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Ostaggi


Eccallà, direbbero a Roma. Ci risiamo di nuovo: il leader libico e mad dog della politica internazionale Muhammar Gheddafi lo ha rifatto. Cacciati tutti i cittadini dei paesi appartenenti all'area Schengen. Negli anni '70 – a pochi mesi dal golpe con il quale era salito al potere rovesciando re Idris I – aveva cacciato tutti i cittadini italiani, espropriando tutti i loro averi, per le beghe coloniali della guerra. E fin lì, forse forse, gli si poteva anche dar ragione. «Di colpo fu il caos. Non si capiva più niente. Ci bloccarono i conti corenti; e così non avevamo nemmeno gli spiccioli per fare la spesa. Poi capimmo che non avremmo potuto portare niente. E ricordo le scene umilianti delle perquisizioni prima di farci entrare in ambasciata: temevano che nascondessimo l'oro e lo portassimo al sicuro» dice Giovanna Ortu, presidente dell'associazione italiani rimpatriati dalla Libia.

Ora ci riprova, rinverdendo una diatriba che dura da circa un anno e mezzo fa, da quando cioè le autorità elvetiche avevano arrestato suo figlio Motassin Bilal (detto “Hannibal”, il perché non oso neanche immaginarlo...) reo di aver maltrattato due domestici in un hotel di Ginevra. Essendo evidentemente molto permaloso ed attaccato alla famiglia, il leader libico per ripicca non solo blocca le esportazioni di petrolio verso il paese della cioccolata, non solo ritira dai suoi conti svizzeri qualcosa come 5 miliardi di euro, ma come ciliegina sulla torta sequestra anche due uomini d'affari elvetici che si trovavano a Tripoli. Naturalmente nessuno dice niente, perché Gheddafi beh...è Gheddafi, e sappiamo tutti com'è fatto no?
Comunque la storia finisce con l'allora Presidente della Confederazione Elvetica Hans-Rudolf Merz costretto a genuflettersi di fronte al leader libico, il cui potere, evidentemente, si espande oltre i confini dell'ex-colonia italiana.

Le acque sembrano tornare quasi tranquille, finché qualche giorno fa la Svizzera crea una «black list», di quelle che vanno tanto di moda nell'epoca del post 11/9 con i cattivi libici: 188 persone, tra cui Gheddafi e famiglia.
È il caos: dalla Libia partono strali contro tutti i paesi dell'area Schengen (cioè praticamente tutti i Paesi europei, ad eccezione di Gran Bretagna e Irlanda, più Islanda, Norvegia e – appunto – Svizzera più Cipro, Bulgaria e Romania che aderiscono in maniera provvisoria), rei di essere solidali con Berna.

Breve passo indietro: gli accordi di Schengen sono stati firmati nel 1985 nella cittadina lussemburghese che ne dà il nome e definiscono la libera circolazione di persone, merci e servizi all'interno dei paesi aderenti, eliminando così le frontiere interne, aumentando i controlli sulle frontiere c.d. “esterne”. Integrato sia nel Trattato di Maastricht che nella Costituzione degli Stati Uniti d'Europa (nota come Trattato di Lisbona), prevede che se uno dei paesi che ne fanno parte adotti – come nel caso di specie – una lista nera, questa si estenda a tutti i paesi aderenti. È una cosa logica: se non ho controlli all'interno dei paesi dell'area, e uno degli stati appartenenti non vuole che circolino persone che definisce “sgradite”, come fa a controllare che quei soggetti non transitino nel suo territorio, se l'unico controllo che poteva fare – quello alle frontiere – non esiste più?

