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La legge 194 è salva. Almeno nella forma

foto: Val
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Spoleto, 21 giugno 2012 – La buona notizia è che la legge 194 è formalmente salva. Come scrivevamo nei giorni scorsi, infatti, ieri la Corte costituzionale si è espressa in merito alla costituzionalità della legge – presente nel nostro ordinamento dal 1978 – dopo essere stata interpellata da un giudice spoletino chiamato a pronunciarsi sulla richiesta di interruzione volontaria di gravidanza da parte di una minorenne.
Il tentativo di creare un pericoloso precedente a cui i movimenti anti-abortisti avrebbero potuto appellarsi per via giuridica, dunque, è andato male. La corte ha infatti dichiarato “manifestatamente inammissibile” il ricorso.

La cattiva notizia è che il sistema socio-politico fatto di anti-abortist* ed obiettori di coscienza non è stato ancora smantellato.
C'è chi dice che quelle sul salvataggio e sulla applicazione della legge 194 siano una battaglie ideologiche. Ha perfettamente ragione. «Obiettivo di una società liberal-democratica» - si legge nel manifesto contro l'obiezione di coscienza (sanitaria, naturalmente[1]) della campagna “il buon medico non obietta”[2] - «è quello di fare in modo che ogni persona possa vivere il più possibile coerentemente con i propri valori e le proprie convinzioni. Questo significa che le persone non soltanto possono pretendere di non essere sottoposte a quei trattamenti che considerano gravemente lesivi della loro dignità, ma possono anche rivendicare il diritto di avere accesso a quegli interventi senza i quali verrebbe sicuramente minacciata sia la loro salute/benessere che la loro libertà». È per questo, dunque, che la battaglia affinché ognun@ possa disporre del proprio corpo come meglio crede (e qui, dunque, non mi riferisco solo al contesto della 194) diventa una battaglia ideologica nei confronti di chi vorrebbe un futuro declinato al passato, con mammane e corpi gestiti direttamente da un “ente superiore” - religioso o statale che sia - di turno.

Note
[1] Manifesto contro l'obiezione di coscienza, Consulta di bioetica;
[2] campagna: "il buon medico non obietta"

#Save194, l'Italia rischia un'altra recessione: quella etica

foto: femminileplurale.wordpress.com
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Spoleto, 17 giugno 2012 – Il nostro paese è in crisi. Non solo – e non tanto – con la ben nota crisi economica dalla quale il governo dei professori sembra voglia farci uscire applicando i dettami della Scuola di Chicago (vedasi alla voce: Argentina 2001) ma anche e soprattutto da un punto di vista sociale, etico.

Una delle battaglie più importanti, in Italia come nel resto dell'Europa, si combatte da tempo sulla possibilità che le donne hanno di poter scegliere di abortire, un diritto – sacrosanto – che in Italia venne conquistato con una forte battaglia referendaria nel 1978 mediante il quale è stata introdotta nel nostro ordinamento la legge 194, quella stessa legge che tra tre giorni potrebbe essere definitivamente espulsa dal nostro ordinamento giuridico.
Il prossimo 20 giugno, infatti, la Corte Costituzionale è chiamata ad esaminare la costituzionalità di questa legge (dopo trentaquattro anni dovrebbe essere questione già chiusa da un pezzo, comunque) dopo essere stata interpellata da un giudice di Spoleto che doveva dirimere il delicatissimo caso della richiesta di interruzione di gravidanza da parte di una minorenne. Il giudice ha infatti confrontato la legge 194/78 con alcune indicazioni provenienti dalla Corte Europea, in quanto la prima potrebbe ledere il diritto alla vita dell'embrione, «in quanto uomo in fieri», violando gli articoli 2 e 32 – che rispettivamente riguardano i diritti inviolabili dell'uomo e la tutela della salute – della nostra carta costituzionale. Tale problema deriva da una sentenza della Corte di giustizia dell'Unione Europea, che il 18 ottobre dello scorso anno ha riconosciuto l'embrione umano «quale soggetto da tutelarsi in modo assoluto», provocando così un ampio sorriso sulle bocche di alti esponenti del Vaticano e degli appartenenti ai movimenti pro-life europei.

