di tutti i documenti “compromettenti”, episodio che rende impossibile definire la reale catena di comando dei massacri, nella quale però forte fu la pressione esercitata su Montt da Ronald Reagan, allora Presidente degli Stati Uniti, volta ad evitare che il Centroamerica diventasse una delle basi del comunismo internazionale, che poteva contare già sul Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale del Nicaragua e su Fidel Castro a Cuba. 

"Fratelli Cecenia", gli attentatori di Boston tra ignoranza e strumentalizzazione

Tamerlan (a sinistra) e Dzokhar Tsarnaev (a destra)
foto: repubblica.it
Boston (Massachusetts, Usa) – È stata definita un nuovo 11 settembre da chi vi ha preso parte. Si è parlato – non senza evidente esagerazione giornalistica – di “strage”. Ma cosa è stato, davvero l'attentato della maratona di Boston dello scorso 16 aprile? Troppe le chiavi di lettura che sono state fornite nelle ore e nei giorni immediatamente successivi: il gesto di un folle, un attentato organizzato da movimenti anti-patriottici o troppo patriottici data la prossimità del Patriot Day, infine la pista internazionale, con la Cecenia diventata, per qualche giorno, il fulcro del nuovo asse del male, in attesa che – venuto meno lo sceicco del terrore e depotenziato il mad dog coreano – il mondo conosca nomi e città della nuova geografia del terrorismo internazionale.

Il primo ad essere stato incolpato delle bombe alla maratona di Boston è un ragazzo di 17 anni, Salah Barhoun, fa il maratoneta per la sua scuola. Era lì per guardare la corsa non potendovi prendere parte. La sua unica colpa? Avere la pelle nera, come rimarcherà inizialmente la CNN. Il riconoscimento sembra però più frutto del “denuncismo” della rete – le foto rilasciate dalle forze dell'ordine hanno, come di consueto, scatenato una dilettantistica caccia all'uomo - che non di attività investigativa propriamente detta. La matrice dell'attentato è, secondo le prime analisi, chiaramente internazionale. Per quale motivo rimarrà un mistero.
L'FBI infatti si corregge poco dopo, rilasciando un'altra foto. Due giovani di sesso maschile, razza caucasica, berretto da baseball in testa. Praticamente il 90% dei giovani statunitensi. La matrice dell'attentato diventa dunque interna. Sicuramente il gesto di un folle isolato o un'attentato a sfondo razzista. Il perché, anche in questo caso, rimane un mistero.

Così come un mistero rimane, allo stato delle cose, capire le motivazioni che hanno spinto due fratelli, Tamerlan e Dzokhar Tsarnaev a compiere l'attentato. Sono loro, stando alle nuove foto, i due giovani caucasici col berretto in testa. L'identificazione fotografica, che costituisce la prova principale del loro coinvolgimento, potrebbe però non essere poi così certa. Con i loro nomi che escono sui giornali, comunque, si chiude la caccia all'uomo. E si aprono gli interrogativi. I due – come scrive l'antropologa ed esperta di media Sarah Kendzior su Al Jazeera - diventano ben presto «il genere sbagliato di caucasici».

Segreto di Stato e diritto alla difesa. Corte Europea chiamata ad esprimersi sul caso Abu Omar

Strasburgo (Francia) – Unico condannato in via definitiva per favoreggiamento aggravato nel caso del sequestro di Abu Omar – l'ex imam di Milano prelevato da uomini della Cia e del Sismi il 17 settembre 2003 e trasferito in Egitto grazie alla extraordinary rendition - ora il colonnello Luciano Seno si rivolge alla Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo. Al centro della richiesta una questione destinata a far discutere e, probabilmente, a creare un precedente: il rapporto tra segreto di Stato e diritto alla difesa.

L'inchiesta scaturita dalla vicenda – qui riassunta dal Sole24Ore - condotta dai pubblici ministeri Armando Spataro e Ferdinando Enrico Pomarici, portò il 12 febbraio 2012 la IV sezione della Corte d'appello di Milano a condannare a dieci anni il generale Niccolò Pollari, all'epoca direttore dei servizi segreti militari italiani, a nove anni al vice Marco Mancini, e a sei anni gli agenti Giuseppe Ciorra, Raffaele Di Troia e Luciano Di Gregori, con risarcimento di un milione di euro per l'ex imam e di 500.000 euro per la moglie.

Al centro della richiesta una questione destinata a far discutere e, probabilmente, a creare un precedente: il rapporto tra segreto di Stato e diritto alla difesa.

Il colonnello ha dichiarato durante il procedimento di non potersi difendere dall'accusa di favoreggiamento per l'esistenza del segreto di Stato sugli interna corporis del Sismi, ed i giudici non hanno chiesto alla Presidenza del Consiglio di scioglierlo dal vincolo del silenzio, rendendo così impossibile la difesa. L'imputato è stato comunque condannato a due anni e otto mesi di reclusione «senza l'opportunità di provare la propria innocenza», come hanno evidenziato Enzo Cannizzaro, ordinario di Diritto Internazionale all'Università La Sapienza di Roma e l'avvocato Luigi Panella che rappresentano il colonnello Seno.
Se la Corte europea accetterà il reclamo, il procedimento potrebbe essere riaperto, portando ad una eventuale revisione della condanna.

Procedimento che viene osteggiato anche nei confini nazionali. La Corte Costituzionale ha infatti dichiarato ammissibile il ricorso presentato per conflitto di attribuzione dal governo nei confronti della Cassazione e della Corte d'appello. Al centro ancora il segreto di Stato. Il governo ha infatti presentato ricorso dopo che la Cassazione, lo scorso 19 settembre, ha annullato i proscioglimenti per gli indagati, rinviando ad un nuovo processo d'appello.

