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"Voglio la verità sull'omicidio di Iendi Iannelli e Stefano". Intervista a Barbara Siringo

foto: profilo personale di Barbara Siringo; fonte: facebook

Roma - Nelle scorse settimane abbiamo iniziato a parlare del ruolo italiano in Afghanistan, svelando sia un'attività militare – come risulta dai cables di Wikileaks – ben più ampia di quanto ci è sempre stato raccontato che il nostro ruolo all'interno della cooperazione internazionale.
In quest'ultimo ambito, in un tragitto che collega idealmente l'Afghanistan con la Somalia della metà degli anni Novanta, dei rifiuti tossici e degli omicidi di Ilaria Alpi, Miran Hrovatin e Vincenzo Li Causi, la domanda da porsi è la stessa che portò la giornalista del Tg3 a Mogadiscio: che fine hanno fatto i soldi della cooperazione italiana?

A questa domanda hanno tentato di rispondere due ragazzi romani, Iendi Iannelli e Stefano Siringo, arrivati in Afghanistan nell'ambito del “Progetto Giustizia” - il piano di ricostruzione del sistema giudiziario afghano - e trovati morti nella loro camera alla Guest House di Kabul il 16 febbraio 2006.
Ne abbiamo parlato con Barbara (nella foto), sorella di Stefano che da quel giorno si batte affinché la verità sull'omicidio – di cui parleremo approfonditamente nei prossimi giorni – venga chiarita.

Partirei innanzitutto parlando di Stefano: chi era e perché era andato in Afghanistan?
Stefano era la persona più vitale che io abbia mai conosciuto! Era pieno di interessi e sempre circondato da amici, sempre allegro e pronto allo scherzo, abituato a non abbattersi mai anche di fronte alle grandi prove che nella sua pur breve vita si è trovato ad affrontare. Nel 2004 l’allora ministro degli Esteri Gianfranco Fini (si conoscevano perché abitavano nello stesso condominio), informandosi sui suoi studi (gli mancavano pochi esami alla laurea in legge) e sui suoi progetti, gli propose un colloquio al Dipartimento della Cooperazione Internazionale per un’eventuale collaborazione all’estero.
Stefano adorava viaggiare, non come semplice turista ma spinto dalla curiosità di conoscere altri popoli, le loro condizioni di vita, le loro usanze ed abitudini; accettò con entusiasmo la proposta, ne era lusingato. Fu così che – nel marzo 2005 - gli venne assegnata una prima missione a Kabul come logista per il Progetto Giustizia, che si occupava di sostenere la creazione di un impianto giudiziario indipendente in Afghanistan. La missione durava 4 mesi ma, poiché il suo lavoro venne molto apprezzato, l’ambasciatrice Brunetti (titolare del progetto) ne richiese per ben due volte il rinnovo che venne concesso dal Dipartimento. Quando morì era alla sua terza missione a Kabul, sarebbe stata l’ultima ed il suo rientro era previsto per maggio: dal Ministero gli avevano prospettato la possibilità di lavorare in America Latina, paese che Stefano adorava e dove aveva deciso di andare a vivere.

Per una "controstoria" dell'invasione in Afghanistan. Intervista ad Enrico Piovesana

foto: articolo11.net

Kabul (Afghanistan) - La guerra in Afghanistan ha avuto - e continuerà ad avere con la nuova missione "Resolute Support" - cause ben diverse da quelle che le "diplomazie mediatico-militari" hanno raccontato in questi dodici anni. Fronteggiare i talebani non significava democratizzare il Paese né combattere il terrorismo. La guerra in Afghanistan è stata, in buona sostanza, una gigantesca "guerra di mercato": quella per il controllo dell'oppio. Ne abbiamo parlato con Enrico Piovesana, (nella foto) giornalista professionista e reporter di guerra specializzato in armi e conflitti.