Qualora la Corte decidesse per la incostituzionalità della 194 – che ci ha portato peraltro ad essere uno degli ultimi paesi europei per numero di aborti - quello che avverrà è già noto, dato che torneremmo esattamente all'epoca in cui questa legge non esisteva e nella quale chi aveva i soldi necessari andava ad abortire in lussuose cliniche estere, per le altre rimanevano solo i ferri da calza delle mammane o i maldestri tentativi di auto-aborto.

Questo ennesimo attacco alla legge 194/78 è comunque da leggersi nel più ampio attacco all'autodeterminazione delle donne, già fortemente minata dalla legge 40 sulla procreazione assistita, «che legalizza una serie di ingerenze sui corpi delle donne e sulle loro scelte genitoriali con effetti devastanti tra l'altro sulle coppie che desiderano figli»

Italia, il paese dove chi vuole partorire non può e chi non vuole è costretta

Lipari (Messina) – Se ne era già parlato agli inizi di ottobre[1], quando ancora non c'era niente di ufficiale e la “rivolta dei pancioni” era nel suo pieno svolgimento. Ma non è servita a nulla. Nel frattempo, però, molta cura viene data ai feti, che da oggi avranno anche un luogo in cui essere seppelliti.

L'Assemblea Regionale Siciliana, ad ottobre, aveva deciso – attraverso un decreto proposto dall'assessore alla Sanità Massimo Russo – di sopprimere ben 23 “punti nascita” nelle isole Eolie, accorpandoli tutti in una “guardia ostetrica” operativa, operativa 24 ore su 24 – seppur composta da sole due ostetriche – per attenersi al dettame dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che aveva fissato in 500 nascite all'anno la “soglia minima” per tenere aperto un punto nascita. E nelle Eolie a mala pena si arriva al centinaio.
Da qui la rivolta delle partorienti – la “rivolta dei pancioni”, appunto – che, a seguito di questa politica di redistribuzione di ostetriche sul territorio saranno obbligate a dover andare in un ospedale della terraferma, in quanto quello che l'assemblea regionale sta per chiudere è l'unico reparto di ostetricia presente nelle isole, in quanto a quello di Lipari fanno capo anche le altre isole.

La situazione che si sta per delineare – l'atto è diventato effettivo e la chiusura è prevista al massimo entro qualche giorno – è che per partorire dalle isole bisognerà spostarsi verso i presidi di ostetricia più vicini (Milazzo, Patti o Messina), via aliscafo, in circa 45 minuti, o via elicottero. Condizioni del mare e del meteo permettendo, naturalmente. Senza contare, oltre ai rischi per la salute del nascituro e della partoriente, l'eventualità di un trasferimento “programmato” che potrebbe avere, per le famiglie, dei costi non sempre accessibili.
Da qui la cittadinanza si è rivolta direttamente al presidente della Repubblica.

A questo punto potrei anche firmare questo articolo e chiuderla qui. Permettetemi, però, di legare a questa una notizia che è, in qualche modo, il “rovescio della medaglia” delle difficoltà che incontreranno le future mamme liparesi nel partorire.
Da Lipari ci spostiamo a Roma, dove ieri è stato inaugurato il “giardino degli angeli”, un'area di 600 metri quadri all'interno del cimitero del Laurentino, destinato alla sepoltura dei feti abortiti. «Questo progetto» - dichiara Sveva Belviso, vicesindaco della capitale con delega alle Politiche sociali - «risponde alle richieste di chi vuole assicurare al proprio bambino non nato un luogo di sepoltura e non essere più trattato come un rifiuto ospedaliero. L'iniziativa», ha sottolineato la Belviso, «non vuole intaccare i principi sanciti dalla legge 194 ma vuole dare una risposta alle richieste di coloro che intendono il loro figlio mai nato».

La legge Tarzia è violenza sulle donne. Cronache dal X municipio

Questo è l'unico video che non fa riferimento alla contestazione di giovedì scorso a Roma, ma serve - a chi non avesse mai sentito parlare della c.d. "legge Tarzia" (me ne ero occupato in questo post) - per capire cosa le donne che sono scese in strada hanno contestato...


Roma - 3 febbraio 2011. Contestazione alla presenza di Olimpia Tarzia al X municipio.

intervista a Milva di "Zero violenza donne" durante la contestazione alla Consigliera regionale Olimpia Tarzia firmataria e promotrice della legge sui consultori

Talebanismi all'amatriciana: giù le mani dai consultori!

