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Scegli il parto cesareo solo se necessario...al medico!

Settembre, si sa, solitamente è il mese delle novità. Quest'anno stiamo assistendo ad un nuovo filone pubblicitario: dopo quelli ormai notissimi della pubblicità a sfondo commerciale e quella sociale (la c.d. “Pubblicità Progresso”) stiamo assistendo alla nascita della Pubblicità “presa per i fondelli”. Qualche post fa mi ero soffermato sul nuovo spot del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (qui l'articolo:http://senorbabylon.blogspot.com/2010/09/lotta-di-classe-e-pubblicita-sicurezza.html e qui: http://www.youtube.com/watch?v=PcnvE98iDKA lo spot) che interessandosi – per così dire – del problema della sicurezza sul lavoro fa passare il messaggio che le scarse condizioni di sicurezza sul lavoro non siano dettate dai tagli dei Padroni ma dal poco amor proprio dei lavoratori. Oggi invece ve ne voglio mostrare un altro di questi spot, che io però non ho ancora visto in televisione (anche perché la mia è diventata ormai né più né meno un soprammobile...) che riguarda un fenomeno molto molto strano che avviene in questo paese: l'alta – anzi altissima – percentuale di parti cesarei.

[qui:http://www.youtube.com/watch?v=Fct6pLi0WaM per chi non riuscisse a visualizzare il video]

Qualcun@ potrà – a ragione – obiettare che il sottoscritto non ha le competenze per parlare di parto (per ovvi ed evidenti motivi...), ma quando anche il parto diventa materia in qualche modo politica il tutto diventa estremamente interessante...
Il filone sanità – o sarebbe meglio dire malasanità – è probabilmente uno di quegli argomenti che più dovrebbero interessare il giornalismo nostrano, quanto meno quello dalla denuncia facile che tanto va di moda e che invece viene riportato in auge in maniera estemporanea per presentare l'ennesimo caso di errore medico e consimili di cui le cronache delle ultime settimane ci hanno raccontato.
I media, per come la vedo io, non fanno male ad essere presenti su questo aspetto – ci mancherebbe altro – ma puntano l'obiettivo sull'aspetto sbagliato. Ma d'altronde, se sapessero fare il loro mestiere saremmo in un altro paese. Un esempio? Prendiamo proprio il problema malasanità: si arriva alla denuncia del fatto singolo – per essere al pari con quella moda che vuole la denuncia di tutto e tutti senza che il sistema che genera tale episodio venga intaccato minimamente – ma mai nessuno si è mai addentrato, ad esempio, ad analizzare il problema dell'ingresso della politica negli aspetti decisionali della sanità o il problema della “meritocrazia” per amici, parenti e questuanti dei baroni universitari che proclamano grandi medici non i più bravi ma i più asserviti al loro potere, e gli esempi potrebbero – ahimé – continuare a lungo...

(non)Libera informazione in (non)libero Stato

“Nonostante l'Europa occidentale goda a tutt'oggi della più ampia libertà di stampa, l'Italia è stata retrocessa nella categoria dei paesi parzialmente liberi, dal momento che la libertà di parola è stata limitata da nuove leggi, dai tribunali, dalle crescenti intimidazioni subite dai giornalisti da parte della criminalità organizzata e dei gruppi di estrema destra, e a causa dell'eccessiva concentrazione della proprietà dei media”.

Non si può parlare di bocciatura netta, senza appello. Ma poco ci manca. Nell'ultimo rapporto sulla libertà di stampa nel mondo, edito da una organizzazione libera americana il cui nome, qui in Italia, suona quasi come una beffa, il nostro paese si classifica 73° - a pari merito con Tonga – su un totale di 195 (ultimo paese la Corea del Nord, considerata ovviamente “non libera”).
La Freedom House – questo il nome dell'organizzazione che dal 1980 svolge questo studio annuale - affida la valutazione ad «un processo di analisi e valutazione condotto da un team di esperti e studiosi locali […] che ha coinvolto diverse decine di analisti, fra cui i membri del core team di ricerca con sede a New York». Valutazione che si crea tenendo conto di tre scenari principali:

  • scenario giuridico:è l’esame di leggi e regolamenti «che influenzano il contenuto dei media e del governo nonché l’inclinazione a utilizzare queste leggi e le istituzioni giuridiche per fermare la libertà d’azione dei media».
  • scenario politico:cioè il livello di controllo politico sui media, in particolare inerentemente al grado di indipendenza dell'editoria – sia pubblica che privata – l'accesso alle fonti di informazione la vitalità dei media e la diversità delle notizie disponibili all’interno di ciascun Paese; la capacità della stampa di coprire le notizie liberamente e senza pressioni o intimidazione da parte dello Stato o di altri attori»
  • scenario economico: trasparenza, distribuzione delle risorse pubblicitarie e grado di corruzione.