"Disposition Matrix”: i giochi di guerra dell'amministrazione Obama 

Obama con il nuovo capo della Cia, John Brennan (foto: whec.com)

Washington (Stati Uniti) - Il rapporto tra industria militare – legata indissolubilmente a quella delle armi – e industria dei videogiochi è in qualche modo circolare. Se, infatti, i primi simulatori arrivano proprio dal mondo militare che ha poi fornito esperti allo sviluppo commerciale del settore, non è un mistero che oggi il flusso si sia invertito, con il mondo militare a beneficiare della diffusione dei giochi a carattere bellico nel mondo civile. L'idea è semplice: organizzare la violenza e l'eccesso di adrenalina che può venir fuori da giochi simili – è bene ricordare l'assenza di studi che confermino il legame tra videogiochi e violenza – tentando di mettere una divisa addosso ai videogiocatori più coinvolti, forti anche della recessione economica con la quale è diminuita una fuga di massa che nel biennio 2007-2008 è arrivata – come scrive il Telegraph nell'aprile 2011[1] – a toccare quota 15.000 soldati all'anno che decidevano di rientrare nel mercato del lavoro civile. Dal mondo civile a quello militare si passa attraverso l'addestramento dove, come scrivono Barry Meier ed Andrew Martin nell'articolo del New York Times[2], massiccio sta diventando negli ultimi anni l'uso di giochi come Call of Duty o una versione riadattata alle esigenze di Doom della id Software – il gioco a cui giocavano Eric Harris e Dylan Klebold, artefici della strage alla Columbine High School – nel quale mostri e armi di fantasia venngono sostituiti con rappresentazioni di armi reali ed esseri umani. Reclutare ed addestrare attraverso un linguaggio che si pone esattamente al centro tra il mondo civile dei videogiocatori e quello militare dei corpi d'élite da questi impersonati attraverso i joystick.

Un esempio di come il mondo della guerra virtuale si stia avvicinando a quello reale
EA Medal of Honor - MOH Experience 2: Gunfighters

Collateral Murder - Wikileaks - Iraq

La sintesi perfetta arriverebbe da un posto a pochi chilometri da Clovin, New Mexico, dove si trova la Cannon Air Force Base, una delle sedi dell'aeronautica militare americana. È da qui che partono i famigerati droni, al secolo “aeromobile a pilotaggio remoto”. Per guidarli non serve nient'altro che un joystick, come quelli che si usavano fino a non troppi anni fa nelle sale giochi. Un modo di fare la guerra sicuramente meno pericoloso per i militari. Finito il turno al joystick, infatti, quelli del New Mexico si alzano, si mettono in auto, e tornano dalle loro famiglie. Con gli stessi dubbi etici di chi sta in prima linea.

“Crackdown Occupy”. Come la finanza ha guidato il pugno di ferro contro OccupyWallStreet

Il Federal Bureau of Investigation ha contrastato il movimento OccupyWallStreet trattandolo come una cellula terroristica dormiente sul suolo americano. È quanto emerge da documenti parzialmente desecretati e resi disponibili dal Partnership for Civil Justice Fund dai quali risulta come, per combattere il dissenso anti-capitalista di Zuccotti Park, si siano utilizzate strategie e collegamenti dello spionaggio antiterrorista. Con le grandi corporation economiche e finanziarie a giocare un ruolo fondamentale.

fonte: adbusters.org

Washington (Stati Uniti) – L'Fbi ha scatenato una guerra contro il movimento Occupy, tanto da definire la necessità di «un piano per ucciderne la leadership attraverso l'uso di fucili da cecchino».


Screenshot del documento FBI-OWS 7-1175251-001, pagina 61

È quanto emerge dalle ricostruzioni giornalistiche e della rete dopo il rilascio di alcuni documenti fortemente censurati della polizia federale americana alla fine di dicembre[1] e messi a disposizione dal Partnership for Civil Justice Fund (da ora, per brevità, PCJF) che ne aveva fatto più volte richiesta tramite il Freedom of Information Act che «obbliga la pubblica amministrazione a rendere pubblici i propri atti e rende possibile a tutti i cittadini di chiedere conto delle scelte e dei risultati del lavoro amministrativo». Ma nei frammenti di 112 pagine che Mara Verheyden-Hilliard - direttrice esecutiva del PCJF – definisce «la punta dell'iceberg»[2] – c'è scritto chi ha realmente gestito, e come, il pugno di ferro (crackdown, secondo la Verheyden-Hilliard[3]) contro il movimento di protesta. Non limitandosi ai soli cecchini.

Possono gli Stati Uniti definire protesta sociale (derivante dagli alti livelli di disoccupazione, secondo le preoccupazioni dell'Fbi della Florida) e terrorismo - internazionale e nazionale - sullo stesso livello di pericolosità, in particolare se quei movimenti di protesta sono più volte richiamati nei documenti come «non violenti»? Possono quegli stessi Stati Uniti permettere che, in nome della “guerra al terrorismo” lanciata dall'amministrazione Bush ed incrementata sotto Barack Obama, il Federal Bureau of Investigation si trasformi in «un'agenzia d'intelligence de facto di Wall Street e di Corporate America» (cioè l'insieme delle grandi holding statunitensi, ndr[4])?