Partiamo da quello che ormai sembra essere un dato di fatto: per il contingente occidentale in Afghanistan il problema dell'oppio non è eradicarlo.
In Afghanistan, americani e alleati hanno scelto fin dal 2001 di non immischiarsi nelle campagne di eradicazione delle coltivazioni di papavero, lasciando che se ne occupasse la polizia afgana. “Non distruggeremo le piantagioni di papavero - spiegherà alla stampa internazionale l’assistente strategico del generale americano Stanley McChrystal - perché non possiamo colpire la fonte di sussistenza della popolazione di cui vogliamo conquistare la fiducia”. Questa semplice verità verrà pubblicamente affermata più volte nel corso degli anni dai vertici militari e politici di Washington. 
Questo “non interventismo” - ben rappresentato dalle tante immagini dei soldati occidentali in pattuglia tra i campi di papavero, magari fermi a chiacchiere con i contadini intenti a raccogliere oppio - è stato criticato per la sua ovvia ricaduta negativa sul contrasto alla produzione di oppio ed eroina. A smorzare queste le critiche, però, c’è sempre stata l’attenuante dall’aspetto ‘umanitario’ di tale decisione, vale a dire il riguardo - per quanto strumentale - nei confronti delle condizioni di vita della popolazione. 

Chi trae vantaggio da questa politica di “non interventismo”?
Questo laissez-faire non si limita ai contadini che sopravvivono grazie all’oppio, ma riguarda anche i signori della droga che gestiscono il narcobusiness afgano. Alla fine del 2001 questi warlord – reclutati dalla CIA per attaccare i talebani, come ha scritto lo storico americano Alfred McCoy - guidavano la resistenza armata anti-talebana nota come Alleanza del Nord, un fronte armato multietnico dominato dai tagichi del maresciallo Mohammed Qasim Fahim e dagli uzbechi del generale Abdul Rashid Dostum.

I soldi della cooperazione afghana tornano ai paesi donatori. Intervista ad Augusto Di Stanislao

foto: www.go-bari.it

Kabul (Afghanistan) - «Tra le mani dei “signori della guerra” afghani passano i miliardi di dollari che l'Occidente riversa da dieci anni a questa parte nel Paese per la cosiddetta ricostruzione». A parlare in questo modo, il 3 agosto 2011 alla Camera dei Deputati, è Augusto Di Stanislao (nella foto), all'epoca Capogruppo dell'Italia dei Valori in Commissione Difesa. 

Lei ha fatto visita al nostro contingente. Come vivono i militari la quotidianità? Quali sono state le sue sensazioni in quei giorni, da civile accolto nel mondo militare?
Sono stato nella zona ovest dell'Afghanistan, ad Herat, per visitare il contingente italiano Isaf presente nell'area. La conoscenza diretta e sul campo della realtà afghana e delle importanti iniziative in ordine alla ricostruzione e all’addestramento messe in campo dal nostro contingente hanno consentito di toccare con mano gli interventi che per qualità e quantità hanno “ colpito il cuore e le menti della popolazione”. E’ stata una missione breve per ragioni legate alla sicurezza e all’attività dei nostri soldati, ma molto istruttiva e che dà la cifra del valore delle attività promosse sul campo e della fiducia conquistata tra le istituzioni e le popolazioni locali da parte dei nostri soldati. Mi sento di ringraziare ancora l’intero contingente per quanto ha fatto e continua a fare ad Herat e nell’intero Afghanistan per garantire la stabilizzazione, la ricostruzione e l’addestramento.
La mia battaglia in Commissione Difesa, nell’Aula del Parlamento e fuori le mura di Montecitorio per uscire dalla missione Isaf e riportare i nostri militari [a casa, ndr] si incentrava sulla sicurezza del nostro contingente e della popolazione afghana a dispetto degli interessi politici ed economici. La missione in Afghanistan, così come è stata concepita ed avviata, si è trasformata con il tempo in una vera e propria guerra dove a pagare sono sempre e solo i più deboli e coloro che rischiano la vita e i tanti che l’hanno persa per sostenere scelte di Governo che devono essere riconsiderate e rivalutate all’interno del Parlamento.
I militari vivono e subiscono le scelte e le decisioni di un Governo che è stato sempre subalterno alle scelte degli alleati, fanno il loro dovere orgogliosi di rappresentare il Paese e di portare pace e ricostruzione là dove vi sono popolazioni martoriate. Ma in Afghanistan le cose sono cambiate da diversi anni, l’alto senso del dovere, la vocazione per la missione e il giuramento alla Patria vivono a braccetto con il terrore di essere il prossimo militare caduto in missione.

