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Sulla via di Stalingrado

Questa è una settimana strana, una settimana in cui la storia - quella scritta con la minuscola, quella che non arriva quasi mai sui libri di storia ma senza la quale i libri di Storia non ci sarebbero - ha deciso che Fausto e Jaio nel 1978, Dax e Rachel Corrie nel 2003 dovessero rimanere uccisi sotto i colpi del fascismo. Fausto e Jaio - al secolo, rispettivamente, Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci - muoiono il 18 marzo a 18 anni sotto i colpi di una calibro 32 in via Mancinelli, a Milano, dopo una serata - una delle tante - passate al Leoncavallo, uno dei centri sociali storici del capoluogo lombardo; ma negli anni'70 che tu possa morire di politica in qualche imboscata lo metti in conto, visto che siamo nel pieno della seconda guerra partigiana dopo quella per la liberazione da Mussolini. "Dax" si chiamava Davide Cesare, muore a 26 anni nella notte tra il 16 ed il 17 marzo, sotto le coltellate di tre neofascisti di 17,28 e 54 anni - quest'ultimo padre dei due giovani - e per colpa di quelle forze dell'ordine che, dalle insanguinate strade di Genova nel 2001 si è arrogata il diritto di decidere sulla vita o la morte, come i casi di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi insegnano.

Non so se negli Stati Uniti ci siano i centri sociali, quello che so è che Rachel Corrie muore nello stesso giorno di Dax, per colpa di quello stesso fascismo che, se in Italia uccide i propri figli, rei di non essersi "allineati" a Rafah - dove Rachel venne uccisa - permette da oltre un secolo che un popolo viva sotto assedio per una sorta di (in)giustizia storica verso gli occupanti.
Non so perché la storia di Rachel mi abbia sempre colpito più di altre, più di tutte. La sua come quella di Valerio Verbano la cui madre - Carla - combatte ancora oggi, a 30 anni di distanza, per sapere chi gli ha portato via quel figlio di 19 anni, con quella stessa tenacia che rivedo ogni giorno in Argentina, tra le Madres, le madri dei circa 30.000 desaparecidos che la dittatura argentina ha prodotto in quegli stessi anni in cui qui in Italia, se sbagliavi strada o quartiere, rischiavi di non tornare più a casa. Forse perché Rachel è l'unica ragazza in questo gruppo, forse perché decise un giorno di lasciare la sua città - Olympia, nello stato di Washington - per andarsene a migliaia di chilometri da casa ad aiutare il popolo della Palestina. O forse, più semplicemente, perché Rachel aveva 23anni, la mia stessa età, e a volte mi chiedo come sia morire schiacciati da un bulldozer a 23 anni.
Sono passati

Dove un figlio sotterra la madre e non succede mai l'inverso

Dove il figlio sotterra la madre e non succede mai l'inverso”.

È un verso di “30.000 hermanos”, canzone scritta da Luca Persico – meglio noto come Zulù, frontman e anima dei 99 Posse – che prende spunto dalla forza e dalla vicenda delle Madres de Plaza de Mayo, le madri dei desaparecidos argentini. Cioè di quelle ragazze e quei ragazzi che circa 30 anni fa in Argentina sono spariti, nel giro di pochissimo tempo, perché non si erano voluti piegare alla dittatura militare allora vigente. Queste madri sono passate alla storia perché da oltre 30 anni si riuniscono tutti i giovedì nella piazza principale di Buenos Aires – Plaza de Mayo, appunto – per chiedere la reaparicion con vida de sus hijos. La riapparizione in vita dei propri figli. Perché loro non sanno se sono morti, vivi, se sono detenuti e, se lo sono, dove.