Lo so, in questo momento ci sono delle priorità imprescindibili dalle quali dipende la struttura finto-democratica di questo paese, in particolare capire se il nuovo movimento Fascio-Littorio Italiano (gli amici di Fini, per intendersi...) continuerà a stare a destra o se costituiranno il “Grande Centro”, cioè quelll'ammucchiata in cui si ricicleranno ex dell'una e dell'altra parte spacciandosi per “il nuovo che avanza”. E mentre continuano ad ammorbarci dibattendo se sia meglio “alla tedesca”, “alla francese”, col proporzionale e col maggioritario la gente comune continua a non avere una casa (leggevo l'altro giorno davanti alla mia facoltà a Bologna che la media di sfratti in città è di trenta al mese, naturalmente senza che questo possa avere interesse alcuno per i media...), si continua a rinchiudere in carcere i ladri di galline – visto che i ladri importanti o vengono “carcerati” in Parlamento o stanno nell'elenco “grandi imprenditori italiani” - o chi non è nato sotto la stella della razza giusta, si continua ad accettare l'idea che i diritti primari (come quello all'abitare o il diritto all'acqua come bene primario) siano delle concessioni che la “corte dei potenti” concede al popolo così come si usava ai tempi delle corone. Ma che ci possiamo fare se il problema principale continua ad essere il sistema elettorale!?

E cosa ci possiamo fare, ad esempio, se a Roma si sta tentando di cancellare l'ennesimo diritto sociale? Innanzitutto possiamo iniziare firmando questa petizione: http://www.petizionionline.it/petizione/salviamo-i-consultori-della-regione-lazio-dalla-proposta-di-riforma-tarzia/1977

Considerando il fatto che difficilmente questa faccenda troverà lo spazio che merita sui media (bisogna parlare di Fini, quello che stava nella sala operativa della Questura di Genova nel luglio 2001 e che oggi viene da più parti definito “compagno” – bestemmiando - solo perché ha fatto finta di alzare la voce contro il padrone che ha avuto per 15 anni... ) è dunque doveroso cercare di capirci qualcosa di più. Ma partiamo dall'inizio...

In gergo tecnico viene definita legge regionale n° 21 del 26 maggio 2010 ma si può tradurre con “restrizione delle libertà ad una libera coscienza della donna”, in palese violazione della legge 194, cioè di quella legge che – istituita grazie alle grandi battaglie civili degli anni '70 (che troppo spesso vengono descritti solo come fucina di terrorismi) – legifera sull'interruzione di gravidanza in un paese che fino a quel momento aveva conosciuto spesso il fenomeno delle “mammane”.

Il genere del machismo

Questo post parte da qui: http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-2596a88b-dade-4873-93d6-d9b635e70503.html?p=0 e da una sempre più pressante domanda che, fortunatamente non da solo, mi sto facendo nell'ultimo periodo e che gira intorno alla famosa teoria di comunicazione di Harold Lasswell: «Who says what to whom in what channel with what effect».
In particolare è l'ultima frase – quel “with what effect” - che mi stuzzica la curiosità. «Con quali effetti» si comunica, si chiedeva il politologo statunitense nel secolo scorso. “Con quali effetti”, “a che scopo” sono modi alternativi di formulare la questione in maniera probabilmente ancor più diretta. Per farlo basta un'unica parola: perché?
Ma procediamo per gradi.

Questa è la pubblicità incriminata che si può vedere per le strade di Napoli. A parte la poca fantasia, come da più parti evidenziato, per stessa ammissione del responsabile lo stesso pay-off era stato utilizzato in precedente campagna pubblicitaria che differiva da quella in oggetto per un diverso contesto, senza che la cosa abbia fatto indignare femminista alcuna. Ora: non sono riuscito a trovare la vecchia campagna pubblicitaria, ma quel che mi chiedo – e che quindi, non potendo dissipare la questione, rimane sul piano dei dubbi – è se il non suscitare scalpore non sia stato dettato, nella precedente pubblicità, proprio dalla non associazione tra una frase dall'aulicità degna di una caserma e la ragazza presente nel cartellone. Ed è a questo punto, che si instaura la domanda che ci viene da Lasswell e che quindi torno a ripetere: perché? Perché, per pubblicizzare una macchinetta per fare il caffè bisogna metterci una ragazza vicino?