Nazisti, hackers, terroristi e manifestanti. In un documento datato 9 dicembre 2011 si parla di un incontro tenutosi due giorni prima nel quale due analisti appartenenti al Field Intelligence Group di Memphis - i cui nomi rimangono segretati - hanno presentato un powerpoint sulle minacce terroristiche da porre all'attenzione del Joint Terrorism Task Force (una partnership tra varie agenzie, tra cui l'Fbi e il Dipartimento per la Sicurezza Interna, nata per fronteggiare il terrorismo interno ed internazionale dopo l'11 settembre). Insieme alla minaccia neonazista dell'Aryan Nation[5] e a quella terroristica portata dalla diffusione di Inspire[6], il primo magazine in lingua inglese realizzato da Al Qaeda nella penisola araba - la versione yemenita del gruppo terroristico - si trovano il gruppo di hackers di Anonymous ed il movimento di Occupy Wall Street.
Se le prime tre sono - nell'ottica statunitense - preoccupazioni condivisibili, può apparire meno comprensibile l'inserimento in questa lista anche del movimento di Zuccotti Park. A meno di non tornare di nuovo a leggere le carte. Al di là dell'”effetto” cecchino.

L'operazione "Pillar of Defence" porta all'invasione di Gaza?

 La guerra tra Israele e Palestina a colpi di internet.
Fonte: tg24.sky.it

Striscia di Gaza (Palestina) – È giovedì 8 novembre. Militari israeliani invadono la Striscia di Gaza. Nello scontro a fuoco che ne deriva i militari occupanti uccidono un bambino di 12 anni. Poco dopo militanti palestinesi hanno fatto saltare in aria un tunnel lungo il confine e lanciato un missile anti-carro contro la jeep di una pattuglia israeliana, ferendo un militare. La risposta israeliana è stata la solita: bombardamenti a tappeto nella Striscia che, in quattro giorni, hanno già portato a 42 vittime palestinesi, cifra non ufficiale ed in continua evoluzione[1]. Tra questi, l'omicidio politicamente più rilevante rimane quello di Ahmad Al Jabari, comandante dell'ala militare di Hamas, la cui macchina è stata bombardata nell'area di Thalatin, ad est di Gaza City.

Inizia così, come riporta l'agenzia internazionale Inter Press Service[2], l'operazione “Pillar of Defence” (“Pilastro di Difesa” in italiano). Fin dai primi bombardamenti israeliani gli ospedali di Gaza sono tornati ad essere in emergenza, resa meno grave solo grazie all'apertura del valico di Rafah da parte delle autorità egiziane che hanno permesso di trasferire alcuni feriti negli ospedali del paese.

Le reazioni internazionali. Nello scenario che si sta delineando, sempre più importante sembra diventare il ruolo dell'Egitto di Mohamed Morsi, alle prese con la prima crisi internazionale da quando è stato eletto presidente lo scorso giugno. Sarà una decisione non certo semplice a delineare il ruolo internazionale egiziano sotto la sua presidenza, stretta tra il trattato di pace con Israele in vigore ormai da trent'anni e la vicinanza dei Fratelli Musulmani – di cui il governo Morsi è espressione – con i palestinesi di Hamas.
La condanna verso l'offensiva israeliana, definita «un'aggressione contro l'umanità», è stata solo il livello minimo dell'indignazione, alla quale è però seguita la visita di sole tre ore del primo ministro Hisham Qandil nella Striscia di Gaza. Secondo gli analisti, questo episodio potrebbe essere letto come il primo segno di una diversa impostazione dei rapporti con Israele, in netto contrasto con la politica tenuta da Hosni Mubarak, accusato di eccessivo squilibrio verso le posizioni israelo-statunitensi nell'area. Durante l'operazione “Piombo Fuso” del 2008 - di cui molti commentatori, anche a livello internazionale, temono una riedizione – l'allora presidente chiuse il confine con Gaza e venendo fortemente criticato per questo proprio dalla Fratellanza Musulmana, che adesso ha la possibilità di cancellare gli errori contestati a Mubarak.

I "fantastici cinque", i taleban che salveranno l'America (ma non l'Afghanistan)

Continua da qui:
Se Karzai (e gli U.S.A.) riabilitano i taleban

foto: andyworthington.co.uk/

Kabul (Afghanistan) - Sono in molti a chiedere che la blacklist afghana venga cancellata in toto, rimettendo così nella lista dei “good guys” - in una rivisitazione della famosa massima di Franklin Delano Roosvelt su Anastasio Somoza - i circa 140 afghani ancora accusati di avere legami con Al Quaeda inseriti nella cosiddetta “lista 1267”, dal nome della risoluzione delle Nazioni Unite del 1999 con la quale è stato definito il sistema di sanzioni – anche di natura economico-finanziaria – verso tutti i conniventi con il gruppo di Bin Laden e che, allo stato attuale, contiene ancora circa 450 nomi. Ma chi sono i "fantastici cinque" che l'America libererà?

