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| foto: fondazioneleonemoressa.org |
Il modus operandi dell'organizzazione non si discosta da altri casi di sfruttamento e traffico di esseri umani (come l'operazione “Raìs”, di cui scrivevamo ieri): i migranti venivano allettati dalla prospettiva di un lavoro ben remunerato e in condizioni accettabili. Arrivati in Italia, però, i migranti si ritrovavano invece a lavorare al limite della sopportazione psico-fisica per dieci o dodici ore al giorno ricevendo una paga – compresa tra i venti ed i venticinque euro giornalieri – da consegnare quasi interamente al caporale per la permanenza in alloggi nei quali mancavano l'acqua corrente, i servizi igienici e la corrente elettrica.
Il gruppo dei datori di lavoro, al quale viene contestato il rilascio di false certificazioni di assunzione, era costituito dai netini Giuseppe Cavarra, 34enne di Noto e Rosaria Mallia, 35enne, entrambi residenti a Pachino e coinvolti direttamente anche nel reclutamento ; dai neretini Marcello Corvo, 52enne; Bruno Filieri, 49enne; Pantaleo Latino detto “Pantaluccio” 58enne; Livio Mandolfo, 46enne; Salvatore Pano, 56enne; Corrado Manfredi, 59enne e Giuseppe Mariano, detto “Pippi”, 74enne di Scorrano (Lecce); Giovanni Petrelli, 50enne di Carmiano (Lecce).
Del gruppo che materialmente si occupava dell'ingresso dei migranti facevano parte Saed Abdellah, detto “Said”, 26enne sudanese residente a Palermo; Meki Adem, 52enne sudanese residente a Racalmuto (Agrigento); Abdelmalek Aibeche, detto “Alì”, 34enne algerino residente a Vittoria (Ragusa), capo squadra; Belgacem Ben Bechir Aifa, 42enne algerino residente a Nardò, capo squadra;
Bilel Ben Aiaya Akremi, 29enne tunisino – residente a Nardò – ritenuto dagli inquirenti il capo della cellula criminale nonché uno dei caporali; Mohamed Hassen Ben, 35enne tunisino, residente a Pachino (Siracusa), reclutatore; Mohamed Yazid Ghachir, detto “Giuseppe l'algerino” o “Capo dei neri”, 44enne algerino residente a Taurianova (Reggio Calabria); Ben Abderrahma Jaouali Sahbi, 43enne tunisino residente a Polignano a Mare (Bari), capo squadra; Saber Ben Mahmoud Jelassi, detto “Giuseppe il tunisino”, “Sabr” o “Capo dei capi”, 42enne tunisino a Santa Maria a Vico, nel casertano, anch'egli considerato dagli inquirenti capo cellula e caporale; Tahar Ben Rhouma Mehdaoui, detto “Mohamed” o “Gullit”, 38enne tunisino residente a Nardò, capo squadra; Nizar Tanjar, 35enne sudanese, residente a Siracusa, anch'egli capo cellula e caporale e Houcine Zroud, 46enne tunisino residente a Santa Croce Camerina (Ragusa), a cui era affidato, oltre al ruolo di caporale, anche quello di reclutatore.
Tra i reati contestati – oltre a quello di riduzione e mantenimento in schiavitù e servitù e la tratta di persone – vengono contestati l'associazione a delinquere, l'intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, estorsione, falsità materiale ed ideologica commessa dal privato e dal pubblico ufficiale in atti pubblici nonché il favoreggiamento dell'ingresso di stranieri nel territorio dello Stato in condizioni di clandestinità. Importante, ancora una volta, è stato il contributo arrivato dalle intercettazioni telefoniche, grazie alle quali è stato possibile definire come fosse proprio il gruppo dei datori di lavoro italiani ad imporre il caporalato e le disumane condizioni di lavoro.
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