Il problema è, però, ben più esteso. Perché per pubblicità di scarpe, di pavimenti o di qualunque altra diavoleria vi possa venire in mente, bisogna infilarci dentro una ragazza, la cui figura deve, naturalmente, rispondere a determinati canoni?
Prendiamo proprio l'immagine della pubblicità del caffè: perché si è deciso di utilizzare una figura di giovane donna con quelle determinate caratteristiche fisiche? Non è neanche una delle immagini peggiori per la dignità femminile (ve ne posterò alcune proseguendo nella lettura che sono decisamente peggio), ma se la ragazza non è rilevante ai fini della promozione, perché utilizzare lei e non qualcun altr*? Non so, magari una bella signora di età avanzata, dal viso simpatico e sorridente, che avrebbe potuto sottolineare ancora di più la facilità di utilizzo della macchinetta. Oppure perché non un bel signore con pochi capelli e una bella panza voluminosa? In ambedue i casi, io credo, il messaggio, cioè la gratuità dell'oggetto in promozione, non sarebbe stato di minore forza ed anzi, forse più nel caso della scelta di una figura maschile, si sarebbe potuto dare ancor più risalto al pay-off, che non avrebbe certo fatto inferire – come invece è stato – allusioni sessuali di una estrema povertà intellettuale.

Prendendo a pretesto questa pubblicità, peraltro, è partita anche una campagna dell'UDI (Unione Donne in Italia) con lo scopo di contrastare le immagini lesive e gli stereotipi femminili ovunque, non solo nella pubblicità. Io non posso aderirvi ufficialmente, in quanto la campagna è aperta alle sole donne, per cui l'unica cosa che posso fare – oltre a farmi megafono della stessa – è invitare le lettrici del blog, di ReportOnLine e di Facebook ad aderire a questa campagna. Perché il problema è ben più importante di quel che si vuole far credere, anche se i problemi di rilevanza nazionale sembrano essere ben altri.
Permettetemi quindi una piccola digressione: il “caso” politico per cui il Paese intero si è fermato in questi giorni è la non ammissione di alcune liste che appoggia(va)no le candidature del PdL in Lombardia e a Roma e la firma del Presidente della Repubblica sul relativo decreto legge. Questo in realtà è un falso problema che, come tale, diventa l'unico argomento di discussione di un Paese che fa sempre più ridere a livello internazionale per la qualità della sua classe dirigente e – soprattutto – culturale. È un falso problema semplicemente perché le elezioni sono falsate ed illegali. Ancor prima di essere avviate: perché non sono realmente “libere e democratiche” come si vorrebbe far credere – basti pensare all'ormai annoso problema delle preferenze e delle liste bloccate – e perché esiste un documento che rende inutile qualsivoglia discussione a carattere nazional-elettorale. Questo documento è conosciuto come Trattato di Lisbona che, essendo stato fortemente voluto dai poteri forti che fanno girare il mondo, ha una valenza maggiore di qualsivoglia Costituzione nazionale, in barba alla c.d. “gerarchia delle fonti”. Come se non bastasse, mentre negli altri Paesi è stato fatto un referendum per chiedere alla cittadinanza se fossero favorevoli o contrari (motivo per cui gli irlandesi sono balzati agli onori della cronaca qualche mese fa...), in Italia non solo si è ratificato il Trattato nel silenzio più totale, ma oggi ad ergersi a difensore di una Democrazia umiliata c'è Antonio Di Pietro, che ha la pecca di aver accettato la ratifica di quel documento che, de facto, diventa la Costituzione degli Stati Uniti d'Europa. Per cui per me prima di tacciare qualcuno di “golpismo”, di “attentato alla democrazia” il leader dell'IdV dovrebbe guardarsi un po' allo specchio. Magari si renderebbe conto che l'unico motivo per cui ha diritto di parola è che l'Italia è un paese democratico. Checché se ne dica e se ne pensi.

Un'altra persona che ha diritto di parola solo perché siamo in democrazia – ritornando al filone centrale del post – è una delle “signore” presenti alla trasmissione a cui vi rimando con il link all'inizio. Sto parlando di Alda D'Eusanio, che non si capisce bene per quale motivo sia stata invitata, se non quello di pareggiare il numero di maschilisti presenti in studio, visto che uno dei due pubblicitari – quello che ha avuto la “genialata” - sembrava non avere facoltà di parola.

«(...)non si pensi che tutte le donne fanno bene alle donne. Ce ne sono di devastanti e deleterie per se stesse e per tutte noi. Ci sono donne sessiste che sfruttano i corpi delle donne tanto quanto gli uomini».