Il Signor Smith svela la "Missione oppio". Intervista a Giorgia Pietropaoli

foto: popoff.globalist.it
Kabul (Afghanistan) - La guerra in Afghanistan scoppiata nel 2001 con la caccia ad Osama Bin Laden e le Torri Gemelle non c'entra nulla. C'entra, e molto, con i risultati dell'”editto” emanato dal Mullah Omar che avevano praticamente cancellato la produzione di oppio dell'Afghanistan, principale serbatoio di riferimento per traffici internazionali e produzione di medicinali. Ne parliamo con Giorgia Pietropaoli, autrice di “Missione Oppio. Afghanistan: cronache e retroscena di una guerra persa in partenza” edito da Alpine Studio nel 2013.

Voglio partire da una domanda provocatoria: il suo libro inizia con la testimonianza del "signor Smith", ma le chiedo: come si può essere sicuri, da lettori, che questi esista davvero e non sia uno "strumento letterario" utile per strutturare poi tutto il libro?
Domanda legittima ma non provocatoria. Provocatorio è il nome che ho dato alla mia fonte, Mr Smith: insomma, chi crederebbe a uno che si chiama Mr. Smith? Ma il mio non è un romanzo. È un saggio d’inchiesta. E se non ci fosse stato Mr. Smith non esisterebbe nemmeno il capitolo che tratta le case farmaceutiche. Ho iniziato la mia ricerca in questo senso proprio partendo dalle parole di questa fonte che, voglio ricordarlo, è un militare che addestrava un reparto dell’esercito afghano. Purtroppo non è la prima volta che qualcuno mi fa una domanda del genere. Il lettore deve aver fiducia nel compito del giornalista, che è quello di verificare se ciò che sta dicendo una fonte è vero. Mettiamola così: quel primo capitolo è il racconto dell’esperienza di un soldato (non dirò il grado) che ha vissuto l’Afghanistan sulla propria pelle, in prima persona. Gli si può credere oppure no. Io ho scelto di credergli e ho cercato di approfondire alcuni indizi che sembravano interessanti e sui quali fino a quel momento non avevo mai riflettuto. E da questa indagine sono usciti documenti, coincidenze, rapporti interessanti che rendono la testimonianza di Smith valida. Non dobbiamo dimenticare che le fonti anonime sono sempre esistite nella storia del giornalismo ed hanno aiutato a rivelare grandi storie, scandali, notizie. Penso alla gola profonda di Bob Woodward e al ruolo che ebbe nel Watergate.

Perché un libro di “cronache e retroscena di una guerra persa in partenza” scritto ora, quando secondo i più diffusi media occidentali il 2014 costituirà la conclusione della missione?
Il conflitto è iniziato nel 2001. Ben dodici anni fa. E non è ancora terminato. Se c’è un momento adatto per tirare le somme, per fare un bilancio è proprio questo. Lo scopo del mio libro è in parte questo: quali sono stati i risultati ottenuti con questa guerra? Il 2014 non sarà l’anno in cui ci ritireremo definitivamente dall’Afghanistan e metteremo fine alle ostilità. Come sempre, questa idea è frutto del modo di fare informazione dei mass media occidentali che, pur di fare propaganda a questa o quella fazione, danno le informazioni in maniera sbagliata o incompleta. Nel 2014 terminerà la missione Isaf, questo si. Ma è già pronto il nuovo piano che lo sostituirà, il “Resolute Support”, che scatterà alla fine del 2014. Rimarranno le truppe (anche se in minore quantità), rimarranno le basi, rimarranno i nostri militari che lavoreranno per gli stessi scopi di Isaf. Hanno solo cambiato la veste, utilizzando un altro nome, ma la sostanza è sempre la stessa.

