Roma - Terzo appuntamento con il nostro approfondimento sulla guerra di mafie romana[1][2]. Prima di andare ad approfondire le “biografie da emigrazione” delle organizzazioni, è bene porsi una semplice, quanto fondamentale, domanda: cosa ha spinto fin dagli anni Settanta le organizzazioni criminali a spingersi verso la Capitale?
Le organizzazioni criminali, in maniera diretta o indiretta – come nel caso delle mafie estere attraverso “delegazioni diplomatiche” - nella capitale e nella regione ci sono tutte. I primi insediamenti di camorra, 'ndrangheta e Cosa Nostra si devono alle latitanze, come nel caso dei Bardellino, che consideravano il Sud-Pontino nient'altro che una continuazione del loro territorio, o con i soggiorni obbligati, che hanno permesso, ad esempio, alla criminalità di mettere le mani sul mercato ortofrutticolo più grande del Sud Italia, cioè quello di Fondi, in provincia di Latina, dove sembra sia avvenuta una vera e propria spartizione della merce: le arance a Cosa Nostra, i pomodori alle 'ndrine, le mele annurche alla camorra.
È stato proprio partendo da questo che, in maniera più o meno voluta, le cosche si sono ritrovate con un'intera regione di cui poter usufruire, utilizzandola anche come “territorio neutro” sul quale dipanare le loro controversie, interne o esterne che fossero.
Estrapolare i boss dai loro territori – era questa l'idea alla base dei soggiorni obbligati al centro e al nord Italia – ha avuto però più lati negativi che positivi. Non solo infatti, come le cronache giudiziarie hanno più volte raccontato, i boss continuavano a comandare anche da lontano, ma slegarli dal loro contesto di riferimento in termini territoriali e soprattutto dal retaggio simbolico-culturale, ha permesso la nascita di alleanze trasversali, come avvenuto tra calabresi e campani per il mercato della droga sul litorale romano e nel Basso Lazio. Sul fronte transnazionale, invece, nigeriani e colombiani si occupano – in partnership con la 'ndrangheta (soprattutto con la 'ndrina dei Gallace, come evidenziato dall'operazione “Appia-Mithos”) – del trasporto della cocaina sul territorio, delegando poi ad algerini e marocchini lo spaccio al dettaglio e quello della cannabis, così come “patti della coca” sono stati rilevati con i serbi e con gli albanesi, alleatisi con la camorra, in particolare con il clan dei Gallo-Cavaliere di Torre Annunziata.
Fiumicino con l'aeroporto nonché Viterbo e Civitavecchia per il traffico via mare costituiscono le porte d'ingresso della droga nella regione.
Le organizzazioni criminali, in maniera diretta o indiretta – come nel caso delle mafie estere attraverso “delegazioni diplomatiche” - nella capitale e nella regione ci sono tutte. I primi insediamenti di camorra, 'ndrangheta e Cosa Nostra si devono alle latitanze, come nel caso dei Bardellino, che consideravano il Sud-Pontino nient'altro che una continuazione del loro territorio, o con i soggiorni obbligati, che hanno permesso, ad esempio, alla criminalità di mettere le mani sul mercato ortofrutticolo più grande del Sud Italia, cioè quello di Fondi, in provincia di Latina, dove sembra sia avvenuta una vera e propria spartizione della merce: le arance a Cosa Nostra, i pomodori alle 'ndrine, le mele annurche alla camorra.
È stato proprio partendo da questo che, in maniera più o meno voluta, le cosche si sono ritrovate con un'intera regione di cui poter usufruire, utilizzandola anche come “territorio neutro” sul quale dipanare le loro controversie, interne o esterne che fossero.
Estrapolare i boss dai loro territori – era questa l'idea alla base dei soggiorni obbligati al centro e al nord Italia – ha avuto però più lati negativi che positivi. Non solo infatti, come le cronache giudiziarie hanno più volte raccontato, i boss continuavano a comandare anche da lontano, ma slegarli dal loro contesto di riferimento in termini territoriali e soprattutto dal retaggio simbolico-culturale, ha permesso la nascita di alleanze trasversali, come avvenuto tra calabresi e campani per il mercato della droga sul litorale romano e nel Basso Lazio. Sul fronte transnazionale, invece, nigeriani e colombiani si occupano – in partnership con la 'ndrangheta (soprattutto con la 'ndrina dei Gallace, come evidenziato dall'operazione “Appia-Mithos”) – del trasporto della cocaina sul territorio, delegando poi ad algerini e marocchini lo spaccio al dettaglio e quello della cannabis, così come “patti della coca” sono stati rilevati con i serbi e con gli albanesi, alleatisi con la camorra, in particolare con il clan dei Gallo-Cavaliere di Torre Annunziata.
Fiumicino con l'aeroporto nonché Viterbo e Civitavecchia per il traffico via mare costituiscono le porte d'ingresso della droga nella regione.


