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Deeqa Aden Gures, morte (accidentale?) di una mediatrice culturale

Torino - 2 ottobre 2012, ore 3 del mattino. Una telecamera di sicurezza ha appena ripreso una donna, sul ponte che da piazza Vittorio Veneto porta alla cattedrale della Gran Madre. Dopo qualche passo incerto si ferma e si accascia al suolo, senza rialzarsi più. Un minuto e mezzo dopo un'automobile la travolgerà, forse uccidendo Deeqa Aden Gures, 39 anni, mediatrice culturale appartenente ad una delle famiglie più ricche ed importanti della Somalia, conosciuta come l'”angelo dei rifugiati”, in particolare di quei rifugiati somali che, riproponendo la divisione in clan che ne distingue la società, grazie a lei erano riusciti ad unirsi per difendere insieme i loro diritti.

Il “forse uccidendo” non è un refuso né un errore. Perché fino ad ora, a sette mesi di distanza, l'unica certezza è che Deeqa è morta con la testa schiacciata. Il perché, il come ed il chi rimangono un mistero. Per questo – e per portare la vicenda all'attenzione di cittadini e mezzi di informazione – è stato costituito il “Comitato per la verità su Deeqa”. Forte è, infatti, la volontà di fare chiarezza, in particolare di Luigi Tessitore, marito della donna e consulente per il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), che all'agenzia di stampa Redattore Sociale ha tentato di spiegare i tanti misteri legati a questa morte.

Innanzitutto l'idea che il claudicare sia da ricondurre all'alcol. «Il pm, con un giro di parole a mio avviso poco edificante vorrebbe darci a intendere che fosse ubriaca: sarebbe caduta priva di sensi, in una sorta di coma etilico, e in seguito investita» anche se, evidenzia Tessitore, «Il tasso alcolico era dello 0,3, ossia l'equivalente di una birra piccola». È per questo, probabilmente, che la Procura della Repubblica di Torino ha chiesto l'archiviazione del caso.
Inoltre un mistero rimane anche l'investimento. L'autopsia non è riuscita a determinare se le ferite al cranio siano da attribuire alle ruote dell'automobile o ad eventuali percosse tramite bastone o mazza da baseball, in quanto non ci sono tracce di pneumatico sul cranio né sul luogo sono stati rinvenuti sangue e materia organica, tanto da rendere incerta persino la dinamica dell'investimento, impossibile da chiarire anche con le riprese della telecamera, le cui immagini non sono nitide.

Sempre più forte diventa il timore che questo non sia un incidente ma un omicidio, date anche le minacce che nelle tre settimane precedenti la morte la donna aveva ricevuto fisicamente e telefonicamente anche in maniera palese, come quel “Deeqa verrà fatta fuori stanotte” scritto il 30 settembre addirittura su Twitter.

In Italia si può comprare un bambino con 25 mila euro


Roma, 12 ottobre 2011 – Lo scorso 4 ottobre, l'operazione “Piccoli angeli” aveva portato alla luce l'esistenza di una rete internazionale di trafficanti di esseri umani che, nel nostro paese, aveva come snodi principali la capitale, Milano, Napoli e Cosenza. L'operazione, oltre ai 27 arresti, aveva portato anche alla scoperta del traffico dei documenti falsi, e venduti a prezzi esorbitanti ai migranti, con i quali poi viaggiavano verso Regno Unito, Svezia e Canada.
Tra le pieghe dell'operazione, come evidenziavano gli stessi carabinieri, non era da escludere la possibilità che all'interno del traffico di esseri umani vi fossero anche una serie di adozioni illegali (da qui il nome “Piccoli angeli”).

Oggi, come riporta il sito Redattore Sociale, a lanciare l'allarme su questo ulteriore aspetto è l'ex presidente della Corte d'appello del tribunale dei minori di Roma, Luigi Fadiga, nel corso di un convegno sul tema tenutosi a Palazzo Marini ed organizzato dall'Associazione nazionale famiglie adottive e affidatarie e dall'Associazione promozione sociale.

«È grave che in Italia un bambino si possa comprare con 20-25 mila euro, al costo di un'automobile di nuova cilindrata» - dice Fadiga - «ma la macchina non esce dalla concessionaria senza targa, allora perché un bambino può uscire dall'ospedale senza essere registrato? La legge consente dieci giorni di tempo per la dichiarazione di nascita, in quei dieci giorni un neonato può essere fatto sparire. L'Italia non è un paese del terzo mondo, eppure non registra i bambini alla nascita».