E la D'Eusanio è una di queste, basti guardare al fatto che le battute più triviali in quei 24 minuti di trasmissione vengono proprio da lei. Nel precedente post, ho definito questo tipo di comportamento “machismo mestruato”, termine con il quale indico tutte quelle donne che si comportano in maniera machista nei confronti del loro genere.
Chi sono? Sono tutte quelle donne che di fronte a cartelloni pubblicitari, trasmissioni televisive, pubblicità sui giornali in cui la donna viene rappresentata in maniera eccessivamente erotizzata per il contesto – come le “fantastiche 4” dell'Alma Mater, sulle quali tornerò in seguito – non si indignano ma, anzi, ne provano quasi piacere. Sono tutte quelle donne che accettano incondizionatamente la subordinazione, e dunque la sottomissione, al maschio ed alla cultura machista che egli rappresenta. Le stesse donne, molte delle quali frequentano i salotti televisivi, che quando si trovano invischiate in discussioni sull'ennesimo stupro difendono lo stupratore, avallando – spesso facendosene dirette emissarie – frasi dal chiaro stampo maschilista quali “se l'è cercata”, “vestita così cosa pretende?” e non c'è bisogno di aggiungere altri esempi.

  • La pubblicità
La pubblicità, ma potremmo ampliare il discorso al campo dei media in generale, è senza ombra di dubbio, il canale dove maggiormente si evidenziano fenomeni di questo tipo:


Questa pubblicità, di cui non so – e non mi interessa – conoscere il committente (e ad essere sinceri neanche chi ha avuto l'idea) è solo una tra le migliaia di esempi che potrei portare per evidenziare il concetto di donna che si vuole per questa società. Perché i mezzi di comunicazione veicolano mode, stili e modelli sociali, e la pubblicità – in quanto mezzo di comunicazione – non è da meno. Anzi: è forse il miglior modo, perché la pubblicità è breve (qualora si parli di quella radio-televisiva) ed incisiva, quindi il messaggero – cioè la conformazione “estetica” della pubblicità (cioè come la pubblicità si presenta nel suo insieme visivo e/o uditivo) – deve “investire” il destinatario, più è d'impatto più avrà effetto nel breve periodo.

A differenza del resto del mondo occidentale, dove la donna è finalmente concepita in maniera non maschilista, nel nostro paese si possono evidenziare due figure di “donna da pubblicità”: quella della pubblicità comune, come quelle fin qui proposte, quindi una donna fortemente erotizzata, anche tramite l'utilizzo di un contesto con forti richiami sessuali, come nelle due immagini che seguono (la prima appartiene alla stessa campagna dell'immagine precedente):

[1] [2]

Questo tipo di rappresentazione della donna – che potremmo quasi innalzare a vera e propria corrente di pensiero – è quella ben nota della donna-oggetto, nella quale la sua identità sociale è svilita e relegata al mero ruolo di oggetto (appunto) dei desideri di un ipotetico pubblico maschile. La sua caratterizzazione dunque deve rispondere a caratteri accettati da questo tipo di pubblico o, più probabilmente, deve dettare i caratteri accettati dal pubblico a cui fa riferimento. Basta guardarsi intorno per capire questo: oggi le adolescenti, cioè il soggetto sociale su cui più fa presa il concetto di riconoscimento nel modello sociale di riferimento – anche se non è raro che vi si conformino anche gli adolescenti – si rifanno al modello della “velina” per creare la propria identità sociale, cioè all'immagine della “donna da pubblicità“, perfetta – in modo naturale o grazie ad aiutini di varia natura - nelle sue fattezze fisiche, cioè alla “donna da pubblicità ”resa in carne ed ossa. La caratterizzazione di questo personaggio dunque, avrà forti richiami sessuali – pose, espressioni facciali – pur non avendo alcun legame con il contesto nel quale vengono ascritte.
Tale “corrente”, però, non riflette solo l'universo giovanile, basti guardare a come la pubblicità si pone nei confronti di due categorie anagrafiche diverse da quelle sinora prese in esame: donne anziane, a cui è sempre più legato il concetto di “immortalità”, e quindi tutto quell'insieme di rappresentazioni giovanili delle pubblicità a loro dedicate, e bambine, sulle quali è forse il caso soffermarsi un attimo.