È la fine: scene di panico in tutta Europa, in particolare in Italia, unico paese passato da colonizzatore a colonizzato dalla stessa nazione (cioè la Libia). Perché noi siamo più intelligenti degli altri, e come trattiamo noi i dittatori non li tratta nessuno. Circa 20 anni fa c'erano Mohammed Siad Barre – che allora imperversava in Somalia – e Bettino Craxi. Costruimmo qualcosa come 450 km di nulla che prende il nome di “autostrada” Garowe-Bosaso sulla quale molto è stato detto, tra cui anche di essere cimitero per le scorie nucleari che dai paesi industrializzati vengono gettati nelle discariche del Terzo Mondo con quel fenomeno noto come “navi a perdere” (e di cui anche Ilaria Alpi si occupò prima di essere uccisa nel 1994 proprio in Somalia). Cambiano gli interpreti – oggi abbiamo al di là del Mediterraneo il leader libico ed al di qua Berlusconi – ma il film è sempre lo stesso, autostrada annessa.

Sinceramente dei rapporti Svizzera-Libia poco me ne cale, mi interessa di più notare il servilismo con cui i politici italiani – di destra e sinistra (quando si dice una politica “bipartisan”) - si prostrano nei confronti del leader libico. Su La Stampa di oggi, c'è un'intervista al nostro presunto Ministro degli Esteri (presunto in quanto la politica estera è da sempre fatta nei consigli di amministrazione delle grandi aziende nazionali, basti pensare a quel che fa l'Eni, peraltro ben presente in territorio libico) in cui si dice – cito testualmente – che «la decisione svizzera che equipara Gheddafi a terroristi internazionali poteva essere evitata». Non so voi, ma io mi sento un attimino preso per i fondelli da un'affermazione del genere. Tutti sappiamo il trattamento non certo di favore che la Libia riserva a chi viene colto in flagranza mentre tenta di fuggire dalle sue coste. Dalle mie parti uno così si chiama “terrorista”, così come terroristi sono tutti quegli stati – e quindi quegli uomini e quelle donne, visto che uno stato è fatto “fisicamente” dalle persone che lo abitano – che creano guerre per rubare il petrolio ed altre risorse atte al mantenimento dello status di “mondo ricco” (ma questa è un'altra storia...).

La “perla” dell'intervista però non è questa affermazione. Alla domanda se il blocco dei visti ai cittadini europei sia da considerare come l'ennesima provocazione a Gheddafi, Frattini (per una volta trovato in Italia, visto che di solito è sempre in vacanza alle Maldive quando succede qualcosa...) risponde così: «Agendo in questo modo, la Svizzera prende in ostaggio gli altri Paesi dell'area Schengen». Qui l'apoteosi, la standing ovation della diplomazia di sottomissione al leader libico. Noi che abbiamo permesso a Gheddafi di soggiornare in tenda a villa Pamphili in barba a qualunque divieto che sarebbe invece stato ampiamente rispettato se la tenda fosse appartenuta a qualunque altro disgraziato, straniero o autoctono che fosse; gli abbiamo permesso di fare il “beato tra le donne” mettendogli a disposizione schiere di donne; gli abbiamo permesso di prenderci per le patriottiche terga in tutto il suo soggiorno in Italia; gli diamo navi ed armamenti oltre a 5 miliardi di euro (e la già citata autostrada...) perché gli abbiamo invaso il paese 60 e più anni fa (senza che peraltro lui si sia mai scusato di aver rubato le terre agli italiani che cacciò trent'anni fa) ed è la Svizzera a tenerci tutti in ostaggio?

La rabbia e il Cordoglio...

6 morti. A tanto ammontano le vittime da parte italiana dell'attentato di questa mattina alle 12 (le 9.30 in Italia) avvenuto nel quartiere diplomatico di Kabul, Afghanistan. Dispiace, davvero. Ma dispiace anche per tutte le vittime silenziose, per tutte le vittime che – come le 10 di questo attentato – si annoverano tra i civili, tra gente inerme il cui unico peccato è stato quello di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato.