Raccontare la guerra tra velocità e competenza. Intervista a Cristiano Tinazzi

foto: 

Milano - Internet e giornalismo: un rapporto tanto osannato quanto criticato, come quando - il mese scorso - la necessità di essere veloci sembrava poter complicare la posizione dei quattro giornalisti fermati dai ribelli siriani, per i quali le prime notizie parlavano senza giri di parole di "rapimento" vero e proprio. Ne è nata dunque un'intervista a Cristiano Tinazzi, che con Amedeo Ricucci, Stefano Varanelli ed Elio Colavolpe era entrato in Siria a dicembre. Con lui abbiamo parlato proprio del reporter di guerra, una figura tanto "romantica" nell'idea del lettore medio quanto ignorata dai direttori dei mezzi di informazione. 

Il caso di Amedeo Ricucci, Elio Colavolpe, Andrea Vignali e Susan Dabbous, risoltosi per il meglio, sembra molto diverso dal caso Quirico-Piccinin. In base alla tua esperienza di reporter di guerra, cosa ne pensi?

Il caso di Quirico e Piccinin segue quelli di Tice e Fowley, giornalisti americani spariti da mesi in Siria. Quirico è entrato dal Libano per dirigersi verso Homs ma nessun giornalista da mesi usa più quel passaggio di confine, visto che in diversi sono stati uccisi, rapinati o sequestrati. Nella zona operano bande di predoni, contrabbandieri, uomini di Hezbollah, governativi, milizie filo-Assad Senza contare gruppi slegati e non dall'Els [l'Esercito Siriano Libero, ndr]. I combattimenti in quella striscia di terra che separa il confine da Homs sono molto cruenti. Una zona off limits per tutti. Due mesi fa un inviato della Bbc, Paul Wood, era stato rapito. E nella stessa zona è scomparso quasi un anno fa il giornalista americano Austin Tice.

Torniamo al fermo dei quattro giornalisti (Amedeo Ricucci, Elio Colavolpe, Andrea Vignali, Susan Dabbous). Perché all'inizio si parlava di "rapimento" quando poi si è saputo essere un "fermo"? Quanto ha influito sulla terminologia la necessità della rete di condividere immediatamente questa notizia? In più, puoi spiegarci la differenza tra le due situazioni?

Un fermo non è una notizia. I media hanno bisogno di titoli da strillare e spesso chi lancia questi titoli non ha nessun interesse a verificare i fatti quanto invece a fare del vero e proprio sensazionalismo. C'è stata una vera e propria corsa a chi per primo dava la notizia quando non si è riusciti a frenare la fuga di informazioni. Cavalli che scalpitavano ai box e decine di telefonate... Poi c'è una certa stampa, come quella del Giornale o di Libero, che ha già una impostazione islamofoba e idee preconcette quando si parla di Medio Oriente e Islam, per cui un fermo diventa rapimento e i rapitori diventano automaticamente dei 'terroristi'.

Lobby, Regione, dibattito. Intervista a Maria Cristina Antonucci (4/4)

Continua da qui:
[Parte 1: Democrazia, partiti e utilità del lobbismo. Intervista a Maria Cristina Antonucci (1/4)]
[parte 2: Lobby, Europa e società civile organizzata. Intervista a Maria Cristina Antonucci. (2/4)]
[Parte 3: Lobbisti, faccendieri e stereotipi. Intervista a Maria Cristina Antonucci. (3/4)]

foto: http://euact.eu/
Roma - Quarta ed ultima parte dell'intervista alla dottoressa Maria Cristina Antonucci  - ricercatrice in Scienze sociali presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) grazie alla quale abbiamo cercato di capire chi siano davvero i lobbisti al di là degli stereotipi e come questi si muovano nelle istituzioni europee e verso il decisore pubblico italiano. Non resta che andare a guardare l'ultimo dei tre livelli nei quali questi si muovono, quello più vicino alla quotidianità della gente: il piano regionale.