Secondo il sociologo – e teorico della comunicazione – Neil Postman, la società odierna, che fa del consumismo uno dei suoi mantra, tende ad opacizzare le differenze anagrafiche tra bambin* ed adulti, inglobando ambedue sotto la più generica classe di “consumatore” (o consumatrice), e questo è ben visibile nelle pubblicità in cui protagonisti sono bambine e bambini – maggiormente le prime – a cui viene richiesto un atteggiamento non certo naturale per la loro età e che scimmiotta quello di età anagrafiche più elevate.
In una ricerca del 2006, Emma Rush e Andrea La Nauze dell'Australian Institute definiscono questo aspetto “Corporate Paedophilia”, in quanto – come è evidente – questo modo di progettare una pubblicità abusa di figure infantili per strizzare l'occhio agli adulti al fine di trarne vantaggi economici (cioè la vendita del prodotto commercializzato).

Se si pensa ai danni che un tipo di comportamento simile ingenera in chi ne è veicolo senza averlo scelto (cioè i bambini, che spesso nei primi anni vivono in base ai desideri di realizzazione dei propri genitori), si può quantomeno iniziare a capire da dove provenga la lolitizzazione delle adolescenti ed i casi di cronaca in cui molt* di loro si concedono fisicamente per raggiungere un profitto nel breve periodo (come può essere quello della ricarica per il telefono cellulare).

In contrapposizione alla “donna da pubblicità”, l'altra corrente di pensiero è quella della “donna-Mulino Bianco”: cioè di una donna che, seppur erotizzata in maniera meno evidente, risponde agli stessi canoni fisici della “donna da pubblicità”, dalla quale si differisce per la caratterizzazione del contesto nella quale viene inserita. Se da una parte, infatti, abbiamo l'esplicitazione della donna-oggetto, rimarcando molto l'aspetto fisico (che deve avvicinarsi anche in questo caso alla perfezione) e dunque la sua carica di desiderabilità fisica da parte del macho italico, la “donna-Mulino Bianco” rappresenta invece l'altro modo che in Italia si ha di concepire la donna: cioè donna come madre di famiglia, dove la figura femminile sarà caratterizzata con ruoli sociali più “forti” (donna in carriera e consimili), ma sempre nell'ambito del candore familiare, così da rimarcare il ruolo di moglie e madre-procreatrice – e dunque anche in questo caso di posizione subordinata al maschio – in cui la cultura machista italica la relega.
Manca, a mio modo di vedere, un terzo modello di donna: quello che io definisco “alla Anna Magnani”, cioè di una donna che non è fisicamente perfetta (basti pensare alla strenua difesa delle sue rughe che ebbe a fare con un truccatore, come viene evidenziato anche ne “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo) ma che risulta, proprio per questo, decisamente più vera e dunque più vicina alla donna (o alla ragazza) della porta accanto, quella che si può incontrare tutti i giorni al supermercato, che tiene più alla sua emancipazione – anche, e forse soprattutto, grazie alla cura del suo Io intellettual-culturale – che non al suo “involucro” fisico.
Ma, evidentemente, alla pubblicità – ed alla comunicazione in genere – la persona che rientra nei canoni della normalità non interessa, altrimenti come si spiegherebbe l'uso di richiami alla sessualità anche nelle campagne elettorali?