Guantánamo file US9AF-000007DP: Mullah Mohammad Fazl, conosciuto anche come Ahmad Fazl, Mazloom Fazl o Haji Fazl Akhund; nato a Sekzi nel distretto di Charchineh, provincia dell'Uruzgan nel 1967. Vicino al mullah Muhammad Omar, Fazl è stato il Capo di Stato Maggiore nel nord dell'Afghanistan ed ex ministro della difesa taleban. È accusato di connivenze con Al-Quaeda, il Movimento Islamico dell'Uzbekistan, il gruppo ultraradicale Hezb-e-Islami di Gulbuddin Hekmatyar – uno dei più potenti warlords afghani - e con un gruppo anti-coalizione denominato Harakat-i-Inquilab-i-Islami.
Considerato un detenuto “ad alto rischio”, è stato individuato come uno dei responsabili del massacro di migliaia di hazara - la minoranza sciita - tra il 1998 ed il 2001 e dell'uccisione dell'agente della Central Intelligence Agency Johnny Michael Spann nel 2001, durante la rivolta talebana nella fortezza di Qala-i-Jangi (“fortezzza della guerra” in afghano), fuori la città di Mazar-i-Sharif, nel nord del Paese. Spann è considerato la prima vittima americana della guerra afghana.
A fine novembre 2001 Fazl si arrende al generale Abdul Rashid Dostum dell'Alleanza del Nord insieme al mullah Norullah Noori e Abdullah Gulam Rasoul. Un anno dopo, l'11 gennaio 2002, viene trasferito a Guantánamo. Se rilasciato, avverte il dossier a suo nome nella prigione dell'isola cubana, potrebbe tornare nelle fila dei taleban (dei quali fa parte fin dal 1995) sfruttando il vasto potere – basato anche sul traffico di droga - e le ingenti risorse finanziarie a sua disposizione già ai tempi del suo ruolo politico-militare nell'organizzazione. Conti a lui riferibili sono stati congelati presso la al-Taqwa Bank (“Timore di Dio” in arabo), fondata nel 1988 da alcuni leader della Fratellanza Musulmana con uffici in Lichtenstein, Svizzera, Bahamas ed Italia, accusata dagli Stati Uniti di essere una tra le prime finanziatrici del terrorismo islamico di cui riciclerebbe il denaro. Il Consiglio di Amministrazione della banca ha sempre negato ogni collegamento di questo tipo.

Se Karzai (e gli U.S.A.) riabilitano i taleban

foto:  journalism.co.uk

Kabul (Afghanistan) – La notizia era nell'aria già da molto tempo, con i primi rumors registrati già tra il 2009 ed il 2010. Adesso però è arrivata la conferma direttamente dal presidente afghano Hamid Karzai, che lo scorso 25 settembre ha chiesto alle Nazioni Unite di cancellare i nomi dei leader taleban dalla “blacklist” antiterrorismo, al fine di poter avviare gli accordi di pace che pongano fine alla guerra afghana. «La nostra mano per la riconciliazione rimane tesa non solo per i talebani ma anche per i membri di tutti i gruppi armati che desiderano tornare ad una vita degna, pacifica ed indipendente nella loro terra» ha detto il presidente, il quale ha chiesto «semplicemente ai nostri interlocutori di mettere fine alla violenza, rompere con le reti terroristiche, conservare le conquiste dell'ultimo decennio e rispettare la Costituzione».

Che la si chiami “trattativa di pace”, “resa”, “sconfitta” o in qualunque altro modo una cosa è certa: senza gli studenti delle scuole coraniche nessun Afghanistan è possibile se non quello caotico che ha rappresentato la storia recente del Paese trasformando la campagna americana – denominata “Enduring Freedom” - in un pantano simile, e per certi versi peggiore, di quel che fu il Vietnam tra il 1960 ed il 1975[1]. Al di là delle dichiarazioni rimane da capire se il ruolo a cui i taleban sono destinati nel nuovo Afghanistan sarà solo nel o, in un ritorno al passato, di potere. Ammettendo che negli anni del conflitto lo abbiano effettivamente perso, quel potere. Perché se una cosa è certa, nell'attuale instabilità afghana, è che il governo non sarebbe assolutamente in grado di reggere il paese in autonomia, anche a causa del crollo di credibilità dovuto alla frode elettorale delle elezioni presidenziali e parlamentari del 2009 e 2010 il cui trend continua ad essere negativo.

L'accordo di Doha. Sarebbe ingenuo pensare che le dichiarazioni di Karzai arrivino dal nulla o da una estemporanea consapevolezza personale. L'annuncio dell'apertura dei negoziati di pace – o della sconfitta per le forze della coalizione, a voler leggere il rovescio della medaglia – arriva a negoziati già avviati. Scenario delle trattative è il Qatar, ormai proiettato ad un ruolo di primo piano nelle relazioni finanziarie, economiche e geopolitiche mondiali (tanto che il sessantenne emiro Sheikh Hamad bin Khalifa Al Thani, noto anche come “l'Henry Kissinger arabo” può permettersi di ”acquistare” le banlieue[2], dando vita ad un precedente di delocalizzazione politico-economica tanto interessante quanto inquietante).

HSBC, la banca che lava il denaro di cartelli della droga e terroristi

foto: mexicalia.wordpress.com
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/hsbc-la-banca-che-lava-il-denaro-di-cartelli-della-droga-e-terroristi/29572/

Città del Messico (Messico) – HSBC Holdings, Hongkong & Shanghai Banking Corporation. È la più grande banca europea per valore di mercato. Sede a Londra e 7.200 filiali sparse in 80 paesi, «l'unica banca locale presente in tutto il mondo» - come recita la sua pubblicità – ed un utile netto che lo scorso anno si è attestato a 16,8 miliardi di dollari.

Peccato che in quei 16,8 miliardi siano compresi i 600.000 travelers cheques quotidiani giapponesi, firmati in maniera illegibile e poi girati a commercianti russi del settore dell'auto o il denaro frutto degli affari con la Al Rajhi Bank, istituto che la Cia ha più volte accusato di finanziare il terrorismo islamico tra Indonesia, Afghanistan e Pakistan.
Ma, soprattutto, ci sono gli oltre 7 miliardi di dollari che tra il 2007 ed il 2008 sono stati “lavati” dai cartelli della droga messicani nei conti della HBMX, filiale locale del gruppo o attraverso Bital[1], istituto bancario acquistato nel 2002 dal gruppo londinese ed interessato da un'operazione - denominata “Casablanca” - che ha coinvolto la Drug Enforcement Administration, l'Fbi ed il Tesoro americano.