Toscana, Molise, Abruzzo, Veneto, Emilia-Romagna sono alcune delle regioni che hanno – o stanno tentando – un regolamento del settore lobbistico. Può essere quello regionale un piano con il quale, sostanzialmente, bypassare l'incapacità di normare il piano nazionale?

Purtroppo, in carenza di una legge nazionale le discipline regionali emerse, pur se apprezzabili, non risultano sufficienti per trainare il modello di regolazione italiano del lobbying. La difficoltà principale si pone con riferimento ai tentativi di legislazione regionale non ancora andati a buon fine, come nel caso del Veneto. La proposta di legge regionale veneta presentata di recente prevedeva un obbligo di iscrizione dei lobbisti al Registro della trasparenza della Regione, venendo così a fornire una disciplina di dettaglio regionale per una professione non regolamentata a livello nazionale. Il potenziale conflitto di competenze legislative tra livello nazionale e livello regionale, con la conseguenza di un possibile annullamento ex post della legge regionale, si pone in maniera seria.
Nei tre casi di leggi regionali approvate (L. R. 5/2002 della Regione Toscana, della Regione Molise, e L. R. 61/2010 della Regione Abruzzo) , si è invece prevista la facoltatività dell’iscrizione ai registri regionali – in cambio di incentivi selettivi - per i lobbisti che intendevano esercitare la propria attività nei confronti di Consiglio (Toscana e Molise) e Giunta (Abruzzo). Il modello di riferimento evidente è la regolazione della Commissione europea, ben nota per trascorse vicende politiche dei proponenti delle leggi regionali toscana e abruzzese, Nencini e Chiavaroli.
E tuttavia vorrei sottolineare come se anche le leggi e i progetti di legge regionali non possono da soli supplire ad una organica disciplina legislativa nazionale in materia, essi dimostrano come la questione del rapporto tra gruppi di pressione e istituzioni politiche sia stata correttamente intesa, nella sua importanza e nelle sue conseguenze, dai sistemi politici regionali, il cui personale politico abbia avuto esperienze all’interno delle istituzioni europee.

Lobbisti, faccendieri e stereotipi. Intervista a Maria Cristina Antonucci. (3/4)

Continua da qui:
[Parte 1: Democrazia, partiti e utilità del lobbismo. Intervista a Maria Cristina Antonucci (1/4)]
[Parte 2: Lobby, Europa e società civile organizzata. Intervista a Maria Cristina Antonucci. (2/4) ]

foto: toolfools.wordpress.com
Roma - Europa, Italia, Regioni. Sono questi i tre piani – come abbiamo fin qui visto, grazie all'aiuto della dottoressa Maria Cristina Antonucci  - ricercatore in Scienze sociali presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) – nei quali si muovono i lobbisti. Dopo aver cercato di approfondirne i rapporti con le istituzioni europee, in questa terza parte dell'intervista cercheremo di “smontare” uno stereotipo tanto utilizzato quanto errato: che i lobbisti siano nient'altro che faccendieri ed intrallazzatori.

Partiti, elezioni e gruppi di pressione. Può l'attività di questi ultimi essere considerata come una forma di democrazia (più) diretta? Forme di organizzazione come i comitati per l'acqua pubblica possono essere considerati già come gruppi di pressione e, in tal senso, lo spostamento degli elettori a forme partecipative di questo tipo può portare – in aggiunta al forte astensionismo elettorale – ad una sorta di “democrazia dei gruppi di pressione”?  