  • La politica
E torniamo alle “Fantastiche 4” di cui dicevo prima.L'idea di questa pubblicità, era quella di pubblicizzare le sedi distaccate dell'Alma Mater – l'Università più antica d'Europa - cioè Cesena, Forlì, Ravenna e Rimini. Per quale motivo la scelta pubblicitaria sia ricaduta sul modello “Power Rangers” e non sul modello di “normale studentessa universitaria” credo sia facilmente intuibile: il sesso – esplicitato o velato - ”vende” bene, come dice la sociologa Francine Descarries. Questo è chiaro per molti prodotti, compresi seggi in parlamento e in pubbliche istituzioni. In tal senso si pone anche la campagna elettorale del candidato della Lega Nord alla regione Emilia-Romagna (sarà colpa dell'aria...), dove campeggia la figura di tre ragazze sotto la scritta: “scrivi Mambo. Mambo sei tu” (tanto per innalzare il livello culturale in Italia...). Perché? Cosa c'entrano queste tre ragazze con il candidato, con la Lega e con la politica in generale? Il candidato – maschio – è un prestanome per queste tre fanciulle? Qual'è il messaggio che si vuole far passare con questa associazione? Davvero: io non capisco l'utilità di un procedimento simile. A meno che non si sia davanti alla cettolaqualunquizzazione (dal nome del personaggio inventato da Antonio Albanese) della campagna elettorale, ed allora lì si aprirebbe tutto un altro tipo di discorso.
Perché, almeno in politica, non si usa un modello di donna più veritiero? Perché, ad esempio, non vengono mai fatte campagne pubblicitarie con le effigi di una Nilde Iotti, o di Adele Faccio, o – per venire ad esempi più attuali – di una Margherita Hack?
L'unica risposta che mi viene in mente è che questo tipo di donna risponde non al modello di donna-oggetto, di subordinazione – e quindi di estrema necessità – che la donna dovrebbe avere nei confronti del macho-possessore (con tutto quel proliferare di “nostre” donne enunciato dalla retorica di destra, come se le donne fossero proprietà di qualcuno diverso da se stesse...) ma a quello che potremmo definire con le parole di Antonio Gramsci su “L'Ordine Nuovo”:
«Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo.
Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra forza.
Studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza.»
e questo il maschio “capo-branco” proprio non può permetterlo, altrimenti verrebbe meno la sua definizione all'interno della società: quella di padrone.
Per concludere, mi chiedo se davvero le donne vogliono essere rappresentate così. Davvero si preferisce che l'identità sociale passi attraverso il proprio corpo - cioè uno stato momentaneo ed artificioso del proprio essere - piuttosto che attraverso la propria interiorità, la propria cultura, la propria preparazione (e questo non solo per le donne)? Davvero, oggi, le donne e le ragazze si identificano più in una D'Addario o in Cinzia Gracchi (colei che ha fatto scoppiare il "Cinzia-gate" a Bologna) che non – appunto – in una Adele Faccio, o in quel variegato mondo del Femminismo – la maiuscola non è un refuso – degli anni '70 dal quale invece sembrano essere schifate?

  • Documenti

Dov'è la festa?

Quest'anno, per la prima volta, non ho fatto gli auguri a nessuna donna. Perché non c'è niente da festeggiare. E che nessuno spari quelle frasi pre-confezionate del tipo «le donne si festeggiano tutti i giorni» perché: a) è una delle più grosse cavolate che si possano ascoltare e b) mi sa anche tanto di paraculaggine filo-maschilista.

Oggi non ho fatto gli auguri a nessuno, perché gli auguri si fanno quando si festeggia qualcosa, quando c'è una festa. E l'8 marzo non è una festa.
Per chi non lo sapesse, l'8 marzo è – ufficialmente – la giornata mondiale della donna (e non la più volgarmente detta “festa”), istituita dalle Nazioni Unite che volevano in qualche modo ricordare, tra le altre, l'omicidio delle 129 donne che morirono nella fabbrica Cotton di New York nel 1908. Quindi, al massimo, sarebbe una ricorrenza.
Cosa c'è, dunque, da festeggiare? C'è da festeggiare per pagare l'obolo di uno Stato – e di una società – a conduzione androcentrica, maschilista e machista, in cui alla donna è relegato il misero spazio di una giornata? C'è da festeggiare per rimarcare ancora di più, tante volte ce ne fosse ancora bisogno, la discrasia tra il genere maschile e tutti gli altri? C'è da festeggiare per evidenziare la condizione di donna oggetto, che mercifica o fa mercificare il proprio corpo come strumento di riconoscimento sociale, e quindi si pone (o viene posta) in condizione di subordinazione al volere/desiderio maschile e/o maschilista?