«Quello della HSBC» - evidenzia Tom Coburn, membro della Commissione d'inchiesta permanente del Senato americano in un articolo pubblicato da Claudio Gatti sul Sole24Ore[2] - «non è una, seppur grave, anomalia. Perché Citybank, Bank of America (dove un conto era riferibile al cartello dei Los Zetas, che riciclava il denaro attraverso la compravendita di cavalli, utilizzando l'istituto come banca d'appoggio, ndr[3]), Wachovia, Western Union ed altri istituti finanziari sono stati recentemente oggetto delle autorità federali per possibili attività di riciclaggio di denaro».

«Ci rendiamo conto che in passato abbiamo talvolta mancato di rispettare gli standard che i regolatori e i clienti si aspettano da noi. Ci scusiamo, ci rendiamo conto di questi sbagli, siamo pronti a rispondere delle nostre azioni e ci impegniamo a raddrizzare ciò che è andato storto» - scrive in una nota la banca che attraverso David Bagley – direttore dal 2002 dell'organo di controllo interno – ha di fatto dato l'ufficialità al necessario cambio ai vertici dal quale però le autorità di vigilanza americane non sono così convinte, considerando che segnalazioni che la banca fosse attiva nel campo del riciclaggio sono arrivate da alcune agenzie di vigilanza e dalla Federal Reserve nel 2003 e nel 2010.

Se è certa la responsabilità delle filiali nel riciclaggio – sottolineata nelle 345 pagine del suo rapporto finale - la Commissione d'inchiesta ha di fatto parlato di una responsabilità diretta anche dei vertici londinesi, che per anni hanno concesso l'apertura presso la filiale delle isole Cayman (dove ci sarebbero 51 mila clienti, zero uffici e zero dipendenti) di oltre duemila conti a società anonime e con azioni al portatore, «un classico strumento utilizzato da evasori fiscali e riciclatori di denaro», ricorda Gatti.

«In un'era di terrorismo internazionale, di violenza per droga per le strade e al confine e di crimine organizzato» - ha detto il senatore Carl Levin, responsabile della Commissione d'inchiesta - «è imperativo fermare i flussi di quel denaro che fomenta queste atrocità».

Note
[1] Bital incurrió en operaciones de lavado antes de ser vendido di Israel Rodríguez J., La Jornada, 20 luglio 2012;
[2] La ragnatela di Hsbc tra narcos e terroristi di Claudio Gatti, Il Sole24Ore, 21 luglio 2012;
[3] Usaron Los Zetas a Bank of America para lavar dinero: The Wall Street Journal, historiasdelnarco.com, 9 luglio 2012

Tra "biscotti" e cani randagi, Mahmoud Sarsak rimane illegalmente nelle carceri israeliane

foto: baruda.net
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/tra-biscotti-e-cani-randagi-mahmoud-sarsak-rimane-illegalmente-nelle-carceri-israeliane/28679/#prettyPhoto

Striscia di Gaza (Palestina), 16 giugno 2012 – Mentre l'Italia si interroga sul “biscotto croato-spagnolo”, reiterando così quella vecchia abitudine del dare la colpa dei propri fallimenti (sportivi e non) a complotti altrui piuttosto che a demeriti propri e che poco ha a che fare con il concetto di sportività, c'è un giocatore che rischia di morire.

No, niente episodi di violenza calcistica né di tifosi difficilmente etichettabili come tali.
Lui si chiama Mahmoud Sarsak, è un calciatore professionista palestinese (gioca anche in nazionale) di 25 anni, detenuto illegalmente nelle carceri israeliane dal 2009. Da ormai novantadue giorni è in sciopero della fame contro quella che in Israele si chiama “detenzione amministrativa”, un atto che permette agli israeliani di detenere Mahmoud senza che contro di lui – o contro altri palestinesi sottoposti a questo regime carcerario – sia stata mossa alcuna accusa o sia stato portato davanti ad una corte per essere processato.

La storia. Mahmoud viene arrestato il 22 luglio del 2009 a Beit Hanoun, valico nord della Striscia di Gaza mentre si dirigeva – con tanto di autorizzazione concessa dagli israeliani a poter oltrepassare il valico – nella West Bank per firmare un contratto con il Balata Youth Club semplicemente sulla base di un sospetto, a cui gli israeliani hanno dato il nome di “legge dei combattenti illegali” e che permette di detenere gli abitanti della striscia in maniera illegale, senza che se ne conoscano le ragioni e senza una data prevista per la scarcerazione. Il calciatore è infatti accusato di appartenere al Jihad Islam, nonostante Israele non sia in grado di produrre alcuna prova di tali accuse.
Come molti suoi connazionali, Mahmoud ha iniziato una protesta attraverso lo sciopero della fame, che ormai si protrae da 92 giorni, con tutti i rischi che ciò comporta. Secondo fonti mediche, infatti, ha perso 25 chili, sviene spesso ed il battito cardiaco si fa sempre più debole. Questa protesta gli ha portato inoltre gravi danni ad alcuni organi, così da interrompere il suo sogno di indossare la magia del suo paese in una competizione internazionale (che nel caso della Palestina significa anche portare all'attenzione internazionale anche il problema del conflitto israelo-palestinese).
Insieme a lui, le carceri israeliane detengono altre 4.600 persone, di cui circa 300 sottoposti a “detenzione amministrativa” e molti bambini, che vengono arrestati (spesso solo per aver lanciato un sasso), torturati e sottoposti ad elettroshock.