Uno dei paradossi delle democrazie mature contemporanee sembra risiedere proprio nella distonia  tra aumentata richiesta di ulteriori strumenti e percorsi di partecipazione politica (le elezioni primarie  anche in sistemi politici in cui non siano espressamente previste, la partecipazione politica sul web, le consultazioni on-line su temi oggetto di prossime politiche pubbliche) e la crescente defezione rispetto ai tradizionali canali della partecipazione (astensionismo alle elezioni politiche, mancanza di quorum ai referendum, distacco e condanna rispetto all’esperienza dei partiti, quando non delle istituzioni politiche). In questo contesto ogni altra forma di partecipazione associata, come i movimenti collettivi per i beni pubblici (alla cui categoria, piuttosto che a quella delle lobby, ricondurrei i soggetti organizzati per l’acqua pubblica e altri public goods) e come i gruppi di pressione raccolti attorno ad uno specifico interesse, possono rappresentare canali alternativi della partecipazione politica associata, in grado di riattivare la scarsa e poco vivace fiducia collettiva nel sistema politico. Tuttavia, più che riferirmi ad una democrazia dei gruppi di pressione, penso sia preferibile parlare di una democrazia che si apre a nuovi soggetti: nuovi modelli di partiti, come il MoVimento cinque stelle (che si definisce movimento, ma agisce secondo la razionalità propria del partito politico), nuovi movimenti collettivi - differenti rispetto ai movimenti degli anni ‘60-‘80, grazie all’uso professionale delle tecnologie di comunicazione di massa – e molteplici  gruppi di pressione.

Lobby, Europa e società civile organizzata. Intervista a Maria Cristina Antonucci. (2/4)

Continua da qui:
[Parte 1: Democrazia, partiti e utilità del lobbismo. Intervista a Maria Cristina Antonucci (1/4)

foto: paginatre.it
Roma - Seconda parte dell'intervista realizzata con la dottoressa Maria Cristina Antonucci  - ricercatore in Scienze sociali presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), sul fenomeno – tanto chiacchierato quanto sconosciuto – delle lobby. Dopo aver fatto un quadro genderale, cerchiamo di capire come si muovano i gruppi di pressione, analizzando in questa parte dell'intervista il piano europeo.

Parlando di lobbying” abbiamo detto che i lobbisti si muovono sui tre piani: sovranazionale, nazionale e regionale. Partendo dal primo, nello specifico il piano europeo, quali sono state le tappe più importanti del rapporto tra lobbisti e decisori europei?

L’Unione Europea è un sistema politico derivato di secondo livello, che, nel corso degli anni, è arrivato ad assumere un livello di decisioni politiche in grado di generare il contenuto, come è stato stimato, di circa il 70% delle legislazioni nazionali. Tra gli anni 80 e gli anni 90, dentro al sistema europeo è esplosa la Comitatologia, ovvero la possibilità che la Commissione assumesse le proprie decisioni sulla base di una assistenza fornita da Comitati composti da rappresentanti degli Stati membri espressione delle amministrazioni nazionali in grado di rappresentare le posizioni, per distinte materie di competenza, dei governi nazionali in materia di implementazione delle politiche europee. L’assenza di una regolamentazione di ruolo e funzione dei Comitati, almeno fino alla formulazione della decisione Comitatologia 468/1999 (che ha posto dei requisiti di trasparenza e che ha individuato margini di verifica per il Parlamento europeo), ha aperto ampi spazi di manovra per i rappresentanti degli interessi presso la Commissione.

Democrazia, partiti e utilità del lobbismo. Intervista a Maria Cristina Antonucci (1/4)

foto: festivaldellegenerazioni.it
Roma - Questa intervista nasce quasi per caso, quando la dottoressa Maria Cristina Antonucci (nella foto) - ricercatrice in Scienze sociali presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e docente di Sociologia dei fenomeni politici all'Università di Roma Tre - mi ha fatto notare un errore nell'articolo "#Celochiedeleuropa/1. Lobby e Commissione Europea: chi controlla i controllori?". Ne ho dunque approfittato per chiederle di rispondere ad alcune delle mie curiosità, aumentate con la lettura del suo libro “Rappresentanza degli interessi oggi. Il lobbying nelle istituzioni europee e italiane” edito da Carocci Editore nel 2012 su che cosa siano le lobby. Una parola che, come vedremo in questa intervista, viene usata nei media in un modo spesso inesatto.