Perché è questo, oggi, il clima in cui si “festeggia” la donna.
E dovremmo esserne content*? Lo scrivo proprio così, nella sua declinazione “no-gender”, perché per troppo tempo abbiamo lasciato che di questo tipo di discussioni – forse l'unico vero tema di una certa rilevanza intellettuale nel nostro Paese in questi ultimi anni – se ne occupassero solo le dirette interessate, perché troppo spesso “noi maschi” ci sentiamo avulsi da una discussione che ci sembra irrilevante, troppo “femminile”.
Gli unici argomenti femminili che interessano alla società androcentrica nella quale viviamo, e dalla quale dunque siamo tutti – indistintamente – investiti, riguardano sempre e solo i corpi delle donne, come ha magistralmente fatto notare Lorella Zanardo con l'omonimo video (tanto da riuscire, quantomeno, ad aprire un dibattito sul tema), la loro femminilità.
Anche concepire questa giornata come festa, oggi, si inquadra in quest'ottica: più che una festa “delle” e “sulle” donne è una festa “della” e “sulla” femminilità, da intendersi anche (e forse soprattutto) in maniera negativa.
Provocatoriamente potrei chiedermi – e chiedere – perché, nonostante si faccia un gran brusio nel ribadire l'eguaglianza, la parità tra i sessi (ma solo tra i due “internazionalmente riconosciuti”, per gli altri siamo ancora a concezioni medioevali), ci si indigna per un culo mosso in primo piano in televisione, ma nessuno ne chiede l'eliminazione? Perché, ad esempio, non esiste un “movimento per la bonifica della società dalla donna-oggetto”?
È una provocazione, naturalmente.
«Il cambiamento di un'epoca storica si può definire sempre dal progresso femminile verso la libertà, perché qui, nel rapporto della donna con l'uomo, del debole con il forte, appare nel modo più evidente la vittoria della natura umana sulla brutalità. Il grado di emancipazione femminile è la misura naturale dell'emancipazione universale».
A scriverlo non è Carla Lonzi, ma Karl Marx e Friedrich Engels ne “La sacra famiglia”, e questo dovrebbe far pensare su due aspetti della nostra società: innanzitutto quello dell'aver relegato – come scrivevo prima – la discussione sulle tematiche di genere (ripeto: una delle poche discussioni intellettuali in Italia a quest'oggi) solo alle donne, alle lesbiche, ai gay ed al movimento che più è soggetto ai problemi di genere. E questo perché anche in quegli uomini che dicono di appartenere alla sinistra («espressione poetica e suggestiva», direbbe Gaber) si sta instaurando una sorta di fascismo culturale che li vuole interessati esclusivamente a tematiche “mascoline”, escludendo da tali questioni tutt* coloro che – per credenza culturale o per convinzione personale – non sono all'altezza.
«..qui la donna è considerata a tutti gli effetti un essere inferiore: viene delegata a incarichi d'importanza minima. Come per esempio informare dei programmi della giornata; ed è costretta a farlo in modo mostruoso, cioè con femminilità. Ne risulta una specie di puttana che lancia al pubblico sorrisi di imbarazzante complicità e fa laidi occhietti.»
E questo è il secondo punto di riflessione. A scriverlo non è un comunicato stampa uscito da qualche riunione femminista ma Pier Paolo Pasolini, fine intellettuale - di cui oggi più che la mancanza si avverte la sempre più pressante necessità – e gay, aspetti molto più collegati e influenti l'uno sull'altro di quanto non si possa, e non si sia mai, immaginato prima.
È questa, secondo me, la grande sconfitta della società – almeno di quella a noi più prossima – attuale: non tanto quella di permettere quotidianamente il ritorno di un fascismo che diventa sempre più percepibile nelle forme e nella sostanza del nostro quotidiano, ma quello di aver creato un “machismo mestruato”, quello di tante donne e ragazze che oggi accettano e permettono il ritorno della concezione del corpo femminile in termini di subordinazione - sia sessuale che sociale - al “maschio”.

Ed è probabilmente alla luce di questo che non mi piace la nuova campagna anti-violenza promossa da L'Unità: perché – senza voler entrare in inutili discussioni di semiotica, sulle quali saprei pronunciarmi con precisione previa ri-lettura dei miei libri universitari – mi sembra ancora troppo pensata tenendo in considerazione la concezione maschile e maschilista della cultura. Preferisco decisamente di più quella delle Electro-domestiche.

In chiusura mi sono convinto che gli auguri vadano fatti: quindi li faccio a tutte le donne ed a tutte le ragazze imperfette, quelle che guardano le sculettanti soubrette senza arte né parte di cui sono infestati i mezzi di comunicazione e ne provano un senso di schifo, a tutte quelle che guardando un cartellone pubblicitario di scarpe si chiedono perché diamine debba esserci una ragazza mezza nuda a pubblicizzarle, a tutte quelle che quotidianamente lottano affinché non si pensi che il modello photoshopparo dei calendari sia “il” modello di donna per antonomasia. Buon 8 marzo alle donne vere, insomma.