"Chiamiamola tortura". Campagna per l'introduzione del reato di tortura nell'ordinamento giuridico italiano

In Italia la tortura non è reato. In assenza del crimine di tortura non resta che l’impunità.
La violenza di un pubblico ufficiale nei confronti di un cittadino non è una violenza privata. Riguarda tutti noi, poiché è messa in atto da colui che dovrebbe invece tutelarci, da liberi e da detenuti.
Sono venticinque anni che l’Italia è inadempiente rispetto a quanto richiesto dalla Convezione contro la tortura delle Nazioni Unite, che il nostro Paese ha ratificato: prevedere il crimine di tortura all’interno degli ordinamenti dei singoli Paesi.
Quanto accaduto nel 2001 alla scuola Diaz ha ricordato a tutti che la tortura non riguarda solo luoghi lontani ma anche le nostre grandi democrazie. Il caso di Stefano Cucchi, la recente sentenza di un giudice di Asti e tanti altri episodi dimostrano che riguarda anche l’Italia.
Per questo chiediamo al Parlamento di approvare subito una legge che introduca il crimine di tortura nel nostro codice penale, riproducendo la stessa definizione presente nel Trattato Onu. Una sola norma già scritta in un atto internazionale. Per approvarla ci vuole molto poco.


Per aderire:
segreteria@associazioneantigone.it oppure clicca qui

Se uno mette una bomba, il fatto costituisce reato. Se vengono messe cento bombe, diventa un'azione politica

«Se uno lancia un sasso, il fatto costituisce reato. Se vengono lanciati mille sassi, diventa un'azione politica. Se si dà fuoco a una macchina, il fatto costituisce reato. Se invece si bruciano centinaia di macchine, diventa un'azione politica».

Questa è probabilmente la più famosa frase di Ulrike Marie Meinhof, fondatrice – insieme ad Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Horst Mahler – della Rote Armee Fraktion (Raf) e, prima ancora, giornalista della sinistra radicale tedesca.
Mi è tornata in mente in questi ultimi giorni, mentre i nostri quotidiani ci riportavano le preoccupazioni di una Camusso che, forse per la prima volta, si preoccupava di quel che avviene nel paese reale, dal quale la classe dirigente – politica, imprenditoriale e sì, anche sindacale – è ormai distaccata da tempo. Quel «rischio concreto di tensioni sociali nei prossimi mesi»[1] come ha scritto sul suo profilo twitter.

Le tensioni sociali dei prossimi mesi, infatti, sono già arrivate, checché i sindacati ne possano pensare. Sono nelle proteste degli operai Fincantieri in Sicilia o a Genova, sono negli operai della Cantieri Navali Trapani che hanno occupato una petroliera a pochi giorni dal Natale[2], tanto per citare alcuni degli ultimi casi di proteste di cui ci siamo occupati.
Sono, soprattutto, nelle bombe alle sedi di Equitalia. «Se Equitalia è diventata un bersaglio bisognerebbe capirne le ragioni oltre che condannare le violenze», aveva scritto Beppe Grillo sul suo blog, seguito – a ruota – dal deputato del Pdl Giorgio Stracquadanio, che aveva paragonato il metodo usato dall'agenzia a quello del pizzo della criminalità organizzata.
Parliamo chiaro e – come si dice – fuori dai denti: a chiamarlo “pizzo” è stato Stracquadanio, ma credo sia almeno metà del paese (diciamo più o meno tutte e tutti coloro che si sono trovati a fare i conti con le “cartelle pazze”?) a pensare la stessa cosa.
Perché anche solo a leggere i titoli dei giornali di questi ultimi tempi, diventa difficile chiamare la cosa in altro modo.

«Perde la casa per 63 euro. Vittima un malato di Alzheimer. L'appartamento messo all'asta e acquistato, grazie alla segnalazione di una talpa interna», scrivevano Giuseppe Filetto e Marco Preve sull'edizione di Genova di Repubblica il 28 gennaio 2011[3]. «Cagliari, cartella-beffa di Equitalia. Debito da 5 centesimi, conto di 62 euro», scriveva l'Unione Sarda lo scorso 16 dicembre[4]. E con titoli così negli ultimi tempi – per colpa di Equitalia o della più generale crisi economica – si potrebbero riempire intere edizioni dei quotidiani. Perché al di là degli slogan, la crisi la stiamo pagando noi (come d'altronde era facilmente immaginabile). Ed il conto davvero salato credo ancora non sia arrivato.

Sri Lanka's killing fields


Qui per chi avesse problemi di visualizzazione: http://www.channel4.com/programmes/sri-lankas-killing-fields/4od#3200170

Stando a quanto scrive il quotidiano britannico "The Independent" e a quanto più volte ribadito anche all'interno del servizio andato in onda ieri sera sul canale britannico Channel 4, bisogna informare che le immagini presenti sono immagini da non far vedere ai deboli di stomaco. Sono "semplicemente" immagini di guerra. Anzi: immagini di crimini di guerra, quella guerra che si è combattuta - nel disinteresse generale - in Sri Lanka tra il 1983 ed il 2009 tra il Fronte di Liberazione Tamil (le "Tigri") e l'esercito regolare. Dicono che le Tigri siano state la scintilla che ha dato il via al terrorismo moderno nonché esempio per quei terroristi di ci ci raccontano le cronache quotidiane occidentali. Quel che si vede, però, è qualcosa di ben diverso. Perché al di là della costruzione mediatico-hollywoodiana che se ne può dare ai telespettatori, in una guerra è difficile capire chi è il bene e chi il male, e quel che noi definiamo "terrorista" può per qualcun altro essere solo colui (o colei) che difende la propria terra da una illegittima invasione straniera. Meen erhabi? "Chi è il terrorista?" Si chiede il gruppo rap palestinese dei DAM. Già, chi è il terrorista?

