Fortezza Europa, viaggio sull'invalicabile confine sud (1/4)

Nel corso degli ultimi tempi, il continente europeo si è trasformato sempre più in una vera e proprio "Fortezza", chiusa verso chi tenta - emulando proprio gli europei di una manciata di decenni fa - di attraversare quel confine tra la povertà e la ricchezza, tra il cosiddetto terzo mondo e quel primo mondo che di questi è origine. E intanto - tra centri di identificazione, camere ad infrarossi e barconi - c'è chi ha trasformato i corpi migranti in un vero e proprio business.

Borders are the gallows of our collective national egos
I confini sono il patibolo del nostro collettivo egocentrismo nazionale
[ “Borders are” - Serj Tankian]


Roma - La chiamano – non a torto - “Fortezza Europa”. Perché è esattamente questo che, dall'esterno, il continente europeo è diventato. Un'enorme, immensa fortezza – nella quale forte sta diventando il divario tra classe al potere e cittadini - che ha da tempo chiuso le proprie frontiere, le quali grazie agli accordi bilaterali vengono spostate sempre più a sud (tanto che in molti parlano ormai di una vera e propria “delocalizzazione” delle frontiere) instaurando delle zone intermedie, dei luoghi – come le città-satellite turche – che non appartengono di fatto né alla “fortezza” né all'esterno. Purgatori geopolitici dove vengono stoppati i migranti, il cui sogno di una vita migliore rappresenta il più grande pericolo per gli stati difesi dalla Fortezza: rompere quel modello di sostentamento basato sullo sfruttamento dei paesi limitrofi.
Ad essere sotto i riflettori gli stati meridionali, ormai da anni gestori di una frontiera più socio-economica che geografica che dalle coste spagnole – enclavi marocchine incluse – e passando per i barconi di Lampedusa, simbolo di un nuovo “assalto alla Fortezza”, arriva fino alla Grecia ed alla Turchia, il cui “visto d'ingresso” per l'Europa politica verrà emanato anche in base al comportamento tenuto su aspetti come questo.
Gli stessi governi – in molti casi vere e proprie dittature – da cui i migranti scappano nella maggior parte dei casi, sono stati messi al potere dall'Occidente, dalle due “Fortezze” del primo mondo, cioè quella statunitense (che esporta guerre senza mai averne subita una sul proprio territorio, se non quella per la formazione o l'attacco dell'11 settembre) e quella europea, dove respingere i migranti alla frontiera significa respingere le cause – anch'esse perpetrate dall'Occidente – del divario tra Nord e Sud del mondo (povertà, guerre, sfruttamento, etc).

Trapani-Milano, ricordando Mauro Rostagno

foto: trapaniok.it
Trapani, 27 settembre 2012 - «Il processo è in corso ma nessuno lo sa», ha detto Sergio Martin durante la manifestazione tenutasi a Milano due sere fa per ricordare Mauro Rostagno, giornalista, sociologo e molto altro ancora ucciso dalla mafia il 26 settembre 1988 a Lenzi di Valderice, nel trapanese. Quel processo di cui i grandi organi di informazione hanno deciso di non occuparsi – più interessante parlare della vicenda-Sallusti, evidentemente – che è ripartito davanti alla Corte d'Assise trapanese nell'aula bunker “Giovanni Falcone” proprio ieri, giorno del ventiquattresimo anniversario dell'omicidio.

Un'udienza – la numero 35 – che si è aperta e conclusa quasi immediatamente, con una malcelata sensazione che qualcuno avesse programmato di farla saltare, aggiungendo un altro episodio ad una ininterrotta serie di depistaggi e misteri che dura ormai da più di vent'anni. Da quando qualcuno decise di boicottare la verità sul caso, con l'allora procuratore Garofalo che – come ha ricordato nella notte milanese Enrico Deaglio - si sentì in dovere di chiedere scusa a Cosa Nostra, essendo certo che quell'omicidio fosse maturato tra amici.

Il colpo di scena, infatti, c'è stato quasi subito: Vincenzo Virga, l'ex capomafia trapanese detenuto per altri reati di mafia nel carcere di Parma e ritenuto mandante dell'omicidio (l'altro imputato è Vito Mazzara, esecutore materiale) non si è presentato per la videoconferenza. Ricoverato in ospedale lunedì 24, è stato sottoposto ad intervento chirurgico alla tiroide il giorno dopo. Un fatto questo che doveva essere comunicato prima dell'inizio dell'udienza ma del quale nessuno – nemmeno gli avvocati difensori – sapevano niente. Mancavano, inoltre, anche i tre testi che dovevano essere ascoltati, cioè Renato Curcio, Anna Maria Di Ruvo – la cui assenza è stata giustificata da impossibilità economiche e l'ex ministro Claudio Martelli, assente in quanto la difesa ha rinunciato ad ascoltarlo.
Dopo due sospensioni tecniche, l'unica cosa da fare è stata assegnare la “super-perizia” al maggiore Paniz del Reparto Investigazioni Scientifiche di Parma ed al professor Gatti dell'università di Catania.
Prossima udienza fissata per il 10 ottobre.

«Mauro è morto perché non ha accettato di tacere», ha detto durante la commemorazione milanese don Luigi Ciotti. Con il silenzio che i media hanno scelto su questa vicenda, però, si torna a quella vecchia abitudine italiana per la quale alcune persone – giornalisti e magistrati soprattutto – vengono ammazzati due volte.

Qui il gruppo facebook per seguire il processo (e non solo)