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30 giugno 1960 – 30 giugno 2010: figli della stessa rabbia.

Genova (Italia) - È passato esattamente mezzo secolo. Cinquanta anni dall’”insurrezione delle magliette a strisce”, cioè la lotta dei camalli (i portuali), dei giovani e di tutti gli anti-fascisti per impedire che il suolo della città che venti anni prima dette i natali a Fabrizio De André potesse venir sporcato dall’MSI, che proprio nella città medaglia d’oro per la Resistenza. Un affronto che non poteva passare sotto silenzio.

Il congresso si inseriva in un contesto in cui il governo di Fernando Tambroni (Democrazia Cristiana) – che nel marzo dello stesso anno aveva avuto mandato di formare il nuovo governo per sostituire quello del dimissionario Antonio Segni (DC) – poté insediarsi proprio grazie ai voti missini, che dunque tenevano in scacco il governo (quando si dice “corsi e ricorsi storici”…). Ma il 1960 non è certo il 2010. Nel 1960 si costruivano già quelli che furono il ‘68 e la lotta proletaria armata: tra una settimana, infatti, cadrà l’anniversario di un’altra delle date storiche per gli antifa italiani: l’omicidio da parte dei celerini dei militanti del Partito Comunista Lauro Ferioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli, i cui nomi rimarranno per sempre immortalati nell’omonima canzone di Fausto Amodei.
«Il 30 giugno era stato proclamato sciopero generale. Siamo scesi tutti in piazza e dopo il comizio è scattata una scintilla. C’era la famosa Celere di Padova, che era considerata una specie di corpo speciale ed era composta da picchiatori, e il loro capitano all’improvviso ha suonato la tromba e sono partiti i primi caroselli. Si è subito aperto un conflitto fortissimo.
Le camionette, lanciate alla massima velocità, ci venivano addosso fin sotto i portici per disperderci (...). I più giovani di noi non sapevano come comportarsi nel caos dei tafferugli, anch’io ero molto confuso e per fortuna (...) un amico del mio quartiere, che era stato un partigiano di montagna, si è preso cura di me e mi suggeriva come muovermi e dove nascondermi. (...) La guerriglia andò avanti fino al tardo pomeriggio e questi caroselli della polizia, che erano partiti alla grande contando sull’effetto sorpresa, piano piano hanno dovuto ridurre la velocità e l’intensità perché erano circondati da ogni parte, finché si sono dovuti fermare del tutto
». Racconta Paride Batini, all’epoca 26enne portuale. Lo scontro arrivava in Piazza De Ferrari, quando il corteo che seguiva lo sciopero generale indetto per protesta si ritrovava faccia a faccia (o sarebbe meglio dire “faccia a camionetta”) con gli scelbini di Giuseppe Spataro, allora Ministro degli Interni.

Sotto attacco dell'idiozia

«L'incredibile e intollerabile attentato della notte scorsa a Gay Street e' l'ennesima conferma che l'omofobia vive una reale escalation, non solo nei sempre piu' frequenti episodi di violenza, ma anche nelle forme, che sono delle vere intimidazioni, volte a innescare la paura negli omosessuali e transessuali italiani'. 'A questa violenza si impone una reazione, pacifica e di massa.
I violenti devono sapere di essere una miserabile minoranza, ne va del diritto di tutti a vivere in un Paese civile.»
[Anna Paola Concia]


Non capisco. Davvero non capisco cosa stia diventando questo paese. Più lo guardo e più non mi ci riconosco, più lo guardo e più mi fa orrore, paura. Paura di rendermi conto che è questo il vero volto dell'Italia. Il vero volto del mio paese. Xenofobia, servilismo al signor padrone di turno chiunque esso sia. Un paese in cui a fare la persona perbene devi quasi vergognartene perché “non sei conforme”, non ti adegui. Perché questa è l'Italia. Così è sempre stato e così sempre sarà. Un paese in cui se hai il cognome giusto fai carriera, e chissenefrega se non capisci niente di medicina, tanto il posto da primario di tuo zio, tuo padre o tuo nonno ce l'hai assicurato comunque! E se non hai il cognome giusto basta una bustarella. Tanto non fanno tutti così? Un paese in cui se non nasci “geneticamente adatto alla società” sei deriso, umiliato, picchiato. Che tu gay, di colore, disabile o in qualunque altra “maniera non conforme”. È questo il mio paese? È questo il paese che grandi uomini come Giuseppe Di Vittorio, come Gaetano Salvemini, Sandro Pertini, Aldo Moro e tanti altri sognavano mentre giorno dopo giorno lo stavano creando?

“Infastidito da effusioni accoltella due gay ”; “gay picchiati ed insultati a Rimini”; “Bomba carta nella via dei gay”.
Questi sono titoli di articoli degli ultimi giorni. Più li leggo e più mi assale un qualcosa che nemmeno io so bene come definire. Un senso di rabbia misto a delusione, perché quando ti rendi conto di vivere in un paese ex-civile, in un paese che ha svenduto quasi tutto quel che di buono aveva per un paio di tette e culi in televisione ti viene solo la voglia di andartene e mandarlo in malora questo maledetto paese.

Perché? La famosa domanda da un milione di dollari. Perché? Perché succede tutto questo? Perché in un paese che si definisce civile, due ragazzi che si amano non possono andare in giro mano nella mano come una coppia etero? Perché se sei un “macho”, se fai vedere che vai in palestra e fai il gradasso sei visto come uno “tosto” ma se non rispetti quello schema – indipendentemente che tu sia lgbtq o etero – sei considerato un vero e proprio scarto della società?

Machismo. Ecco uno dei grandi problemi socio-culturali di questo paese. È una delle parole più brutte che esistano. Ma non è tanto l'aspetto fonetico in sé che mi interessa, quanto il puro aspetto semantico. Cioè l'aspetto – come dice Ferdinand de Saussure – del significato di questo termine.

“Non sei un uomo se come un frate chiedi perdono. Non sei un uomo se a fare mazzate non sei buono. Non sei un uomo se tua moglia di te se ne fotte. Non sei uomo se.. se non la gonfi di botte. Non sei un uomo se non guidi le macchine grosse. Non sei un uomo se non guidi le macchine grosse.”


Canta quel genio di Caparezza. E mai canzone (“un vero uomo dovrebbe lavare i piatti”) è tanto perfetta per descrivere il machismo. Non so se sia dovuto ai 15-20 anni di decadimento dei costumi nazionali o se è una cosa che già avevamo ai tempi dell'unità formale dell'Italia (perché di quella sostanziale siamo ancora in attesa...), ma so che è ora di dire basta. È ora di far vedere che il “paese reale” - per citare la canzone degli Afterhours alla kermesse sanremese – non è quello dei naziskin. Il vero “paese reale” ha accettato le sue differenze sociali, culturali, etniche. E ne ha fatto un punto di orgoglio e forza. Il vero “paese reale” è quello capace di indignarsi non solo per i soprusi a cui ognuno di noi viene sottoposto quotidianamente sul proprio luogo di lavoro, a scuola o tra amici ma anche quello che sa scendere in piazza per difendere un diritto di tutti. Un diritto civile.

Come succederà venerdì 4 alle ore 18 in Piazza del Nettuno a Bologna, per un sit-in contro l'omofobia, la lesbofobia e la transfobia. E come si usava dire una volta: “accorrete numerosi” perché questo paese non è solo quello delle bombe carta e delle aggressioni. Ma è un paese migliore. Deve essere migliore. Ne va del nostro futuro!