Ora, leggendo questi tre parametri si potrebbe anche sostenere che in qualche modo ci abbiano voluto bene, visto il livello dell'informazione cui siamo soliti. Giornali i cui titoli sono praticamente identici, notizie date in maniera erronea o non date affatto sono solo due dei punti cui il lettore-medio va incontro quotidianamente. Stendiamo poi un velo pietoso per quanto riguarda la redistribuzione della proprietà editoriale e della pubblicità, tutta in mano a Berlusconi. La ricercatrice della FH Karin Karlekar spiega che la retrocessione è dovuta anche al secondo mandato di Berlusconi premier: «Il suo ritorno nel 2008 ha risvegliato i timori sulle concentrazioni di mezzi di comunicazione pubblici e privati sotto una sola guida». Aggravano poi la situazione la c.d. “legge Gasparri”, detta anche legge n. 112 del 3 maggio 2004 - "Norme di principio in materia di assetto del sistema radiotelevisivo e della RAI - Radiotelevisione italiana S.p.A., nonché delega al Governo per l'emanazione del testo unico della radiotelevisione"; l'aver innalzato l'IVA a Sky e quella perla degna della dittatura argentina che risponde al nome di ddl Alfano che prevede il carcere per i giornalisti "ficcanaso". Certo, non che il nostro paese abbia mai rischiato di entrare nel “giro che conta” (dove, ai primi posti, nell'ordine: Islanda (1°), Finlandia e Norvegia, rispettivamente seconda e terza) visto che al massimo – sotto i due governi Prodi – siamo riusciti ad arrivare alla postazione numero 65, ma vederci sorpassare da paesi come Barbados, Micronesia e Cile – con tutto il rispetto – non è che sia poi una cosa così piacevole. Non trovate?

Cosa si può fare per una cosa del genere? Beh, innanzitutto svegliarsi e prendere coscienza che una cosa del genere è da considerarsi un vero problema, e non pensare – come siamo soliti fare – che c'è di peggio. E poi iniziare a fare una cosa molto molto semplice: informarsi. Eh, che cosa rivoluzionaria eh?! Però riflettiamoci un attimo. Anche qui, discorsi mai sentiti prima: nel nostro paese, come si suol dire, ci sono più scrittori che lettori. E non è una mera battuta. Ed i giornali più venduti sono spesso quelli sportivi. Il 25% degli studenti che escono dalla scuola media inferiore è da considerarsi praticamente analfabeta; alla laurea approda il 45% degli iscritti (la media Ocse è del 69%, nell'immagine di fianco sintesi dei dati storici relativi all'Italia nei Rapporti Freedom House). Sono cifre che non mutano granché di anno in anno. Perché questo? Perché i giovani sono cresciuti a pane&tv, e molto spesso il tubo catodico ne ha surrogato l'autorità genitoriale. Quindi il modello sociale che i giovani hanno in testa è quello espresso dalla televisione, un modello che non premia certo il cervello e la cultura. Questo porta – non sono certo io a fare cotanta scoperta – ad avere un paese di ignoranti. Termine inteso non tanto come offesa, ma proprio nel significato letterale del termine. Noi giovani – io mi ci metto dentro in quanto 22enne, pur ritenendomi con forse una punta di presunzione, un giovane mediamente informato – stiamo crescendo senza quel che potremmo definire “dovere di critica”, senza cioè quella conoscenza necessaria a passare dalla fase dell'infanzia all'età veramente adulta, cioè all'età del pensiero critico ed indipendente. E se pensiamo che in quelle percentuali sopra citate sono racchiuse le prossime leve del comando in Italia beh, io francamente inizio a preoccuparmi. Voi no?

Per chi fosse curioso, in questo pdf trovate la classifica completa della libertà di stampa nel mondo.