Perché un libro sul lobbying?

Rappresentanza degli interessi oggi, uscito nel 2012 è frutto di un lavoro di ricerca iniziato nel corso del mio dottorato, alcuni anni prima, e risponde ad alcune esigenze di identificazione e contestualizzazione di un fenomeno sempre meno marginale nel sistema politico italiano. In quest’ultimo contesto, vale la pena ricordare che la scienza politica italiana ha appuntato maggiormente la propria attenzione sul ruolo delle istituzioni politiche e dei partiti politici, marginalizzando - con le eccezioni di autori quali Gianfranco Pasquino, Domenico Fisichella, Luigi Graziano e Liborio Mattina - l’analisi dei gruppi di pressione in Italia e delle relative tecniche di pressione, comunicazione e influenza che costituiscono il lobbying. Inoltre, il fenomeno dei gruppi di pressione e della rappresentanza presso il sistema politico ha assunto una maggiore rilevanza in un contesto in cui i partiti politici, nelle forme assunte nella seconda repubblica declinavano, mentre le istituzioni politiche molto spesso avevano una bassa resa in quanto ad effettività dei processi decisionali.

Perché è importante parlare di lobby?

Molto più mirato ed efficace appare il metodo del lobbying adottato dai gruppi di pressione per favorire esiti decisionali specifici e rapidi, anche quando lo scopo finale è quello di esercitare poteri di veto e bloccare un processo decisionale. La crescente importanza dei gruppi di pressione nei sistemi politici non è un tratto solo italiano. Il lobbying veniva ad essere designato dall’OCSE in un Rapporto del 2007, come una delle modalità emergenti per i gruppi di pressione di intersecare il sistema politico nel contesto dei processi di globalizzazione.

Voci dal pluralismo catanese. Intervista a Claudia Campese

foto: CTzen.it
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/voci-dal-pluralismo-catanese-intervista-a-claudia-campese/27730/

Catania, 18 maggio 2012 – In Italia in questi ultimi anni si è spesso denunciata, nel campo dell'informazione, l'assenza di un vero pluralismo. A Catania, poi, con l'impero cartaceo-televisivo di Mario Ciancio Sanfilippo di quel monopolio se ne è fatto direttamente un laboratorio. Nei giorni scorsi ne abbiamo parlato con Antonio Condorelli[1]. Oggi, su quegli stessi argomenti, facciamo quattro chiacchiere con Claudia Campese, direttrice di CTzen.it.

Puoi raccontarci, brevemente, com'è la situazione dell'informazione a Catania e che sbocchi ci sono per una testata giovane e fatta da ragazzi come la vostra?

Da sempre Catania vive in uno stato di monopolio dell'informazione. «L'ho letto sul giornale», dicono i catanesi, senza bisogno di specificare il nome. E' ovvio per tutti che si tratta de La Sicilia di Mario Ciancio Sanfilippo, direttore-editore con diversi interessi in quasi tutte le tv locali e nell'edilizia cittadina. Altri fogli, come Il Giornale di Sicilia, nonostante vengano venduti in città, non fanno base nel capoluogo etneo. C'è poi il caso de La Repubblica che solo da pochi anni distribuisce anche a Catania l'edizione regionale palermitana. Un embargo frutto di un accordo tra gli editori: Ciancio, proprietario dell'unica rotativa etnea, faceva stampare la testata nazionale a Catania a patto che questa non venisse distribuita nelle sue province di competenza. Catania, Siracusa e Ragusa appunto. Nel passato, qualunque tentativo di contrastare questo monopolio ha fallito. Negli ultimi anni sono nate diverse testate, riconducibili però – a grandi linee - a due formule: aggregatori on line di agenzie e giornali di controinformazione. Noi di CTzen non abbiamo intenzione di sostituirci a nessuno. Crediamo che, come in qualunque città civile del mondo, debbano esistere delle alternative. Più occhi e più voci tra cui sono i lettori a scegliere. Se a Catania sei giovane, attento a certe tematiche o semplicemente stufo dello stato della città è più probabile che troverai le notizie che ti interessano - o trattate con un taglio che ti soddisfa di più - su CTzen che su La Sicilia. Anche senza tirare in mezzo motivi ideologici.

