Continua il viaggio di Señor Babylon all'interno del narcotraffico internazionale e della guerra che si sta combattendo in Messico tra i cartelli della droga (quali sono i principali lo abbiamo visto nel post "Messico-Italia. Sulla rotta dei narcos tra canzoni e cocaina") e l'esercito. Con una serie di documentari - per lo più in spagnolo ed inglese - partendo dalla cittadina di Reynosa andremo a vedere come si stanno organizzando i cittadini - alle prese con fenomeni di sparizioni simili a quelle dell'Argentina di Videla - passando per il lavoro delle polizie nel vecchio continente, là dove la tratta sudamericana e quella africana si incontrano.
Aggiungetegli il prefisso "narco", chiamatela "lotta tra cartelli" o come vi pare: quello che succede per le strade di Reynosa - cittadina messicana dello stato di Tamaulipas, al confine con gli Stati Uniti - è una vera e proprio guerra. Da un lato l'esercito "regolare", fatto di gente in divisa che, al di là dell'alta percentuale di corruzione, tenta di evitare che il Messico si trasformi nell'ennesimo "narco-stato"; dall'altro c'è l'esercito dei cartelli della droga. Come in tutte le guerre anche in questa ci sono i morti, i feriti e gli scomparsi. Esattamente come succede in Iraq o in Afghanistan. Ma se ogni tanto i media europei si occupano di questi due paesi, è quasi impossibile trovare notizie riguardanti il Messico, nonostante il paese stia diventando la principale fonte da cui la criminalità organizzata europea ('ndrangheta in particolare) compra la droga che poi mette in circolazione per le strade del Vecchio Continente.
È una guerra che, evidentemente, non interessa neanche agli Stati Uniti, che trovano nei cartelli messicani - come vedremo - un interlocutore importante per quanto riguarda non solo il traffico di droga, ma anche per quanto riguarda il traffico di armi.
«Il mondo è oggi più sicuro» ha detto il Presidente Barack Obama in riferimento all'omicidio di Osama Bin Laden, che con la sua morte sembra aver conseguito un'altra vittoria fondamentale contro il c.d."Occidente democratico": far capire ai popoli che quelli che tanto decantiamo come "universali" diritti umani altro non sono che uno dei tanti strumenti di cui le grandi potenze mondiali dispongono per tutelare la loro grandezza. Perché come sempre più sta venendo fuori nel dibattito internazionale - un dibattito che non scalfisce minimamente l'Italia, che ancora una volta dimostra di non avere la caratura necessaria per appartenere ad alcuna "comunità internazionale" - quella nei confronti dello sceicco del terrore è una vera e propria vendetta, nonostante il "nostro" mondo utilizzi quotidianamente termini come "giustizia" e, appunto, "diritti umani universali". La domanda che ci si sta ponendo è se si possa in qualche modo "abdicare" alle "leggi di giustizia" di fronte ad un terrorista. Persino a Norimberga si è fatto un processo. Ma questa è un'altra storia...
In realtà - io credo - il mondo non è né più né meno sicuro di quanto non lo fosse una settimana fa, semplicemente perché i "grandi terroristi" come le industrie di armi ed i suoi trafficanti, i cartelli della droga o la grande industria farmaceutica (la c.d. "Big Pharma") rimangono tranquillamente al proprio posto, senza che nessuno osi scalfirne il potere dichiarandogli guerra.
Anzi, molto spesso sono proprio queste a rendere "grande" un paese. Basti pensare - tornando un po' indietro con la memoria storica - allo scandalo "Iran-Contras" del 1985.