Secondo alcuni questo video non doveva essere mandato in onda, tante e tali sono le crudeltà e la violenza che per suo tramite vengono mostrate. Ma - ripeto - sono immagini di una guerra, che la si voglia declinare come "guerra civile" fa poca differenza e, come direbbe Robert Fisk, dato che i governi possono vederle anche la gente comune deve poter vedere il vero volto della guerra...

High School Jihad

I reclutatori in questo campo profughi afghano non aspettano che i bambini si diplomino prima di inviarli al fronte

Questo articolo è comparso su Newsweek con il titolo "The Jihadi High School" il 2 maggio 2011. La firma è di Ron Moreau

Il giovane afghano odia la sua nuova scuola nella città pakistana di Peshawar. «I miei compagni di classe parlano solo di ragazze e film» si lamenta.
Un alto, magro diciassettenne con la barba appena accennata che provava nostalgia per la vecchia scuola che frequentava a poche miglia di distanza nel campo profughi afghano conosciuto come Shamshatoo.
Suo padre lo ha tirato fuori da lì lo scorso autunno, dopo aver tardivamente scoperto che la scuola era effettivamente un centro di reclutamento degli insorti. Chiedendo di essere chiamato Wahid Khan, il ragazzo ricorda con piacere le assemblee del mattino in cui gli insegnanti lodavano la bellezza della jihad e raccontavano la lunga storia di resistenza dell'Afghanistan agli occupanti stranieri. Lui ricorda i messaggi scarabocchiati sulla lavagna delle classi superiori: “Per unirsi alla Jihad, l'Ordine di Allah Onnipotente, chiama questo numero” eQuelli che vogliono ripagare il debito con Dio, prendano questo numero”.
Quando finì la scuola lo scorso giugno il ragazzo ha colto al volo l'invito ed ha trascorso gran parte dell'estate in un campo di addestramento degli insorti in Afghanistan. Aveva appena finito la classe decima. Suo padre, un ex insegnante di Kabul, si batte per dar da mangiare alla propria famiglia con non più di cento dollari al mese, facendo un lavoro massacrante in un forno vicino Peshawar. Vuol dare a suo figlio una vita migliore. Ma il ragazzo ha altre idee. Non appena quest'anno scolastico finirà sta progettando di tornare in Afghanistan per completare l'addestramento per la guerra contro gli americani. «I miei genitori vivono solo per sopravvivere» dice. «Il mio obiettivo è una vita onorabile agli occhi di Dio – e questo significa jihad».

Centinaia di ragazzi come Khan si sono uniti agli insorti di Shamshatoo negli ultimi anni, e con il ritorno della primavera, forze fresche sono pronte ad attraversare ancora una volta il confine con il Pakistan. «La ragione per cui Dio ha portato la nostra famiglia a Shamshatoo era che voleva che diventassi uno jihaidista», dice un altro residente del campo, un ventenne dai capelli selvaggi e le spalle larghe che si fa chiamare Waliullah. Aveva l'abitudine di scrivere appassionate poesie d'amore, ed il suo sogno era quello di ottenere un master in letteratura Pashto. Ma la sua famiglia si è trasferita a Shamshatoo cinque anni fa, quando lui aveva quindici anni, ed ora si sta preparando per partire per la sua terza estate di combattimenti contro gli americani in Afghanistan.

Sulla tortura. Processo alla civiltà democratica


«Venganza». «Vendetta». È questa la definizione - più o meno - condivisa nel dibattito spagnolo in merito all'"affaire Bin Laden". È stata la mossa migliore eliminarlo dopo averlo a lungo cercato (operazioni "Search&Destroy" si chiamano in gergo) o forse sarebbe stato meglio - nell'ottica europea, patria dei "diritti umani universali" - prenderlo vivo e processarlo dinanzi alla Corte di Giustizia de L'Aja?
Nel dibattito mondiale le domande sull'operazione che ha portato al supposto (dato che non sono ancora state divulgate prove effettivamente valide) omicidio dello sceicco del terrore è in pieno svolgimento. A rinfocolare un dibattito ancora nel vivo ci hanno pensato le ultime rivelazioni dei media, che ormai danno per certo che tutto sia partito dalle confessioni - estorte con la tortura - di un detenuto "di lusso" di Guantánamo Bay: Khaled Sheik Mohammed, considerato la mente degli attacchi aerei dell'11 settembre.

Prima di addentrarci nello specifico, però, è opportuno ricordare che il Khaled Sheik Mohammed è la stessa persona arrestata in Pakistan nel 2003 e soggiornante presso il "carcere" di Guantánamo dal 2006, peraltro in stato di assoluto isolamento. Come è possibile, dunque, che una persona esclusa dalle dinamiche quaediste da cinque anni in territorio cubano-statunitense conosca quel che avviene in Pakistan, non esattamente dietro l'angolo? Qui esistono - a mio modo di vedere - tre ipotesi fattibili: a) Osama Bin Laden è da anni in Pakistan (ed a questo punto si potrebbe discutere se i governi di Pervez Musharraf e di Yousaf Raza Gillani succedutisi in questo decennio ne fossero al corrente o meno); b) l'isolamento di Guantánamo non è poi così "isolato" e dunque le notizie nel network quaedista circolano tranquillamente anche tra i detenuti; c) quella della confessione è una notizia farlocca venduta ai giornalisti per chiudere la faccenda.

Quel che comunque fa discutere in America ed in Gran Bretagna - dove ormai da anni ci si interroga sui risvolti etici e morali dei conflitti - è se sia stato giusto o meno utilizzare metodi di tortura per estorcere le informazioni che hanno portato all'eliminazione del nemico pubblico numero uno. Insomma, la questione è delle più classiche: il fine giustifica i mezzi?

