Lo sbarramento antimafia non s'ha da fare

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Palermo – Hanno fatto scalpore nei giorni scorsi le lamentele dei deputati dell'Assemblea regionale siciliana ai quali, a causa della crisi di liquidità che sta investendo la Regione, non è stato pagato lo stipendio di 13.000 euro netti per il mese di luglio.
Forti, naturalmente, le proteste di chi deve lavorare alacremente un anno intero per arrivare a quelle cifre. Quando ci arriva.

Decisamente meno scalpore, invece, sembra aver suscitato quanto avveniva in quella stessa assemblea qualche giorno prima, allorquando 39 deputati hanno bocciato – parandosi dietro il voto segreto - l'emendamento alla legge bloccanomine presentato dal presidente della Commissione regionale antimafia, Calogero “Lillo” Speziale (per il quale ad aprile era stato scoperto un progetto di attentato risalente al 1998[1]) con il quale si sarebbero tenuti fuori dai luoghi decisionali della politica personaggi più o meno vicini alla mafia, corruttori e pregiudicati di varia natura.

«Era un'occasione per fare del bene alla Sicilia ed è stata buttata al vento», il commento di Speziale.
L'emendamento era stato presentato durante le votazioni – a scrutinio palese - sul disegno di legge con il quale si impedisce al presidente della Regione, alla giunta ed agli assessori di poter fare «nomine, designazioni o conferimenti di incarichi in organi di amministrazione attiva, consultiva o di controllo della Regione» dal momento delle dimissioni del governatore.
Ad un certo punto il vero e proprio colpo di teatro da parte di otto deputati “bipartisan”, tra i quali il vicepresidente della Commissione regionale antimafia Rudy Maira dei Popolari di Italia Domani, indagato in un'inchiesta su alcuni appalti pilotati a Caltanissetta[2]; Riccardo Minardo del Movimento per le Autonomie, arrestato e poi scarcerato per associazione a delinquere, truffa aggravata e malversazione ai danni dello Stato[3]; Salvino Caputo del Popolo della Libertà, condannato in appello ad un anno e cinque mesi per tentato abuso d'ufficio[4]; Fabio Mancuso – stesso partito di Caputo – arrestato per associazione a delinquere, finanziamento illecito ai partiti e bancarotta fraudolenta, dando conferma di quanto detto qualche mese fa dal procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia a Marsala, allorquando aveva sostenuto che «il Parlamento siciliano è lo specchio fedele di una società e di una classe dirigente profondamente inquinata, soprattutto ai piani alti, dalle collusioni con il sistema mafioso»

Pur non potendo riproporre l'emendamento, Speziale non ha comunque intenzione di abbandonare la sua idea. Per questo chiederà ai partiti di inserire il divieto di candidare rinviati a giudizio nei programmi per le prossime elezioni Regionali. Sarà il caso, comunque, che il presidente della Commissione antimafia regionale prepari anche un terzo piano alternativo.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/04/gela-nellambito-del-processo-leonina-si.html;
[2] Appalti pilotati e tangenti: indagati tre politici nisseni, corrieredelmezzogiorno.it, 14 ottobre 2010;
[3] Associazione a delinquere e truffa arrestato il deputato dell'Mpa Minardo, repubblica.it, 26 aprile 2011;
[4] Condannato Salvino Caputo per tentato abuso d'ufficio, palermo.blogsicilia.it, 19 marzo 2012;

Aiuta la giustizia in un caso di omicidio, rischia l'espulsione

foto: livesicilia.it
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Misilmeri (Palermo) – A maggio raccontavamo la storia di Nike[1], 21enne nigeriana portata in Italia nel 2011 con la promessa di un lavoro sicuro che si era ben presto trasformata nell'incubo del marciapiede, come troppe volte capita. Il suo corpo era stato ritrovato, carbonizzato, in mezzo ai rifiuti in una stradina di campagna di Misilmeri.
Ad ucciderla, secondo le prove fornite agli inquirenti dalla scientifica, Giuseppe Pizzo, 58enne operaio di Belmonte Mezzagno, incensurato. Omicidio ed occultamento di cadavere le accuse che gli vennero mosse.
Una piccola storia da poche righe nelle pagine interne di un giornale locale, obietterà qualcuno.

Così come piccola, ma emblematica, è la storia di J.T., anche lei nigeriana ed anche lei vittima di una organizzazione operante nel traffico di persone a scopo di sfruttamento sessuale.
J.T. infatti ha testimoniato nel processo contro Pizzo, permettendo così alla Giustizia di poter trionfare, come si suol dire. Come ringraziamento, la giustizia – quella con la minuscola – vuole rispedirla a casa, perché il permesso di soggiorno che le era stato rilasciato portava la dicitura “per motivi di giustizia” e dura solo tre mesi. Non rinnovabili.
In attesa del rimpatrio, naturalmente, tappa obbligata presso il Centro di identificazione ed espulsione di Roma.

«La ragazza teme di poter subire pesanti ritorsioni da parte dei familiari del condannato, perché una volta nel proprio paese, si sentirebbe sola», spiegava due giorni fa Ivan Pupetti, avvocato di J.T. a Monica Panzica di Livesicilia.it[2]. J.T., continuava l'avvocato, è poi di religione cristiana, ed «i fortissimi contrasti con i musulmani la fanno sentire in pericolo al solo pensiero».

Per rimanere in Italia a J.T. basterebbe trovare un lavoro, così da avere «tutti i requisiti per il permesso di soggiorno che, tra l'altro» - ha concluso l'avvocato - «potrebbe essere incluso nella sanatoria di settembre», anche se trovare lavoro in Italia è già difficile quando si può spendere un'intera giornata tra colloqui e consegne di curriculum, figuriamoci quando si è costretti a passare il tempo in un Cie.

Ma si sa: la giustizia in certi casi non fa distinzioni.
I tanti testimoni di giustizia abbandonati dallo Stato[3] al termine dei processi contro le mafie – quando cioè non erano più utili, per dirla senza troppi giri di parole – sono lì a fare da esempio.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/05/storia-di-nike-bruciata-ventanni-e-del.html;
[2] Le uccidono l'amica, testimonia. Ora viene rispedita a casa di Monica Panzica, livesicilia.it, 27 luglio 2012;
[3] http://senorbabylon.blogspot.it/2011/09/avevo-paura-della-camorra-invece.html