Non mi importano molto le dinamiche. Tantomeno credo abbia senso fare l'elenco dei nostri morti, quelli tra pochi giorni torneranno ad essere dei numerini alla casella “morti di guerra” (d'altronde, chi di noi ricorda i nomi di tutte le vittime dell'attentato di Nassiyria?).

Ci sono però dei pensieri che mi sono venuti in mente mentre guardavo uno di questi – tanti - aggiornamenti che saranno fatti per un paio di giorni, in cui tutti racconteranno le storie di questi sei ragazzi e poi via, si torna alle solite puttanate che passano in tv, perché se si deprime troppo lo spettatore poi non mi ha più voglia di acquistare, e una tv commerciale, basata sulla pubblicità, di certo non può permettersi una cosa simile. Ma questo è un altro discorso...

A parte il fatto che, ovviamente, nessuno mai avrà la premura di cordogliare i bambini afghani che negli attentati perdono i propri genitori, le mogli che perdono i loro mariti, amici, parenti vari ma si guarderà sempre e solo ai “nostri” morti, come se gli altri – in quanto vittime civili – avessero un peso inferiore. Ma se questo attentato non fosse tale? Nel senso, non fossimo noi i veri “obiettivi”? Non lo so, magari è solo una mia falsa correlazione, ma alcuni giorni fa c'è stato un evento, in terra afghana – non trattato dai nostri organi d'informazione se non da quelli di estrema sinistra – che mi fa pensare che l'autobomba sia una ritorsione per i brogli (in 447 seggi, cioè circa 200.000 schede) che hanno visto vincere Karzai (non è certo un mistero che sia l'uomo politico afghano più vicino agli americani). E quindi se questa si rivelasse solo come la “risposta” dei taliban alla longa mano – lercia di sangue – americana sugli affari interni afghani francamente non ne rimarrei sconvolto.

Cordoglio dalla classe politica, com'è politicamente corretto sia, e due affermazioni che come al solito si distinguono dalla massa: Il nostro Ministro della Guerra – che risolverebbe anche le liti condominiali con i reparti speciali – ha definito “infami e vigliacche le aggressioni”, sottolineando ovviamente che non possiamo fermarci (di questo ne eravamo certi), anche se il suo piano di trasformare la nostra “esportazione di pace” in una guerra propriamente detta (ed in violazione dell'art.11 della Costituzione) ancora non è riuscita.

Il Ministro degli Esteri (il quale è l'unico a parlare di complotto intergalattico contro il Premier, mi chiedo se abbiano già avvisato l'Enterprise di tenersi pronta), ha sottolineato che "la tragedia di oggi è il prezzo che purtroppo dobbiamo pagare per sconfiggere il terrorismo e dare il nostro contributo alla pace ed alla sicurezza internazionale". Io, che ovviamente non sono così esperto come il ministro, credevo fosse il prezzo da pagare per essere stati per anni servi di Bush e della sua follia genocida-petrolifera. Ma evidentemente mi sbagliavo. Così come mi sbaglio quando penso che le parole di Maroni “andarcene sarebbe una resa al terrorismo” vadano lette come “andarcene darebbe un dispiacere a Finmeccanica ed a tutte le altre aziende italiane che producono armi”, giusto?

L'unica domanda buona è quella posta da Di Pietro, il quale si chiede cosa ci stiamo a fare, visto che – cito testualmente - “A forza di starci, e di restarci, in Afghanistan abbiamo perso anche la conoscenza delle ragioni per le quali ci siamo andati”. Rispondergli che è per aver dato il deretano all'ex intelligentone della casa bianca è tanto sbagliato?

Le foto della vergogna.

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Carcere di Ganfuda, Bengasi, Libia.

Signor Presidente del Consiglio, Signor Ministro degli Esteri, eravate a conoscenza di queste pratiche attuate in territorio libico? Come spiegate la vostra amicizia con un uomo che rende possibile tutto questo? Come potete, voi che vi fregiate di essere "democratici" e di vivere ed amministrare un paese "civile", permettere tutto questo?