Roma - manifestazione contro la legge-bavaglio. Diretta streaming
Perché tutti abbiamo lo stesso sangue e sotto il sole la stessa ombra.
Da qualche parte nel deserto vicino a Tindouf (Algeria, Sahara Occidentale) – Secondo gli storici greci la storia è ciclica. Non succede mai niente di nuovo, assistiamo sempre alla riproposizione di qualcosa che è già avvenuto. Magari secoli addietro piuttosto che decenni, ma niente di nuovo. Se in questo momento mi trovassi davanti uno di questi storici greci gli chiederei se è vero che la storia è ciclica, come si definisce quella storia che si ripete nello stesso identico momento, con l’unica differenza nella dislocazione geografica? Prendiamo per esempio la storia del popolo palestinese, che più o meno conosciamo tutti: da oltre un secolo le loro terre vengono quotidianamente stuprate dagli anfibi dei militari e dei cittadini degli insediamenti israeliani senza che nessuna di quelle “istituzioni democratiche” – tantomeno gli stati che ne fanno parte -muova un dito per porre fine allo stupro.
Ma questo non succede solo in Palestina. La stessa cosa accade al confine tra il Cile e l’Argentina, dove da ormai quattro secoli il popolo Mapuche lotta – ignorato dalla maggior parte della comunità internazionale e dai suoi media – per riottenere quelle terre che i Conquistadores, quei criminali in Europa descritti come “eroi” in quel sovvertimento semantico delle parole che tanto ci piace per cui chiamiamo “terrorista” un popolo che lotta per la sua terra o “esportazione della pace” una guerra, gli hanno ingiustamente sottratto. E come i Mapuche si comportano i Sahrawi, l’unico popolo ad avere ricreato uno “stato in esilio” nella storia umana. Ma procediamo per gradi.
- Un po’ di storia…
Con la conferenza di Berlino del 1884/85 gli europei si spartirono – con l’ausilio di righello e squadra – il continente africano. Questa non fu solo una spartizione di terre, ma fu anche e soprattutto la distruzione di società secolari, di tessuti sociali perfettamente equilibrati e, spesso, distruzione di intere famiglie, con fratelli che si trovavano dall’una e dall’altra parte di quelle strane e non certo naturali (ancor più se decise a tavolino…) invenzioni denominate “confini” che, fin dai tempi dell’Impero romano, altro non sono che il tentativo di definire su cosa – e soprattutto su chi – un’entità statale ha proprietà. Se poi consideriamo che, in particolare nella zona desertica, il continente africano era attraversato spesso da comunità nomadi (come i Kel Tamahaq – che in Occidente sono insultati col nome di “tuareg”- o gli stessi Sahrawi) possiamo immaginare che razza di shock sociale possa essere stato quello di ritrovarsi, ad un certo punto del cammino, dinanzi a barriere doganali, muri e protezioni varie presidiate giorno e notte da persone in divisa.