In memory of Osama Bin Laden...delle parole e del mistero della foto falsa


Osama Bin Laden è stato ucciso. Lo ha annunciato in conferenza stampa il Presidente Barack Obama. Ma la morte dello "sceicco del terrore" e capo del network terroristico di Al Quaeda in circa dieci anni di conflitto è stata annunciata già troppe volte per essere presa come notizia "indiscutibile". Infatti, anche questa volta...
Quella qui sopra è la foto che "ufficializza" la notizia: Osama Bin Laden - lo "sceicco del terrore" - è morto. C'è addirittura l'intervento del Presidente Barack Obama a rendere ancor più vera la notizia. Ma è davvero così? Bin Laden è davvero morto questa volta?

A voler essere onesti, ormai dovremmo aver perso il conto di tutte le volte in cui hanno annunciato la morte dello sceicco ma, come - giustamente - potrebbe obiettare qualcuno, questa volta c'è una prova inconfutabile: un'immagine.
E qui il primo "scoop": la fonte è Maso Notarianni (dunque PeaceReporter, "circuito" Emergency e per questo una fonte "al di sopra di ogni sospetto"...più o meno) - che ci racconta che quella foto è un falso. Palese.
Il file sarebbe stato salvato - dal sito "unconfirmedsources"- come "20060923-torturedosama.jpg" e dunque risalirebbe addirittura al 23 settembre del 2006. Se questo è vero, se - cioè - questa fotografia risale al 2006, torna in auge in tutt'altra ottica quanto sosteneva nel 2007 l'ex Primo Ministro pakistano Benazir Bhutto:
secondo la quale, appunto, lo sceicco sarebbe stato assassinato ben prima della sua cattura ad Abbotabad, nella zona nord del Pakistan, annunciata nelle scorse ore.
Delle due l'una: o Maso Notarianni ha preso una cantonata - rimettendo dunque in discussione la "credibilità" di una fonte come PeaceReporter e, dunque, di tutto il "circuito mediatico" di Emergency - oppure gli americani, coadiuvati dai media mainstream, ci stanno raccontando l'ennesima menzogna.

Poi c'è quel salvataggio: "torturedosama". Anche chi con l'inglese ci litiga da sempre arriva facilmente a capire cosa significhino quelle due parole: "Osama torturato". "Da chi?", "Quando?", "Dove?" mi sembrano le domande minime da dover fare in questo caso. Perché se "Osama è stato torturato" allora ci dovrà essere per forza un torturatore, ed altrettanto naturalmente ci saranno stati un tempo ed un luogo in cui tali torture sono state perpetrate. Abbozzare delle risposte - che comunque non troverebbero conferma - su tempi e luoghi è inutile. Un po' meno probabilmente è tentare di dare risposte sulla paternità delle (eventuali) torture. Chi avrebbe - il condizionale è d'obbligo - torturato lo sceicco del terrore? Gli americani, che dunque lo avrebbero già in consegna da anni ed userebbero dei "fake", dei fantocci per perpetrare l'occupazione del suolo afghano (e non sarà certo questa foto a far tornare a casa le truppe, dato che la "guerra al terrore" e l'occupazione sono due cose separate...)?

Un venerdì come tanti - fotoracconto dalla Palestina (da FreePalestine)

A Capodanno una delegazione di FreePalestine si è recata nei Territori Occupati. Questo il loro (foto)racconto.


Siamo partit* in quattro di Free Palestine Roma ma all’aereoporto di Tel Aviv due di noi sono stati fermati e successivamente rimpatriati con un’espulsione per 5 anni. L’arbitrarietà e l’arroganza con cui questo è avvenuto sono tipici di Israele. La motivazione è stata che una dei due era stata già stata espulsa in aprile (cosa non vera perchè era stata fermata a casa di una signora sotto sgombero, ma aveva ricevuto solo un’ammonizione a stare fuori da quella zona per una settimana ma non un’espulsione) e per lui perchè viaggiavano insieme.

Con una buona dose di incazzatura siamo arrivate nella casa rimasta tagliata fuori dal muro che in quel punto separa la zona di Betlemme da quella di Gerusalemme, tutta la vita degli abitanto di questa casa la famiglia, il lavoro, sono al di là del check point. Questo chech point in 10 gg l’abbiamo passato tantissime volte, mettendoci ore o minuti a discrezione del soldato di guardia. Da una parte si esce a piedi e da una parte in macchina.

Dopo le 10 di sera, dalla parte pedonale, quasi sempre la guardia fa finta di non esserci, così aspetti un’ora chiamando inutilmente prima che qualcuno decida di premere il pulsante che apre il primo tornello e da’ accesso alla zona del metal detector, dove perdi almeno altri 10 minuti perchè continua a suonare e tu non sai più che cazzo devi toglierti .. I palestinesi devono infilare la mano in una gabietta e compare la loro faccia sul monitor della guardia, a noi basta mostrare il passaporto, ci rivestiamo bestemmiando e usciamo dall’altra parte.

Il centro Amal al Mustakbal di Aida Camp funziona bene, la mattina c’è la scuola per i bambini fino a tre anni, il pomeriggio i corsi di dabka (la danza tradizionale che si balla a tutte le età) e inglese per quelli più grandi. Con i soldi raccolti in italia si stanno facendo molti lavori di ristrutturazione e messa a norma, si pagano le bollette, si cerca di dare un rimborso alle volontarie che ci lavorano. Insieme ai bambini facciamo 2 murales

Settimana Internazionale: Il caso Tareq Aziz (da Radio Radicale)



Torniamo ancora sul "caso" Tareq Aziz. Dalla trasmissione "Settimana Internazionale" di Radio Radicale...