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L'ingannevole pubblicità della guerra


Esiste davvero la guerra? O forse quella che vediamo, quella che ci viene raccontata da giornali è tg è solo una finzione necessaria affinché l'opinione pubblica – che spesso ignora la maggior parte dei fatti che stanno dietro le quinte di un conflitto – si schieri con il proprio governo? Vietnam, Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia. La pianificazione di ognuna di queste guerre è stata affidata non solo agli esperti militari per le operazioni sul campo, ma anche agli esperti della pubblicità, così che oggi all'opinione pubblica la guerra viene venduta così, come si vendono i pannolini...

«Quando la CNN ha mostrato le immagini di Saddam Hussein con gli ostaggi si è esposta ad essere accusata di fare della propaganda, di fare del cattivo giornalismo. Se ci si limita ad accendere la telecamera per registrare passivamente tutto quello che succede senza intervenire questo non è giornalismo, è solo un fatto tecnico. Il giornalismo consiste spesso nel montaggio: decidere che cosa di un discorso è veramente importante, che cosa di un determinato evento può e deve essere mostrato al pubblico. Non si può accendere la telecamera e andarsene; un minimo di controllo, di intervento critico è indispensabile e questo mi pare sia quello che è mancato nel caso della CNN[1]»

[Ted Koppel, ex anchorman ABC]

Esistono ancora le guerre? Naturalmente la risposta è sì. Ma quello che vediamo, quello che ci viene mostrato nei telegiornali, nelle foto da prima pagina dei grandi magazine o che ci viene raccontato dalle colonne dei grandi quotidiani corrisponde davvero alla realtà del “campo di battaglia”? Rispondere sì anche a questa domanda è forse più difficile...
Che nei conflitti vi sia sempre un terzo fronte, quello della propaganda, è fatto notorio a tutti tanto che, parafrasando l'altrettanto nota questione sull'uovo e la gallina, ci si potrebbe chiedere se sia nata prima la guerra o la propaganda. quel che forse non tutti sanno è che oggi a “vendere” la guerra sono gli stessi che dalle reti televisive o dalle pagine dei giornali vendono pannolini, abiti, bibite e autovetture. Anche la guerra – e bene deve ricordarselo il generale Westmoreland [2] – è diventata ormai nient'altro che un prodotto mediatico che, come tale, deve essere venduto.
A chi? All'opinione pubblica, of course. E chi meglio di un'agenzia pubblicitaria può riuscire in questo compito?
Dice la nota massima che la prima vittima di un conflitto è sempre la verità, naturalmente se quella che ci ostiniamo a chiamare “verità” - intesa nella sua accezione oggettiva ed incontrovertibile – esistesse davvero. In tal senso non c'è periodo migliore per la diffusione della verità s-oggettiva di oggi, di questo tanto elogiato periodo dell'iper-informa(tizza)zione nel quale con un semplice click possiamo documentarci praticamente su tutto, passando in pochi attimi dalla ricetta dell'arrosto a quella per fabbricare una bomba sporca. Eppure mai come ora ci lasciamo abbindolare, mai come ora prendiamo per buone le verità della televisione.
Ma procediamo per gradi. Anzi, per immagini.

In amore e guerra tutto è permesso

Tra le due notizie che arrivano da Gaza non so quale delle due sia più raccapricciante. Il vecchio proverbio dice che «in amore e in guerra tutto è permesso». Ma procediamo per gradi.

Durante la prima Intifada – 1987 – si diceva che gli israeliani avessero una strana “usanza” di guerra: restituire i cadaveri dei giovani palestinesi, dopo 5 giorni, con una cucitura che andava dall'addome alla gola. Noi italiani abbiamo avuto modo di vedere questa pratica sul corpo di Stefano Cucchi, il giovane 31enne arrestato, torturato ed ucciso dalla polizia nell'ottobre scorso. Perché questa strana operazione? Perché gli israeliani avevano bisogno di “pezzi di ricambio” (cornee, ossa, pelle etc...) per i loro ospedali, in particolare quelli militari dove la pelle veniva riutilizzata per curare le ustioni dei militari della Stella di David.

«Dopo il prelievo delle cornee incollavamo le palpebre dei cadaveri, ma questo non veniva fatto per quei cadaveri per i quali sapevamo i familiari avrebbero aperto le palpebre». È la confessione-shock di Jehuda Hiss, dottore presso l'istituto di medicina legale Abu Kabir al quotidiano svedese Aftonbladet. Modus operandi poi confermato anche da un comunicato stampa dell'esercito israeliano, che però si era lavato la coscienza dicendo che questa era una consuetudine non più in voga da una decina d'anni. Evidentemente anche in guerra esistono le mode...
Quando esce lo scandalo c'è un mezzo incidente diplomatico tra Israele e Svezia, con il premier Netanyahu che pretese una ferma condanna per l'articolo che svelava procedure non degne di chi professa la sua appartenenza alla razza umana. Condanna che non arrivò perché il premier svedese fece notare una certa “postilla” nella carta costituzionale svedese: la chiamano libertà di stampa. Se un articolo simile fosse uscito nel nostro paese filo-sionista (ed in questo destra e sinistra, come in molte altre cose, vanno a braccetto) come minimo il giornalista che se ne sarebbe occupato sarebbe stato cacciato con disonore dal giornale per il quale lavorava. Oltre all'accusa di essere comunista, che è un epiteto ormai buono per tutte le stagioni.

Nel 2004 Hiss viene rimosso dall'incarico a causa di irregolarità nelle autopsie su denuncia di familiari di soldati israeliani e palestinesi. Il Procuratore Generale di Israele fece cadere le accuse ed oggi Hiss è ancora al suo posto, ufficiosamente a continuare la pratica di “ricercatore di ricambi autorizzato”. Tutto il mondo è paese, evidentemente.

In realtà c'è una cosa che non capisco: non sarà pericoloso utilizzare organi contaminati da impiantare sugli israeliani?

Nei giorni scorsi è stato presentato a Roma uno studio – realizzato dai professori Paola Manduca dell'università di Genova, Mario Barbieri del CNR e Maurzio Barbieri de “La Sapienza” - su tracce di elementi chimici tossici rilevate sui crateri delle bombe israeliane nel 2006 e durante l'operazione Piombo Fuso (un nome una garanzia) tra il 2008 ed il 2009. Quel che ne è venuto fuori è sconvolgente. Nei crateri di Beit Hanoun, Jabalya e Tufah ci sono residui di elementi quali il Tungsteno ed il Mercurio (che hanno effetti tossici e cancerogeni); Molibdeno (tossico per gli spermatozoi con effetti sulla spermatogenesi); Cadmio (cancerogeno); Cobalto (che ha effetti mutageni e può causare la rottura della catena del dna). La videoconferenza Roma-Gaza dove si sono illustrati questi tremendi risultati, è stata seguita dai principali organi del circuito mainstream di tutto il mondo, tranne che da quelli italiani (c'erano solo pochissimi giornalisti della rete antagonista), per i quali ormai il metodo di nascondere verità “scomode” - essendo noi un paese “sionist-friendly” - si è allargato ormai anche su scala nazionale.

Nei crateri – ovviamente – si riscontrava anche la presenza di uno dei più devastanti agenti chimici che l'uomo potesse inventare: quel fosforo bianco che, utilizzato durante la guerra in Vietnam (1962-1975) continua ancora oggi, a distanza di più di trent'anni, a far nascere bambini con forti deformazioni e malattie genetiche. Ma d'altronde si sa, “in amore e guerra tutto è permesso”. Anche il genocidio di bambini non ancora nati.