Tutte le partorienti, come sancisce la sentenza della Corte Costituzionale numero 405 del 2005, hanno il diritto del cosiddetto “parto in anonimato”, anche le straniere senza permesso di soggiorno. Diritto che, per quanto riguarda queste ultime, viene messo in discussione dal pacchetto sicurezza, anche perché una circolare ha forza di legge inferiore rispetto ad una legge dello Stato come il reato di clandestinità.
«Oggi gli abbandoni dei neonati non sono causati più da adulterio, ma da povere immigrate senza permesso di soggiorno e con il terrore di essere espulse» è la conclusione che fa il giurista.

Quello dei bambini non riconosciuti alla nascita è, peraltro, un fenomeno che, per quanto non possa essere basato su dati certi, è in netto aumento. Stando ai dati Istat, infatti, se nel 2000 i casi erano di 362, nel 2007 – anno dell'ultima statistica disponibile – i casi erano 647.
Le cause principali del fenomeno sono da ricercare nel contesto socio-economico in cui vivono le partorienti, che spesso necessitano di interventi assistenziali prima e dopo il parto. L'introduzione del reato di clandestinità non ha fatto altro che aggravare ancora di più il fenomeno.

Per questo le associazioni che hanno organizzato il convegno nei giorni scorsi si sono fatte anche promotrici di un appello con il quale chiedono l'approvazione urgente di un disegno di legge che garantisca questo tipo di assistenza a livello regionale, come sancito dalla legge 328 del 2000 (articolo 8 comma 5).
«Il problema più grave è la legislazione corrente» - evidenzia Giuseppe Palumbo, presidente della commissione Affari Sociali alla Camera dei Deputati - «L'assistenza sociale ora spetta alle Regioni, ciò che interrompe l'iter è il contrasto tra queste ed il Parlamento».

Le proposte di legge attualmente in discussione alla commissione sono tre: una del consiglio regionale piemontese, una della quale primo firmatario è il deputato Domenico Lucà, nonché l'articolo 18 della legge numero 1353 presentata da Livia Turco.

Scuole al margine


La scuola, nelle intenzioni delle istituzioni, sta diventando sempre più un semplice “centro di spesa”. Tagli, incondizionati ed indiscriminati, per cattedre e sicurezza sono all'ordine del giorno. Ma ci sono dei contesti – come i quartieri di San Giovanni a Teduccio, Barra o Ponticelli, nel napoletano – in cui tagliare una cattedra significa regalare manovalanza minorile – età media tra i 13 ed i 17 anni – alla criminalità organizzata. Perché tagliare cattedre nelle scuole “a rischio” significa, soprattutto, creare l'humus sociale dal quale la camorra pesca i “muschilli”.

San Giovanni a Teduccio (Napoli) – È il 13 maggio 2006. I circa 800 studenti dell'Istituto superiore statale “Rosario Livatino” sono costretti a fare lezione in giardino, perché nella notte alcuni vandali hanno allagato i locali dell'edificio, spargendo immondizia ovunque e gettando la foto del “giudice ragazzino” - ucciso dalla Stidda agrigentina il 21 settembre 1990 - tra i rifiuti.
Per tutta risposta l'allora dirigente scolastico Aristide Ricci, in accordo con il corpo docente, decise di rispondere a quel messaggio introducendo durante le ore di italiano, storia e diritto l'”ora di legalità”, un modo per togliere il terreno da sotto i piedi ai clan della camorra, che nel triangolo San Giovanni-Barra-Ponticelli detta legge, basti guardare – tanto per tornare alla stretta attualità – alla festa dei Gigli del quartiere di Barra, trasformata già da qualche anno nella “festa del boss”[1]. Come di stretta attualità – ne parlavamo lo scorso 21 settembre proprio su queste pagine[2] – è l'appello lanciato da Eugenia Carfora, dirigente scolastico dell'istituto comprensivo Raffaele Viviani di Caivano, dove gli alunni passano quasi tutto il tempo in giardino ad ascoltare musica perché non ci sono abbastanza professori (ne mancano all'appello diciassette) per fare lezione. Ad ascoltare musica e guardare come si scalano le gerarchie camorristiche.
E di professori, alla scuola italiana, ne mancano più o meno ventimila, tagli che rappresentano la terza parte di un piano di licenziamenti – quello previsto dalla legge di stabilità del 2008 – che in totale, tra docenti e personale amministrativo, ha cancellato centocinquantamila posti di lavoro.
Solo quest'anno, per fare un esempio, in Lombardia saranno tagliate 2415 cattedre, 2234 in Campania, 1878 in Puglia e 1093 in Calabria, come ricordava Rocco Vazzana dalle pagine del settimanale “Left” di qualche settimana fa[3].