Quanto riuscite e siete riusciti a fare in questi mesi, in merito alla creazione del vostro spazio nella situazione informativa catanese e, nel caso abbiate anche riscontri da altre città, siciliana?

A giudicare dal numero di lettori sempre in crescita, dagli attestati di stima che riceviamo, dalle critiche anche severe al minimo errore avevamo ragione a pensare che a Catania ci fosse ancora uno spazio informativo vuoto.

Il giornalismo e il libro paga dei potenti. Intervista ad Antonio Condorelli

foto: loschiaffo.org
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/il-giornalismo-e-il-libro-paga-dei-potenti-intervista-ad-antonio-condorelli/27671/

Catania, 16 maggio 2012 - Perché intervistare Antonio Condorelli? In questi mesi, raccontandovi quello che avviene in Sicilia, spesso ho avuto tra le mani materiale firmato da lui. Le sue inchieste, le sue denunce, sono state per me – estraneo geograficamente al contesto siciliano e quindi con un'altra quotidianità con la quale fare i conti – un modo per imparare a conoscere quella parte della Sicilia che mi interessa raccontare, cioè quella della mafia e dei suoi gangli economici, degli appalti dati sempre ai “soliti quattro” noti e tutte le altre storture di una regione – ma il discorso naturalmente sarebbe da ampliare all'intera penisola – che paga un prezzo altissimo ai troppi poteri forti che la tengono in pugno. Il giornalismo, naturalmente, rappresenta la prima barriera di difesa verso questi poteri, attraverso la denuncia e la pubblicazione di nomi, fatti ed episodi. Quando questo naturalmente, rispecchia quel senso “etico” di giornalismo di cui parlava Pippo Fava.


Ti chiederei di fare un breve excursus sulla situazione dell'informazione a Catania, che so essere accentrata per lo più nelle mani di un uomo solo, cioè Mario Ciancio Sanfilippo. E qual è, inoltre, la situazione nell'intera Sicilia?

L'informazione siciliana viaggia sul cartaceo prevalentemente attraverso tre grandi quotidiani (Giornale di Sicilia, Gazzetta del Sud, La Sicilia) che hanno in comune l'editore Mario Ciancio, socio del Giornale di Sicilia e della Gazzetta e unico proprietario de La Sicilia. I tre quotidiani hanno spezzettato il territorio e attraverso la distribuzione il sistema diventa blindato. In ciascuna edicola di Catania arrivano circa 200 copie de La Sicilia e massimo 9 della Gazzetta del Sud o del Giornale di Sicilia. Quindi il cittadino che vuole comprare un quotidiano, grazie a questo accordo commerciale trentennale, trova La Sicilia a Catania, il Giornale di Sicilia a Palermo, la Gazzetta del Sud nel messinese.
Ma il fattore determinante è quello della scelta dei cittadini e dei politici che fanno a gara per un trafiletto sul quotidiano di Ciancio, in una società basata sulla comunicazione, apparire sul quotidiano vuol dire esistere e per un politico è tutto. Il discorso vale anche per l'estrema destra e l'estrema sinistra. Faccio un esempio pratico: quando ho pubblicato sul Il Fatto Quotidiano la notizia che Mario Ciancio era indagato per concorso in associazione mafiosa non c'è stato un politico, un'associazione, compreso le “agguerrite” compagini di destra e di sinistra che hanno osato commentare, anche solo con un colpo di tosse, la notizia, confermata dalla Procura.