I tagli, ogni anno, sono indiscriminati. Colpiscono tanto i licei più importanti delle grandi città del Nord quanto le piccole scuole della periferia degradata del Meridione, dove l'unica presenza – visibile – dello Stato, per citare l'incipit di “Cattivi guagliuni”, il nuovo singolo della 99 Posse, è negli «alveari di cemento»[4] con cui ne è stata realizzata l'urbanistica. Ma la differenza è molto più ampia, perché tagliare una cattedra in una scuola di periferia, o magari in una scuola “di frontiera” come l'istituto Viviani, non corrisponde solo al numero di ore di insegnamento che vengono sottratte. Tagliare una cattedra in questi istituti, quelli che si ritrovano a fare i conti con le piazze di spaccio e con la dispersione scolastica, significa di fatto lasciare – o lanciare, dipende dal grado di imputazione che si vuol dare alle istituzioni - ragazzi di 13-14 anni nelle mani della criminalità organizzata.

"Oltre l'Apocalisse" - Come non farsi imprigionare dalla paura del nuovo (Capodarco di Fermo 26-28 novembre 2010)

XVII Seminario di formazione per giornalisti a partire dai temi del disagio e delle marginalità.


Dal disorientamento alla consapevolezza. Nell' edizione 2010 di Redattore Sociale prosegue, da un nuovo punto di vista, il dibattito sui temi più urgenti del giornalismo.
Le cose cambiano sempre più velocemente; la carta stampata è in declino; il futuro delle nuove e affascinanti piattaforme di contenuti è ancora incerto (e la sua lettu ...ra esclusiva di pochi addetti); i "produttori" di informazione sono sempre più frammentati. Eppure, basta tutto questo per lasciarsi sopraffare da un senso di apocalisse che sembra a volte paralizzante?
La paura del nuovo è connaturata alla natura umana e allo sviluppo di tutte le professioni. Ma essa non dovrebbe condizionare solo in negativo chi ha scelto proprio il mestiere di raccontarlo, il nuovo. I giornalisti dovrebbero anche usare questa paura, adattando ai cambiamenti delle forme di trasmissione gli scopi immutabili del proprio lavoro. E non, viceversa, lasciando che diventi più importante il mezzo rispetto al messaggio.
Esperienze interessanti degli ultimi tempi testimoniano che la "rivoluzione del web" può essere benefica e che le nuove tecnologie sono anche l'opportunità per un'informazione migliore, più completa e democratica. Purché non si continui a fruirne con la passività di oggi...
In questa prospettiva, si partirà dalle paure per parlare della loro costruzione e decostruzione. Nella sessione tematica si affronteranno tre grandi aspetti della struttura stessa della nostra società, spesso rappresentati in termini ansiogeni: l'invecchiamento e la tenuta dello stato sociale, le non più "adeguate" disuguaglianze di genere, la crescente difficoltà di capire gli adolescenti. Infine, dopo un approfondimento sul lavoro dei cronisti minacciati in Calabria, si rifletterà sulle caratteristiche del giornalismo nella post modernità. Per esempio, sul venir meno dei riferimenti della "grande narrazione" (ideologie, teorie dominanti, sintesi tramandate da generazioni) a vantaggio della ricerca personalizzata. E su come, nel nuovo scenario, si evolverà una delle funzioni essenziale del giornalismo, che è quella di dare un ordine al flusso indistinto delle notizie e delle idee.



Per maggiori info:
http://www.giornalisti.redattoresociale.it/le-edizioni-di-capodarco/2010.aspx

Anche Señor Babylon sarà presente, per tentare di capire come si possa fare giornalismo in Italia a prescindere dalle "beghe di corte" della politica "politicante". Per chi c'è (e può) ci vediamo là.